Capitolo decimo

Il diario di Zsuzsanna Dracul


20 agosto. Nessun’altra indicazione su Bram Van Helsing da parte di Gerda; sospetto che lei abbia detto o fatto qualcosa che lo ha messo in allarme riguardo alla mia interferenza e lui deve aver eseguito qualche potente magia per impedirne la ripetizione. Siamo andate in giro per la città, pezzo per pezzo, in cerca di una finestra con un’inferriata che guarda su un giardino fiorito, e abbiamo trovato due possibilità, incluso un manicomio accanto a Carfax, ma nessun Van Helsing, nessuna moglie. È possibile che sia così esperto da rendere entrambi invisibili?

È colpa mia se vengo tanto disgraziatamente superata da un semplice mortale; Vlad mi ha insegnato soltanto gli esercizi più semplici per ipnotizzare, essere invisibile e per autoproteggermi, ma io non ho mai insistito per avere altre informazioni (adesso so che non me li avrebbe rivelati anche se glieli avessi chiesti, ma ci sono state alcune volte che avrei potuto impossessarmi di antichi tomi molto illuminanti e non lo feci). Onestamente non nutrivo alcun interesse per cose tanto “noiose”… e adesso è arrivato il momento di rimpiangerle.

Quando sono tornata da Amsterdam, il benvenuto di Elisabeth è stato più dolce di quanto mi aspettassi; non le ho detto niente di Gerda, ma ho mentito e le ho detto invece che avevo morso Mary e avevo saputo che il buon dottore, in realtà, si trova in qualche posto vicino a Londra. Questo l’ha sorpresa e l’ha resa contenta per cui, nei giorni seguenti, abbiamo trascorso alcune ore piacevoli insieme. Ma, per quanto il suo umore fosseassai gioviale, sembrava diventare un po’ insofferente e irritabile. Ho pensato che fosse per la frustrazione a seguito della nostra vana ricerca di Van Helsing e che stesse lottando per nasconderla per un riguardo verso di me. Ora ho capito meglio; dissimulava per me, è vero… ma non per gentilezza, bensì nel tentativo di ingannarmi.

Stanotte sto cominciando a capire quanto mi ha nascosto. E cosa mi ha detto: anche queste, sono tutte bugie?

È iniziato a metà mattinata. Stavamo diventando pazze nell’attesa dell’arrivo di Vlad, ma oggi ho avuto un forte presentimento che questo doveva essere il giorno. Così Elisabeth e io siamo corse immediatamente a Carfax (era una visione, vestita in raso rosa pallido e crema, con i lunghi riccioli tirati su sotto un cappellino in tinta; era come se si fosse intenzionalmente resa più bella nel tentativo di smorzare la mia rabbia e i miei dubbi).

Avvolte nella protezione della nostra invisibilità, restammo un po’ distanti dalla vecchia e tetra casa, sotto un boschetto di grosse e cupe querce — Elisabeth non volle andare oltre — e guardammo gli operai consegnare le stesse casse di legno che avevo visto caricare e portare via dagli tzigani sui loro carri. In tutto cinquanta casse… e una che, senza dubbio, conteneva Vlad! La riconobbi dal chiarore ellittico che la circondava: un blu notte picchiettato d’oro, simile a un cielo illuminato dalle stelle, più grande di qualunque aura gli abbia mai visto (bisogna tener conto che le mie abilità al riguardo sono sempre state meno che notevoli).

So che anche Elisabeth la vide, poiché trattenne il respiro, poi mi afferrò un braccio e mi sibilò nell’orecchio:

«Ce ne dobbiamo andare subito!».

Confusa, mi voltai verso di lei aggrottando la fronte… e la mia confusione crebbe nel vedere la paura sul suo viso, malamente mascherata.

«Che cosa vuoi dire, con il fatto di andarcene? È arrivato; è giorno… Adesso è il momento! Quando gli operai se ne saranno andati, dobbiamo entrare e distruggerlo!».

«Allora andrai da sola. Non vedi come è diventato potente?». Fece un gesto verso la cassa che irradiava luce, con un’espressione e un atteggiamento — mentre una delle sue scarpette color crema batteva la terra con impazienza — che rivelavano un’intensa ansia. Quindi si voltò e cominciò ad andarsene, ma io le afferrai un braccio e lo strinsi.

«Tu lo temi», dissi meravigliata. «Tu che pretendi di essere invincibile, tu che giuri di evitare il confronto con lui solo perché vuoi goderti il gioco del gatto col topo… hai paura! Non potrebbe darsi che sia lui il gatto e tu il topo?»

«Lasciami andare!». Allora smise di fingere e, inveendo con un epiteto ungherese, mi diede una spinta con un braccio a strisce rosa e crema. Non ho mai visto i suoi lineamenti così grottescamente contorti per la rabbia: in un istante, si era trasformata da una bambola di porcellana in una Medusa. «Non far la sciocca: se litighiamo, ci sentirà. Zsuzsanna, non hai idea del pericolo in cui ci stai mettendo!».

Avrei voluto dire dell’altro, avrei voluto chiederle: «E hai paura anche di Van Helsing, che ti rifiuti di ucciderlo? Anche lui è troppo forte?», ma si liberò della mia presa e si trasformò in una farfalla dorata che se ne volò via sulla brezza estiva.

Controllai la mia rabbia e cavalcai sui raggi del sole, ma non la seguii nella direzione della casa di Londra. Invece, lasciai la proprietà di Carfax e mi diressi a Purfleet dove, sotto il manto dell’invisibilità, scivolai nel negozio di un argentiere e fuggii con un lucente pugnale e una spada dal lungo manico.

Poi ritornai a Carfax, poiché la mia furia per l’inganno di Elisabeth mi aveva reso ancor più determinata a uccidere Vlad e a distruggerlo subito. Per quale altra ragione avevamo atteso tutte quelle settimane? Le avrei mostrato che cosa significava il vero coraggio e poi, dopo aver distrutto lui, l’avrei lasciata alla sua vanità, alla sua degenerazione, alla sua meschina prigione che attendeva silenziosamente la sua prima vittima. In quanto a me, non avevo bisogno né della protezione di un uomo o di una donna, né del loro amore; i due che avevo osato amare, mi avevano entrambi tradito, e ora non mi sarei mai più permessa di soffrire così. Forse avrei dovuto andare a Vienna o a Parigi…

Quando arrivai, gli operai erano già intenti al loro lavoro. La mia rabbia vacillò solo una volta mentre aspettavo sotto le querce morenti, quando riflettei che, forse, ero stata troppo precipitosa nel pensare che la convinzione di Vlad che nessun Vampiro potesse mai distruggerne un altro nel modo tradizionale, con il palo e il coltello, fosse semplicemente un’altra delle sue superstizioni medievali. E se era vero?

Allora me ne andrò e porterò un mortale per compiere l’impresa, mi dissi. Non sarei stata sviata, né avrei permesso a me stessa di credere che correvo un pericolo così terribile come diceva Elisabeth.

Gli operai (un gruppetto di “tipi”, come si chiamerebbero da loro stessi, di classe inferiore, dei cockney) portarono le casse all’interno attraverso l’entrata principale, con un’andatura follemente lenta, una cassa alla volta. Questo, unito a parecchie pause per barzellette sconce, chiacchiere e risate, mi rese così impaziente per l’ora e mezzo che ci volle loro perché finissero, che fui tentata di apparire nel mio aspetto più feroce, con le zanne scoperte, e farli scappare via tutti di corsa.

Quando, finalmente, se ne furono andati, il sole era alto: era mezzogiorno, cosa questa che mi mise di buon umore, poiché quella era l’ora in cui Vlad era più debole. Anche così, mi premurai di rafforzare il velo dell’invisibilità intorno a me e alle mie armi d’argento e con esse scivolai attraverso la fessura della porta principale in rovina, che i “tipi” avevano chiuso a chiave.

All’interno, il pavimento era ricoperto da uno strato di polvere spesso alcuni centimetri (com’era tipico di Vlad!), che metteva in evidenza ogni pedata degli operai. Senza lasciare delle orme, seguii la scia attraverso il corridoio, finché questo terminò davanti a una porta di quercia ad arco, rinforzata con il ferro.

Tra la base della porta e il pavimento ricoperto di polvere, c’era uno spazio piuttosto grande, e così anche tra la sommità arcuata e lo stipite. Ci si sarebbe potuti aspettare di vedere dei raggi di sole che passavano attraverso, illuminando la polvere sospesa nell’aria ma, in luogo della luce, splendeva quella sinistra e splendente aura color indaco, un’oscurità che non era assenza di luce ma una forza eguale e opposta che la poteva sostituire.

Per un breve momento rimasi sgomenta, poi chiamai a raccolta tutta la mia rabbia e il mio coraggio, e di nuovo ridussi me stessa e il mio peso a una scheggia sottile come un capello che scivolò con facilità sotto allo spazio alla base della porta, attraverso l’oscurità radiosa che sembrò permeare il mio essere.

Emersi dall’altra parte piena di trepidazione poiché, sebbene la stanza (un tempo una cappella, dato che la parete più lontana portava i segni di un grande crocifisso che era stato rimosso di recente da sopra i resti che marcivano di un altare di legno) fosse vasta e con un alto soffitto, era piena di quella splendente radiosità blu profondo che indicava la presenza di Vlad.

Mi irrigidii e con le mie armi avanzai verso la cassa dalla quale usciva la non-luce color ìndaco. A questo punto posso solo descrivere la sensazione in termini mortali, poiché l’esperienza immortale mi viene a mancare: fu come cercare di camminare all’interno e attraverso uno sciame di api molto infastidite, o nuotare contro una corrente impetuosa; mi sentii respinta all’indietro da una forza ostile e ronzante, mentre la pelle del mio corpo doleva come se fosse pizzicata.

Eccellente!

Avanzai, lottando per controllare la mia paura. Non era importante quanto Vlad potesse essere diventato potente: io credevo nella mia invisibilità e nel mio piano: raggiungere la cassa nella quale giaceva, spalancare il coperchio e, nell’istante della sorpresa, trapassargli con le mie armi d’argento sia il cuore che il collo.

Finalmente arrivai alla mia meta, e lì mi fermai per controllare i nervi mentre allungavo la mano verso il coperchio di legno chiuso con i chiodi, sebbene fossi in grado di aprirlo con solo un po’ di sforzo.

Le mie dita si curvarono intorno al bordo; tirai. Il coperchio non si mosse, ma rimase saldamente inchiodato.

Tirai di nuovo, più forte, imprecando in silenzio. Di nuovo, nessun risultato. Mi fermai, furiosa e perplessa, chiedendomi quale abilità immortale potessi usare per aprire quel coperchio impossibilmente bloccato.

O era un trucco di Vlad?

Il coperchio davanti a me esplose all’improvviso in un potente vortice che mi gettò contro la porta tra una raffica di schegge di legno e di polvere; se fossi stata mortale, sarei stata certamente uccisa all’istante. Invece, ascoltai con vero stupore il rumore della porta e quello delle mie ossa immortali che scricchiolavano… nonché il fortissimo suono metallico delle mie armi che colpivano le pietre del muro a un centimetro dalla mia testa.

Quando la tempesta cessò, facendo sì che la polvere e le schegge di legno cadessero sul pavimento sudicio con la rapidità di una tromba d’aria che lascia cadere un albero o una pecora terrorizzata, mi sedetti e guardai attraverso la luccicante oscurità: vidi che la cassa era aperta… e che all’interno c’era Vlad.

Non addormentato, ma completamente immobile come un cadavere, con le braccia incrociate sul petto, gli occhi di malachite spalancati, e un sorriso di scherno sulle labbra. Adesso era un uomo giovane, non più spettrale, ma bello, con fluenti capelli del colore del carbone, e baffi. Lo guardai e provai subito sgomento e terrore.

Ero disperatamente curiosa circa il pezzo di bianca pergamena iridescente che teneva premuta tra le mani e il petto, come se fosse un grande tesoro che doveva restare vicino al suo cuore.

Le sue labbra sensuali si mossero.

«Zsuzsanna, mia cara», disse, con una voce bella, forte, divina. «Di sicuro non sei così stupida o sconsiderata da volermi fare del male. Forse sei soltanto ritornata dopo aver capito che ti eri messa dalla parte perdente».

Ero troppo sbalordita per fuggire. Chiaramente, Elisabeth aveva avuto ragione ad aver paura; sapevo che adesso mi avrebbe distrutta, non importava che menzogna potessi pensare di raccontargli. L’acuta consapevolezza di essere completamente perduta mi riempì di insensibilità e di una strana calma. Se dovevo morire, allora avrei dovuto, almeno, sapere la verità che mi era stata nascosta.

«Perdente?», chiesi. «Intendi dire Elisabeth?»

«Proprio lei», rispose, con le labbra ancora immobili. «Tu sei una sua pedina, mia cara. Lei è troppo codarda per affrontarmi da sola, e così usa te. Chiediglielo, Zsuzsanna. So che tu non credi a niente di quello che dico. Chiedi a lei dei termini del suo Patto con l’Oscuro Signore. Chiedi a lei cosa devono fare con te».

Una sgradevole ondata di terrore mi sopraffece, poiché lui parlava con la calma fiducia della verità.

«Perché adesso sei così potente? E cos’è quello.

Indicai la splendente carta nelle sue mani, chinandomi in avanti appena per vedere alcune righe di testo scritto in puro oro lucente.

Lui sorrise, ma ignorò la questione.

«Chiedi a lei che cos’è; chiedile cosa farebbe per averlo. Devi distruggerla, Zsuzsanna! Distruggila prima che lei distrugga te. Se non lo farai, non avrò altra scelta che infliggere ad entrambe la stessa deplorevole fine. Fai attenzione: non ti avvertirò ancora. E ricorda che avrei potuto distruggerti qui ora, ma ho scelto, invece, di avere pietà».

Immediatamente, la porta dietro di me si spalancò e un altro potente turbine mi spinse — furiosa, spaventata e sputando polvere — nel corridoio e poi fuori della casa, con tanta facilità quasi fossi stata una piuma e non un’immortale arrabbiata.

Fuori, mi dissolsi nella polvere, e viaggiai nella città sui raggi del sole, verso la bella casa dove Elisabeth sedeva in attesa su un divano, con i riccioli d’oro sciolti e tirati tutti da una parte così che le ricadevano in grembo. Sedeva con inusuale rigidità, con la schiena dritta e senza appoggi, le mani piegate, in modo compassato, sulle ginocchia. Per mettere alla prova me — e lei — entrai in casa con l’aura ancora ritirata, mantenendo la mia invisibilità.

Non mi vide affatto o, se lo fece, era un’attrice degna di Ellen Terry, poiché continuò a sospirare, ad aggrottare la fronte, e a guardare fuori dalla finestra come dovrebbe fare un’innamorata in pensiero; una scarpetta di raso crema batteva senza pietà su un tappeto turco del colore del sangue. Quando mi materializzai rapidamente davanti a lei, si alzò battendo le mani e gridò:

«Zsuzsanna! Mia dolce Zsuzsa! Sono stata talmente preoccupata! Sei entrata? L’hai visto? Come sei riuscita a scappare?».

Mi gettò le braccia intorno e mi baciò ripetutamente le guance e le labbra, ma io non le restituii l’abbraccio; rimasi immobile come Vlad nella sua bara e dissi:

«Hai ragione; lui è potente, tremendamente potente. Non lo posso sfidare da sola».

A queste parole lei si ritrasse, confusa dalla mia freddezza fisica ma approvando le mie parole, e mi afferrò le mani, in attesa di qualche segno che potesse spiegare quella contraddizione.

Mantenni la mia espressione solenne, le mani senza vita, e lo sguardo dritto.

«Dice che ti devo chiedere circa il tuo Patto. Il tuo… contratto con l’Oscuro, e che cosa esso ha a che fare con me».

Il giudizio? Colpevole. Emozioni contrastanti passarono nascostamente sul suo viso come le onde dell’oceano che si gettano sulla spiaggia, solo per essere respinte all’indietro e rapidamente sostituite da altre: rabbia, odio, paura, astuzia… e, infine, indignazione.

«Zsuzsa! Non vedi cosa sta cercando di farti? Di fare in modo che mi odi, di farti ritornare da lui e, in quel momento, cosa pensi che ti accadrà?»

«Ho visto il manoscritto», dissi rapidamente; lei si ritrasse come se fosse stata schiaffeggiata. In realtà si voltò, chiaramente sconvolta e incapace di affrontare questo nuovo sviluppo, mentre io fingevo un’espressione consapevole. Il significato era che avevo letto e compreso il suo valore per Vlad (e chiaramente, ora, anche per lei), una bugia nascosta in un’affermazione veritiera.

Con la schiena ancora rivolta verso di me, si mise un braccio intorno al torace, in realtà afferrandosi, sebbene cercasse di fingere che il gesto fosse casuale. Con l’altra mano si massaggiò rapidamente la fronte, poi il collo, proprio sopra il dolce osso in rilievo sotto la pelle lattea. Con estrema — e incredibile — calma, chiese quindi:

«Che cosa ti ha detto?»

«Abbastanza. Abbastanza da sapere che mi hai mentito». Si voltò di scatto, mettendo le gonne di raso rosa e crema di lato, e cominciò a protestare, ma io alzai la voce e non la volli sentire. «Come minimo, mi hai costantemente nascosto la verità».

Immediatamente il suo viso di porcellana si corruccio, e lacrime di diamante le uscirono dagli occhi di zaffiro.

«Zsuzsanna… pensi che l’abbia fatto solo per tormentarti? Sì, lui è, al momento, più forte di tutte e due messe insieme, ma io non ho abbandonato la speranza. Troveremo un modo per sconfiggerlo ma, fino ad allora, dobbiamo usare tutta la nostra intelligenza e circospezione». Si allungò e mi prese ancora una volta la mano, premendola tra le sue e chinandosi per baciarla, battezzandola con le lacrime. «Sono stata in qualche modo crudele con te, mia cara? Ti ho forse ferita? Dimmelo e farò subito ammenda. Non ti ho portato a Londra per renderti infelice!».

Tentennai. Lei lo capì e si difese con accresciuto vigore.

«Tu conosci Vlad, Zsuzsa. In tutti i decenni che sei stata con lui, ti ha trattato mai con rispetto o genuino affetto? No! Ti ha trattato come una schiava, per far di te quello che voleva; ti ha donato l’immortalità, ma non perché teneva a te… ma solo per se stesso! Tu sai che non ti puoi fidare di lui: sai che è un bugiardo. Ti prego… non lasciare che ci allontani! Ti racconta chissà quali orrende menzogne per ottenere solo questo! E, se ci riesce, allora saremo perdute veramente! Dobbiamo lavorare insieme, cara, per sconfiggerlo. E la nostra migliore speranza, te lo dico io, è Van Helsing. Con lui come nostra pedina, ce la faremo».

In verità, ero influenzata dalla sua bellezza, dalle sue lacrime, dalle sue parole. Ma le accuse di Vlad mi tormentavano.

«Allora, se ti devo aiutare in un compito tanto difficile, devi spiegarmi tutto. Qual è il tuo Patto con l’Oscuro Signore? E che cos’è questo manoscritto a cui Vlad tiene tanto?».

Sospirò.

«Riguardo al mio Patto… non si tratta di una cosa di cui si possa discutere. Se tu ne avessi fatto uno, mi capiresti. Riguardo al manoscritto, non lo so. Per favore, credimi, Zsuzsa! Anch’io sto cercando di risolvere tutti questi misteri; forse oggi ne possiamo discutere, e trovare una comune strategia».

Poi mi mise un braccio intorno alla vita e mi baciò e mi lusingò finché mi arresi sorridendo. Per il resto del giorno e della notte fu gentile con me come nessuno è mai stato.

Ma non posso fare quello che mi ha chiesto: non le posso più concedere fiducia. Rimango con lei solo perché non ho un altro posto dove andare. È abbastanza brutto che mi sia attirata l’ira di Vlad, e non voglio attirarmi anche la sua.

Devo trovare un modo per distruggerli entrambi.


26 agosto. Il ritardo diventa folle. Finora, nessun Van Helsing; Elisabeth e io siamo d’accordo che lui è la nostra migliore speranza per vincere Vlad. Uccideremo il dottore olandese, e Vlad sarà distrutto anche lui.

Ora sono convinta che il solitario manicomio a Purfleet contiene il panorama che ho visto attraverso gli occhi di Gerda, poiché i fiori del giardino hanno proprio lo stesso aspetto. Ma non siamo riuscite a trovare alcuna traccia di Van Helsing, e la mia paura è che siano stati lì per un po’ di tempo, ma che poi se ne siano andati. È così, oppure il dottore è un mortale potente come me che sono un Vampiro, e sa come rendere se stesso e sua moglie invisibili per giorni. La seconda possibilità è indubbiamente peggiore.

Così abbiamo controllato il manicomio quasi giornalmente e continuiamo a perlustrare la città… e, ogni giorno, divento più inquieta.

Ieri sera non riuscivo più ad attendere per agire; così, qualche ora dopo il tramonto, sono uscita da sola nella notte nebbiosa mentre Elisabeth si riposava. Lei e io andiamo abbastanza d’accordo esteriormente, ma io sono ancora molto guardinga nei suoi confronti, e lei lo è con me. Mi esamina attentamente in cerca di segni di incredulità o disaffezione (che io ho in abbondanza ma cerco di mascherare); nel trovarli, non reagisce con rabbia, ma con grande preoccupazione e dolcezza. È come se mi stesse nuovamente corteggiando, poiché mi ricopre di regali. Ieri ha assecondato la mia inclinazione per cani e uccelli (lei non li può sopportare tutti e due) portandomi un bianco levriero afgano adulto con un collare di diamanti, e un grande cacatua bianco con una catenella di diamanti intorno alla zampa (per incatenarlo elegantemente al suo trespolo).

Il cane e l’uccello sono abbastanza dolci, e io li adoro, ma la mia presenza li terrorizza; così li tengo rinchiusi nel salotto e lascio che la cameriera al piano di sotto dia loro l’affetto che si meritano. Nel frattempo, Elisabeth mi ricopre di rose bianche, gioielli preziosi, vestiti da ballo originali ed eleganti, e promesse di impegni sociali. Altre cose deliziose ma, oh come mi annoiano!

Così, la notte scorsa, quando sono sgattaiolata fuori nell’umida oscurità resa più soffice dalla nebbia, ha provato un senso di sollievo per essermi liberata di Elisabeth e di tutti i miei bei doni, e per stare facendo, finalmente, qualcosa di valido. Ho viaggiato sui raggi lunari attraverso la città fino a circa venti miglia a est, dove Purfleet si stende sulla riva nord del Tamigi.

Sono tornata subito nella tetra oscurità di Carfax. Nessuna luce filtrava da dietro le finestre incrostate di sporcizia: solo la sinistra e luccicante nebbia blu nerastra, più scura della notte.

Questo mi ha delusa, poiché mi ero aspettata che lui fosse andato a caccia nello stesso istante che il sole era sceso sotto l’orizzonte; perché restava in quella meschina prigione polverosa quando c’erano migliaia e migliaia di anime calde con le guance rosse che lo aspettavano in città? Quando, per la prima volta nel corso dei secoli, si poteva nutrire fino a riempire il cuore?

Ahimè, il mio piano era stato quello di perlustrare l’edificio durante la sua assenza, in cerca della misteriosa pergamena bianca. L’istinto mi diceva che la sua scoperta mi avrebbe rivelato quella verità che né Elisabeth né Vlad volevano palesare e, forse, mi avrebbe portato alla mia stessa liberazione.

Irritata, mi ritirai immediatamente sul limitare della proprietà. Ora che ero sensibilizzata, riuscivo a distinguere il debole chiarore dell’aura mortale anche da quella distanza, ed ero tentata di tenermi lontana poiché sapevo che, questa volta, Vlad non avrebbe avuto pietà.

Rimasi per un po’ vicino al nero cancello di ferro, con le sue alte lance, decidendo ogni pochi minuti con disgusto che non potevo attendere un istante di più ma, ogni volta, restavo ferma. Nel frattempo, pregavo che i miei fragili sforzi per restare invisibile mi permettessero di evitare di essere scoperta.

Dopo non più di mezz’ora, l’aura blu nerastra svanì all’improvviso, come qualcuno che spegne una lampada che irraggia oscurità piuttosto che luce. Rivolsi lo sguardo verso l’alto, e vidi un grosso pipistrello che volava silenzioso attraverso l’aria: era una bella creatura con ampie ali di ossa e tendini coperte di sottilissima pelle grigia, e il resto del corpo velato di puro indaco luccicante.

Mi alzai in volo e lo seguii a una certa distanza, avendo cura di non essere scoperta. Volò lungo la riva nord del Tamigi sopra edifici regali e verdi pezzi di terra coltivata, finché il paesaggio si coprì di costruzioni sempre più vicine le une alle altre, e poi fummo nella città.

Sapeva esattamente dove era diretto, poiché non rallentò mai né scese per ispezionare la zona o cercare delle vittime. Fu solo quando ci trovammo nel cuore di Londra che diminuì gradatamente il battere delle sue ali. Quindi si abbassò sempre più attraverso l’ondeggiante nebbia bianca finché, finalmente, rimase a svolazzare proprio intorno a una casa di mattoni piuttosto grande, dietro un muro di pietra con un cancello che portava il cartello HILLINGHAM.

Mantenni nuovamente una rispettabile distanza tra di noi, e rafforzai la mia invisibilità meglio che potei. Ciò che adesso riporto lo vidi da sotto una grande sicomoro, alla distanza di un intero prato. Da lì, feci buon uso della mia immortale vista acuta e fui testimone di ciò che segue.

Il pipistrello rimase sospeso in volo davanti a una finestra scura del secondo piano, con la persiana aperta per lasciar entrare la fresca aria umida e far uscire il calore del giorno. Lì, quella creatura indugiò per un attimo prima di trasformarsi nel bel Vlad dai capelli scuri, che entrò facilmente attraverso la fessura senza attendere l’invito ad entrare. Era una casa che aveva già visitato.

Sebbene la stanza fosse buia, potei vederne facilmente l’interno. Sopra un letto bianco, con lenzuola di merletto (e senza dubbio verginale), giaceva una giovane donna dai capelli ondulati color della sabbia, e un viso piuttosto carino. Apparentemente il suo sonno era stato terribilmente inquieto poiché aveva calciato via le coperte ed era avvolta nel lenzuolo in un modo che non si riusciva a capire dove esso finiva e dove cominciava la sua bianca camicia increspata; da sotto faceva scandalosamente capolino una pallida coscia rotonda.

Quando Vlad si avvicinò al letto, lei si svegliò a fatica e, non appena lo riconobbe, si sedette e gli aprì le braccia, così come l’uomo biblico dovette accogliere il suo figliol prodigo. Egli si avvicinò e la tenne stretta, con le onde castano dorate dei capelli di lei che cadevano sulle braccia di lui… e bevve (quasi cinquanta anni fa, aveva fatto lo stesso con me… e come ne ricordo ancora la dolcezza!).

Nel momento in cui le labbra di lui toccarono il suo tenero collo, mi voltai e corsi di nuovo a Carfax più presto che potei. Avevo visto quello di cui avevo bisogno e conoscevo la strada per Hillingham; ora ero obbligata a condurre una rapida ricerca nella nuova e tetra casa di Vlad.

Cosa trovai? Polvere, polvere e polvere, e dozzine di inospitali ratti, ma certamente nessuna pergamena luccicante con la scritta dorata. Guardai all’interno della cassa in cui lui era stato, ma non trovai altro che terra polverosa che sospettai fosse stata scavata dal pavimento della cappella in Transilvania (Elisabeth ha ragione su una cosa: le sue superstizioni sono veramente strane!). Le casse erano state aperte tutte e cinquanta, e io guardai in ognuna di esse.

Solo polvere e sporcizia che puzzava. Frugai in alcuni altri posti — in un armadio a muro e nel tavolo solitario che stava accanto all’entrata — ma senza successo. Eppure, non osavo attardarmi; così feci un rapido giro della casa e dei terreni, poi me ne andai, timorosa di venire scoperta.

Ora sono a casa e, sebbene Elisabeth sia sollecita fino ad essere fastidiosa, le ho strappato alcuni momenti di intimità per sedermi da sola con il mio bel cane e il cacatua (poverini, come tremano per la mia vicinanza e come, quando parlo loro teneramente, sono in preda alla confusione). Devo mettere tutto questo per iscritto e pensare bene a una strategia da adottare. Sono sola per questo, e non posso fidarmi né di Elisabeth né di Vlad; potrei credere a Van Helsing giacché, sebbene voglia distruggermi, non è solito ingannare. Se soltanto riuscissi a trovarlo, prima gli porrei delle domande e poi lo ucciderei.

Riguardo a domani, non vedo in che modo sfuggire: devo correre un rischio mortale.


26 agosto. Oggi Elisabeth era di cattivo umore e, sebbene cercasse di controllarsi, mi rispondeva in modo irritato. Poi mi ha messo in mano un rotolo di sterline per scusarsi, e mi ha chiesto di andare a fare delle spese.

Così io e il mio bel cocchiere abbiamo guidato attraverso la città e, ad un certo punto, gli ho ordinato di attendermi davanti a un bel negozio di abiti. Una volta dentro, mi sono resa invisibile e mi sono lasciata trasportare dal vento fino a Hillingham.

Essendo poco dopo mezzogiorno, era del tutto improbabile che avrei trovato la vittima di Vlad da sola, ma sapevo che sarebbe stata troppo debole per allontanarsi molto da casa. La luce del giorno dava alla casa di Hillingham un’aria molto più allegra; l’edificio di pietra con gli abbaini non sembrava più cupo e sterile ma del tutto ridente con la sua porta rossa, le gronde e le tendine di pizzo bianche. Sul prato, di un verde scuro, dei cuccioli di terrier — uno nero e uno marrone — saltavano, mentre la loro madre, esausta, guardava da sotto l’ombra di un alto frassino; accanto, un domestico curava un giardino di rose profumato.

Se ne era andato anche il miasma blu che contrassegnava la presenza di Vlad e quello era, forse, il segno più allegro di tutti.

Individuai subito la finestra dove Vlad era entrato, e guardai all’interno. La persiana questa volta era chiusa, nonostante la piacevole brezza calda, ma la giovane donna era esattamente dove mi ero aspettata di trovarla… a letto, appoggiata a due cuscini, che leggeva, con le coperte tirate quanto più possibile, come se temesse un’infreddatura in quel giorno, uno dei più caldi dell’anno.

Era una ragazza piuttosto carina, veramente, con occhi all’insù di colore verde chiaro, zigomi sporgenti, e un piccolo naso sottile; il tutto le conferiva un aspetto vagamente felino. Indossava una bella camicia da notte con asole ricamate di lino, di un verdemare chiaro che faceva risaltare i suoi occhi. Mentre leggeva, una cameriera stava vicino al letto, spazzolandole devotamente i lunghi capelli ondulati che, nelle macchie di luce solare, avevano il colore della sabbia che riluceva d’oro qua e là. Contro il vestito verde pallido sembravano una brillante spiaggia accanto al grande oceano.

Mentre guardavo, una domestica proveniente dalla cucina entrò con un vassoio contenente un magro pranzo e del tè; la giovane signora sospirò e scosse la testa, ma la domestica insistette e lasciò il vassoio sul tavolo accanto al letto, nel caso l’appetito della giovane signora fosse migliorato.

Nell’istante in cui le domestiche se ne furono andate, chiudendo dietro di loro la porta, mi avvicinai alla finestra e mi materializzai appena per battere con le unghie contro il vetro. Come avevo sperato, la ragazza alzò gli occhi dalla lettura e inclinò la testa, incuriosita; bussai sempre più forte, proiettando la mia aura come un pescatore getta una rete, e attirandola finché non riuscì più a resistere. Gettò via le coperte e si alzò languidamente; lentamente (fermandosi una volta per chiudere gli occhi e premendosi una mano sulla fronte come se avesse le vertigini) si fece strada verso la finestra e, con un grande sforzo, aprì il pannello scorrevole.

Quello era l’invito per me ad entrare. Mi chinai in avanti, pensando di saltare attraverso la finestra aperta nella camera, come Vlad aveva fatto la notte precedente.

Ma qualcosa mi trattenne nell’istante in cui infilai la testa sotto il vetro. Era un talismano, qualcosa fissato sopra o sotto la finestra, che mi fece solleticare la pelle, poi pizzicare, e poi bruciare forte, come se stessi cercando di nuotare attraverso dell’acqua in cui era stata versata una quantità sempre maggiore di acido, fino a farla diventare puro vetriolo. Gridai per il dolore, arretrando; la mia invisibilità avrebbe dovuto impedire alla ragazza di udire ogni rumore, ma lei dovette sentire qualcosa, poiché aggrottò la fronte perplessa e guardò in lontananza prima di chiudere il vetro.

Quella doveva essere opera di Vlad, decisi, e silenziosamente gli giurai che non mi sarei scoraggiata tanto facilmente. Così feci il giro di altre finestre finché ne trovai una libera da qualsiasi incantesimo: era la sala da pranzo, dove trovai la stessa cameriera che apparecchiava un lungo tavolo soltanto per una persona. Nuovamente, bussai alla finestra e la ipnotizzai molto facilmente; lei aprì la finestra senza un attimo di esitazione.

Non persi tempo con lei, ma andai direttamente al piano di sopra, davanti alla stanza della sua giovane padrona. Lì bussai e fui ammessa cortesemente dalla sua voce:

«Avanti…».

C’è un momento in cui noi Vampiri perdiamo la nostra abilità di nasconderci: è nel momento di nutrirci, non a causa di qualche limitazione a noi imposta dal Patto con l’Oscuro Signore, ma perché l’atto del bere sangue ci assorbe completamente, come fa con la nostra vittima. Quindi, la nostra concentrazione mentale, tanto necessaria per manipolare l’aura, viene a mancare, e noi siamo visibili a coloro che ci nutrono.

Fu cosi che, quando oltrepassai la soglia per entrare nella sua camera, non vidi ragione di dissimulare la mia presenza; in ogni caso, lei mi avrebbe vista ben presto.

Quando apparii improvvisamente all’entrata e chiusi a chiave la porta dietro di me, lei si mise a sedere nel letto e si portò una mano diafana alle labbra pallide con uno sguardo di intensa curiosità temperata da una mite paura. Avrebbe ben potuto gridare per chiamare una delle cameriere, ma era una gentildonna, educata ad essere civile, e così chiese, con tanta cortesia quanta ne poteva trovare di fronte a una tale sorpresa:

«Chi siete?».

Sorrisi e, dentro di me, sentii la mia bellezza immortale risvegliarsi e fiorire; sentii, anche, il mio magnetismo crescere istintivamente e traboccarmi dagli occhi per andare verso quelli della giovane signora, attirandola irrevocabilmente a me. Nel profondo del verde oceano del suo sguardo, vidi il debole brillare dell’indaco. Avrei dovuto colpire con rapidità; avrei dovuto tenere la mia mente il più possibile libera da pensieri. Anche così, il pericolo per me era ancora grande. Chi conosceva i limiti del potere di Vlad? Come potevo essere certa che anche durante il giorno, lui non mi avrebbe afferrato attraverso quella creatura in stato letargico e mi avrebbe colpito?

«Sono un’amica, venuta ad aiutare in un momento di necessità», dissi, avanzando per fermarmi accanto al letto.

Improvvisamente percepii acutamente il vetriolo diluito che solleticava la mia pelle: allora alzai lo sguardo e vidi sull’unica finestra un minuscolo crocifisso d’argento. Impossibile che ne fossi ancora influenzata, ora che Elisabeth mi aveva mostrato la verità… a meno che, naturalmente, non fosse stato trattato da un mago potente e sapiente: Vlad.

Poi la giovane signora mi distrasse da quel triste pensiero; sospirò e si premette una mano sul cuore — non so se per proteggerlo e per fare segno di offrirmelo — ma il suo sguardo spaventato espresse un amore estatico, e le sue labbra si aprirono nel riconoscimento sensuale dell’evento che stava per verificarsi.

«Siete così bella!», bisbigliò alzando il viso verso il mio, e lasciando vedere un lungo collo bianco parzialmente coperto da una fascia di velluto.

Il mio sorriso divenne ironico. Mary aveva pronunciato lo stesso identico complimento, ma il suo era stato sincero (se non completamente lucido), e mi aveva toccato nel profondo; quello della ragazza fu il risultato del suo essere completamente ipnotizzata, e quindi non mi procurò alcun piacere.

Mi chinai per il bacio e spinsi la fascia di velluto verso il basso finché trovai i segni. Fu lì che misi le mie labbra sul suo collo e leccai la pelle, cercando con la lingua le minuscole punture in modo da poter mettere i miei canini esattamente sopra di esse. Rimasi lì un breve attimo: non per il desiderio di assaporare il momento, ma per trepidazione.

La conoscenza, il più delle volte, viaggia nel sangue; bere significa anche conoscere la vittima, ma in quei momenti per noi è impossibile trattenerci; le nostre aure si espandono per mescolarsi a quelle della nostra preda. Di questo, generalmente, non ci si deve preoccupare, poiché, quando la vittima è completamente in trance, tutto quello che viene a sapere è dimenticato quando si sveglia, mentre il legame psichico con il Vampiro resta.

Così Vlad può conoscere i suoi pensieri, i suoi sentimenti, le sue immagini, solo fino ad un certo punto (a meno che lui non la leghi a sé in modo più completo tramite uno scambio di sangue, dato che in quel momento può sapere quasi qualsiasi cosa lui desideri). Quindi, se mi fossi unita a lei quando era ipnotizzata, e più aperta ai pensieri di lui, li avrei conosciuti.

Ma lui avrebbe conosciuto anche i miei?

La ricompensa valeva il rischio. Chiusi gli occhi mentre i miei denti affondavano lentamente nella strada già aperta per essi, e cercai di concentrare la mia mente soltanto sul rumore del respiro della ragazza e sul battito del suo cuore.

Il sangue si alzò a incontrarmi, e io bevvi.

L’immagine di una donna in carne, florida… tutta seno e ventre, senza collo, con radi capelli grigi pettinati miseramente. Mamma sembra malata, questi giorni, poverina.

Sto morendo? Arthur…

Un giovanotto con un ciuffo di riccioli biondi e un viso lungo, marcatamente equino.

Le righe sono sei, le chiavi sono due. Quella dannata chiave! Dev’essere qui…

Ecco l’immagine della splendente pergamena decorata d’oro, sotto le giovani mani di Vlad; ora ne potevo decifrare le lettere.

A est della metropoli c’è l’incrocio. Lì giace un tesoro, la prima chiave.

Poi vi fu lo scoppio di una forza lacerante — una forza più accecante del fulmine, più assordante del tuono, più potente del turbine più mortale, una forza che, in apparenza, aveva origine nella stessa signorina Lucy Westenra — che mi gettò all’indietro contro il muro.

Indietreggiai, quasi accecata dal colpo che avevo ricevuto. Solo quando udii le cameriere gridare «Miss Lucy! Miss Lucy!» e salire correndo le scale, rinvenni e ritrovai il controllo della mia aura. Prima che le cameriere arrivassero, scoprissero che la porta era chiusa a chiave, e cominciassero a bussare freneticamente, io ero diventata invisibile e, prima che la suddetta “Miss Lucy” aprisse la porta, ero già scivolata attraverso di essa e stavo fuggendo per la strada da cui ero venuta.

Ritornai nel negozio di vestiti eleganti, dove Antonio ancora mi attendeva con la carrozza. Da lì, facemmo ritorno alla relativa sicurezza della casa di Elisabeth; fui grata che lei non mi vedesse entrare, poiché ero troppo esausta dopo lo strano attacco che avevo subito, per proteggermi un minuto in più da un altro. Né ero dell’umore adatto per mascherare il mio disordine o le mie mani tremanti.

Andai direttamente nel mio salotto privato (privato perché Elisabeth disprezza a tal punto gli animali che non vi entrerebbe mai), dove i miei bianchi e ingioiellati prigionieri si rannicchiarono alla mia vista. Il cacatua alzò la cresta e indietreggiò quando mi avvicinai, mentre l’afgano abbassava la coda e cercava di sgattaiolare via, ma io avevo troppo bisogno di un onesto conforto. Afferrai il povero cane e lo misi accanto a me sul sofà, poi seppellii il mio viso nella sua pelliccia morbida ed entrambi tremammo.

Vlad era stato acutamente consapevole della mia interferenza con Lucy Westenra. Di fatto, mi aveva quasi ucciso — una cosa impossibile da fare per un Vampiro nei confronti di un altro Vampiro — ma lo spavento che aveva attraversato il mio supposto corpo inattaccabile mi aveva quasi ucciso. Anche ora, mentre scrivo questo, sono così scossa che la mia mano riesce a malapena a tenere la penna. Che cosa lo ha reso tanto forte? E perché Elisabeth è ora così debole?

Parlando piano al mio segugio, alzai il viso verso di lui: di lui, dico ora, non di esso, poiché, nonostante la sua terribile e innata paura, percepì la mia e mi restituì lo sguardo con occhi scuri così pieni di compassione per la mia sofferenza, che non riuscii a trattenere le lacrime. Esse mi corsero lungo le guance, e quella benedetta creatura le asciugò gentilmente leccandole con la lingua, cosa questa che mi fece soltanto piangere più forte. Dio stesso non può convincermi che questo animale non abbia un’anima: in effetti, la sua è infinitamente migliore della mia.

Dopo un po’, entrambi ci calmammo e cessammo di tremare, e io penso che lui arrivò veramente a godere delle mie carezze. Poggiai la testa contro la sua spalla sottile, ascoltando il rapido battito del suo cuore, e lo circondai con un braccio mentre stava seduto; quando, infine, divenni troppo concentrata nelle mie preoccupazioni e cessai di accarezzarlo con la mia mano libera, lui la strofinò teneramente col muso.

Non avevo mai nemmeno pensato di dargli un nome, poiché l’avevo visto solo come un bell’ornamento piuttosto che un essere vivente e con dei sentimenti, ma adesso lo chiamo Amico. In effetti, è l’amico più sincero che ho. Durante tutta la mia esistenza come immortale, non ho mai incontrato una tale accettazione e un amore privo a tal punto di pregiudizi e condizionamenti.

Mentre ero seduta e lo accarezzavo, la mia mente divenne abbastanza ferma per ritornare a tutto ciò che avevo saputo da Lucy Westenra e quindi da Vlad.

Il manoscritto, il manoscritto! Non avevo alcuna ragione logica per crederlo, ma il mio istinto era chiarissimo: il suo stesso possesso doveva conferire potere. Era forse stato in possesso di Elisabeth, che lo aveva perduto a favore di Vlad, quando eravamo ancora tutti in Transilvania? Però, lui sembra, adesso, molto più forte di quanto non lo fosse lei a quel tempo.

Le righe sono sei, le chiavi sono tre. A est della metropoli ci sono gli incroci. Là giace un tesoro sepolto, la prima chiave…

Righe e chiavi… Da esse e dal loro numero non riuscivo a ricavare alcun senso, ma solo l’ovvia deduzione che un tesoro giaceva sepolto in un particolare incrocio, forse ad est di Londra. Era chiaramente un indovinello… ma a che fine?

Quella dannata chiave! Dev’essere qui…

Sicuramente non erano i pensieri di Lucy, ma quelli di Vlad, che stava meditando sull’indovinello nel momento del mio intervento. Quindi il tesoro all’incrocio — la prima chiave, qualunque fosse il suo significato — non era stata ancora scoperta. Ma Vlad si disperava per trovarla.

Mi venne un pensiero orribile: se il solo manoscritto conferiva un potere sbalorditivo, allora che cosa avrebbe fatto il possesso della prima chiave? E della seconda?

Ed Elisabeth lo aveva seguito nella speranza di riconquistare la pergamena!

Nel frattempo, Amico si era fatto talmente audace da poggiare il suo mento sul mio grembo; restai seduta ad accarezzarlo per lungo tempo, pensando a come sarebbe stato il mondo se Vlad avesse mantenuto la sua stupefacente forza, o se Elisabeth l’avesse presa da lui.

In quel momento riuscivo a ricordare soltanto le crudeltà di Vlad e le gentilezze di Elisabeth. Sì, mi aveva nascosto la verità, ma non per uno scopo malvagio; il suo peggiore crimine sembrava essere stato una mancanza di fiducia nella mia affidabilità, ma non mi aveva conosciuto abbastanza a lungo per capire che io non sono interessata al potere, ma alla pace e al piacere. Così mi alzai, ordinai ad Amico di restare fermo, e andai in cerca di Elisabeth, pronta a rivelarle tutto quello che avevo appreso quel giorno.

Non si trovava in nessuno dei suoi soliti posti: il grande studio, la camera da letto che dividevamo, il suo salotto favorito, il formale giardino francese. Ritornai nelle stanze di Antonio al piano principale per vedere se lui si trovasse lì; non c’era, cosa che mi fece pensare che, forse, l’aveva portata a fare qualche commissione.

Ma se avesse visto Antonio, avrebbe saputo che ero ritornata, ed era veramente strano per lei non salutarmi e lodare quello che avevo comperato, specialmente da quando sembrava disperatamente bisognosa di restare nelle mie grazie.

Così continuai la mia ricerca nella casa finché, alla fine, rimase soltanto un luogo: la cantina, a cui Elisabeth si riferiva affettuosamente come alla “prigione”. Una strana sensazione di terrore mi afferrò nel momento in cui misi piede sul pianerottolo che conduceva verso il basso e toccai la maniglia della porta rinforzata con il ferro. La mia reazione fu quella di nascondermi, poiché penso, adesso, che istintivamente già sapevo quello che avrei trovato.

Così scesi in silenzio le scale e, quando arrivai all’ultimo scalino, vidi ciò che avevo sempre visto: il pavimento sporco, il caminetto da lungo tempo inutilizzato, la terribile e bionda Vergine di Ferro, nonché la grande gabbia di ferro appesa, con le lunghe lance appuntite rivolte verso l’interno. E, tutt’intorno, una vasta e vuota oscurità.

Ma credetti di vedere sulla bocca della Vergine di Ferro una goccia di sangue, e così mi avvicinai sul terreno freddo, prima con un passo incerto, poi con un altro, e un altro…

Finché colsi un lampo di debole indaco e un qualcosa di fugace all’interno del cerchio: il cerchio di Elisabeth, da cui provenivano delle grida così forti, così rauche, così disperate nel loro dolore solitario, che non capii se provenissero da un uomo o da una donna, da un adulto o da un bambino, da un essere umano o da una gola animale.

Nel centro della vasta prigione, il camino scoppiettava illuminando tutt’intorno mentre, lì vicino, la gabbia di ferro oscillava sollevando il peso di due donne dal terreno. Alla carrucola stava Antonio, con il petto nudo e luccicante di sudore per il calore del fuoco; alla mia vista, sorrise, scoprendo i denti: era il sorriso invitante del demonio.

Accanto, tra il fuoco e la gabbia oscillante, si trovava Dorka, che riscaldava un lungo attizzatoio nelle fiamme, con il viso lucido per il sudore che rifletteva il chiarore del fuoco e trasformava la sua solita espressione acida in una di pura trascendenza estatica. Quando il metallo divenne incandescente, lo sollevò per il manico di scopa che vi era attaccato e lo spinse verso la gabbia nera.

O, piuttosto, verso la prigioniera che vi era dentro: una ragazza giovane, nuda, i cui riccioli castani le ricadevano sulle cosce e si mischiavano con il sangue che ne fluiva. Era una bella creatura, snella, alta, dalle gambe lunghe, con dei seni piccoli e belli ma, nella sua mortale agonia, era stata ridotta a una povera cosa urlante, priva di ogni grazia.

Era troppo presa da se stessa per notare la mia entrata; la sua unica preoccupazione era l’attizzatoio che le si avvicinava. Esso incontrò la carne tenera della gamba, e le sue grida divennero incredibilmente acute mentre si agitava, indietreggiando. Ahimè, i suoi sforzi per evitare il dolore lo accrebbero soltanto: era già stata ferita da due lunghe lance di metallo che erano all’interno della gabbia, e i suoi movimenti servirono soltanto a farle infilare più profondamente nella tenera carne e allargare le terribili ferite. Le lance trapassarono il muscolo nel senso della lunghezza, tra le costole a destra e il fianco, e la tennero ferma. In un pietoso sforzo di liberarsi ed evitare l’ulteriore impalamento, si era incuneata obliquamente tra la fila che le infilzava e quella davanti a lei; le ultime lance le aveva afferrate con le mani e cercava di spingerle via.

Ma, prima che riuscisse a liberarsi, Dorka la colpì ancora; io rabbrividii al suono sibilante della carne che bruciava e all’urlo che l’accompagnò. La ragazza respingeva coraggiosamente l’attizzatoio con le mani finché, inevitabilmente, una di esse ne fu trafitta; poi cominciò a scalciare come se avesse una remota possibilità di sopravvivenza. Ma non poteva esserci alcuna speranza; il sangue scorreva dalla ferita mortale al suo fianco, dalla ferita bruciacchiata sulla sua forte e bianca coscia, e da un taglio sulla sua altrimenti perfetta fronte.

A quella vista, provai un’amara pietà, e anche uno strano orgoglio di fronte al fatto che lei — che era così chiaramente sconfitta — si arrendesse ai suoi nemici solo quando fosse giunto il momento della morte. Non poteva esserne lontana, poiché aveva perduto una quantità incredibile di sangue: le scorreva lungo le cosce, i piedi, sul pavimento della gabbia. Se non fosse stata tenuta ferma dalle lance, sarebbe certamente caduta.

Prima di allora, non avevo mai notato lo speciale congegno del pavimento della gabbia. Era ovunque piatta con un bordo, tranne per un punto dove si inclinava verso il basso, dove si trovava un beccuccio che forzava il sangue a scorrere in un esiguo rivolo.

Sotto quel rivolo si trovava il mio amore di un tempo, con il viso rivolto verso l’alto per accogliere la gentile pioggia rossa. Ho visto Elisabeth infiammata di passione, l’ho vista nei momenti di appagamento sessuale, ma non l’avevo mai vista con una tale espressione di infinita beatitudine, di infinita soddisfazione: di fatto, guardava in alto la sua involontaria benefattrice con tutta l’adorazione e l’amore che io avevo a lungo cercato nei suoi occhi, ma che non avevo mai trovato. Nel suo grembo teneva con reverenza gli abiti della sua vittima: un semplice vestito grigio con un grembiule di cotone bianco, il vestito umile di una serva.

Per quanto riguarda il sangue che le cadeva sul viso, sui capelli e sul seno, se lo strofinava sulla pelle abbandonandosi al godimento, con l’eccitazione che saliva tanto rapidamente che mi aspettai che gridasse, da un momento all’altro, per l’estasi.

Osservai tutto questo con una repulsione così acuta che per un po’ di tempo non potei quasi credere a quello che vedevo. Poi, quando ci credetti, non riuscii a pensare né a muovermi: non potevo intervenire. Che cosa avrei dovuto dire? Cosa avrei dovuto fare? Avrei dovuto liberare quella povera ragazza morente e ucciderla per fermare il suo dolore? L’unica morte che io potevo offrirle non le avrebbe portato alcun vero riposo.

Sarebbe morta onestamente abbastanza presto, senza quel tormento privo di amore che la morte vivente porta con sé; così non feci niente, assolutamente niente.

Assolutamente niente tranne lasciare che un’unica lacrima di orrore e pietà mi scorresse lungo la guancia, sia per la ragazza morente che per Elisabeth. E, con il crescere dell’emozione, il mio controllo vacillò; troppo sconvolta per lottare, semplicemente lo lasciai cadere e rimasi senza protezione e senza nascondermi davanti agli attori di quella scena infernale.

La ragazza era troppo sconvolta per accorgersi della mia presenza ma, alla fine, Elisabeth percepì un cambiamento intorno a sé, abbassò lo sguardo e mi vide.

«Zsuzsanna! Cara!». La sua voce era scioccata, esasperata, infastidita… e, infine, terrorizzata; il suo volto macchiato di sangue era una maschera macabra che si oscurò rapidamente fino a diventare di un violetto scuro. Aprì le sue braccia macchiate di rosso, implorando, chiamandomi «Non mi giudicare duramente, carissima. Ciò che ho fatto, l’ho fatto per te. Vieni da me e permettimi di insegnarti la dolcezza più vera; vieni da me e abbi fiducia che tutto questo è solo per il meglio».

Non dissi una parola. Rimasi soltanto immobile e le restituii lo sguardo senza odio, senza rabbia; ma la repulsione nei miei occhi era, di per sé, un rimprovero.

Non restai su quel malvagio suolo sconsacrato oltre il tempo necessario a due battiti di cuore umano. Poi tornai al piano di sopra, presi Amico nelle braccia e me ne andai per sempre.

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