CAPITOLO TERZO

Galleggiando in una vasca d'acqua calda nell'infermeria della Base, Miles considerò l'idea di crocifiggere i due sabotatori del reparto veicoli in diversi e immaginosi modi. A testa in giù, ad esempio. O appesi sotto una slitta antigravità, a bassa quota sul mare. Meglio, anzi, semisepolti in una palude congelata durante una bufera… ma quando il suo corpo si fu riscaldato e il medico l'ebbe tirato fuori per asciugarlo, visitarlo di nuovo e fargli servire un pasto energetico, la sua rabbia era ormai temperata dalla ragione.

Non era stato un tentativo di omicidio. E di conseguenza non si trattava di una faccenda che lui avesse il dovere di mettere nelle mani di Simon Illyan, temuto Capo della Sicurezza Imperiale e mano sinistra di suo padre. La truce scena dell'alto ufficiale che faceva trascinare via ammanettati i due bastardi era affascinante da contemplarsi, ma poco realistica, come sparare a dei topi con un cannone maser. Del resto, difficilmente il tribunale militare avrebbe trovato un luogo di reclusione più sgradevole di Campo Cessofreddo in cui spedirli.

Avevano voluto fargli affondare la motopulce nella palude, questo era certo, per metterlo nella situazione imbarazzante di dover chiedere alla Base l'intervento di automezzi pesanti. Imbarazzante, non letale. Non avrebbero potuto — nessuno avrebbe potuto — prevedere che lui si sarebbe prudenzialmente collegato al veicolo con una catena, cosa che s'era rivelata, in ultima analisi, la più pericolosa aggravante. Al massimo era materia per la Sicurezza del Servizio, già piuttosto severa, o per un normale provvedimento disciplinare.

Rimise le gambe sul letto, l'unico occupato della lunga corsia, e spinse di lato il tavolino col vassoio del cibo. L'infermiere rientrò ed esaminò con aria di disapprovazione quello che non aveva mangiato.

— Si sente meglio, signore?

— Meglio, sì — disse sgarbatamente lui.

— Vedo che, mmh, non ha finito il pasto prescritto.

— Mi danno sempre troppa roba. Non la mangio mai tutta.

— Sì, suppongo che lei sia meno… mmh, già. — L'infermiere batté qualche nota sul display della cartella clinica. Poi si applicò un oculare ed esaminò gli orecchi di Miles e le dita dei piedi, tastandolo con mani svelte e pratiche. — Be' — concluse, — non credo che dovremo toglierle via qualche pezzo. Le è andata bene.

— Trattate spesso casi di congelamento? — O l'unico idiota sono io? L'evidenza, al momento, sembrava avvalorare quell'ultima ipotesi.

— Oh, quando arriveranno le reclute qui dentro non ci sarà neanche lo spazio per girarsi. Congelamenti, polmoniti, contusioni, ossa rotte, slogature e strappi muscolari… d'inverno non passa giorno senza che dal percorso di guerra arrivino gavettoni malridotti, e istruttori malridotti, anche. Per non parlare degli incidenti che capitano durante l'addestramento con le armi. — L'infermiere batté qualche altra nota sulla cartella clinica e la trasmise all'archivio computerizzato. — Ho paura che dovrò elencarla come ricoverato, comunque, signore.

— Paura?

L'infermiere raddrizzò le spalle nell'atteggiamento inconscio di chi sta per dare notizie ufficiali, e assunse lo sguardo da non-è-colpa-mia-io-dico-solo-quello-che-mi-hanno-riferito. — Lei ha l'ordine di mettersi a rapporto dal comandante della Base, appena io la dichiaro dimesso, signore.

Miles considerò l'ipotesi di lamentare forti dolori dappertutto. No. Meglio togliersi subito quel pensiero. — Mi dica, sottocapo, è già successo che qualcuno abbia perduto una motopulce?

— Può scommetterci. Le reclute riescono a distruggerne cinque o sei ogni stagione, senza contare i guasti e le ammaccature. Ogni sera, quando i veicoli rientrano, le imprecazioni dei meccanici si possono sentire anche di lontano. Il comandante ha giurato che la prossima volta che qualcuno perderà una… ahem! — L'uomo tossicchiò.

Meraviglioso, pensò Miles. Davvero grande. S'era già immaginato la scena. Ora avrebbe potuto ingannare il tempo immaginandosela ancora meglio.


Miles fece una capatina nel suo alloggio per cambiarsi, presumendo che il pigiama dell'ospedale non sarebbe stato adatto al colloquio che lo aspettava. Questo lo costrinse a confrontarsi con un altro piccolo problema. La tuta nera da fatica avrebbe fatto pensare a un atteggiamento troppo rilassato, mentre l'alta uniforme di lucida stoffa verde era troppo formale per qualunque posto che non fosse il Quartier Generale Imperiale a Vorbarr Sultana. I pantaloni e le scarpe della sua divisa normale erano in fondo a una palude. Nella sacca aveva portato con sé solo tre cambi d'abito, uno per ogni stile, e il baule con gli altri indumenti che doveva seguirlo era ancora in transito, al deposito bagagli di qualche aeroporto.

Chiedere qualcosa in prestito, anche se avesse avuto un collega a cui chiedere un favore così personale, era impossibile. Le sue uniformi erano fatte su misura in sartoria, e costavano almeno il quadruplo di quelle normali. Parte della cifra era dovuta al tessuto e alla fattura, ma soprattutto c'erano gli accorgimenti particolari e le protesi che il sarto doveva aggiungere per rimediare alle imperfezioni estetiche del suo corpo. Imprecò fra i denti e tirò fuori dall'armadio l'alta uniforme, compresi gli stivaloni lucidati a specchio e alti fino al ginocchio. Questi ultimi, almeno, rimediavano alla perdita dei gambali rinforzati.

GENERALE STANIS METZOV, diceva la targhetta alla porta, COMANDANTE DELLA BASE. Miles aveva accuratamente messo in opera ogni espediente per evitare l'ufficiale, dopo il loro primo poco fortunato incontro. E in compagnia di Ahn non era stato difficile, malgrado la scarsa popolazione attuale dell'isola Kyril; Ahn non cercava la compagnia di nessuno. Ma ora lui cominciava a pentirsi di non aver mai fatto conversazione con gli altri ufficiali, a mensa. Tenersi in disparte, anche se le necessità di lavoro lo imponevano, era stato un errore. In cinque giorni di chiacchiere casuali qualcuno avrebbe sicuramente almeno accennato alle voraci paludi dell'isola.

Il caporale addetto agli impianti di comunicazione nell'anticamera lo scortò alla porta dell'ufficio interno. Miles stabilì che avrebbe dovuto prendere il comandante della Base per il verso giusto e scoprire il suo lato buono, sempre che ne avesse uno. Gli servivano alleati. Il generale Metzov lo accolse seduto rigidamente dietro la sua scrivania, prese atto del suo saluto con un impercettibile cenno del capo e restò in attesa.

Quel giorno il generale era aggressivamente vestito in tuta nera da fatica. All'altezza gerarchica a cui il suo grado lo poneva, uno stile di quel genere per solito indicava la deliberata volontà di identificarsi col Soldato Combattente/Rude Patriota. L'unica concessione al suo grado era la perfetta stiratura dell'indumento, senza una macchia. Le sue decorazioni erano modestamente limitate a tre, tutte ricevute in battaglia. Pseudo-modestia, comunque, perché i nastrini erano incorniciati di alloro e saltavano agli occhi. Dentro di sé Miles dovette applaudire a quell'effetto. Metzov recitava la sua parte, quella di comandante-combattente, con una spontanea naturalezza che gli si adattava.

Una scelta al cinquanta per cento, fra due uniformi, e io vado a scegliere la possibilità sbagliata, s'irritò con se stesso Miles, mentre lo sguardo sarcastico del generale percorreva da capo a piedi la smeraldina eleganza della sua uniforme da parata. E va bene, si disse: così ora Metzov mi identifica col tipico giovane ufficiale Vor di stanza nella capitale. Non che gli dispiacesse. Ma dopo dieci secondi decise che ne aveva abbastanza di lasciarsi arrostire a fuoco lento dal suo sguardo e si schiarì la voce. — Sì, signore?

Metzov si appoggiò all'indietro sulla poltrona, con una smorfia pensosa. — Vedo che lei non si serve in una qualsiasi sartoria militare, alfiere Vorkosigan. E, uh… stivali da cavallerizzo, anche. Avrà notato che non ci sono cavalli, su quest'isola.

Neanche al Quartier Generale, pensò lui, seccato. Non ho disegnato io questi dannati stivali. Suo padre li aveva fatti ordinare per tutto il suo stato maggiore, anni addietro, quando aveva scoperto che poteva parlare di lavoro anche al galoppatoio mentre faceva rilassare i suoi ufficiali con un po' di equitazione. Incapace di escogitare una risposta che non fosse pungente, Miles si limitò a un: — Sì, signore. — E restò in dignitoso silenzio, testa alta e petto in fuori.

Metzov poggiò di nuovo i gomiti sulla scrivania, intrecciò le dita e mise da parte l'umorismo pesante. Il suo sguardo si fece duro. — Lei ha perduto una costosa motopulce con equipaggiamento completo per averla parcheggiata in una zona chiaramente segnata come Terreno Congelato Artico, soggetto ai pericoli dell'inversione termica. Non insegnano più a leggere le carte all'Accademia Imperiale? O per certi cadetti si preferiscono i corsi di Alta Diplomazia… come ad esempio l'equitazione e prendere il tè con le signore?

Miles richiamò alla mente l'aspetto della mappa. Poteva rivederla in ogni particolare. — Le zone azzurre erano marcate T.C.A., signore. Nient'altro. Non si tratta di una sigla cartografica standard, e non appare sugli atlanti né sulle mappe militari.

— Allora devo presumere che lei abbia trascurato di leggere il suo manuale.

Miles era stato sepolto nei manuali fin dal suo arrivo. Procedure meteorologiche, attrezzature tecniche… — A che manuale si riferisce, signore?

— Il Regolamento della Base Lazkowski.

Miles cercò freneticamente di ricordare se avesse mai visto un disco con quell'etichetta. — Io… penso che il luogotenente Ahn me ne abbia dato una copia… due sere fa. — In effetti l'ufficiale gli aveva lasciato sul letto uno scatolone pieno di dischi, negli alloggi. Stava cominciando a imballare gli oggetti personali, aveva detto, e gli sembrava giusto regalare a lui tutta la sua libreria. Miles aveva letto due trattati di meteorologia generale quella notte stessa, prima di addormentarsi. Nel frattempo, evidentemente, Ahn s'era chiuso in camera per dedicarsi a ciò che ormai lo appassionava più del suo lavoro, e il mattino dopo lui aveva dovuto partire da solo per il giro di manutenzione…

— E lei non lo ha neppure aperto. È così?

— Sissignore. È così.

— Perché?

C'erano necessità più urgenti, avrebbe voluto lamentarsi lui. Alle sue spalle poteva sentire la presenza del segretario del generale, silenzioso testimone fermo sulla soglia dell'ufficio. Metzov non lo aveva mandato via; gli stava facendo una lavata di capo pubblica, non in privato. Ma quello che lo rodeva era un altro pensiero: com'era possibile che i due maledetti bastardi del reparto veicoli fossero stati così intuitivi da capire che lui non aveva letto il regolamento? Gli piacesse o meno, comunque, doveva ingoiare il rospo. — Non ci sono scuse, signore.

— Be', alfiere, nel capitolo terzo del Regolamento della Base Lazkowski lei potrà trovare una descrizione completa del Terreno Congelato Artico, più le precauzioni per evitarne i pericoli. Ci dia un'occhiata, quando non sarà occupato con… l'equitazione o cos'altro la interessa.

— Sissignore. — La faccia di Miles era impassibile. Il generale aveva il diritto di spellarlo vivo con una vibrolama se voleva farlo… ma in privato. L'autorità che Miles riceveva dalla sua uniforme bilanciava a stento i tristi effetti dei pregiudizi storici della società di Barrayar per le deformità fisiche. E un'umiliazione pubblica che lo destituisse della sua autorità di fronte a uomini ai quali anche lui doveva dare ordini era molto simile a un atto di sabotaggio. Deliberato, o inconscio?

Il generale stava solo scaldando le batterie. — Il Servizio può sempre fornire pseudo-occupazioni più o meno utili ai Vor in eccesso al Quartier Generale Imperiale; ma qui, nel mondo reale, dove c'è da combattere, non abbiamo posto per gli animali da salotto. Io mi sono fatto strada dalla gavetta, alfiere, e ho visto i miei compagni cadere attorno a me nella guerra contro il Pretendente Vordariano prima che lei nascesse…

Io pure sono caduto nella guerra contro il Pretendente, quand'ero nel grembo di mia madre, pensò Miles, irosamente. La soltoxina, il gas che aveva quasi ucciso sua madre e fatto di lui un minorato, era un'arma chimica usata in quel conflitto.

— … e ho combattuto nella Rivolta di Komarr. Voi ragazzi che siete diventati adulti in quest'ultimo decennio non avete alcuna idea di cosa sia la lotta. Questi lunghi periodi di pace non fanno che indebolire il Servizio. Se andremo avanti così, senza vera pratica, quando arriverà una crisi non ci sarà più nessuno capace di tenere in mano il calcio di un'arma.

Miles strinse i denti, lottando contro la pressione interna che saliva sempre più. E allora cosa dovrebbe fare Sua Maestà Imperiale? Dichiarare una guerra ogni cinque anni per dar modo agli ufficiali di salire di grado e ornarsi di medaglie? La sua mente indugiò sul concetto di «vera pratica». Che se la stesse facendo proprio lì e ora, con quell'esemplare di ufficiale combattente arenato sull'isola Kyril?

Metzov era lanciato, ormai stimolato dalle sue stesse parole. — In un'autentica situazione di scontro armato, l'equipaggiamento di un soldato è vitale. Può fare la differenza fra la vittoria e la sconfitta. Un uomo che perde l'equipaggiamento perde anche la sua efficienza di combattente. Un uomo rimasto disarmato in una guerra tecnologica svolge la stessa funzione di una donna: inutile! E lei ha gettato via le sue armi!

Miles si chiese cupamente se il generale avrebbe ammesso che in una guerra tecnologica una donna poteva combattere come un uomo… no, probabilmente no. Non un barrayarano della sua generazione.

— Bene… — Il tono di Metzov calò di alcune ottave quando passò dalla filosofia militare a questioni più immediate. Miles ne fu sollevato. — La punizione d'uso per chi perde la motopulce in una palude è di tirarla fuori lui stesso. Con le sue mani. Ma mi rendo conto che questo non otterrebbe risultati utili nel caso attuale, poiché la profondità a cui è finita la sua costituisce il record della Base. Ciò nonostante lei si metterà a rapporto alle 14,00 dal tenente Bonn, reparto ingegneria, per assisterlo nel recupero e poi ripulire il veicolo.

Be', questo era senz'altro giusto. E probabilmente sarebbe stato anche istruttivo. Miles si augurò che il colloquio fosse finito. Posso andare, signore? Ma il generale lo fissava a occhi socchiusi, pensosamente.

— In quanto al danno da lei fatto alla Stazione Nove… — esitò, poi ebbe un sorrisetto simile a una crepa nel granito, la sua voce si fece più decisa, e Miles avrebbe quasi giurato di vedergli brillare una luce rossa in fondo alle pupille. — Lei sovrintenderà ai servizi di routine per una settimana. Quattro ore al giorno. Questo in aggiunta al suo normale incarico. A rapporto dal sergente Neuve, alla manutenzione, ogni mattina alle cinque.

Dalla soglia, dove il caporale indugiava, provenne una specie di ansito appena udibile che Miles non riuscì a interpretare. Divertimento? Orrore?

Ma… è ingiusto! E avrebbe perso una buona fetta del tempo in cui poteva ancora approfittare dell'esperienza di Ahn… — Il danno che ho fatto alla Stazione Nove non è stato uno sciocco incidente come quello con la motopulce, signore! Era necessario per la mia sopravvivenza.

Il generale Metzov lo gratificò di un'occhiata gelida. — Farà sei ore di manutenzione al giorno, alfiere Vorkosigan.

Fra i denti, come tirandosi fuori le parole con le pinze, Miles disse: — Non avrei il privilegio d'essere qui a colloquio con lei se mi fossi lasciato congelare, signore.

Un lungo silenzio, pesante, e uno sguardo che avrebbe potuto essere rivolto ai resti di un animale disseccati dal sole estivo su una strada.

— Può andare, alfiere — disse infine il generale Metzov. I suoi occhi erano fessure scintillanti.

Miles salutò, fece dietrofront e marciò fuori dall'ufficio, rigido e impettito come a una parata. Il sangue gli pulsava negli orecchi. A testa alta oltrepassò il caporale, che fingeva di dedicare la sua attenzione al funzionamento di una fotocopiatrice; chiuse la porta con la massima cura e poi fece risuonare i suoi passi nel corridoio al pianterreno dell'edificio dell'amministrazione.

Quando fu all'esterno imprecò dentro di sé, poi a voce alta. Una cosa era certa: doveva imparare a coltivare atteggiamenti più rispettosi verso gli ufficiali anziani. Alla radice del problema c'era, lo sapeva, l'ambiente in cui era stato allevato; troppi anni fra branchi di generali, ammiragli e diplomatici a Casa Vorkosigan, a tutte le ore, a pranzo e a cena. Troppi anni seduto in silenzio come un topolino, quasi invisibile, ad ascoltare i loro discorsi su questioni straordinariamente complesse o argomenti del tutto casuali e irrilevanti. Li vedeva come loro si vedevano l'un l'altro, forse. Quando un comune alfiere guardava il suo comandante era normale se in lui vedeva un semidio, non un… futuro subordinato. Gli alfieri di fresca nomina avrebbero dovuto essere quasi dei subumani per gli alti ufficiali, comunque.

E tuttavia… Cosa c'è che non va in questo Metzov? Lui aveva conosciuto militari d'ogni genere e con le più diverse tendenze politiche. Per la maggior parte erano ottimi ufficiali, finché gli si dava la possibilità di tener separato il dovere dalla politica. Come partito, i militari legati ai conservatori di destra erano pian piano usciti di scena dopo l'eliminazione — fucilazione, in qualche caso — degli ufficiali responsabili della disastrosa invasione di Escobar, vent'anni addietro. Ma il pericolo di una rivoluzione di destra — la classica giunta di ufficiali per «salvare» l'Imperatore dagli errori di un governo «debole» — continuava ad essere reale agli occhi di suo padre, come Miles sapeva.

Dunque era stato qualche sottile odore politico emanato da Metzov a fargli rizzare il pelo? No, si disse, questo no. Un uomo dotato di un minimo di sottigliezza politica avrebbe cercato di usarlo, non di schiacciarlo. O a irritarmi è stato questo provvedimento disciplinare umiliante, i servizi di manutenzione? Non era necessario essere un estremista politico per cedere alla tentazione, se capitava di poter mettere un Vor a cambiare i filtri delle latrine. O magari Metzov aveva qualche vecchia ferita lasciatagli da un arrogante Lord Vor. La politica, i rapporti sociali, la discendenza… le possibilità erano infinite.

Miles scrollò via quelle scariche elettrostatiche dalla mente; andò a mettersi la tuta da fatica e poi cercò il reparto ingegneria della Base. Per il momento, volente o nolente, era in acque più profonde della sua motopulce. Ma doveva soltanto limitarsi a evitare il più possibile Metzov. E se Ahn era stato capace di farlo per quindici anni, non vedeva perché lui non avrebbe potuto riuscirci per sei mesi.

Il tenente Bonn stava preparando la sonda per localizzare la motopulce. Era un giovanotto snello, sui ventotto-trenta, con una faccia lentigginosa arrossata dal freddo e capelli color paglia. Le altre sue caratteristiche erano occhi freddi e calcolatori, mani abili e un atteggiamento sarcastico che — Miles l'aveva intuito subito — sembrava essere congenito e non diretto contro di lui in particolare. Bonn e Miles s'erano addentrati nella depressione fangosa, mentre altri due tecnici in tuta isolante sedevano sul pianale del loro pesante automezzo a cuscino d'aria, parcheggiato al sicuro sulla più vicina spianata di roccia. Il sole era pallido; dal mare spirava il solito vento umido e freddo.

— Provi qui, signore — suggerì Miles, cercando di stimare angoli e distanze che aveva visto solo nella penombra crepuscolare. Gli indicò il punto. — Credo che dovrà andare giù almeno un paio di metri.

Il tenente Bonn lo guardò senza alcun entusiasmo, mise in verticale il lungo palo metallico e cominciò a spingerlo nella fanghiglia. La punta si bloccò quasi subito contro un ostacolo. Miles corrugò le sopracciglia, perplesso. Sicuramente la motopulce non poteva essere risalita quasi a galla…

Tutt'altro che stupito, Bonn si appoggiò con tutto il suo peso e diede alcune torsioni a destra e a sinistra. L'attrezzo cominciò a sprofondare.

— Cosa pensa che sia, signore? — domandò Miles.

— Ghiaccio — grugnì Bonn. — Spesso tre o quattro centimetri, direi. Qui stiamo sopra uno strato di ghiaccio, proprio come su un lago congelato, salvo che si tratta di un dannatissimo lago di fango… roccia vulcanica polverizzata.

Miles saggiò la consistenza del terreno con un tacco. Umido, ma solido. Più o meno come quando ci si era accampato sopra.

Bonn, che lo osservava, aggiunse: — Lo spessore del ghiaccio varia con la stagione, da pochi centimetri a qualche metro. D'inverno qui sopra potrebbe atterrare una navetta; in estate è molto più sottile. Questo materiale può diventare da solido a liquido in poche ore se qualcosa ne alza la temperatura, e col buio congelare di nuovo.

— Sì… me ne sono accorto.

— Mi dia una mano — ordinò laconicamente Bonn, e Miles afferrò l'asta appoggiandovisi con tutto il suo peso. Poté sentire lo scricchiolio con cui oltrepassò lo strato di ghiaccio. Se la temperatura si fosse abbassata più in fretta mentre lui era sepolto là sotto, e il fango avesse cominciato a congelarsi, sarebbe mai riuscito a sfondare quel sigillo di ghiaccio? Al pensiero ebbe un brivido, e tirò su la cerniera del parka che indossava sulla tuta nera.

— Freddo? — chiese Bonn.

— Faccio finta di non sentirlo.

— Bene. Ci si abitui. — Bonn premette un pulsante e lo scandaglio sonico in cima all'asta si accese con ronzio così acuto da far vibrare i denti. Sul display apparve una figura rossa a forma di goccia, qualche metro più a sinistra. — Eccola qui. — Bonn lesse le cifre del display. — È affondata di un bel pezzo, eh? Dovrei ordinarle di scavarla fuori con un cucchiaino da tè, alfiere, ma suppongo che ci metterebbe tutto l'inverno prima di arrivare a quella profondità. — Inarcò un sopracciglio, fissandolo come se immaginasse la scena.

Anche Miles non aveva difficoltà a immaginarla, dopo aver conosciuto Metzov. — Sì, signore — disse, rispettosamente.

Tirarono fuori la sonda, sporcandosi i guanti di melma mista a schegge di ghiaccio. Bonn segnò il punto e fece un cenno ai tecnici. — È qui, ragazzi! — I due annuirono, rientrarono in cabina e azionarono il cuscino d'aria. Mentre il pesante veicolo scivolava avanti, Bonn e Miles si tolsero di mezzo e risalirono sul pendio roccioso, dalla parte della stazione meteorologica.

Ululando, fra vortici di gocce che roteavano via in tutte le direzioni, il veicolo si fermò a mezzo metro sopra la superficie della palude. Il grosso raggio trattore, un modello usato anche per i lavori nello spazio, fu puntato in basso. Fango, pezzi di radici e ghiaccio esplosero fuori come un geyser, con un ruggito. Da lì a due minuti il raggio aveva scavato un cratere largo tre metri e fondo almeno cinque, percorso da vibranti ondulazioni color caffellatte lungo le pareti. La fossa cominciò a chiudersi appena il raggio invertì la polarità, ma il manovratore fu svelto a restringerlo e con un gorgogliante risucchio la motopulce fu tirata fuori dalla sua tomba di melma. Sotto di essa, appesi alla catena, penzolavano miseramente i resti contorti della tenda-bolla. Il veicolo indietreggiò fuori dalla palude, spense il cuscino d'aria e si appoggiò al suolo accanto al suo carico.

Bonn e Miles andarono a esaminare la motopulce coperta di fango. Il tenente toccò con un piede la plastica afflosciata lì accanto. — Lei non era in questa tenda-bolla, no, alfiere?

— Temo di sì, signore. Aspettavo che facesse giorno. Purtroppo… mi ero addormentato.

— Ma è uscito prima che affondasse.

— Be', non proprio. Quando mi sono svegliato ero già un bel pezzo sotto.

Bonn inarcò le sopracciglia. — Sotto di quanto?

Miles si portò una mano all'altezza del mento.

Il tenente lo guardò stupito. — E come diavolo ha fatto a tornare in superficie?

— Mi sembra che non sia stato facile. Adrenalina, suppongo. Sono arrivato su senza i pantaloni e le scarpe. Ripensandoci, anzi, posso andare a vedere se ritrovo almeno le scarpe, signore?

Bonn annuì in silenzio, e Miles tornò nella palude. Girò intorno alla buca prodotta dal raggio trattore, tenendosi a distanza di sicurezza dall'acqua marroncina che ora la riempiva, e dopo aver frugato nel fango più solido che era stato proiettato attorno trovò infine una scarpa, ma non l'altra. Valeva la pena di tenerla, nel caso che un giorno gli avessero amputato un piede? Probabilmente sarebbe stato il piede sbagliato. Fece un sospiro e risalì fino al veicolo.

Bonn guardò la scarpa malconcia e scosse il capo. — Avrebbe potuto lasciarci la pelle.

— Tre volte. Schiacciato nella tenda-bolla, affogato nel fango, e congelato sotto la grandine in attesa dei soccorsi.

Il tenente gli diede un'occhiata penetrante. — Proprio così. — Si allontanò a passi lenti dal veicolo, guardandosi attorno come in cerca di una vista migliore della zona. Miles lo seguì. Quando furono fuori portata d'udito dei due tecnici Bonn si fermò a osservare la palude, e con aria spassionata gli comunicò: — Ho sentito dire… ufficiosamente, che un certo tecnico motorista di nome Pattas si è vantato con un collega di averle fatto un brutto scherzo, dicendo che lei è stato così stupido da cascarci. Questa vanteria potrebbe esser stata… poco intelligente, se lei fosse rimasto ucciso.

— Se fossi rimasto ucciso, importerebbe poco che se ne sia vantato o meno. — Miles scrollò le spalle. — Quello che sfuggirebbe alla polizia militare della Base, stia pure certo che non resterebbe ignoto alla Sicurezza Imperiale dopo un'indagine approfondita.

— Lei si è reso conto d'esser stato vittima di un atto deliberato? — Bonn studiò l'orizzonte.

— Sì.

— Allora mi sorprende che non abbia subito informato la Sicurezza Imperiale.

— Oh, ammetto di averci pensato, signore.

Lo sguardo di Bonn tornò su di lui, come prendendo visione di tutte le sue deformità. — Non reciti la parte del Lord sportivo con me, Vorkosigan. Perché l'hanno accolto nel servizio?

— Lei che ne pensa?

— Privilegi dei Vor.

— E io ne ho approfittato.

— Allora perché è finito qui? Lei avrebbe potuto fare la bella vita al Quartier Generale.

— Vorbarr Sultana è deliziosa in questa stagione — annuì lui con un sospiro, e pensò a come se la stesse cavando suo cugino Ivan. — Ma io volevo fare servizio su un'astronave.

— E non poteva imbarcarsi, in qualche modo? — lo interrogò Bonn, scettico.

— Mi è stato detto che dovevo meritarmelo. Ecco perché sono qui. Per dimostrare che sono adatto al Servizio oppure… oppure no. Chiamare la Sicurezza Imperiale dopo una settimana dal mio arrivo, e far mettere a soqquadro la Base e tutti quanti da investigatori alla ricerca di una cospirazione, magari politica… dove io so che non c'è stato niente del genere… per quanto forse sarebbe divertente, non mi porterebbe più vicino al mio obiettivo. — Prove confuse, voci, la sua parola contro quella di due uomini… anche se lui avesse chiesto un'indagine completa e la macchina della verità gli avesse dato ragione, alla lunga le ripercussioni di quell'episodio l'avrebbero soltanto danneggiato. No, il Principe Serg valeva la rinuncia a una vendetta.

— Il reparto veicoli è sotto il comando del reparto ingegneria. Se la Sicurezza Imperiale venisse a indagare, io sarei tenuto a dire quello che so. — Gli occhi scuri di Bonn ebbero uno scintillio.

— Sì, signore, le sarebbe richiesta una testimonianza. Ma le voci restano voci, e possono circolare come esser smentite. Rischiare di compromettersi non le gioverebbe. E per quello che è successo qui, lei ha soltanto la mia parola. — Miles soppesò la scarpa, poi la scaraventò di nuovo nella palude.

Bonn la seguì pensosamente con lo sguardo mentre piombava nella poltiglia marroncina semiliquida. — La parola di un Lord Vor?

— Non ha molto valore, in questi tempi degenerati. — Miles scoprì i denti in un sogghigno. — Lo domandi a chiunque.

— Mmh. — Bonn scosse il capo, poi si avviò di nuovo verso il veicolo.


Il mattino dopo Miles si presentò al reparto manutenzione per la seconda parte del suo incarico: pulire e rimettere in efficienza l'equipaggiamento recuperato. Il sole brillava alto da ore, ma il suo corpo gli diceva che erano solo le 0500. Dopo un'ora di lavoro sulla motopulce, tuttavia, cominciava a scaldarsi e si sentiva meglio disposto.

Alle 0630 il tenente Bonn arrivò, inatteso, da uno dei corridoi seminterrati e mise a sua disposizione due aiutanti.

— Ehilà, caporale Olney. Salve, Pattas. Ci rivediamo, eh? — Miles sorrise acidamente. I due si scambiarono un'occhiata, a disagio. Lui esibì un atteggiamento del tutto illeggibile.

Alle vasche di lavaggio tenne in movimento i due uomini e si diede da fare quanto loro. La conversazione si limitò a frasi sintetiche su argomenti tecnici. Alle otto e mezzo, l'ora in cui Miles doveva mettersi a rapporto dal luogotenente Ahn, il veicolo e quasi tutti gli altri oggetti in dotazione erano di nuovo funzionanti e puliti come quando gli erano stati consegnati.

Augurò ai due aiutanti un cortese buongiorno e uscì, seguito dai loro sguardi più che mai perplessi e sconcertati. Be', se ormai non avevano capito erano proprio senza speranza. Aeremente Miles si chiese perché gli riuscisse facile avere rapporti solo con gente dall'intelligenza sveglia, come Bonn. Il maggiore Cecil aveva ragione: se non fosse riuscito a farsi ascoltare e rispettare dai sottoposti non sarebbe mai stato utile al Servizio. Non a Campo Cessofreddo, comunque.


Il giorno successivo, il terzo dei sette di punizione prescritti, Miles si presentò dal sergente Neuve. A sua volta il sergente gli presentò una motopulce da carico piena di attrezzature, un disco coi manuali per l'uso di ciascuna, e il programma di manutenzione delle condutture e degli scarichi della Base Lazkowski. Senza dubbio gli si preparava un'altra esperienza istruttiva. C'era da chiedersi se fosse stato Metzov, personalmente, a stilare l'elenco delle cloache e dei sifoni in cui avrebbe dovuto andare a insozzarsi.

La buona notizia era che avrebbe potuto disporre ancora dei due aiutanti. Quei particolari incarichi di ingegneria civile non erano, così sembrava, mai ricaduti sulle spalle di Olney e Pattas, perciò i due non avevano nessuna superiore conoscenza da sfruttare per approfittarsi di lui. A ogni tappa dovettero fermarsi e leggere i manuali prima di procedere. Miles s'impadronì alla svelta delle procedure e diresse il lavoro con un energico buonumore che avrebbe destato l'approvazione di uno stakanovista, mentre i due aiutanti si facevano sempre più cupi.

C'era, lo si doveva ammettere, qualcosa di affascinante negli attrezzi per la pulitura rapida delle condutture. E non mancavano i momenti di eccitazione. Da certi tubi ad alta pressione potevano emergere effetti sorprendenti. Gli scarichi prodotti da diversi impianti automatizzati, ad esempio, contenevano una sostanza usata anche nelle armi chimiche, capace di dissolvere all'istante parecchie cose, compresa la carne umana. Nei tre giorni che seguirono, Miles apprese sulle infrastrutture della Base Lazkowski più di quanto avrebbe mai immaginato di voler conoscere. Ebbe anche l'occasione di calcolare il punto in cui una sola carica di esplosivo avrebbe fatto schiattare l'intero sistema delle fognature, se fosse arrivato ad accumulare sufficiente esasperazione.

Il sesto giorno Miles e la sua squadra furono mandati a stasare uno degli scarichi dell'acqua piovana, accanto al percorso di guerra. Ci volle poco a individuare il punto. La strada che scorreva sul lato esterno del campo era semiallagata, mentre dalla conduttura che sboccava nello scarico a cielo aperto sgocciolava fuori solo un rivolo d'acqua.

Miles prese un lungo flessibile d'acciaio dal retro della motopulce, avanzò nella pozzanghera e lo spinse sotto la superficie fangosa. La grata dello scarico sembrava del tutto libera, e così anche i primi tre metri dello scarico. La porcheria che l'aveva intasato doveva essere molto più all'interno. Divertente. Consegnò il flessibile a Pattas, attraversò la strada e andò a chinarsi nel canaletto scoperto. La conduttura che vi sfociava, raccogliendo il drenaggio dell'intero percorso di guerra, era larga più di mezzo metro. — Dammi la torcia elettrica — disse a Olney.

Si tolse il parka, lo gettò sulla motopulce e con un grugnito si inginocchiò nell'alveo di cemento. Puntò la torcia nella conduttura. Probabilmente faceva subito una curva, decise, perché da lì non riusciva a vedere un accidente. Sospirò, considerando la larghezza rispettivamente delle spalle di Olney, di quelle di Pattas e delle sue.

C'era mai stato, a bordo di qualsiasi astronave, un lavoro che richiedesse all'uomo di trasformarsi fisicamente in un verme? L'esperienza più simile a quella — frugando nei suoi ricordi non ne trovava altre — era stata nei cunicoli dei Monti Dendarii. Terra e acqua, su verso il fuoco e l'aria. Visto tutto lo yin che la sua vita stava accumulando, lo yang che doveva venire a bilanciarlo sarebbe stato qualcosa di stupendo.

Impugnò saldamente la torcia, cacciò la testa nella conduttura e strisciando sui ginocchi e sui gomiti si spinse avanti.

L'acqua gelida inzuppò subito la parte inferiore dei pantaloni della tuta, intorpidendo la sua carne dai polpacci in giù. Altra acqua gli stava entrando nel guanto sinistro, e scuotendola via sbatté dolorosamente le dita contro la parete scabra.

C'era uno strano silenzio lì sotto. Miles si trovò a meditare su Olney e Pattas. In quei giorni i due avevano sviluppato con lui un'efficiente relazione di lavoro, basata — non si faceva illusioni — su un sano timor di Dio instillato in loro dal suo angelo custode, il tenente Bonn. Ma come riusciva, fra l'altro, quell'ufficiale a farsi ubbidire senza ricorrere mai a modi autoritari? Ecco una cosa che avrebbe dovuto scoprire. Bonn era esperto nel suo lavoro, questo sì, ma cos'altro?

Miles strisciò sulla parete lungo la curva, puntò la luce contro l'ostruzione e subito indietreggiò, imprecando. Fece una pausa per riprendere fiato, esaminò più da vicino ciò che bloccava lo scarico e poi tornò fuori in fretta.

Nel canaletto di cemento si rialzò lentamente, raddrizzando la schiena vertebra dopo vertebra. Il caporale Olney, in piedi sul bordo della strada, lo stava guardando. — Trovato qualcosa là dentro, alfiere?

Miles riuscì a sogghignare, massaggiandosi i ginocchi indolenziti. — Un paio di stivali.

— Ah. Tutto qui? — domandò Olney.

— Il loro padrone non se li è ancora tolti.

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