VII

Ma Charlie Wills era un giovanotto di sana costituzione e alle due del pomeriggio la sua fame era tale che un fattorino dovette andare a comprargli un paio di panini. Che però Charlie non mangiò se non dopo averne sollevato la parte superiore ed averci guardato dentro. Non sapeva nemmeno lui che cosa si aspettava di trovarci, oltre il solito prosciutto cotto, il burro e la foglia di lattuga. Ma se — al posto di uno di questi ingredienti — ci avesse trovato, diciamo, una moneta cinese d’argento con un buco nel mezzo, non si sarebbe meravigliato più che tanto.

Fu un pomeriggio fiacco allo stabilimento e Charlie trovò il tempo di fare un bel po’ di riflessioni — e persino un po’ di ricerche. Si ricordò che, parecchi anni prima, era stato stampato lì nello stabilimento un testo di entomologia e, ricuperata la copia d’archivio, si mise a sfogliarla coscienziosamente in cerca di vermi alati. Scoprì alcuni esseri alati che si sarebbero potuti chiamare vermi, ma nessuno di questi assomigliava, sia pur vagamente, al lombrico con l’aureola. Neppure, beninteso, se egli prescindendo dal cerchietto d’oro, avesse cercato di giungere all’identificazione basandosi soltanto sul corpo con le ali.

Neanche un lombrico volante.

Non aveva lì a sua disposizione libri di medicina in cui scoprire — o fare il tentativo di scoprire — come si possa prendere una scottatura di sole senza il sole.

Aveva però cercato tael nel dizionario, scoprendo che un tael è l’equivalente di un liang, cioè un sedicesimo di un catty, e che il liang ufficiale è l’equivalente di un ettogrammo.

Niente di tutto questo gli sembrò particolarmente utile.

Poco prima delle cinque fece il giro degli uffici per salutare i colleghi, dato che era quello per lui l’ultimo giorno di lavoro prima delle due settimane di vacanza. I saluti furono naturalmente complicati dagli auguri per il suo imminente matrimonio — che sarebbe avvenuto nella prima delle due settimane di vacanza.

Dovette stringere la mano a tutti, fatta eccezione per la Peste che avrebbe visto con una certa frequenza nei giorni successivi. Dopo l’ufficio, infatti, se ne andò a casa con lei: cenava dai Pemberton, quella sera.

Fu una cena quieta, tranquilla, piacevole, che lasciò in lui la sensazione di star meglio di quanto non si fosse mai sentito dalla scorsa domenica mattina. Qui, nel calmo rifugio di casa Pemberton, le cose assurde che gli erano capitate sembravano così remote e cosi palesemente fantastiche da fargli quasi dubitare che fossero accadute.

Si sentì assolutamente, completamente certo che tutto fosse finito. Le cose accadono a tre per volta, non è vero? Se fosse accaduto qualcos’altro… Ma no.

Non accadde, quella sera.

Sollecita, Jane lo mandò a casa alle nove perché andasse a letto presto. Ma gli diede il bacio della buona notte con tanta tenerezza e, per di più, con tanto calore da farlo camminare per strada con la testa fra nuvole color di rosa.

Poi, d’improvviso — senza motivo, per così dire — Charlie si ricordò che il custode del museo era stato sospeso dal lavoro e stava perdendo tre giorni di paga per via della faccenda dell’anitra nella bacheca. E pensò che, se la faccenda dell’anitra, almeno indirettamente, era colpa sua, era forse il caso di presentarsi — glielo doveva, a quel tizio — ai direttori del museo e spiegar loro che il custode non era imputabile di niente e quindi non doveva essere multato.

Dopotutto era stato lui, Charlie, con ogni probabilità, a far perdere l’uso della ragione al pover’uomo, spaventandolo con la minaccia di ripetere la sua impresa in un sarcofago anziché in una bacheca. E il custode doveva poi aver raccontato una storia tanto incoerente da non essere creduto.

Ma… era stata davvero colpa sua? Glielo doveva proprio…? Ed eccolo di nuovo a sbattere la testa contro il muro dell’impossibilità. A cercare di risolvere l’irresolubile.

Capì, d’un tratto, di essere stato un debole a non rompere il fidanzamento con Jane. Quello che per tre volte era successo nel breve spazio di una settimana sarebbe potuto succedere di nuovo, anche fin troppo facilmente.

Buon Dio! Persino alla cerimonia. Supponiamo che, cercando l’anello, tirasse fuori un…

Meno di un isolato: tale si era rivelata la distanza che separava le nuvole color di rosa della beatitudine dal nero pantano della disperazione.

Stava quasi per ritornare dai Pemberton, a raccontar tutto quella sera stessa. Poi decise di non farlo. Si sarebbe fermato, piuttosto, a casa di Pete Johnson per parlare con lui.

Forse Pete…

Ciò che in realtà sperava era che Pete lo convincesse, a furia di ragionamenti, a desistere dal suo proposito.

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