Capitolo settimo

Telegramma. Abraham Van Helsing, M.D., D.Ph., D.Lit, ecc., ecc., Amsterdam, a John Seward, M.D., Purfleet, Inghilterra


28 giugno

Caro e fidato amico,

scusa in anticipo per l’imposizione: necessito tuo aiuto e discrezione, e imperdonabilmente presto. Porto paziente psichiatrico a Purfleet pomeriggio primo luglio, e necessito alloggio per entrambi: ma con supremo bisogno di segretezza. Nessun altro deve sapere che siamo in città.

La mia compagna ha bisogno di una cella con sbarre e lucchetto; io chiedo lo stesso per me.

Distruggi immediatamente questo documento.


Il diario del dottor Seward


Primo luglio. Il professore è arrivato.

È arrivato come previsto nel pomeriggio, vestito di nero e con un cappello di paglia dalla tesa larga, guardandosi intorno come un prete di paese. Io stavo sull’entrata e lo guardai mentre scendeva dal tassì, poi si voltava e tendeva le braccia intanto che il conducente gli porgeva una donna piccola e fragile. Anche lei era vestita completamente di nero, incluso un velo che le copriva il viso. Lui la trasportò con facilità tenendola in braccio lungo il vialetto bordato di fiori, come se fosse da lungo tempo abituato a fare così. Quando mi vide sul portico, mi sorrise apertamente, e gli occhi blu gli si illuminarono all’istante. Mi feci avanti e gli afferrai una spalla; l’impulso di stringerci la mano venne ad entrambi, ma fu reso impossibile a causa della misteriosa paziente che teneva tra le braccia.

«Professor Van Helsing!», lo salutai cordialmente mentre, dietro a lui, l’autista metteva a terra due grandi valige. Io accorsi e mi occupai subito della mancia; il mio mentore non è in condizioni finanziariamente agiate, da quanto mi è dato di sapere. Credo che, di regola, faccia pagare poco i suoi pazienti o non li faccia pagare affatto, e io sarei un signore agiato ora se non fosse per il mio “hobby”, l’Istituto.

Al mio saluto, il sorriso del professore svanì e un po’ di luce gli scomparve dagli occhi. Si morse le labbra come per indurmi al silenzio; se non avesse portato quel peso, vi avrebbe anche portato un dito. Compresi l’avvertimento, e immediatamente abbassai la voce in un bisbiglio.

«È bello vedervi ancora».

Il sorriso e la luminosità ritornarono immediatamente.

«E anche per me, amico John, sebbene sembriate piuttosto pallido e denutrito. Dovremo trovare una bella e giovane signora per mettervi all’ingrasso e indurvi a fare delle passeggiate al sole!».

Distolsi per un po’ gli occhi guardando le zinnie gialle e rosse che bordavano il vialetto, ma mantenni un’espressione compiaciuta. Qualunque cosa evocasse il pensiero di Lucy era ancora dolorosa, così non risposi.

Immediatamente il suo tono si addolcì per la compassione.

«Ah… mi accorgo di essere andato direttamente alla fonte del problema. Perdonatemi, amico mio: sono un vecchio cieco e sciocco».

Credo di essere arrossito, cosa che non fece che accrescere il mio disagio, dato che per me è una reazione insolita. Poi guardai timidamente la paziente silenziosa, chiedendomi quanto potesse essere lucida e se avesse compreso la scambio di battute. Come avrei potuto ora fare una presentazione dignitosa?

Ancora una volta, Van Helsing sembrò aver letto nei miei pensieri.

«Non preoccupatevi, John. È affetta da catatonia; la sua mente è lontana da noi. Anche se non fosse così, non sarebbe in grado di divulgare i vostri problemi, poiché non parla».

«Siete lontano dall’essere vecchio, e certamente non siete cieco», gli dissi. «Francamente, siete la persona più percettiva che conosca». In verità, era stato così dalla prima volta che l’ho incontrato. A volte, la sua abilità nell’indovinare quello che io — o un’altra persona — stiamo pensando, è stupefacente. Non è soltanto che mi conosca bene; l’ho visto fare lo stesso con degli sconosciuti. Con il tempo, ho sviluppato due teorie: una, che abbia perfezionato le sue capacità di osservazione fino a una perfezione soprannaturale; due, che sia un sensitivo.

L’ultima cosa è difficile da provare anche se, ultimamente, sono arrivato a interessarmi molto di fenomeni occulti e degli insegnamenti di una organizzazione locale chiamata Alba Dorata (le mie letture mi hanno portato a concludere che il professore sa molto, o tutto, delle loro conoscenze. Ciò si basa su innumerevoli commenti che lui ha fatto durante la nostra stretta amicizia durata otto anni. Frasi esoteriche quali “Come sopra, così sotto” (una citazione dalla nostra comune conoscenza Hermete Trismegisto, e dozzine di altre simili osservazioni oscure… oscure a quel tempo, però).

Inoltre, il professore irradia un’aura di potere: non tanto del tipo fisico quanto di quello mentale. Come me, lui fu un wunderkind, ma qui io non parlo di intelligenza, che lui ha in abbondanza, ma della parte metafisica. In pubblico — tranne quando dà lezioni — recita la parte del pasticcione, del pagliaccio. L’ho udito persino fingere il più terribilmente comico accento straniero, anche se il suo inglese è eccellente. È come se volesse evitare che il mondo possa vedere in lui ciò che è veramente: lo studioso, il genio, il filosofo.

Ma quando si è trovato solo in mia presenza, talvolta mi ha permesso di scorgere degli squarci di quell’immensamente brillante e sapiente occultista che è in realtà, sotto la maschera dello sciocco. Naturalmente, non l’ha mai chiamato occultismo; questo è quello che sono riuscito a capire. Ma ora ricordo una vacanza di tanto tempo fa ad Amsterdam quando, inavvertitamente, entrai nella sua biblioteca privata e scoprii dentro a un armadietto chiuso un vero tesoro di trattati sulla magia: La Chiave Maggiore di Salomone, Il Goetia, Il Sepher Yetzirah, e Una vera e fedele relazione di quello che accadde per molti anni tra il dottor Dee e alcuni spiriti.

Questo è l’uomo che ho incontrato nuovamente oggi, sebbene abbia, con successo, adottato il travestimento del prete di campagna non molto istruito. Ma io ho visto al di là del semplice inganno che velava i suoi grandi occhi blu, al di là della sua espressione allegra. Sembra più vecchio di quando l’ho visto l’ultima volta; la maggior parte dei capelli rosso dorato sono diventati bianchi e lui, come me, ha perso peso e sembra scavato nelle guance e nelle mascelle. Nonostante tutto ciò, irradia ancora più quell’impressionante forza interna, quel profondo senso di saggezza e calma che persino la tempesta più forte non può scuotere, facendolo paradossalmente sembrare — il vero uomo interiore sotto il vestito della carne — più giovane di quando lo vidi l’ultima volta.

«Ma prego», continuai, facendo un gesto in direzione dell’entrata. Entrambi ci dirigemmo verso la porta aperta, io tendendo le braccia come a voler prendere la donna immobile tra le sue. Come mi aspettavo, lui rifiutò qualsiasi aiuto. «Entriamo subito e vi libererete del vostro peso. Chiamerò il domestico per portarla…».

«No!». La sua brusca risposta mi fece girare la testa di scatto per fissarlo attentamente. Con più dolcezza allora, aggiunse: «Ancora nessun domestico. Potrà venire il momento che ne avrò bisogno, ma oggi manteniamo tutta la riservatezza possibile».

Acconsentii e gli dissi che avrei atteso a chiamare Thomas per prendere le valige finché sia lui che la sua paziente si fossero sistemati nelle loro stanze, poi le avrei fatte lasciare fuori della porta delle celle per garantire il loro anonimato.

Oltrepassata la soglia, lo convinsi a liberarsi del suo tesoro così gelosamente custodito, e a depositarlo in una sedia a rotelle dall’alto schienale. È l’ultimo modello, equipaggiato in modo speciale con delle cinghie per i pazienti più violenti. Mentre la sistemavamo nella sedia con tenera sollecitudine e ci fermavamo a considerare le cinghie, commentai piano:

«Dubito che ne avrà bisogno».

«Non in questo momento». La sua maschera gioviale scivolò via per un istante, non di più. Questa volta vidi un uomo oscuramente tormentato che portava il peso di tutto il mondo sulla sua anima. «Ma potrebbe venire presto il momento. Dobbiamo restare all’erta», continuò.

Insistette per spingere lui stesso la sedia. Lo condussi direttamente all’ascensore (qui è una necessità: trascinare di sopra o di sotto un paziente violento è un lavoro pericoloso). Nell’assoluta privacy dell’ascensore attesi una spiegazione circa la sua “missione segreta”, ma non mi disse nulla. Così chiacchierai del più e del meno e chiesi notizie di sua madre, una vera gentildonna inglese che avevo conosciuto ed ero arrivato ad ammirare profondamente.

«Sta morendo», disse, nella sua opaca e concreta maniera olandese. «Tumore ulceroso del seno destro. Lo ha da più di un anno, ma adesso le manca poco; è arrivato al cervello. La mia preoccupazione è che possa morire mentre sono via».

Gli poggiai una mano sulla spalla. Raramente l’ho toccato se non per stringergli la mano per dargli il benvenuto o per salutarlo, e lui rispose al gesto con un’occhiata piena di gratitudine (c’è qualcuno a cui piace stringere la mano più che ai suoi connazionali?).

«Sono più dispiaciuto di quanto le parole possano esprimere. Fu così gentile con me quando entrambi veniste in visita! Arrivai a pensare a lei come a mia nonna, dato che io non ne ho conosciuta nessuna».

A quell’ultimo commento, sussultò in silenzio, come se fosse stato colpito allo stomaco, e distolse lo sguardo; penso che l’emozione lo avesse sopraffatto. Dopo un momento di silenzio, disse:

«Non ho intenzione di procurarvi un fastidio, amico John, con le mie difficoltà. Avete sopportato più di quello che è sopportabile, nella vostra breve vita. Siete troppo giovane per aver fatto esperienza di una tale perdita, troppo giovane. Alla mia età, ce lo si aspetta».

Si riferiva, naturalmente, alla morte di mio padre avvenuta sedici anni fa, e a quella di mia madre, fa tre anni il prossimo autunno. La proprietà di famiglia è troppo grande e solitaria per un unico erede, così ora la divido con i miei pazienti.

Infine arrivammo alle due celle più vicine alla mia camera da letto, che io preferisco lasciare libere a meno che l’Istituto non sia proprio pieno. Dato che, al momento, abbiamo soltanto tre residenti, Uno dei quali penso di dimettere a breve termine, il più vicino ospite si trovava a una distanza di una mezza dozzina di celle. Van Helsing avrebbe avuto la sua privacy.

«Ecco», dissi, aprendo con la chiave e poi spalancando le porte che conducevano in ogni stanza, in modo che il professore potesse guardarvi dentro.

Una cella era senza finestre e conteneva l’usuale mobilia: letto, comodino, e una lampada a gas montata così in alto sul muro che poteva essere accesa o spenta soltanto da un inserviente con uno speciale congegno attaccato a un lungo manico di scopa. L’altra l’avevo preparata personalmente per il professore. La finestra con la grata guardava direttamente sul giardino fiorito (che quest’estate è particolarmente bello e rigoglioso), e avevo coperto il letto con una coperta imbottita cucita da mia madre. Avevo anche aggiunto uno scrittoio e una comoda sedia che fronteggiava la finestra, e accanto all’irraggiungibile luce a gas avevo lasciato un lungo palo in modo che il professore potesse controllare la luce come preferiva.

Tolsi due chiavi dall’anello da secondino che portavo alla cintura, e gliele porsi.

«Questa è vostra… e questa è la chiave della camera della signora».

«Ah!», disse, fissandole e poi guardando di nuovo le stanze. «Questa», e fece un gesto verso la stanza più assolata e più bella che avevo destinato a lui, «la lascerò a lei. L’altra per me va bene».

E, prima che potessi protestare, la spinse nella cella, oltrepassandomi, la sollevò dalla sedia a rotelle e la depositò nella sedia più comoda che guardava verso il giardino. Era piuttosto frustrante perché, se la signora era veramente catatonica, quella vista sarebbe stata del tutto sprecata e io non ero certo felice di lasciare il frutto del lavoro di mia madre nelle mani di una pazza.

Li seguii all’interno, chiedendomi se sarebbe stato maleducato parlare a voce alta, quando il professore tolse il cappello e il velo alla sua paziente.

Trattenni il respiro. La donna era completamente pelle e ossa ma, nello stesso tempo, giovane e innaturalmente graziosa, con enormi occhi neri e capelli molto scuri raccolti sulla nuca. Eppure…

Sbattei le palpebre e per un istante mi trovai a guardare una donna dell’età di Van Helsing, una donna con delle striature di grigio nei capelli e le zampe di gallina intorno agli occhi.

Un altro sbattere di palpebre e la signora era ancora giovane e bella, con i capelli di un intenso castano scuro senza tracce di argento. Era come se la sua gioventù fosse un velo che si era alzato per un istante, e poi si era abbassato rapidamente, mascherando la vera donna al disotto. Il terribile vuoto senz’anima in quegli occhi mezzi chiusi, rivolti verso il basso, non poteva essere nascosto; ma sotto di esso percepii un dolore senza fondo.

Infine alzai gli occhi e mi accorsi che il professore mi stava studiando, con le sue sopracciglia d’oro e d’argento che si aggrottavano intente. Quando i nostri sguardi si incontrarono — il suo consapevole, il mio interrogativo — mi chiese:

«Sei un sensitivo, John? Tu vedi sotto la facciata, vero?».

Ero troppo sorpreso per fare altro che un gesto di assenso. Lo avevo compreso nel modo giusto? Quello che mi aveva portato era un caso metafisico? Quella strana e triste donna con un viso invecchiato ma senza età? L’idea in se stessa era abbastanza irresistibile. Eppure, c’era dell’altro che mi attirava verso di lei, una strana sensazione di parentela… la sensazione che, forse, noi due condividevamo qualche segreto dolore.

Con mia grande delusione, lui non rivelò altro ma disse:

«E ora lasciamola riposare. Avrò bisogno di un po’ di tempo con lei al tramonto».

All’improvviso si chinò inginocchiandosi ai piedi di lei, come un gentiluomo che fa una proposta di matrimonio a una donna (ancora il doloroso ricordo di Lucy!). Con delicatezza, sollevò l’inerte mano guantata della donna dal grembo, e se la premette sulle labbra con una tale pura e affettuosa devozione che io ne fui onestamente scioccato. La loro relazione era evidentemente qualcosa di più che quella tra dottore e paziente.

La mia curiosità ne fu così stuzzicata che, quando uscimmo e il professore chiuse a chiave la pesante porta dietro di noi, gli domandai subito:

«Chi è?».

Lui guardò dritto davanti a sé e sospirò:

«Gerda Van Helsing. Mia moglie».

Non avrei potuto essere più stupefatto. Conoscevo il professore da più di sette anni, da quando, per la prima volta, ero arrivato all’università alla tenera età di quindici anni. Una situazione difficile: si trattava della mia prima volta lontano da casa, ed ero talmente più giovane degli altri ragazzi, da costituire continuamente il bersaglio di scherzi e derisioni (e non mi aiutava certo il fatto che sembrassi molto più giovane della mia vera età). Soltanto il professore seppe vedere al di là della mia immaturità, i miei talenti, e mi prese sotto la sua ala, paterna e professionale.

Eravamo molto vicini, forse perché io avevo perso mio padre precocemente ed ero contento di aver trovato un sostituto paterno; naturalmente, c’era anche il fatto che condividevamo la stessa passione per la medicina, e che lui vedeva in me molto di se stesso. Anche lui era stato un ragazzo prodigio che aveva conseguito la laurea in medicina a un’età molto precoce; così, mi incoraggiò molto a proseguire i miei studi medici, sebbene fossi circondato da uomini che erano quasi di dieci anni più vecchi di me (il professore ha anche la licenza per esercitare l’avvocatura in Olanda ma lui, mestamente, ammette essersi trattato di un errore).

Durante i nostri anni di amicizia — e durante la mia breve visita di un giorno a casa sua — non l’ho mai udito (e nemmeno sua madre, se è per questo) parlare della sua famiglia, o di sua moglie. Difatti, ho sempre supposto che fosse scapolo. Non gli ho mai chiesto di farmi visitare la sua camera da letto.

«Professore», dissi a bassa voce, sebbene fossimo del tutto soli e oltre ogni possibilità di essere uditi da qualcuno, «che cosa sta accadendo? Ho l’impressione che la malattia di vostra moglie sia qualcosa di più che una semplice catatonia. C’è qualcos’altro; mi sbaglio nel pensare che si tratti di qualcosa di metafisico? La signora Van Helsing sembra così giovane… eppure credo che non lo sia, che sia un’illusione».

Emise un sospiro di infinita stanchezza e tutta la sua allegria se ne andò completamente.

«Noi siamo entrambi uomini di scienza, John, educati a fidarci dei nostri occhi e della nostra logica per spiegare come opera il mondo, ma ci sono dei casi in cui la scienza moderna fallisce del tutto. Ci dobbiamo adattare e, come Democrito quando postulò l’atomo, dobbiamo accettare che esiste dell’altro in questo universo oltre quello che l’occhio o il cervello possono indagare». Si fermò e sembrò considerare se dirmi tutto subito o no. Con mia delusione, apparentemente scelse la seconda ipotesi. «Con il tempo, mi spiegherò meglio, ma il tramonto arriverà tra meno di due ore; prima di quel momento, devo curare Gerda».

«Prima», dissi, «dovete prendere un tè come si deve».

Così gli feci strada e mangiammo insieme. Sembrò profondamente preoccupato e non parlò più di sua moglie o di sua madre, così non insistetti. Dopo di ciò, scomparve nel giardino della cella e non ne uscì fino alla cena. Di nuovo, fu stranamente silenzioso circa la ragione per cui si trovava qui. Stanotte non sono riuscito a dormire, e così mi sono alzato per scrivere questo: la mia mente continua a rimandarmi l’immagine del viso della signora Van Helsing. Perché mi perseguita tanto?


Il diario di Abraham Van Helsing


2 luglio. È stato un viaggio tranquillo, e sia Gerda che io abbiamo trascorso una notte calma. Sfortunatamente, ieri ho perso la mia opportunità per un’utile seduta di ipnosi: eravamo entrambi in viaggio nel momento in cui è più ricettiva e, quando sono ritornato da lei più tardi nel pomeriggio, non ha voluto parlare.

Che strano godere del lusso del poter dormire di notte! Prima di tutto, ho attentamente chiuso ogni cella, e ho messo un crocifisso sopra ogni porta e sopra la finestra di Gerda, oltre al piccolo medaglione di San Giorgio. Naturalmente, c’è una croce intorno al suo collo: su una grossa catena eguale alla mia, che né lei né un aggressore potrebbero rompere.

Per la prima volta in molte notti, ho dormito profondamente. Il comprendere che il peggio era già passato — che Vlad e Zsuzsanna erano diventati all’improvviso più forti ed erano fuggiti dal castello — stranamente, mi calmava. Non avevo null’altro di cui preoccuparmi.

Tranne che per John; lui è sempre stato, come sua madre, un sensitivo. Quando, ieri, l’ha fissata in faccia per la prima volta, temetti che avesse veramente compreso la verità… e che avevo fatto un errore fatale nel portare qui Gerda.

Poiché ho lavorato tutta la mia vita per risparmiare del dolore al ragazzo, e per proteggerlo dalle attenzioni dell’Impalatore. Volevo che avesse una vita normale, la vita che io e tutti i miei antenati non abbiamo potuto avere, la vita che fu tanto crudelmente negata al dolce, piccolo Jan.

E come fui preso dall’orrore e dalla commozione nell’udire che i suoi genitori adottivi gli avevano messo la versione inglese del nome del fratello defunto: John.

Nessuno lo sa tranne me… e mamma, che portò il bambino con sé a Londra e lo diede alle persone migliori e più gentili che conosceva le quali, da lungo tempo, non avevano avuto dei figli. Non fu mai detta loro la verità circa l’origine del bambino. Anche la povera Gerda non sa della sua esistenza poiché, durante la gravidanza e il parto, era completamente ignara delle condizioni del suo corpo, e io ho faticato molto perché Zsuzsanna e Vlad non ne venissero a conoscenza.

Ci sono riuscito? Non lo so; presto la domanda avrà una risposta. Sono stato molto indeciso circa il fatto di venire qui ed esporlo al pericolo… Ma non venire a sorvegliarlo potrebbe essere anche più pericoloso. È troppo vicino a Londra, ora che Vlad è diretto qui. Il mio solo legame con i Vampiri passa attraverso la mia povera moglie, che mi dice poco; in che altro modo posso essere sicuro che John sia al sicuro e che Vlad e Zsuzsanna non abbiano saputo qualcosa della sua esistenza?

Ma ieri, quando lo vidi guardare in volto sua madre, fui preso dall’orrore: come sono stato stupido a pensare che John, un sensitivo, non sapesse che stava guardando in uno specchio genetico? La somiglianza tra i due è così marcata: lo stesso naso, gli stessi occhi e mento, lo stesso colorito! Ma, nella mia disperata fretta, ho mancato di considerare questo problema.

Qualsiasi male gliene verrà, è interamente colpa mia. Sto riflettendo sul fatto di andarcene… per amor suo.

Questa mattina, all’alba, c’è stato un cattivo presagio da parte di Gerda. Sotto ipnosi, il suo umore era gaio e in vena di chiacchiere. Alla domanda «Dove sei ora?», ha risposto: «In viaggio».

Questo mi ha confuso; il giorno prima, aveva espresso una furia appassionata e aveva detto: «È partito! Il bastardo è partito!». Poi non aveva voluto dire altro, tranne che descrivere la vista di grandi e solidi carri fuori del castello. Lo presi come un segno che Vlad aveva abbandonato Zsuzsanna.

Ma oggi, le notizie sono cambiate.

«In viaggio…», disse Gerda. «Sento il battere e lo sbuffare dei cavalli». Zsuzsanna, supposi, stava viaggiando nella sua bara in uno dei grandi carri. Ma, con mia sorpresa, Gerda continuò: «È un mattino chiaro, assolato; avevo dimenticato quant’è bella la campagna in estate. Sono triste nel lasciare la mia casa per sempre ma, nello stesso tempo, trabocco di gioia!».

Impossibile, naturalmente, per Zsuzsanna, guardare fuori alla luce del sole. Non capisco le parole riportate; ha forse capito che Gerda è sottoposta ogni giorno alle mie domande, e sta quindi cercando, intenzionalmente, di confondermi con false informazioni?

Ho preso precauzioni tali che ne dubito fortemente. I Vampiri sono effettivamente in viaggio. Posso solo supporre che Zsuzsanna pensasse che stava per essere abbandonata, ma che Vlad ha deciso, forse all’ultimo momento, di portarla in viaggio. La rapida descrizione del mattino non riesco a spiegarla.

Se viaggiano via terra, arriveranno entro una settimana; se viaggiano per mare (cosa che offre minori rischi) ho un mese per prepararmi. Mi atterrò alla prima ipotesi, in modo da essere pronto.

Quindi devo fare rapidamente la mia scelta riguardo a John. Lo lascio pregando che sia al sicuro senza il mio intervento? O resto?


Il diario del dottor Seward


3 luglio. Come unico proprietario di un manicomio, sono abituato alle cose strane, ma la giornata odierna, credo, ha portato gli eventi più strani di cui sia stato testimone, qui o altrove.

Tutto è iniziato nelle prime ore del mattino. Ero stato sveglio per un po’ di ore, incapace di riprendere sonno dopo un altro attacco di quello che sono arrivato a chiamare un “sogno disturbante”. Sono stato restio a scriverne — fino a oggi — perché lo avevo imputato a una combinazione di ansia e alla venerazione di un eroe. E, francamente, ad un po’ di mania nascosta dentro di me che glorificava il professore e me come due coraggiosi cavalieri dell’occulto che combattevano contro un grande Male che voleva sottomettere il mondo.

Il sogno è piuttosto semplice, e consiste in un’immagine di me stesso e del professore che brandiamo spade d’argento contro una vasta e invadente Oscurità. Questa parte è piuttosto piacevole (e, in tutta coscienza, imbarazzante), ma la parte “disturbante” arriva quando il professore scompare all’improvviso dalla vista e io vengo lasciato solo a combattere. L’Oscurità rapidamente aumenta e mi circonda, divorandomi nello stesso modo in cui un’ameba mangia la sua cena. Ho sognato tutto ciò parecchie volte da quando ho ricevuto il telegramma di Van Helsing.

Ne ho abbastanza! Per quanto sembri sciocco dirlo a voce alta, ancora mi terrorizza… specialmente dopo il mio incontro con il professore questa mattina.

Allora restai sveglio per un po’ nel letto, riluttante a ritornare a dormire (forse a sognare), riluttante ad alzarmi e accettare la fatica come mio destino. Finalmente, quando l’oscurità si rischiarò diventando grigia, mi alzai, mi lavai, mi vestii, e uscii nel corridoio per vedere se il professore era sveglio. La mia intenzione era quella di invitarlo a un’abbondante colazione, poiché aveva saltato la cena e la colazione entrambi i giorni, lasciandomi preoccupato.

La porta della sua cella era chiusa a chiave. Avevo abbandonato la speranza e mi ero appena voltato per dirigermi verso le scale, quando vidi con la coda dell’occhio la porta della camera di sua moglie leggermente socchiusa. Mi mossi verso di essa pensando di bussare ma, invece, rimasi un po’ in silenzio ad ascoltare. Dall’interno proveniva la voce del professore: il suo tono mi rassicurò che la conversazione che stava avendo luogo non era di carattere intimo.

E, in risposta, arrivò una seconda voce: quella di una donna, senza dubbio quella della sua paziente “catatonica”. La mia curiosità di medico ebbe la meglio su di me, lo confesso. Bussai leggermente, rapidamente, poi aprii spingendo la porta con tale delicatezza che non fece rumore.

Van Helsing era troppo intento per notarmi. Il suo sguardo era fisso sulla moglie seduta sulla sedia, che era stata spostata dalla sua posizione davanti alla finestra per guardare verso il professore.

Aveva un’espressione talmente animata che, per un istante, pensai di stare guardando una donna diversa. I suoi occhi scuri erano spalancati e traboccavano di divertimento e fascino, mentre le sue labbra erano curve verso l’alto in un sorriso pieno di fossette. Era vestita come una matrona con un severo abito nero e uno scialle, i capelli tirati all’indietro in una crocchia severa e poco attraente, ma il suo comportamento era quello di una debuttante eccitata. Questa mattina, l’illusione della bellezza della giovane era così forte che non ebbi alcun indizio della donna anziana che si celava al di sotto.

«Guardo attraverso il finestrino», disse graziosamente, con il mento appoggiato sopra le nocche.

E, difatti, aveva voltato la testa e sembrava guardare fuori da una finestra (mentre quella reale era alle sue spalle), come se stesse seduta su un treno a fissare la scena esterna.

«Vlad è con te?», chiese il professore, con una tale intensità da farmi comprendere che mi ero imbattuto in una seduta ipnotica. Rimasi assolutamente immobile, per non disturbare nessuno dei due, facendo sì che la signora Van Helsing non emergesse troppo rapidamente dalla trance.

Lei scosse la testa e fece una risata sprezzante.

«Non lui. Sono con il mio amore». Sospirò. «La luce del sole sulle montagne è così bella…».

Al sentire ciò, le folte sopracciglia bionde di Van Helsing si aggrottarono per l’allarme.

«La luce del sole! Sei nella tua bara? Dormi?».

Di nuovo, una risata giocosa; stupefacente, non era dovuta all’assurdità della domanda. «No, no, sono sveglia. La scena è così deliziosa, non vorrei…». Un nuovo prorompere di risate. «Elisabeth, ferma! Qualcuno ti vedrà…».

«Chi è Elisabeth? Una mortale o un Vampiro? È qualcuno che hai morso?».

Non riuscii a reprimere un piccolo sussulto. Nonostante la precedente disattenzione, Van Helsing alzò lo sguardo bruscamente; tutta l’animazione abbandonò sua moglie con la terribile subitaneità di un castello di carte che cade, lasciandola ancora una volta una creatura con gli occhi vuoti e la mascella cascante.

Per quanto riguarda il professore, si alzò con la velocità e l’incurante determinazione di un turbine di vento. Con fare incredibilmente brusco, mi afferrò per un braccio e mi fece uscire dalla stanza. Sempre tenendomi come per impedirmi di scappare, chiuse a chiave la porta della cella poi, alla fine, mi lasciò e bisbigliò con furia:

«Non lo fare più! Mai più! Capisci in che male potresti incorrere nell’ascoltare cose simili?».

Per un po’, fui troppo sbalordito per rispondere: non avevo mai visto il professore così rosso di rabbia. E che cosa intendeva dicendo che potevo incorrere nel male? Mi stava minacciando? Quando, infine, ritrovai la parola, riuscii a dire:

«Io… io volevo solo invitarvi a fare colazione, vedendo che vi eravate alzato tanto presto. Mi scuso per il disturbo ma, poiché la porta era socchiusa e vi udivo parlare, mi sono preso la libertà… io ho bussato, ma voi eravate troppo intento per udirmi».

«Allora è colpa mia!», tuonò: dico tuonò, anche se ancora bisbigliava, poiché la rabbia gli scuoteva la voce. «Hai udito cose che non avresti dovuto sentire…».

«Riguardo a mortali e Vampiri», dissi, incapace di trattenere del tutto il mio divertito scetticismo.

Ero interessato, a dire il vero, ai fenomeni occulti, e una prova certa avrebbe potuto persuadermi dell’esistenza di Vampiri… di una varietà psichica, ma un Vampiro che morde con denti aguzzi… quello era un argomento che proveniva direttamente dalle pagine di un romanzo del terrore.

Lo guardai di traverso, invitandolo a una spiegazione razionale per una domanda talmente irrazionale, una spiegazione che mi avrebbe calmato e avrebbe provocato un sorriso da parte di entrambi. In verità, nella mia mente ne avevo pensata una per lui: che stesse assecondando, per qualche ragione, le allucinazioni di sua moglie, al fine di saperne di più per poterla aiutare.

Ma la fiera intensità nei suoi occhi blu non venne meno, né lui rispose; distolse soltanto lo sguardo e intrecciò le braccia, ancora turbato. O, piuttosto, turbato nuovamente dalla sua incapacità di fornire la risposta che io desideravo ardentemente sentire. Se ci fosse stata una sedia nel corridoio, vi sarei caduto sopra, poiché fui all’improvviso sopraffatto dalla sgradevole e indubbia consapevolezza che il professore aveva posto la domanda in tutta serietà.

Emisi una breve e affannosa risata d’incredulità; il sorriso sul mio viso cominciò a trasformarsi in una smorfia di preoccupazione. Per tutti quegli anni, avevo creduto che il mio mentore possedesse i più profondi segreti dell’occulto. Il segreto poteva essere che fosse un pazzo in preda alle allucinazioni?

«Sicuramente, dottor Van Helsing, voi non siete…».

In risposta, mi afferrò ancora il braccio con una tale forza che mi interruppi, spaventato fino a stare zitto, mentre mi trascinava con sé verso la sua tetra camera.

Una volta lì, chiuse la porta dietro di noi, poi si voltò a guardarmi.

«John, ti ho veramente fatto un grande torto nel venire qui. Non resterò a lungo, ma farò immediatamente i preparativi per partire, per me e per mia moglie».

Il suo umore era un po’ più calmo, ma non meno determinato né meno arrabbiato, sebbene potessi vedere ora che la sua rabbia stava rivolgendosi interamente verso se stesso. Per qualche motivo, ciò mi infastidiva più del suo brusco e non scusabile comportamento verso di me.

«Vediamo», protestai, cercando di eguagliare la sua veemenza con un po’ della mia. Sebbene quello che avevo udito rimanesse incredibile, stava diventando sempre più chiaro — proprio come il vero viso della signora Van Helsing si era mostrato da dietro un velo di giovinezza — che il professore agiva a causa di una grave preoccupazione, non a causa di qualche attacco di pazzia. Per quanto la situazione sembrasse strana e inesplicabile, seppi in quel momento (con il più puro istinto non scientifico) che non avevo mal giudicato il mio più fidato mentore per tutti quegli anni, e che potevo ancora fidarmi di lui. «Qualunque equivoco o imbarazzo si sia appena verificato qui, non permetterò che fuggiate via. Voi siete mio ospite e un mio caro amico, professore, e la colpa è mia, non vostra. Vi giuro che non mi intrometterò più; è stata un’azione enormemente irriflessiva, per la quale mi scuso molto».

Sospirò, e la rabbia sui suoi lineamenti si stemperò nel dolore.

«Ah, mio caro amico, se le sole scuse potessero eliminare ogni male fatto».

«Come ho fatto a farvi del male? Ditemelo, e io metterò immediatamente le cose a posto!».

Persino mentre parlavo con audacia, rabbrividii per un improvviso gelo, poiché l’immagine dell’Oscurità che avanzava calò su di me con una forza rapida e dolorosa. Questo è il significato del sogno, pensai involontariamente. Questa è la ragione per cui sono chiamato: per aiutare il professore a sconfiggerlo…

Era fin troppo simile alle allucinazioni dei miei pazzi e anche più disturbante, essere persuaso da una fissazione talmente irresistibile. Mentre guardavo il professore, la mia attenzione si spostò sullo stipite dietro di lui. Proprio sopra di esso, egli aveva appeso un crocifisso di legno scolpito, così grande che potevo vedere chiaramente l’espressione di dolore sul volto di Cristo. Dai suoi molti commenti, avevo sempre creduto che il professore fosse un agnostico o, al massimo, un deista. Che cosa mai stava accadendo, a noi, supposti uomini di scienza? Lottai, combattendo per liberarmi dalla mia illusione.

Eppure, non potevo non credere.

Van Helsing non notò il mio dilemma interno; distolse lo sguardò per scuotere la testa. Nella luce gialla della lampada, la sua espressione si ricompose nel calmo e saggio viso del professore che avevo sempre conosciuto.

«Non siete voi che avete fatto del male a me, John, né siete voi che dovete fare ammenda. Io non mi preoccupo per me stesso, ma voi avete sentito troppo. E, in questo caso, la troppa conoscenza può condurre al pericolo. Come posso rimediare a questo, se non cercando di essere sicuro che non vi esporrete mai più a tali opportunità?»

«Professore», dissi, con una tale determinazione che lui mi guardò con franca curiosità. Ma le parole mi abbandonarono ancora mentre mi dibattevo sul precipizio della decisione. Non potevo fare a meno di credere a ciò che ero sul punto di dirgli ma, se confessavo i miei pensieri più segreti, mi sarei esposto al ridicolo o, peggio, alla diagnosi che appartenessi anch’io al novero di coloro che professavo di curare?

Tirai un respiro e continuai in fretta, prima che la determinazione mi abbandonasse. Gli raccontai del sogno conturbante, della mia opprimente sensazione che fosse venuto proprio perché io sono sempre stato destinato ad aiutarlo in qualche segreta battaglia.

Arrossii mentre parlavo, poiché non è facile confessare delle convinzioni private e irrazionali, specialmente a colui intorno al quale tali convinzioni si accumulano. Ma lui ascoltò con tranquillità, con rispetto, e non manifestò il benché minimo segno di scetticismo. Io penso che accettasse tutto ciò che gli dissi.

Finii dicendo:

«Ho sempre creduto che tutto fosse un’idea sciocca, infantile, che mi avrebbe abbandonato mentre maturavo ma, nel corso degli anni, è soltanto divenuta più forte. È come avete notato quando, per la prima volta, ho incontrato vostra moglie, professore: quando guardo le persone, conosco i loro cuori. Il vostro è il più puro e il più degno di fiducia che io abbia mai trovato. Se c’è una strada, non importa quanto pericolosa, con cui possa aiutarvi, sarei onorato di farlo».

Caddi in silenzio e, per un po’, nessuno di noi parlò; l’espressione di Van Helsing rivelava che era toccato e profondamente turbato. Infatti disse con solennità:

«Devo considerare attentamente tutto ciò che mi avete detto, amico mio. Siate certo che stanotte non me ne andrò, ma vi comunicherò la mia decisione domani mattina». Quindi si fermò e si diresse verso la sua valigia, dalla quale tirò fuori uno splendente oggetto dorato. «Nel frattempo, mi fareste il piacere di portare questo in ogni momento?».

Una collana pendeva dalle sue dita; protesi la mano a coppa e indietreggiai appena quando essa cadde, fredda e dura, nel mio palmo.

Era un crocifisso, con una lunga catena. Lo studiai, poi alzai lo sguardo verso di lui, con l’intenzione di porre una domanda. Ma temevo la risposta, e così mi infilai la collana dalla testa e lasciai che il ciondolo scivolasse sotto la mia giacca, dove nessuno avrebbe potuto vederlo.

Dal suo comportamento, giudicai fosse ora di congedarmi… non prima però di averlo invitato a colazione. Però, mentre oltrepassavo la porta, la curiosità ebbe la meglio e mi girai per domandare:

«Professore! Credete veramente nei Vampiri… di quel genere che va in giro a mordere il collo della gente di notte?».

Mi studiò con aria triste prima di rispondermi con una domanda.

«Amico John, credete nei pazzi?»

«Non è una questione di credere o meno», risposi senza pensale, senza fermarmi a considerare quello che intendeva. «I pazzi esistono».

«Proprio così».

E non disse altro.

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