Marion Zimmer Bradley La torre proibita

CAPITOLO PRIMO

Damon Ridenow cavalcava attraverso un territorio purificato.

Per gran parte dell’anno, il grande altopiano delle Colline di Kilghard era rimasto sotto l’influenza malefica degli uomini-felini. Le messi intristivano nei campi, sotto l’oscurità innaturale che cancellava la luce del sole; la povera gente della zona stava rintanata nelle case, senza osare avventurarsi nella campagna devastata.

Ma adesso gli uomini avevano ripreso a lavorare nella luce del grande sole rosso di Darkover, e provvedevano al raccolto prima che incominciassero le nevicate. Era l’inizio dell’autunno, e quasi tutti i raccolti erano già stati immagazzinati.

Il Grande Felino era stato ucciso nelle grotte di Corresanti, e la gigantesca matrice illegale che aveva trovato e usato in modo tanto spaventoso era stata distrutta con la sua morte. Gli uomini-felini sopravvissuti erano fuggiti nelle lontane foreste pluviali al di là delle montagne, oppure erano caduti, trafitti dalle spade delle Guardie che Damon aveva guidato contro di loro.

Il territorio era purificato e libero dal terrore, e Damon, dopo aver congedato e rinviato alle loro case quasi tutti i suoi soldati, stava facendo ritorno. Non alle sue tenute avite di Serrais: Damon era un figlio cadetto, tenuto in scarsa considerazione, e non aveva mai sentito Serrais come casa sua. Adesso stava andando ad Armida, per sposarsi.

Fermò il cavallo sul ciglio della via, guardando gli ultimi uomini che si dividevano per andare ciascuno per la propria strada. C’erano Guardie dalle uniformi verdi e nere, dirette a Thendara; c’erano alcuni uomini che si avviavano verso nord, fino agli Heller, dai dominii di Ardais e di Hastur; e alcuni che si sarebbero spinti a sud, verso le pianure di Valeron.

— Dovresti parlare agli uomini, nobile Damon — disse un uomo basso e nodoso che gli stava al fianco.

— Non sono molto abile, a far discorsi. — Damon era snello, e aveva un volto da studioso. Prima di quella campagna non si era mai considerato un militare; e si stupiva ancora di se stesso, perché aveva guidato con successo quegli uomini contro gli ultimi uomini-felini.

— Loro se l’aspettavano, mio signore — insistette Eduin, e Damon sospirò, sapendo che l’altro diceva la verità. Damon era un Comyn dei Dominii; non signore di un dominio, e neppure un erede Comyn, ma tuttavia era un Comyn, e apparteneva alla vecchia casta telepatica, dotata di facoltà psi, che governava i Sette Dominii da tempo immemorabile. Erano passati i giorni in cui i Comyn venivano trattati come dèi viventi, ma c’era ancora un rispetto sfumato di timore reverenziale. E Damon era stato abituato alle responsabilità di un figlio dei Comyn. Sospirando, spinse il cavallo verso un punto dove gli uomini in attesa potessero vederlo.

— La nostra opera è compiuta. Grazie a voi che avete risposto alla mia chiamata, ora c’è pace nelle Colline di Kilghard e nelle nostre case. Non mi resta altro che porgervi il mio ringraziamento e il mio addio.

Il giovane ufficiale che aveva condotto le Guardie da Thendara si avvicinò a Damon, mentre gli altri uomini partivano. — Il nobile Alton verrà a Thendara con noi? Dobbiamo aspettarlo?

— Dovresti attendere a lungo — disse Damon. — È stato ferito nella prima battaglia con gli uomini-felini: una piccola ferita, ma la lesione alla spina dorsale è inguaribile. È paralizzato dalla cintola in giù. Credo che non potrà più cavalcare.

Il giovane ufficiale aveva l’aria turbata. — E chi comanderà le Guardie, nobile Damon?

Era una domanda logica. Da generazioni, il comando delle Guardie spettava al dominio di Alton: Esteban Lanart di Armida, nobile Alton, le comandava da molti anni. Ma il maggiore dei figli superstiti di Dom Esteban, il nobile Domenic, era un ragazzo di diciassette anni. Sebbene fosse considerato uomo secondo le leggi dei dominii, non aveva l’età né l’autorità per comandare. L’altro figlio di Alton, il giovane Valdir, aveva solo undici anni, ed era novizio al monastero di Nevarsin, dove veniva istruito dai frati di San Valentino delle Nevi.

Chi avrebbe comandato le Guardie, dunque? Era una domanda veramente logica, pensò Damon: ma lui non conosceva la risposta. Lo disse, e aggiunse: — Spetterà al Consiglio dei Comyn deciderlo l’estate prossima, quando si riunirà a Thendara. — Non c’era mai stata guerra durante l’inverno, su Darkover: non ci sarebbe mai stata. D’inverno c’era un nemico più feroce: il freddo crudele, le tormente che spazzavano i dominii scendendo dagli Heller. Nessun esercito avrebbe potuto muovere contro i dominii, d’inverno. Perfino i banditi non si allontanavano troppo dalle loro tane. Potevano attendere che il prossimo Consiglio nominasse un nuovo comandante. Damon cambiò argomento.

— Raggiungerete Thendara prima che faccia buio?

— Sì, a meno che qualcosa, lungo la strada, ci faccia ritardare.

— E allora non vi tratterrò più — disse Damon, e s’inchinò. — Il comando di questi uomini è tuo, parente.

Il giovane ufficiale non riuscì a dissimulare un sorriso. Era molto giovane, e quello era il suo primo comando, anche se era breve e temporaneo. Damon restò a guardare con un sorriso pensieroso, mentre il ragazzo radunava i suoi uomini e partiva. Era un ufficiale nato, e adesso che Dom Esteban era invalido gli ufficiali capaci potevano aspettarsi di venire promossi.

Damon, sebbene avesse avuto il comando di quella missione, non si era mai considerato un soldato. Come tutti i figli dei Comyn, aveva prestato servizio nel corpo dei Cadetti e aveva fatto il suo turno come ufficiale: ma le sue doti e le sue ambizioni erano molto diverse. A diciassette anni era stato ammesso nella Torre di Arilinn come telepate, per apprendere le antiche scienze delle matrici di Darkover. Per molti anni aveva lavorato là, acquisendo forza e abilità e raggiungendo il grado di tecnico psi.

Poi era stato allontanato dalla Torre. Non era colpa sua, gli aveva assicurato la Custode: ma era troppo sensibile, e la sua salute, perfino la sua ragione, avrebbero potuto cedere sotto le tremende tensioni del lavoro con le matrici.

Addolorato ma ubbidiente, Damon se n’era andato. La parola di una Custode era legge, e non veniva mai discussa o contrastata. Con la vita distrutta e le ambizioni in rovina, aveva cercato di costruirsi un’esistenza nuova nelle Guardie, sebbene non fosse un soldato e lo sapesse. Era stato maestro dei Cadetti, per qualche tempo, e poi ufficiale ospitaliero e ufficiale addetto ai rifornimenti. E durante l’ultima campagna contro gli uomini-felini aveva imparato a comportarsi con sicurezza. Ma non aveva nessun desiderio di comandare, ed era lieto di rinunciarvi.

Seguì con lo sguardo gli uomini fino a quando le loro figure si persero nella polvere della strada. Adesso doveva dirigersi verso Armida, verso casa…

— Nobile Damon — disse Eduin, che gli stava al fianco, — ci sono cavalieri sulla strada.

— Viaggiatori? In questa stagione? — Sembrava impossibile. Le nevicate non erano ancora cominciate, ma da un giorno all’altro la prima tempesta invernale sarebbe piombata dagli Heller, bloccando le strade per giorni e giorni. Un vecchio detto affermava: «Solo i pazzi e i disperati viaggiano d’inverno». Damon aguzzò gli occhi per scorgere i lontani cavalieri: ma era sempre stato un po’ miope, fin dall’infanzia, e riuscì a scorgere solo immagini confuse.

— I tuoi occhi sono migliori dei miei. Ti sembrano uomini armati?

— Non credo, nobile Damon: con loro c’è una signora.

— In questa stagione? Mi sembra improbabile — disse Damon. Cosa poteva indurre una donna ad avventurarsi in un viaggio incerto e pericoloso, nell’imminenza dell’inverno?

— È uno stendardo di Hastur, nobile Damon. Eppure il nobile Hastur e la sua consorte non lascerebbero mai Thendara in questa stagione. Se, per qualche ragione, andassero a Castel Hastur, non percorrerebbero questa strada. Non riesco a capire.

Ma prima ancora che Eduin finisse di parlare, Damon aveva riconosciuto l’identità della donna che viaggiava col piccolo drappello di Guardie e di scorte. Un’unica donna, su tutto Darkover, sarebbe stata capace di cavalcare sola sotto uno stendardo di Hastur, e soltanto un’Hastur avrebbe avuto motivo di dirigersi da quella parte.

— È la sigora di Arilinn — disse alla fine, riluttante, e vide la faccia di Eduin illuminarsi di stupore e di reverenza.

Leonie Hastur. Leonie di Arilinn, Custode della Terra di Arilinn. Damon sapeva che, per cortesia, doveva andare incontro alla sua parente per accoglierla; tuttavia rimase immobile in sella, lottando per dominarsi. Il tempo sembrava annullato. In una gelida, segreta, atemporale, echeggiante cavità della sua mente, un Damon più giovane stava tremando al cospetto della Custode di Arilinn, a testa bassa, e ascoltava le parole che distruggevano la sua vita:

— Tu non ci hai delusi, e non mi hai dato motivo d’irritazione. Ma sei troppo sensibile per questo lavoro, troppo vulnerabile. Se fossi una donna, saresti potuto diventare Custode. Ma così come stanno le cose… Ti sto osservando da anni. Questo lavoro distruggerà la tua salute, distruggerà la tua ragione. Devi lasciarci, Damon, per il tuo bene.

Damon se n’era andato senza protestare, perché si sentiva colpevole. Aveva amato Leonie, l’aveva amata con tutta la disperata passione di un uomo solo; ma l’aveva amata castamente, senza una parola, senza sfiorarla. Perché Leonie, come tutte le Custodi, era votata alla verginità, e nessuno poteva guardarla con un pensiero sensuale, nessun uomo poteva mai toccarla. Forse Leonie, chissà come, l’aveva intuito, aveva temuto che un giorno Damon perdesse l’autodominio e si accostasse a lei — fosse pure col solo pensiero — come non ci si poteva accostare a una Custode?

Distrutto, Damon era fuggito. Adesso, dopo tanti anni, gli sembrava che un’intera vita stesse fra il giovane di allora, gettato in un mondo ostile a costruirsi una nuova esistenza, e il Damon di adesso, padrone di sé, reduce da una campagna vittoriosa. Il ricordo era ancora vivo in lui (avrebbe continuato a bruciarlo fino alla morte); ma mentre Leonie si avvicinava, Damon si armò del ricordo di Ellemir Lanart, che l’attendeva ad Armida.

Avrei dovuto sposarla prima di partire per questa campagna. Avrebbe voluto farlo, ma Dom Esteban aveva ritenuto che un matrimonio così affrettato sarebbe stato indecoroso per due nobili. Non voleva che sua figlia venisse spinta al letto nuziale come una serva incinta! Damon aveva accettato il rinvio. La realtà di Ellemir, la sua promessa sposa, avrebbe dovuto scacciare anche i ricordi più dolorosi. Facendo appello all’autodominio acquisito nel corso della sua vita, Damon finalmente avanzò, con Eduin al fianco.

— Tu ci fai un grande onore, parente — disse in tono grave, inchinandosi. — È una stagione molto avanzata per viaggiare tra le colline. Dove ti stai recando?

Leonie ricambiò l’inchino, con la formalità un po’ esagerata di una dama Comyn davanti a estranei.

— Salute a te, Damon. Sto andando ad Armida, e perciò, tra le altre cose, assisterò alle tue nozze.

— È un grande onore, per me. — Il viaggio da Arilinn era lungo, e non veniva intrapreso alla leggera, neppure nella buona stagione. — Ma senza dubbio non vi andrai soltanto per le mie nozze.

— Non solo per quello. Anche se è vero che ti auguro ogni felicità, cugino.

Per la prima volta i loro occhi s’incontrarono fuggevolmente, ma Damon distolse lo sguardo. Leonie Hastur, signora di Arilinn, era una donna alta e sottile, con i capelli rosso-fiamma dei Comyn, che adesso ingrigivano sotto il cappuccio del mantello. Forse un tempo era stata bellissima: Damon non era in grado di giudicare.

— Callista mi ha fatto sapere che intende rinunciare al suo giuramento e sposarsi. — Leonie sospirò. — Io non sono più giovane. Avrei voluto lasciare il mio posto di Custode tra qualche anno, quando Callista avrebbe potuto sostituirmi.

Damon s’inchinò in silenzio. Era stato deciso così fin da quando Callista, a tredici anni, si era recata alla Torre di Arilinn. Damon era tecnico psi, durante il primo anno di soggiorno di Callista, ed era stato consultato quando si era trattato di decidere se era il caso di istruirla come futura Custode.

— E adesso, lei vuole lasciarci per sposarsi. Mi ha detto che il suo innamorato — (Leonie usò l’inflessione cortese che dava alla parola il significato di «promesso sposo») — è un alieno, uno dei terrestri che hanno costruito l’astroporto a Thendara. Tu cosa sai, al riguardo? A me sembra fantastico, come una vecchia ballata. Come ha fatto, Callista, a conoscere quel terrestre? Mi ha detto il suo nome, ma l’ho dimenticato…

— Andrew Carr — disse Damon, mentre giravano i cavalli verso Armida, procedendo fianco a fianco. Le scorte e la dama di compagnia di Leonie li seguivano a rispettosa distanza. Il grande sole rosso era basso nel cielo, e gettava una luce livida attraverso le vette delle Colline di Kilghard, alle loro spalle. Le nubi avevano incominciato ad addensarsi al nord, e un vento freddo soffiava dalle lontane cime invisibili degli Heller.

— Neppure adesso so bene come sia incominciato — riprese infine Damon. — So soltanto che quando Callista era stata rapita dagli uomini-felini e si era ritrovata sola, al buio, impaurita e prigioniera nelle grotte di Corresanti, nessuno dei suoi parenti riuscì a mettersi in contatto mentale con lei.

Leonie rabbrividì, stringendosi il cappuccio intorno al volto. — È stato spaventoso — disse.

— È vero. E poi quel terrestre, Andrew Carr, si è collegato mentalmente con lei. Non conosco tutti i particolari, ma è riuscito a tenerle compagnia in quella prigione solitaria: era il solo che poteva raggiungere la sua mente. Così sono diventati molto intimi, sebbene non si fossero mai visti.

Leonie sospirò e disse: — Sì, questi legami possono essere più forti dei legami della carne. E così hanno finito con l’amarsi, e quando lei è stata salvata si sono incontrati…

— È stato Andrew a contribuire più di ogni altro al salvataggio — osservò Damon. — E adesso si sono fidanzati. Credimi, Leonie, non è una fantasia oziosa, nata dalla paura di una ragazza sola o dal desiderio di un uomo solitario. Prima che partissi per questa campagna, Callista mi ha detto che se non riusciva a ottenere il consenso del padre e il tuo avrebbe lasciato Armida e Darkover e sarebbe andata con Andrew nel suo mondo.

Leonie scosse la testa, con aria dispiaciuta. — Ho visto le navi dei terrestri nel porto di Thendara — disse. — E mio fratello Lorill, che fa parte del Consiglio e ha rapporti con loro, dice che sotto ogni aspetto sembrano uomini come noi. Ma un matrimonio, Damon? Una ragazza di questo pianeta e un uomo di un altro? Anche se Callista non fosse destinata a diventare Custode, se non fosse votata alla verginità, un matrimonio simile sarebbe assurdo, pericoloso per entrambi.

— Credo che loro lo sappiano, Leonie. Eppure sono decisi.

— Ho sempre pensato — disse Leonie, con una strana voce remota, — che una Custode non dovrebbe sposarsi. Ho pensato così per tutta la mia vita. Se fosse stato diverso… — Alzò per un attimo gli occhi verso Damon, e la sofferenza nella voce di lei lo colpì. Damon cercò di difendersene.

Ellemir, pensò, come se fosse un incantesimo protettivo; ma Leonie proseguì, sospirando: — Comunque, se Callista si fosse innamorata di un uomo del suo clan e della sua casta, non le imporrei la mia convinzione: la lascerei volentieri libera. No… — S’interruppe. — No, non volentieri, sapendo quali difficoltà attendono una donna preparata e condizionata come Custode di un cerchio delle matrici: non volentieri. Ma alla fine l’avrei lasciata andare, e l’avrei consegnata allo sposo con la buona grazia dovuta. Ma come posso darla a un alieno, a un uomo di un altro mondo, che non è nato sulla nostra terra, sotto il nostro sole? È un pensiero che mi agghiaccia d’orrore, Damon! Mi fa rabbrividire.

Damon disse, lentamente: — Anch’io la pensavo così, all’inizio. Eppure, Andrew non è un alieno. La mia mente sa che è nato su un altro mondo orbitante intorno al sole di un altro cielo, una stella lontana che vista da qui non è neppure un punto luminoso. Tuttavia non è inumano: non è un mostro camuffato da uomo, ma è veramente uno dei nostri, un uomo come me. È straniero, forse, ma non alieno. Te l’assicuro, Leonie: lo so. La sua mente è stata in collegamento con la mia. — Senza rendersi conto di quel gesto, Damon posò la mano sul cristallo della matrice, la gemma psi-reattiva che portava al collo in un sacchetto isolante; poi aggiunse: — Lui ha il laran.

Leonie lo guardò scandalizzata e incredula. Il laran era la facoltà psi che rendeva i Comyn dei Dominii diversi dalla gente comune, il dono ereditario del sangue dei Comyn. — Il laran! — esclamò, quasi incollerita. — Non posso crederlo!

— Credere o non credere non cambia la realtà, Leonie — disse Damon. — Io ho il laran fin da quando ero bambino. Sono stato addestrato nella Torre, e ti assicuro: questo terrestre ha il laran. Mi sono collegato con la sua mente, e posso dirti che non è affatto diverso da un uomo del nostro mondo. Non c’è motivo di provare orrore e ripugnanza per la scelta di Callista. È solo un uomo come noi.

Leonie disse: — Ed è tuo amico.

Damon annuì. — Mio amico. E per salvare Callista ci siamo collegati… tramite la matrice. — Non era necessario dire altro. Era il più forte legame conosciuto, più forte della parentela di sangue, più forte dei vincoli degli amanti. Aveva unito Damon ed Ellemir, così come aveva unito Andrew e Callista.

Leonie sospirò. — È davvero così? Allora suppongo che dovrò rassegnarmi, quale che sia la nascita o la casta di questo Andrew. Dato che possiede il laran è un consorte degno, se è lecito dire che un uomo può essere un degno consorte per una donna addestrata per divenire Custode.

— Qualche volta dimentico perfino che lui non è uno di noi — disse Damon. — E in altri momenti mi sembra estraneo, quasi alieno: ma si tratta soltanto di una differenza di costumi e di cultura.

— Anche questo può costituire una grande diversità — disse Leonie. — Ricordo quando Melora Aillard è stata rapita da Jalak di Shainsa, e quello che ha dovuto sopportare. Nessun matrimonio tra i Domimi e le Città Aride è mai durato senza tragedie. E un uomo proveniente da un altro mondo e da un altro sole dev’essere ancora più alieno.

— Non ne sono sicuro — disse Damon. — Comunque Andrew è mio amico, e lo sosterrò nel suo corteggiamento.

Leonie si accasciò sulla sella. — Tu non daresti la tua amicizia, né il legame attraverso la matrice, a qualcuno che fosse indegno — osservò. — Ma anche se tutto ciò che dici è vero, com’è possibile che questo matrimonio non si risolva in un disastro? Anche se lui fosse uno dei nostri, e comprendesse pienamente l’influsso della Torre sul corpo e sulla mente di una Custode, sarebbe quasi impossibile. Tu avresti osato tanto?

Damon rabbrividì a quella domanda. Lei non poteva aver voluto dire quello che lui aveva pensato.

Non vivevano nei tempi anteriori alle epoche del caos, quando le Custodi venivano mutilate, perfino castrate, rese meno che donne. Oh, sì, le Custodi venivano tuttora preparate — Damon lo sapeva — con una disciplina terribile, abituate a vivere isolate dagli uomini mediante riflessi impressi profondamente nel corpo e nel cervello. Ma non venivano più cambiate. E sicuramente Leonie non poteva aver saputo… Altrimenti, pensò Damon, lui era l’unico uomo al quale lei non avrebbe mai rivolto quella domanda. Senza dubbio era una domanda innocente; senza dubbio Leonie non aveva mai saputo. Si fece forza, per difendersi dall’innocenza di Leonie; s’impose di guardarla, di dire a voce bassa: — Volentieri, Leonie, se amassi come ama Andrew.

Per quanto cercasse di mantenere un tono fermo e impassibile, un riflesso della sua lotta interiore si comunicò a Leonie. Lei alzò gli occhi, rapidamente, per un momento appena: un secondo o anche meno. I loro sguardi s’incontrarono, ma Leonie distolse in fretta il suo.

Ellemir, pensò disperatamente Damon. Ellemir, mia diletta, mia promessa sposa. Ma la sua voce era calma. — Cerca d’incontrare Andrew senza pregiudizi: allora ti renderai conto, credo, che è un uomo al quale avresti dato volentieri Callista in sposa.

Leonie aveva ripreso il controllo di sé. — Cercherò di farlo, per le tue esortazioni. Ma anche se tutto quello che dici è vero, sono ancora riluttante.

— Lo so — fece Damon, guardando più avanti sulla strada. Erano ormai in vista delle grandi porte di Armida, la tenuta ereditaria del dominio di Alton. Era la sua casa, pensò, e Ellemir l’attendeva. — Ma anche se tutto ciò che dici tu è vero, non so cosa possiamo fare per fermare Callista. Non è una ragazzetta sciocca in preda a un’infatuazione: è una donna fatta. Istruita nella Torre, esperta, abituata a spuntarla; e credo che farà ciò che vuole, senza curarsi di noi.

Leonie sospirò ancora e disse: — Non vorrei costringerla a ritornare: l’onore di una Custode è troppo pesante per essere portato senza pieno consenso. Io l’ho portato per tutta la vita, e lo so. — Sembrava stanca, oppressa. — Eppure non è facile trovare nuove Custodi. Se potrò serbarla per Arilinn, tu sai che dovrò farlo.

Damon lo sapeva. Le vecchie facoltà psi dei Sette Domimi, inserite nei geni della famiglia dei Comyn centinaia o migliaia di anni prima, adesso si erano rarefatte e si stavano estinguendo. I telepati erano meno frequenti di un tempo. Non si poteva più essere certi neppure che i figli e le figlie della discendenza diretta di ogni dominio avrebbero avuto il dono, l’ereditario potere psi della casata. E ormai, pochi se ne preoccupavano. Il fratello maggiore di Damon, erede della famiglia Ridenow di Serrais, non aveva laran. Damon era l’unico tra i suoi fratelli a possedere il laran in piena misura, e non per questo era stato particolarmente onorato. Al contrario, il suo lavoro alla Torre aveva indotto i suoi fratelli a deriderlo, come se lui fosse stato qualcosa di meno di un uomo. Alcune delle antiche Torri erano state chiuse, e si ergevano buie senza più insegnare e istruire e lavorare con le avite scienze psi di Darkover. Nelle Torri meno importanti erano stati ammessi estranei, che avevano nelle vene solo una minima percentuale di sangue dei Comyn, sebbene Arilinn conservasse le antiche tradizioni e ammettesse soltanto coloro che erano strettamente imparentati con le stirpi dei domimi. E si trovavano pochissime donne con la forza, le facoltà psi, l’energia — e il coraggio e la disponibilità a sacrificare quasi tutto quello che rendeva piacevole la vita a una donna dei dominii — necessarie per sopportare la terribile disciplina delle Custodi. Chi avrebbe trovato, Leonie, che prendesse il posto di Callista?

In ogni caso, sarebbe stata una tragedia. Arilinn doveva perdere una Custode… oppure Andrew doveva perdere la moglie, e Callista il marito. Damon sospirò profondamente e disse: — Lo so, Leonie. — Proseguirono in silenzio verso le grandi porte di Armida.

Загрузка...