20. IL MONDO DEGLI DÈI

Ma non avevano ancora finito con Giove. Molto più indietro, le due sonde lanciate dalla Discovery stavano prendendo contatto con l’atmosfera.

Di una di esse non si doveva sapere più nulla; presumibilmente era entrata nell’atmosfera con un angolo troppo acuto, bruciando prima di poter trasmettere qualsiasi dato. La seconda fu più fortunata: volò attraverso gli strati superiori dell’atmosfera gioviana, poi rimbalzò ancora una volta nello spazio. Come era stato previsto, aveva perduto tanta velocità, nell’incontro, da ricadere lungo una grande ellisse. Due ore dopo, rientrò nell’atmosfera sul lato del pianeta illuminato dalla luce del giorno… spostandosi alla velocità di centododicimila chilometri all’ora.

Immediatamente venne avvolta da un involucro di gas incandescente e il contatto radio si interruppe. Vi furono allora ansiosi minuti di attesa per i due uomini che la seguivano sul ponte di controllo. Essi non potevano essere certi che la sonda avrebbe resistito e che lo scudo protettivo di ceramica non sarebbe bruciato completamente prima del termine dell’azione di frenaggio. Se ciò fosse accaduto, gli strumenti si sarebbero vaporizzati in una frazione di secondo.

Ma lo scudo termico resistette quanto bastava perché la meteora incandescente trovasse riposo. I frammenti carbonizzati dello scudo vennero espulsi, il robot spinse fuori le antenne e cominciò a scrutare attorno a sé con i propri sensi elettronici. A bordo della Discovery, ormai lontana quasi quattrocentomila chilometri, la radio incominciò a captare le prime notizie autentiche da Giove.

Le migliaia di impulsi che si riversavano a ogni secondo riferivano la composizione atmosferica, la pressione, la temperatura, i campi magnetici, la radioattività e decine di altri dati che soltanto gli esperti sulla Terra avrebbero potuto districare. Ciò nonostante vi fu un messaggio che poté essere compreso all’istante; l’immagine televisiva, a colori, trasmessa dalla sonda che stava precipitando.

Le prime riprese giunsero quando il robot era già penetrato nell’atmosfera, liberandosi dallo schermo protettivo. La sola cosa visibile era una nebbia gialla, striata di chiazze scarlatte che si muovevano accanto alla telecamera a una velocità vertiginosa verso l’alto, mentre la sonda cadeva a parecchie centinaia di chilometri all’ora.

La nebbia divenne ancor più fitta; era impossibile supporre se la telecamera vedesse per venticinque centimetri o per quindici chilometri, in quanto non esistevano particolari sui quali l’occhio potesse mettersi a fuoco. Sembrava che, per quanto concerneva l’impianto televisivo, la missione fosse stata un insuccesso. Le apparecchiature avevano funzionato, ma non v’era alcunché da vedere in quell’atmosfera nebulosa è turbolenta.

E poi, tutto a un tratto, la nebbia svanì. La sonda doveva essere precipitata attraverso la base di un alto strato di nubi, emergendo in una zona limpida… forse uno strato di idrogeno quasi puro… con qualche rara formazione di cristalli di ammoniaca. Sebbene fosse ancora assolutamente impossibile valutare la scala dell’immagine, la telecamera stava ovviamente esplorando chilometri.

La scena era così estranea che, per un momento, parve priva di significato a occhi abituati ai colori e alle forme della Terra.

Lontano, molto lontano, più in basso, si stendeva un mare sconfinato d’oro a screziature, solcato di rilievi paralleli che sarebbero potuti essere le creste di ondate gigantesche. Ma non si scorgeva alcun movimento; la scala della scena era troppo immensa per poterlo mostrare. E quel panorama dorato non poteva essere un oceano, in quanto si trovava ancora alto nell’atmosfera di Giove.

Poi la telecamera inquadrò, offuscata in modo allettante dalla distanza, l’immagine fuggevole di qualcosa di molto strano. Molti chilometri più in là, il paesaggio dorato si sollevava formando un cono curiosamente simmetrico, simile a una montagna vulcanica. Intorno alla sommità del cono si trovava un alone di piccole nubi gonfie… tutte press’a poco delle stesse dimensioni e tutte molto nitide e isolate. V’era qualcosa di inquietante e di innaturale in esse… ammesso, in effetti, che si potesse applicare la parola «naturale» a quel panorama terrificante.

Poi, investita da qualche turbolenza nell’atmosfera che andava rapidamente diventando più densa, la sonda girò su se stessa verso un altro quarto dell’orizzonte, e per qualche secondo lo schermo non mostrò altro che una chiazza dorata. Subito dopo la sonda si stabilizzò; il «mare» era molto più vicino, ma enigmatico come sempre. Si poteva ora constatare che lo interrompevano qua e là chiazze d’oscurità che sarebbero potute essere fori o squarci aperti verso strati ancor più profondi dell’atmosfera.

Ma la sonda era destinata a non raggiungerli mai.

A ogni chilometro la densità del gas intorno a essa si era raddoppiata e la pressione saliva man mano che il robot scendeva sempre più verso la superficie nascosta del pianeta. Si trovava ancora alto sopra quel mare misterioso, quando l’immagine ebbe un tremolìo premonitore, e poi svanì, mentre il primo esploratore della Terra si schiacciava sotto il peso dei chilometri di atmosfera sovrastante.

Aveva fornito, durante la sua breve vita, un’immagine fuggevole di forse un milionesimo di Giove, e si era a malapena avvicinato alla superficie del pianeta, centinaia di chilometri più in basso nelle nebbie sempre più fitte. Quando l’immagine scomparve dallo schermo, Bowman e Poole poterono soltanto rimanere seduti in silenzio, rimuginando la stessa riflessione nella loro mente.

Gli antichi avevano, invero, fatto più di quel che sapevano dando a questo mondo il nome del signore di tutti gli dèi. Se esisteva una vita laggiù, quanto tempo ancora sarebbe occorso, quanti secoli ancora dovevano passare prima che uomini potessero seguire questo primo pioniere… e in che tipo di astronave?

Ma simili problemi non concernevano ormai più la Discovery e il suo equipaggio. La loro mèta era un mondo ancora più estraneo, quasi due volte più lontano dal Sole… di là da altri ottocento bilioni di chilometri di vuoto attraversato dalle comete.

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