Capitolo diciannovesimo

Il diario del Dottor Seward


7 novembre. Sono diretto a Parigi sul treno del mattino. Art e io abbiamo parlato molto riguardo all’organizzazione del funerale di Quincey, poiché il suo corpo viaggia con noi. Sembra che non abbia famiglia in America, e così Art è deciso a far seppellire Quincey nella tenuta di famiglia. Là c’è un albero molto grande, con una bella vista, e Art dice che andrà benissimo per Quincey.

Anche Mina si è alzata presto ed è venuta nel nostro scompartimento mentre stavamo parlando. Quella donna è la più coraggiosa che io conosca. Le ho detto subito che Art e io avevamo deciso d’inventare una storia sulla morte di Quincey: era stato uno degli zingari che gli aveva inflitto la ferita mortale. Il povero Harker è tornato a essere la persona piacevole che era, e trabocca di gioia nel vedere sua moglie libera dalla maledizione del Vampiro, ma non ricorda nulla degli eventi che accaddero dopo che fermammo il carro.

Lei è stata subito d’accordo che quella storia venisse raccontata da tutti, e io le assicurai che avrei scritto al professore e glielo avrei fatto sapere. Molto schiettamente disse, sebbene le lacrime le brillassero negli occhi:

«Pensare di aver ucciso il vostro nobile amico spezzerebbe il cuore a Jonathan, e lui si consegnerebbe immediatamente alle autorità, il che spezzerebbe il mio cuore. Io penso che voi abbiate reso egualmente giustizia a Quincey, poiché so che lui avrebbe insistito per questa versione».

E ha ragione. Mentre stava per morire, Quincey ci pregò che, se fossimo sopravvissuti e Harker ne fosse uscito illeso, non lo avremmo portato davanti alla giustizia, poiché era stata Elisabeth, e non Jonathan, ad assassinarlo. Ora chiudo gli occhi e lo vedo che sorride agli Harker e a tutti noi, per aver mantenuto la nostra promessa.

Il professore (non mi ricordo mai di chiamarlo “padre”, e certamente la parola professore è diventata per me un termine affettuoso) è ritornato ad Amsterdam. Io sarei andato con lui se non fosse stato per il povero Quincey; vi andrò dopo questo funerale per partecipare a un altro molto presto.

È strano vederlo così trasformato.


Il diario di Abraham Van Helsing


7 novembre. Quando arrivai a casa con i miei ospiti, Frau Koehler si precipitò giù per le scale al rumore dei miei passi e subito scoppiò in lacrime quando vide che ero io.

«Grazie a Dio! Oh, dottore, grazie a Dio! Sta morendo… potrebbe accadere in ogni momento e per giorni non è stato possibile mettermi in contatto con voi! Ho mandato a Purfleet telegrammi su telegrammi, ma sempre nessuna risposta!».

Le misi un braccio intorno alla vita e la baciai sulla fronte per consolarla, poi spiegai che avevo portato con me la cognata di Mary, Zsuzsanna, e suo fratello.

«Ah, sì», disse, con la voce tremante. «Ho già incontrato la giovane signora».

Nell’udire questo, lanciai uno sguardo eloquente a Zsuzsanna ma, alla notizia della morte imminente di Mary, i suoi occhi non mostravano che preoccupazione. Bisbigliai nell’orecchio della mia buona Frau la richiesta di restare un po’ di tempo soli con mamma, poi feci cenno a Zsuzsanna e ad Arkady di unirsi a me.

Ero abituato alla vista degli ultimi stadi della morte e potevo affrontarli con compostezza, ma non con qualcuno che io amavo teneramente, la cui bellezza e grazia di un tempo conoscevo bene. Mamma giaceva rannicchiata sul letto come un bambino non nato, cieca, muta, sorda, inconsapevole della nostra presenza. Ma, anche nella sua incoscienza, il suo viso era crudelmente contorto dal dolore.

Subito Arkady corse al suo fianco, si inginocchiò sul pavimento e con delicatezza sollevò la mano di lei alle sue labbra e lì la tenne mentre Zsuzsanna e io ci asciugavamo le lacrime e ci mettevamo all’opera. Zsuzanna si mosse per prima, con il suo sguardo silenzioso che parlava della sua necessità di farlo, poiché era lei che aveva causato a Mary del dolore ed era lei che, perciò, aveva il diritto di cancellarlo.

Si chinò e con delicatezza voltò il viso contorto di mamma verso il suo, radioso; quando premette le sue labbra contro quelle screpolate e aperte di mamma, la vidi rabbrividire, poi resistere stoicamente al dolore.

La guardai che beveva il dolore profondamente e con amore e, quando sulla fronte di mamma l’ultima ruga si distese, tirai Zsuzsanna da un lato, e mi chinai per il mio bacio.

Eterno amore, eterno sacrificio! Soltanto attraverso queste due cose l’onnipotente immortalità di Elisabeth poteva essere raggiunta. La verità non può essere nascosta, ma la paura e l’odio la oscurano. Si potrebbe dire che Arminius sia stato crudele a offrire l’immortalità a tutti coloro che la desideravano, anche i più malvagi, ma in che altro modo potevano essere redenti coloro che più ne avevano bisogno, se non attraverso secoli di opportunità, di contemplazione, di noia, che può solo condurre a una conclusione inevitabile?

L’Oscuro Signore è anche il Signore della Luce.

Per Vlad, non c’è più speranza; riguardo a Elisabeth le abbiamo dato il dono della solitudine e del tempo. È intrappolata per sempre all’interno delle catacombe dove arrivò così vicina a capire, con il medaglione d’oro e il suo messaggio che la confuse così tanto. Abbiamo reso invisibile l’entrata alla tomba sotterranea, in modo che nessuno possa trovarla.

Mentre baciavo mamma, rabbrividii sotto la prima quantità di dolore: Zsuzsanna aveva tolto tutto il dolore fisico e ora lo sopportava, insieme al suo proprio dolore, in silenzio. Ma quella era una sofferenza di un tipo diverso: un dolore emotivo, forse, tra tutti i dolori, il più difficile da sopportare.

Eppure lo sopportai e fui contento.

«Esistono molti tipi di Vampiro», aveva detto Arminius, e io ricordai anche quello che quel saggio alchimista mi aveva detto durante il mio primo insegnamento: che lui era un Vampiro, del tipo psichico.

All’inìzio fu un processo piacevole per me, poiché vidi l’intrico sfaccettato come un gioiello di ogni anima splendente, la ricchezza incredibilmente infinita di conoscenza chiusa in ogni memoria ma, nel tempo, la stessa bellezza di ciò che avevo rubato cominciò a perseguitarmi, e il tesoro che avevo accumulato assaliva la mia coscienza, finché non riuscii più a sopportare la colpa.

«E cosa facesti?», gli avevo chiesto.

Mi pentii. Feci ammenda.

Proprio come abbiamo fatto io e Zsuzsanna, prendendo su di noi volontariamente la sofferenza degli altri — come nostro cibo, come nostro nutrimento — invece del sangue della loro vita. Noi abbiamo bisogno del loro dolore per sopravvivere ma, se desideriamo mettere fine alla nostra esistenza di sacrificio, dobbiamo semplicemente morire di fame.

Io vivrò per sempre, molto oltre il tempo che ci vorrà per redimere la sofferenza collettiva dei miei antenati.

E, quando il dolore di mia madre morente fu alleviato, mi alzai e sorrisi tra le lacrime mentre lei apriva i suoi occhi azzurro chiaro. «Bram», bisbigliò, e mi riconobbe. Poi, quando Arkady si alzò vicino a lei, in preda all’eccitazione, i suoi occhi si spalancarono con una tale gioia e felicità che mi spezzò il cuore. Gli prese la mano fredda, se la premette sulle labbra e sospirò: «Sono in Cielo? O Dio ha ascoltato le mie preghiere?».

Lanciai un’occhiata a Zsuzsanna e lei mi seguì nel corridoio, chiudendo piano la porta dietro di sé. Restammo lì finché Arkady, con le lacrime che gli brillavano sulle guance e cadevano nella piega delle sue labbra sorridenti, disse:

«È finita. È morta in pace, tra le mie braccia».

Anche noi la trovammo, che sorrideva leggermente, dove l’avevamo lasciata, in una morte serena e pura, e Zsuzsanna e io la baciammo entrambi un’ultima volta sulla fronte liscia.

Quando uscimmo dalla stanza, mio padre mi prese la mano e disse:

«Sono pronto».

Lo sguardo di accettazione triste e felice nei suoi occhi mi lacerava il cuore, ma quello era un dolore puro e benedetto, con la gioia in mezzo al dolore. Camminammo sotto braccio fino al mio studio medico, inutilizzato da molto tempo, e lui si distese sul tavolo chirurgico e scoprì il collo.

Ma prima mi chinai e premetti le mie labbra sulle sue e gli tolsi lutti i dolori accumulati nella sua vita e nella morte vivente, che erano molti. Infine, egli mi sorrise, con gli occhi che splendevano, e io gli diedi la pace.

Una benedizione sulla mia famiglia e sulla vostra; possa Dio garantire a tutti una tale pace. Amen.

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