16. HAL

Ma adesso il Texas era invisibile, e persino gli Stati Uniti si vedevano a stento. Sebbene i motori al plasma a bassa spinta avessero cessato da tempo di funzionare, la nave spaziale Discovery si trovava ancora in prossimità della Terra, con la sua sottile struttura a freccia puntata verso lo spazio esterno, e tutti i potentissimi strumenti ottici orientati verso i pianeti lontani, ove si celava il suo destino.

V’era un telescopio, tuttavia, permanentemente puntato sulla Terra. Era montato, come un congegno di mira, alla base dell’antenna a lunga portata della nave spaziale e faceva in modo che la grande antenna parabolica rimanesse rigidamente orientata verso il bersaglio. Finché la Terra rimaneva centrata nel reticolo, il collegamento vitale era assicurato e i messaggi potevano andare e venire lungo il fascio invisibile che ogni giorno si allungava di oltre tre milioni di chilometri.

Per lo meno una volta a ogni turno di guardia, Bowman contemplava la Terra attraverso il telescopio allineato con l’antenna. Poiché la Terra era ormai molto indietro verso il Sole, il suo emisfero buio rimaneva orientato verso la nave spaziale, e sullo schermo indicatore centrale il pianeta appariva simile a un’abbacinante falce argentea, come un’altra Venere.

Accadeva di rado che si riuscissero a distinguere caratteristiche geografiche in quell’arco luminoso sempre più sottile, in quanto nubi e brume le nascondevano, ma anche la parte oscurata del disco aveva un fascino inesauribile. Era disseminata di città risplendenti; a volte ardevano di una luce costante, a volte ammiccavano come lucciole mentre tremolii atmosferici vi passavano sopra.

V’erano inoltre periodi in cui la Luna, mentre seguiva la sua orbita, splendeva come una grande lampada sui bui mari e sui continenti della Terra. Allora, con un fremito di riconoscimento, Bowman riusciva spesso a intravedere linee costiere che gli erano familiari, illuminate dalla spettrale luce lunare. E talora, quando il Pacifico era calmo, vedeva persino il chiaro di luna baluginare sulla sua superficie; e ricordava notti sotto i palmizi di lagune tropicali.

Eppure non provava rimpianti per quelle perdute bellezze. Se le era godute tutte nei trentacinque anni della sua esistenza; ed era deciso a goderle ancora, una volta che fosse tornato ricco e famoso. Nel frattempo, la lontananza le rendeva ancor più preziose.

Il sesto componente dell’equipaggio non si curava di alcuna di queste cose, perché non era umano. Si trattava del perfezionatissimo calcolatore Hal 9000, il cervello e il sistema nervoso dell’astronave.

Hal (che stava, nientemeno, per Calcolatore algoritmico euristicamente programmato) era un capolavoro della terza generazione di calcolatori. Le grandi scoperte in questo campo sembravano determinarsi a intervalli di vent’anni, e l’idea che un altro grande progresso fosse ormai imminente preoccupava già un gran numero di persone.

Il primo progresso lo si era avuto negli anni Quaranta, quando la valvola termoionica, ormai superata da tempo, aveva reso possibili goffi deficienti veloci, come l’ENIAC e i suoi successori. Poi, negli anni Sessanta, era stata perfezionata la microelettronica a stato solido.

Con il suo avvento era apparso chiaro che intelligenze artificiali capaci almeno come quella dell’uomo non potevano essere più grandi di scrivanie o… se soltanto si fosse saputo come costruirle.

Con ogni probabilità, nessuno lo avrebbe saputo mai, ma non importava. Negli anni Ottanta, Minsky e Good avevano dimostrato come reti neutrali potessero essere generate automaticamente, autoreplicate, in armonia con un qualsiasi arbitrario programma di apprendimento. Cervelli artificiali potevano essere creati con un processo sorprendentemente analogo allo sviluppo di un cervello umano. In ogni singolo caso, i particolari precisi non sarebbero mai stati noti e, anche se si fosse potuto conoscerli, erano milioni di volte troppo complessi per la comprensione umana.

Comunque fossero andate le cose, il risultato era consistito in una macchina intelligente capace di riprodurre (alcuni filosofi preferivano ancora servirsi del termine «miniare») quasi tutte le attività del cervello umano, e con una rapidità e una sicurezza di gran lunga maggiori. Si trattava di calcolatori costosissimi, e soltanto pochi esemplari della serie Hal 9000 erano stati costruiti fino a quel momento; ma la vecchia battuta secondo la quale sarebbe stato sempre più semplice creare cervelli organici con mano d’opera non specializzata incominciava a sembrare un po’’ vuota.

Hal era stato addestrato in modo perfetto per questa missione, come i suoi colleghi umani… e aveva una capacità pensante parecchie volte superiore alla loro poiché, oltre alla propria rapidità intrinseca, non dormiva mai. Il suo compito essenziale era quello di controllare i sistemi per il mantenimento della vita, accertando continuamente la pressione dell’ossigeno, la temperatura, eventuali fughe d’aria, la radiazione e tutti gli altri fattori interdipendenti ai quali erano legate le vite del fragile equipaggio umano. Egli poteva apportare le complesse correzioni di rotta, ed eseguire le necessarie manovre di volo quando occorreva cambiare direzione. Inoltre poteva sorvegliare gli ibernati intervenendo con le necessarie regolazioni delle condizioni dell’ambiente e distribuendo le piccole quantità di fluidi endovena che li mantenevano in vita.

Le prime generazioni di calcolatori avevano ricevuto i dati per mezzo di tastiere delle glorificate macchine per scrivere, rispondendo mediante telescriventi rapide e indicatori visivi. Hal era in grado di fare anche questo quando si rendeva necessario, ma quasi tutte le sue comunicazioni con i compagni di viaggio avvenivano per il tramite della parola parlata. Poole e Bowman potevano conversare con Hal come se si fosse trattato di un essere umano, ed egli rispondeva in un perfetto inglese idiomatico che aveva imparato durante le fuggevoli settimane della sua fanciullezza elettronica.

Se Hal potesse effettivamente pensare, era un interrogativo che il matematico inglese Alan Turing aveva risolto sin dagli anni Quaranta. Secondo Turing, se si poteva condurre una lunga conversazione con una apparecchiatura elettronica, sia mediante una macchina per scrivere, sia mediante un microfono, senza riuscire a distinguere tra le sue risposte e quelle che avrebbe potuto dare un uomo, quell’apparecchiatura pensava, in base a ogni definizione ragionevole del termine. Hal sarebbe riuscito a superare facilmente l’esame di Turing.

Non era escluso che potesse giungere il momento in cui Hal avrebbe assunto il comando della nave spaziale. In caso di emergenza, qualora nessuno rispondesse ai suoi segnali, avrebbe tentato di svegliare i membri addormentati dell’equipaggio mediante stimoli elettrici e chimici. In assenza di una loro reazione, si sarebbe collegato per radio alla Terra per avere ulteriori ordini.

E poi, se non vi fosse stata alcuna risposta dalla Terra, avrebbe adottato quei provvedimenti che riteneva necessari per salvaguardare la nave spaziale e continuare la missione… il cui vero scopo egli solo conosceva, e che i suoi colleghi umani non avrebbero mai potuto supporre.

Poole e Bowman si erano più volte riferiti spiritosamente a se stessi come a custodi o guardiani a bordo di un’astronave che, in realtà, poteva proseguire da sola. Sarebbero rimasti stupefatti e non poco indignati scoprendo quanta verità conteneva questa spiritosaggine.

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