Qualcuno bussò piano sul palo fuori dalla tenda di Egwene. «Avanti» disse lei, sfogliando le carte sulla sua scrivania.
Gawyn scivolò dentro. Aveva messo da parte i suoi abiti eleganti, scegliendo pantaloni bruni e una camicia appena più chiara. Un mantello cangiante da Custode gli pendeva attorno alle spalle, facendolo confondere con l’ambiente circostante. Egwene stessa indossava un abito regale verde e azzurro.
Il mantello di Gawyn frusciò mentre lui si metteva a sedere accanto alla scrivania. «L’esercito di Elayne sta attraversando. Ha mandato la notizia che è diretta qui al nostro campo per una visita.»
«Eccellente» disse Egwene.
Gawyn annuì, ma era turbato. Una cosa così utile, quella palla di emozioni causata dal legame. Se Egwene avesse saputo prima quanto era profonda la sua devozione verso di lei, l’avrebbe vincolato settimane fa.
«Cosa c’è?» chiese Egwene, mettendo da parte i suoi fogli.
«Aybara» disse lui. «Non ha acconsentito a incontrarsi con te.»
«Elayne aveva detto che poteva fare il difficile.»
«Penso che prenderà le parti di al’Thor» disse Gawyn. «Puoi capirlo dal modo in cui ha posizionato il suo accampamento, lontano da chiunque altro. Ha inviato immediatamente dei messaggeri agli Aiel e ai Tarenesi. Ha un buon esercito, Egwene. Enorme. Anche con dei Manti Bianchi.»
«Questo non rende probabile che si schieri con Rand» disse Egwene.
«Non sembra che renda probabile nemmeno che si schieri con noi» disse Gawyn. «Egwene... Galad è al comando dei Manti Bianchi.»
«Tuo fratello?»
«Sì.» Gawyn scosse il capo. «Così tanti eserciti, così tante lealtà, tutte che cozzano l’una con l’altra. Aybara e la sua forza potrebbero essere una scintilla che ci farà scoppiare tutti come un fuoco d’artificio.»
«Andrà meglio quando Elayne si sarà sistemata» disse Egwene.
«Egwene, e se al’Thor non venisse? E se avesse fatto questo per distrarre tutti da qualunque altra cosa stava facendo?»
«E perché farebbe una cosa simile?» disse Egwene. «Ha già dimostrato che sa evitare di essere trovato, se lo vuole.» Scosse il capo. «Gawyn, lui sa di non dover spezzare quei sigilli. Una parte di lui lo sa, perlomeno. Forse è questo il motivo per cui me l’ha detto: in modo che potessi radunare una resistenza, che potessi dissuaderlo.»
Gawyn annuì. Nessuna ulteriore lamentela o obiezione. Era un miracolo com’era cambiato. Era intenso come sempre, tuttavia meno irritante. Fin da quella notte con gli assassini, aveva iniziato a fare come lei chiedeva. Non come un servitore. Come un socio che si occupava che il suo volere fosse portato a termine.
Era una cosa stupenda. Era anche importante, dal momento che il Consiglio della Torre pareva determinato a rovesciare il loro accordo di lasciare che fosse lei a occuparsi di trattare con Rand. Egwene abbassò lo sguardo verso la pila di carte, non poche delle quali erano lettere di 'suggerimenti’ da parte delle Adunanti.
Ma venivano da lei, piuttosto che aggirarla. Questo era un bene, e lei non poteva ignorarle. Doveva far continuare a credere loro che lavorare con lei era per il meglio. Allo stesso tempo, non poteva lasciare che credessero che si sarebbe lasciata soffiar via da qualcuno che faceva la voce grossa.
Un equilibrio così delicato. «Be’, andiamo a incontrare tua sorella, allora.»
Gawyn si alzò, muovendosi in modo fluido. I tre anelli che portava su una catena attorno al collo sbatacchiarono mentre si spostava; Egwene avrebbe dovuto chiedergli di nuovo dove li aveva presi. Era stato stranamente reticente al riguardo. Gawyn le tenne aperto il lembo della tenda e lei usci.
Fuori, il sole del tardo pomeriggio era nascosto da nuvole nere. I soldati di Bryne erano indaffarati a erigere una palizzata. Il suo esercito si era ingrossato nel corso delle ultime settimane, e gli uomini dominavano il lato orientale della grande prateria fiancheggiata dalla foresta che un tempo era stata nota come Merrilor. Le rovine del torrione della fortezza che sorgeva qui erano sparpagliate per il lato nord del campo, perlopiù coperte di muschio e quasi nascoste da rampicanti.
La tenda di Egwene era su un’altura e lei poteva dominare i molti eserciti radunati lì. «Quello è nuovo?» chiese, facendo un gesto verso un’armata più piccola che aveva preso posizione appena sotto le rovine.
«Sono venuti per conto loro» disse Gawyn. «Contadini, perlopiù. Non un vero e proprio esercito: parecchi non hanno spade. Forconi, scuri per il legname, bastoni. Suppongo che li abbia mandati al’Thor. Sono cominciati a giungere ieri.»
«Curioso» disse Egwene. Parevano un gruppo eterogeneo, con tende scompagnate e poca comprensione di come organizzare un accampamento militare. Ma sembravano essercene cinque o diecimila. «Falli tenere d’occhio da qualche esploratore.»
Gawyn annuì.
Egwene si voltò e notò una processione attraversare diversi passaggi nelle vicinanze, per poi montare il campo. Il Leone dell’Andor sventolava alto sopra di loro e i soldati marciavano in file ordinate. Una processione in rosso e bianco li aveva lasciati alle spalle e stava marciando verso il campo di Egwene, innalzando lo stendardo della regina.
Gawyn accompagnò Egwene lungo il prato ingiallito per incontrare Elayne. La regina andorana se l’era presa davvero comoda. Mancava solo un giorno alla data fornita da Rand. Tuttavia era venuta, come gli altri. Degli Aiel avevano accompagnato Darlin da Tear e la persuasione di Egwene era stata sufficiente a portare un grosso contingente di Illianesi, che erano accampati sul lato occidentale del prato.
Stando ai rapporti, ora i Cairhienesi erano di Elayne e stavano arrivando assieme agli Andorani e un grosso numero di uomini della Banda della Mano Rossa. Egwene aveva mandato un’offerta e una donna per fornire dei passaggi a re Roedran del Murandy, ma non era certa se sarebbe venuto. Perfino senza di lui, comunque, un numero considerevole delle nazioni del mondo erano rappresentate qui, in particolare dal momento che le bandiere di Ghealdan e di Mayene potevano essere viste tra l’esercito di Perrin. Avrebbe contattato le loro due regnanti per vedere se poteva convincerle della sua linea di pensiero. Ma anche se non ci fosse riuscita, di sicuro quello che aveva radunato sarebbe stato sufficiente per persuadere Rand a cambiare i propri piani. Volesse la Luce che fosse sufficiente. Egwene non voleva pensare a cosa sarebbe accaduto se lui le avesse forzato la mano.
Camminò lungo il sentiero, annuendo a Sorelle che le rivolgevano cenni col capo e Ammesse che si profondevano in riverenze, soldati che le facevano il saluto e servitori che si inchinavano. Rand avrebbe...
«Non può essere» disse Gawyn all’improvviso, fermandosi dov’era.
«Gawyn?» disse lei accigliandosi. «Stai...»
Lui scattò di corsa lungo la collina ricoperta di erbacce. Egwene lo seguì con lo sguardo colmo di insoddisfazione. Aveva ancora una vena impulsiva. Perché tutt’a un tratto era così turbato? Non era preoccupazione, questo poteva percepirlo. Era confusione. Si affrettò dietro di lui con tutta la rapidità che il decoro le consentiva. L’inviata di Elayne si era fermata tra l’erba morta.
Gawyn era in ginocchio lì, davanti a qualcuno. Una donna più anziana con capelli rosso-dorati, in piedi accanto a una sorridente Elayne, ancora in sella al suo cavallo.
Ah, pensò Egwene. Le sue spie le avevano riferito di questa diceria giusto la notte prima, ma lei aveva voluto una conferma prima di parlarne a Gawyn.
Morgase Trakand era viva.
Egwene rimase in disparte, per ora. Non appena fosse venuta avanti, Elayne avrebbe dovuto baciarle l’anello e l’intera processione si sarebbe inchinata; questo avrebbe rovinato il momento per Gawyn. Mentre aspettava, le nubi nel cielo divennero meno dense.
All’improvviso si separarono, quei cumuli scuri che si ritraevano. Il cielo divenne un campo aperto d’azzurro, una distesa pura e intensa. Elayne sgranò gli occhi e si voltò sul suo cavallo, guardando alla sezione del campo di Perrin.
È arrivato, allora, pensò Egwene. E la calma è qui. Il breve momento di pace prima della tempesta che distrugge.
«Fai una prova, Emarin» disse Androl, stando con un gruppetto all’interno di una macchia di alberi vicino al margine dei terreni della Torre Nera.
Il solenne nobiluomo si concentrò, trattenendo l’Unico Potere. I flussi balzarono su attorno a lui. Era dotato di un’abilità notevole, considerando da quanto poco tempo si esercitava, e foggiò con perizia il flusso in un passaggio.
Invece di aprire un buco nell’aria, il flusso si sfilacciò e svanì. Emarin si voltò verso il resto di loro, il sudore che gli colava dalla faccia. «Formare questi flussi sembra più difficile di prima» disse.
«Perché non funzionano?» disse Evin. Il volto giovanile dell’uomo avvampò di rabbia, come se il problema con i passaggi fosse un insulto.
Androl scosse il capo, le braccia conserte. Gli alberi frusciarono, le foglie fremettero e molte caddero al suolo. Marroni, come se fosse autunno. Questo lo innervosiva. Aveva passato del tempo a lavorare la terra durante i viaggi della sua vita e aveva acquisito la sensibilità di un contadino per quello che c’era di giusto o sbagliato con la terra.
«Prova tu di nuovo, Androl» disse Evin. «Sei sempre così bravo con i passaggi.»
Lanciò un’occhiata agli altri tre. Canler era l’altro qui; l’attempato agricoltore andorano esibiva un profondo cipiglio. Naturalmente Canler si accigliava spesso per una cosa o per l’altra.
Androl chiuse gli occhi, svuotando sé stesso da tutte le passioni, abbracciando il vuoto. Saidin risplendeva lì dentro, vita e Potere. Lo afferrò, assorbendolo. Aprì gli occhi a un mondo che era più vivido. Potevano le piante morte sembrare malate e vivide allo stesso tempo? Una strana sovrapposizione resa possibile da saidin.
Si concentrò. Creare passaggi gli risultava molto più facile degli altri flussi; non aveva mai capito perché. Anche se non riusciva a rompere nemmeno una piccola roccia incanalando, poteva creare un passaggio tanto grande da farci passare un carro. Logain l’aveva definito impressionante; Taim l’aveva definito impossibile.
Stavolta, Androl spinse tutto il Potere che aveva nel suo flusso. Comprendeva i passaggi. Avevano senso. Forse era la sua innata passione per i viaggi, per scoprire nuovi luoghi e nuove arti.
I flussi si amalgamarono. Lui non notò nessuna delle difficoltà che Emarin aveva menzionato. Comunque, quando il familiare squarcio di luce sarebbe dovuto apparire, il flusso iniziò a sfilacciarsi. Androl cercò di aggrapparvisi, di tenerlo assieme. Per un momento, parve che avrebbe funzionato. Poi i fili scivolarono dalla sua stretta, evaporando. Il passaggio non si formò mai.
«Gli altri flussi che ho tentato funzionano tutti» disse Evin, creando un globo di luce. «Tutti quanti.»
«Solo i passaggi» disse Canler con un grugnito.
«È come,» disse Emarin «Come se qualcuno voglia tenerci qui nella Torre Nera.»
«Provateli in altri posti dentro il perimetro» disse Androl. «Ma cercate di non lasciare che nessuno di quelli leali a Taim veda cosa state facendo. Fingete di fare rilevamenti, come ha ordinato Taim.»
Gli uomini annuirono e tutti e tre si avviarono verso est. Androl lasciò la radura. Norley era in piedi accanto alla strada, guardandosi intorno per cercarlo. Il basso Cairhienese salutò con la mano e si avvicinò. Androl lo incontrò a metà strada. Norley aveva un sorriso aperto e accattivante. Nessuno sospettava mai che lui lo spiasse, qualcosa che Androl aveva messo a buon frutto.
«Hai parlato con Mezar?» chiese Androl.
«Certamente» rispose Norley. «Ho pranzato assieme a lui.» Norley salutò Mishraile nel passargli accanto mentre sovrintendeva a un gruppo di soldati che esercitavano i loro flussi. L’uomo dai capelli biondi si voltò con aria sprezzante.
«E?» chiese Androl, teso.
«Non è davvero Mezar» disse Norley. «Oh, ha la faccia di Mezar, sicuro. Ma non è lui. Posso vederlo nei suoi occhi. Il problema è che, qualunque cosa sia, ha i ricordi di Mezar. Parla proprio come lui. Ma il sorriso è sbagliato. Tutto sbagliato.»
Androl rabbrividì. «Dev’essere lui, Norley.»
«Non lo è. Ti assicuro che non lo è.»
«Ma...»
«Non lo è e basta» disse l’uomo robusto.
Androl trasse un profondo respiro. Quando Mezar era tornato pochi giorni prima — spiegando che Logain stava bene e presto tutto si sarebbe risolto con Taim — Androl aveva cominciato a sperare che ci fosse una via d’uscita da questa confusione. Ma qualcosa era sembrato sbagliato nell’uomo. Oltre a quello, il M’Hael aveva mostrato con grande ostentazione di aver accettato Mezar come un Asha’man completo; il Drago l’aveva innalzato. E ora Mezar — una volta accanitamente leale a Logain — stava trascorrendo il suo tempo con Coteren e gli altri lacchè di Taim.
«La situazione si sta facendo brutta, Androl» disse Norley piano, sorridendo e agitando la mano verso un altro gruppo di uomini che si stavano esercitando. «Direi che per noi è il momento di andarcene da qui, che sia o no contro gli ordini.»
«Non riusciremo mai a superare quei posti di guardia» disse Androl. «Taim non lascerà andare nemmeno quelle Aes Sedai; hai sentito la scenata che ha fatto quella grassoccia l’altro giorno ai cancelli. Taim raddoppia la guardia di notte e i passaggi non funzionano.»
«Be’, dobbiamo fare qualcosa, no? Voglio dire... e se avessero preso Logain? In quel caso?»
«Io...» Io non so. «Va’ a parlare agli altri che sono leali a Logain. Ho intenzione di farci trasferire a una caserma condivisa. Noi e le nostre famiglie. Diremo al M’Hael che vogliamo dare più spazio alle sue nuove reclute. Poi metteremo una sentinella di notte.»
«Sarà un po’ evidente.»
«La divisione è già evidente» disse Androl. «Va’ a farlo.»
«Certo. Ma tu cosa farai?»
Androl prese un respiro profondo. «Ci troverò degli alleati.»
Norley si allontanò sulla sinistra, ma Androl continuò lungo il sentiero, attraverso il villaggio. Pareva che sempre meno persone gli mostrassero rispetto in questi giorni. O avevano paura di farlo, oppure si erano schierate con Taim.
Gruppi di uomini in giubbe nere se ne stavano lì, osservandolo a braccia conserte. Androl cercò di non provare un brivido. Mentre camminava, notò Mezar — i capelli ingrigiti ai lati, la pelle ramata da Domanese — starsene assieme a un gruppo di lacchè. L’uomo gli sorrise. Mezar non era mai stato uno che sorrideva facilmente. Androl annuì verso di lui, incontrando i suoi occhi.
E vide quello che Norley aveva visto. C’era qualcosa di profondamente sbagliato, qualcosa di non del tutto vivo in quegli occhi. Questo non pareva un uomo, bensì una parodia di essere umano. Un’ombra ficcata dentro pelle umana.
Che la Luce ci aiuti tutti, pensò Androl, sbrigandosi a passare.
Si diresse verso il lato meridionale del villaggio, verso un gruppo di piccole capanne con pareti di legno imbiancate e tetti di paglia che dovevano essere sostituiti.
Androl esitò di fuori. Cosa stava facendo? Questo era il posto dove stavano le donne dell’Ajah Rossa. Dicevano di essere venute per vincolare gli Asha’man, ma finora non l’avevano fatto. Era evidente che si trattava di qualche sorta di stratagemma. Forse erano venute qui per trovare un modo per domarli tutti quanti.
Ma se questo fosse stato il caso, almeno poteva contare sul fatto che non fossero schierate con Taim. Quando guardavi giù per la gola di un pesce leone, la cella di un pirata non sembrava così male. Androl aveva sentito quel detto una volta mentre lavorava sulla barca di un pescatore nel Sud.
Prendendo un respiro profondo, bussò. La grassoccia Rossa rispose alla porta. Aveva il volto senza età di una Aes Sedai: non davvero giovane, ma nemmeno vecchio. Lo fissò.
«Ho sentito che vuoi lasciare la Torre Nera» disse Androl, sperando di fare la cosa giusta.
«Il vostro M’Hael ha cambiato idea?» chiese lei, speranzosa. Sorrise perfino. Qualcosa di raro per una Aes Sedai.
«No,» disse Androl «a quanto ne so vi proibisce ancora di andar via.»
Lei si accigliò. «Allora...»
Androl abbassò la voce. «Non sei la sola a cui piacerebbe lasciare questo posto, Aes Sedai.»
Lei lo guardò, il suo volto che diventava perfettamente calmo. Non si fida di me, pensò lui. Strano come la semplice mancanza di emozioni potesse trasmettere di per sé un significato.
Disperato, fece un passo avanti, posando una mano sull’intelaiatura della porta. «C’è qualcosa che non va in questo posto. Qualcosa di peggio di quanto tu comprendi. Una volta, tempo fa, uomini e donne che usavano il Potere collaboravano. Erano più forti per questo. Ti prego. Ascoltami.»
Lei rimase immobile ancora per un attimo, poi aprì del tutto la porta. «Entra, presto. Tama — la donna con cui condivido la capanna — è uscita. Dobbiamo aver finito prima che lei torni.»
Androl entrò nell’edificio. Non sapeva se stava entrando nella cella del pirata o nella bocca del pesce leone. Ma sarebbe dovuto bastare.