56. Sotto l’interfaccia

Ancora non erano intelligenti, ma sapevano cos’era la curiosità. E questo era il primo passo lungo la strada che non ha fine.

Come molti crostacei terrestri, potevano sopravvivere sulla terraferma per tempo indefinito. Fino a qualche secolo prima, però, non avevano avuto nessun incentivo a lasciare il mare; le grandi foreste di sargassi bastavano a tutti i loro bisogni. Le foglie lunghe e sottili davano il cibo; gli steli duri fornivano la materia prima per i loro rozzi manufatti.

Avevano soltanto due nemici naturali. Uno era un pesce d’alto mare — di grandi dimensioni ma molto raro — che era poco più di un paio di voraci mandibole collegate a uno stomaco mai sazio. L’altra era una gelatina velenosa e pulsante — la forma larvale dei polipi giganti — che talvolta ricopriva di un tappeto mortale il fondo del mare, e lasciava uno sterile deserto sulla sua scia.

A parte qualche sporadica incursione attraverso l’interfaccia aria-acqua, gli scorpioni avrebbero potuto trascorrere tutta la loro storia nell’acqua, perfettamente adattati com’erano a quell’ambiente. Ma, a differenza delle formiche e delle termiti, ancora non avevano imboccato un vicolo cieco evolutivo. Ancora potevano reagire al cambiamento.

E nel loro mondo d’acqua c’era stato effettivamente un cambiamento, sebbene su scala ancora ridottissima. Delle cose meravigliose erano cadute dal cielo. Là dove erano venute, dovevano essercene delle altre. Quando sarebbero stati pronti, gli scorpioni avrebbero cominciato a cercarle.

Non c’era fretta, nel mondo senza tempo del mare thalassano; sarebbero trascorsi molti anni prima che invadessero quell’elemento alieno di cui gli esploratori riferivano cose tanto strane.

Non sapevano che c’erano altri esploratori che tenevano d’occhio loro. E quando alla fine si mossero, la scelta del momento non poteva essere più infelice.

Ebbero infatti la sfortuna di uscire sulla terraferma durante il secondo mandato, incostituzionale ma estremamente energico, del presidente Owen Fletcher.

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