18. Kumar

Una soltanto era la tragedia che gettava un’ombra sui diciotto anni di vita di Kumar Leonidas: sarebbe sempre stato dieci centimetri più basso di quanto avrebbe voluto. Non sorprendeva che fosse soprannominato «Piccolo Leone», sebbene ben pochi osassero chiamarlo così in sua presenza.

Per compensare la sua bassa statura, Kumar aveva fatto di tutto per svilupparsi in larghezza e robustezza. Molte volte Mirissa gli aveva detto, a metà tra divertita ed esasperata: «Kumar, se tu ti dedicassi a sviluppare il cervello così come fai col corpo, diventeresti il massimo genio di Thalassa». Non gli aveva invece mai detto — e anzi solo con riluttanza l’ammetteva di fronte a se stessa — che, vedendo il fratello mentre faceva ginnastica la mattina, provava spesso sensazioni pochissimo sororali, nonché una certa invidia per quelli che convenivano ad ammirarlo. Tra costoro andavano annoverati, in diverse riprese, in pratica tutti i coetanei di Kumar. Correva voce che Kumar avesse fatto l’amore con tutte le ragazze e metà dei ragazzi di Tarna: era un’esagerazione, certamente, ma che conteneva un fondamento di verità.

Tuttavia Kumar, malgrado la sorella gli fosse intellettualmente molto superiore, non era un imbecille tutto muscoli e niente cervello. Se qualcosa lo interessava per davvero, non si dava pace finché non padroneggiava a fondo l’oggetto del suo interesse. Era un magnifico marinaio, e aveva dedicato due anni a costruire, con l’aiuto occasionale di Brant, uno splendido kaiak di quattro metri. La chiglia era finita, ma ancora non aveva cominciato a lavorare al ponte.

Un giorno, si era ripromesso, l’avrebbe varato, e allora nessuno avrebbe più osato ridere. Nel frattempo, l’espressione «il kaiak di Kumar» aveva finito per significare, per gli abitanti di Tarna, un lavoro lasciato a metà — cosa di cui, invero, vi erano in giro parecchi esempi.

A parte questa tendenza a rimandare le cose al domani, comune a tutti i Thalassani, il carattere di Kumar presentava alcuni difetti, i principali dei quali erano un temperamento avventuroso e la tendenza a far scherzi certe volte abbastanza pericolosi. Era opinione diffusa che questi difetti avrebbero finito, una volta o l’altra, per metterlo nei guai.

Tuttavia non si poteva volergliene a lungo nemmeno per gli scherzi più terribili, perché erano sempre fatti senza malizia alcuna. Era un ragazzo apertissimo, fin trasparente; era impensabile, ad esempio, che Kumar dicesse una bugia. Per questo motivo gli si perdonavano molte cose.

L’arrivo degli stranieri era stato, naturalmente, l’avvenimento più eccitante della sua vita. Lo affascinavano le loro macchine, le registrazioni audiovisive e sensoriali che essi avevano portato, le storie che narravano, tutto degli stranieri lo affascinava. E poiché degli stranieri frequentava soprattutto Loren, non ci fu nulla di strano che gli si affezionasse.

Ma Loren non era del tutto soddisfatto della piega che avevano preso gli avvenimenti. Kumar con la sua continua presenza non si limitava a infastidirlo un poco; diventava un terzo incomodo, un fratello minore importuno di cui era impossibile liberarsi.

19. La Bella Polly

«Davvero non riesco a crederci, Loren» disse Brant Falconer. «Davvero non sei mai stato su una barca o su una nave?»

«Mi pare di ricordare che quand’ero piccolo una volta ho attraversato un laghetto con un canotto di gomma. Avrò forse avuto cinque anni.»

«Allora vedrai che ti piacerà. Il mare è calmo, e lo stomaco non ti darà fastidio. E magari riusciremo anche a convincerti a immergerti con noi.»

«Questo no, grazie… Preferisco fare un’esperienza alla volta. E ho imparato a rimanere fuori dai piedi quando gli altri stanno lavorando.»

Brant aveva ragione, pensò Loren, comincia davvero a piacermi. Il piccolo trimarano si dirigeva verso la barriera corallina spinto dagli idrogetti silenziosi. Eppure, appena salito a bordo, quando aveva visto allontanarsi la terraferma aveva provato un attimo di panico.

Solo la paura del ridicolo gli aveva evitato di fare una figuraccia. Aveva percorso cinquanta anni luce — la distanza più lunga mai coperta dall’uomo — per arrivare su quel mondo. E ora si preoccupava perché qualche centinaio di metri lo separavano dalla terraferma.

Era una sfida, e una sfida che non poteva rifiutare. Stando a poppa e guardando Falconer alla barra (come aveva fatto a procurarsi la cicatrice bianca che gli vedeva sulla schiena? Ah, sì, aveva parlato di una caduta col minialiante, anni prima…), si chiese cosa stesse pensando in quel momento il Thalassano.

Difficile credere che una civiltà umana, anche la più illuminata e liberale, ignorasse la gelosia o una qualsiasi forma di possessività sessuale.

Non che ci fossero, purtroppo! grandi cose di cui Brant potesse essere geloso.

Loren si disse che con Mirissa aveva scambiato sì e no un centinaio di parole, e per la maggior parte in presenza del marito di lei. No, il termine era inesatto: su Thalassa si parlava di marito e moglie solo dopo la nascita del primo figlio. Se nasceva un maschio, la madre di solito — ma non sempre — assumeva il cognome del padre. Se nasceva invece una femmina, era questa che prendeva il cognome della madre, almeno fino alla nascita del secondo e ultimo figlio.

Ben poche erano le cose che turbavano i Thalassani. Una di queste era la crudeltà, soprattutto se esercitata nei confronti dei bambini. Un’altra era, su quel mondo che aveva soltanto ventimila chilometri quadrati di terre emerse, una terza gravidanza.

Il tasso di mortalità infantile era così basso che bastavano i parti multipli a mantenere stabile la popolazione. C’era stato un caso — uno solo, rimasto famoso, in tutta la storia di Thalassa — di una madre che per ben due volte aveva dato alla luce cinque gemelli. La donna non ne aveva colpa alcuna, certo, ma la figura di lei aveva egualmente finito per assumere quell’aura di deliziosa depravazione che può circondare una Lucrezia Borgia, una Messalina o una Faustina.

Dovrò stare molto, molto attento a giocare le mie carte, si disse Loren.

Che Mirissa si sentisse attratta da lui, lo sapeva. Lo capiva dall’espressione del volto, dal tono della voce. E un’altra conferma gli veniva le volte che le loro mani o i loro corpi si erano accidentalmente sfiorati, e il contatto era durato un istante di più dello stretto necessario.

Entrambi sapevano che era solo questione di tempo. E anche Brant lo sapeva, Loren ne era certissimo. Eppure, malgrado la tensione che c’era tra loro due, continuavano ancora a comportarsi in modo abbastanza amichevole.

I jet si spensero e l’imbarcazione procedette per forza d’inerzia fino a fermarsi vicino a una grossa boa di vetro che oscillava lenta sull’acqua.

«Da qui ricaviamo l’energia che ci serve» spiegò Brant. «Trattandosi di poche centinaia di watt, bastano le cellule solari. È uno dei vantaggi di avere oceani di acqua dolce… sulla Terra non avrebbe funzionato. I vostri mari erano troppo salati, e avrebbero inghiottito chilowatt su chilowatt.»

«Davvero non vuoi cambiare idea, zio?» chiese Kumar sorridendo.

Loren fece di no con la testa. Le prime volte, l’appellativo l’aveva imbarazzato, ma ora si era abituato al modo che avevano tutti i giovani Thalassani di rivolgersi agli adulti. Era, anzi, abbastanza piacevole trovarsi tutto a un tratto corredati di decine di nipoti.

«No, grazie. Io resto a bordo per tenervi d’occhio attraverso il visore subacqueo, giusto in caso che vi divorino gli squali.»

«Squali!» esclamò Kumar con un tono pieno di desiderio. «Che meravigliosi animali! Noi non ne abbiamo. Se ci fossero gli squali, immergersi sarebbe molto più divertente!»

Loren osservò con interesse professionale i preparativi di Brant e Kumar. Rispetto a ciò che era necessario per uscire nello spazio, si trattava di un’attrezzatura semplicissima e la bombola era così piccola che si poteva tenere in una mano.

«La bombola dell’ossigeno è piccolissima» disse Loren. «Durerà al massimo due minuti, non è vero?»

Brant e Kumar lo fissarono con aria di rimprovero.

«Ossigeno!» sbuffò Brant. «L’ossigeno puro è un veleno mortale oltre i venti metri di profondità. Qui c’è dentro aria, quanto basta per un quarto d’ora.»

Mostrò delle fessure simili a branchie che c’erano sullo zaino che Kumar si era già infilato.

«Tutto l’ossigeno di cui si ha bisogno è già in soluzione nell’acqua. Però ci vuole energia per estrarlo, ed è per questo che abbiamo un accumulatore d’energia per far funzionare le pompe e i filtri. Con questo apparecchio si potrebbe stare sott’acqua per una settimana di seguito, volendo.»

Mostrò il piccolo schermo fluorescente di colore verde che aveva al polso.

«Il computer ci dà tutte le informazioni necessarie: profondità, carica dell’accumulatore, il tempo necessario per risalire, le soste per la decompressione…»

Loren arrischiò un’altra domanda stupida.

«Perché tu hai la maschera, e Kumar no?»

«Ma c’è l’ho anch’io» disse Kumar sorridendo. «Guarda bene.»

«Ah… adesso la vedo. Molto essenziale.»

«Ma le lenti a contatto danno molta noia» disse Brant «a meno di non passare la vita nell’acqua, come fa Kumar. Io le ho provate, e mi danno fastidio agli occhi. Preferisco la buona vecchia maschera di una volta… è molto più comoda. Pronto?»

«Pronto, capitano.»

Si tuffarono contemporaneamente, di schiena, uno da babordo e l’altro da tribordo, e con movimenti così ben sincronizzati che l’imbarcazione non ebbe il minimo rollìo. Attraverso la spessa lastra di vetro del visore posto nello scafo, Loren li vide scendere senza sforzo verso la barriera corallina. Sapeva che il fondale era a più di venti metri di profondità, ma sembrava molto più vicino.

I due sub si accinsero a riparare le nasse rotte usando gli attrezzi e il cavo elettrico che avevano gettato sul fondo prima di immergersi. Ogni tanto si scambiavano qualche monosillabo che Brant trovava incomprensibile, ma per la maggior parte del tempo lavoravano in silenzio. Entrambi conoscevano il loro lavoro — e il compagno — tanto bene che non c’era bisogno di parlare.

Loren non si annoiava affatto: gli sembrava di guardare un nuovo mondo — e così era effettivamente. Sebbene avesse visto innumerevoli audiovisivi sugli oceani terrestri, gran parte delle forme di vita che ora scorgeva gli erano del tutto sconosciute. C’erano degli esseri a forma di disco che ruotavano rapidamente, altri simili a una gelatina pulsante, altri ancora simili a tappeti che si muovevano ondulando, o a cavaturaccioli, ma erano pochissimi gli animali che anche con uno sforzo dell’immaginazione si sarebbero potuti chiamare pesci. Solo una volta, con la coda dell’occhio, intravide una forma affusolata in rapido movimento che gli parve familiare. Forse era un altro esule che, come lui, era venuto dalla Terra.

Già cominciava a pensare che Brant e Kumar si fossero dimenticati di lui quando sobbalzò udendo una voce provenire dall’intercom subacqueo.

«Ora risaliamo. Siamo lì tra venti minuti. Tutto a posto?»

«Sì» rispose Loren. «Era un pesce terrestre quello che ho visto un attimo fa?»

«Non ci ho fatto caso.»

«Sì, Brant, lo zio ha visto bene. Era una trota mutante di venti chili. L’ha spaventata la fiamma della saldatrice.»

Stavano ora risalendo lungo l’aggraziata curva del cavo dell’àncora. A cinque metri dalla superficie si fermarono.

«Questa è la parte più noiosa di ogni immersione» disse Brant. «Bisogna aspettare qui per un quarto d’ora. Il canale due, per piacere. No, non così forte…»

La musica da ascoltare durante la decompressione era probabilmente stata scelta da Kumar; e il ritmo vivace era poco appropriato alla pacata scena sottomarina. Loren ringraziò in cuor suo di trovarsi dove stava e si affrettò a interrompere la musica non appena i due si mossero per risalire.

«Abbiamo fatto un buon lavoro» disse Brant non appena fu risalito a bordo. «Voltaggio e amperaggio ora sono normali. Torniamo.»

Loren cercò di aiutarli a togliersi di dosso l’equipaggiamento. Entrambi erano stanchi e infreddoliti, ma si ripresero dopo aver bevuto alcune tazze del liquido caldo e dolce che i Thalassani chiamavano «tè» sebbene assomigliasse ben poco all’equivalente terrestre.

Kumar avviò il motore e prese la barra; Brant intanto frugava tra le varie cose che stavano sul fondo della barca trovando infine una scatoletta vivacemente colorata.

«No grazie» disse Loren quando Brant gli offrì una compressa dai lievi effetti narcotici. «Non mi va di prendere delle abitudini di qui cui poi mi peserà rinunciare.»

Subito si pentì di aver detto queste parole, che probabilmente gli aveva messo in bocca chissà quale perverso impulso subconscio — o magari il senso di colpa che provava. Ma Brant non vi aveva evidentemente sentito altri significati perché si sdraiò come se niente fosse sul ponte, le mani intrecciate dietro la nuca, a guardare il cielo senza una nuvola.

«Dicono che di giorno la Magellano sia visibile anche a occhio nudo, se si sa dove guardare» disse Loren, ansioso di cambiare argomento. «Io però non l’ho vista mai.»

«Mirissa sì… parecchie volte» intervenne Kumar. «Mi ha anche fatto vedere come si deve fare. Basta chiedere all’Astrorete il tempo di transito e poi uscire e sdraiarsi. È come una stella molto luminosa proprio allo zenit, e sembra che non si muova affatto. Ma basta distogliere lo sguardo per un secondo soltanto, e poi non la si vede più.»

Improvvisamente Kumar rallentò, procedette a bassa velocità per qualche minuto e infine spense il motore. Loren si guardò in giro per capire dove fossero e vide che erano almeno a un chilometro al largo di Tarna. Un’altra boa — questa con una grande lettera P e una bandiera rossa — ondeggiava accanto al trimarano.

«Perché ci siamo fermati?» chiese Loren.

«Solo per far visita a una vecchia amica» rispose Brant sottovoce.

«Resta fermo e non far rumore… È parecchio nervosa.»

Un’amica? pensò Loren. Ma che succede?

Per almeno cinque minuti non accadde proprio nulla; Loren non avrebbe mai creduto Kumar capace di restare fermo tanto a lungo. Quindi si rese conto che a pochi metri dalla barca, appena sotto il pelo dell’acqua, c’era qualcosa di scuro: una cosa lunga e ricurva. Seguì con gli occhi quella specie di striscia e si accorse che tracciava un cerchio tutto attorno all’imbarcazione, circondandola completamente.

Si accorse anche, in quello stesso momento, che Brant e Kumar non stavano guardando quella cosa strana: stavano guardando lui. Allora vogliono farmi qualche sorpresa, si disse; be’, staremo a vedere…

Pur con questo preavviso e solo facendo appello a tutta la sua forza di volontà, Loren riuscì a reprimere un urlo di terrore quando dal mare emerse una specie di muro luccicante — no, non luccicante, putrescente — di carne rosa. Emerse ruscellando acqua fino a un metro d’altezza e formando una barriera ininterrotta intorno a loro. E, come tocco finale, la cima del muro di carne rosa era tutta coperta di serpenti che si contorcevano, serpenti di colore rosso e blu.

Un’enorme bocca circondata di tentacoli era emersa dall’abisso e stava per inghiottirli…

Eppure non erano in pericolo, a giudicare dall’espressione divertita dei suoi compagni.

«Ma cos’è, per l’amor di Dio… per il Krakan, cioè?» bisbigliò cercando di non far sentire il tremito della voce.

«Hai reagito bene» disse Brant con ammirazione. «Certi cercano di nascondersi dentro la barca, con la faccia tra le mani. Questa è Polly…

Polly sta per polipo. La Bella Polly. È una colonia di invertebrati: miliardi di cellule altamente specializzate che cooperano tra di loro. Avevate animali simili a questo sulla Terra, ma non credo così grossi.»

«No, grossi così no» fece Loren con fervore. «E, se non ti spiace, potrei sapere come usciremo da qui?»

Brant fece un cenno a Kumar, che riaccese il motore e lo mise a tutto gas. Con una rapidità stupefacente per un essere così grosso, il muro vivente s’immerse nel mare lasciando dietro di sé solo un’increspatura oleosa sull’acqua.

«Ha paura dei rumori forti» spiegò Brant. «Guarda dal visore… adesso puoi vedere com’è fatto l’animale tutto intero.»

Sotto di loro qualcosa che assomigliava a un tronco d’albero di dieci metri di diametro stava scendendo rapidamente verso il fondo. Solo ora Loren si rese conto che i «serpenti» che aveva visto contorcersi altro non erano che tentacoli relativamente sottili che ora ondeggiavano lievi nell’acqua alla ricerca di qualcosa — o di qualcuno — da divorare.

«Che mostro!» esclamò Loren tornando a respirare normalmente dopo parecchi minuti. Si sentiva ora orgoglioso di sé, e anche un poco euforico.

Sapeva di aver superato un’altra prova; aveva meritato il rispetto di Brant e di Kumar.

«Ma una cosa così non è… pericolosa?» chiese.

«Certo; per questo abbiamo messo la boa.»

«In tutta franchezza, a me verrebbe la tentazione di ucciderla.»

«E perché mai?» disse Brant con autentica sorpresa. «Che male fa?»

«Be’… un essere così deve sicuramente mangiare una enorme quantità di pesci.»

«È vero, ma si nutre solo di pesci thalassani. Quelli che noi possiamo mangiare, non li tocca. E questa è la cosa interessante. Per molto tempo non riuscivamo a capire come facesse Polly ad attirare i pesci e a farseli entrare direttamente in bocca. Alla fine abbiamo scoperto che secerne certe sostanze chimiche, ed è stato questo che ci ha dato l’idea delle nasse elettriche. Cosa che mi fa venire in mente…»

Brant prese il comunicatore.

«Tarna Tre chiama Tarna Autorecord… parla Brant. Abbiamo riparato la nassa. Tutto funziona normalmente. Non aspettiamo il ricevuto. Fine messaggio.»

E invece dal comunicatore rispose immediatamente una voce familiare.

«Salve, Brant, buongiorno, dottor Lorenson. Mi fa piacere. Ho una notizia interessante per te, Brant. La vuoi sentire?»

«Ma certo, sindaco» rispose Brant scambiando con Loren un’occhiata divertita. «Sono in ascolto.»

«Dagli Archivi Centrali è saltata fuori un’informazione sorprendente.

Duecentocinquant’anni fa si cercò di costruire una barriera artificiale al largo dell’Isola Settentrionale mediante elettroprecipitazione… una tecnica questa che ha funzionato bene sulla Terra. Ma dopo qualche settimana i cavi subacquei si ruppero… e si trovò anzi che ne mancavano delle parti.

Non si fecero ulteriori indagini perché la tecnica si era comunque dimostrata inutilizzabile. Non ci sono abbastanza sali minerali disciolti nell’acqua perché valga la pena di usarla. Come vedi, dunque, avevi torto a dare la colpa ai Conservatori. Non c’erano Conservatori, duecentocinquant’anni fa.»

L’espressione di stupore sul volto di Brant era così comica che a Loren venne da ridere.

«E pensare che hai cercato di stupire me!» disse. «Bene, di sicuro mi hai dimostrato che nel mare ci sono degli esseri che nemmeno immaginavo.

Ma adesso si direbbe che ci sono anche delle cose che nemmeno tu immaginavi.»

20. Idillio

Gli abitanti di Tarna trovarono la cosa assolutamente ridicola e finsero di non credergli.

«Ma come, prima dici che non sei mai salito su una barca… e ora che non sai andare in bicicletta!»

«Dovresti vergognarti» l’aveva rimproverato Mirissa strizzandogli l’occhio. «Il più efficace mezzo di trasporto mai inventato… e tu non l’hai mai provato!»

«Su una nave spaziale non ce n’è bisogno, e nelle grandi città era troppo pericoloso» aveva ribattuto Loren. «E comunque, cosa c’è da imparare?»

Presto scoprì che da imparare c’era parecchio. Andare in bicicletta non era così facile come sembrava. Sebbene bisognasse mettercela proprio tutta per cadere da quella bicicletta a ruote piccole, visto il baricentro basso (cosa che comunque a Loren riuscì più di una volta), i primi tentativi furono parecchio deludenti. Loren vi avrebbe volentieri rinunciato se non fosse stato per gli incitamenti di Mirissa, la quale sosteneva che la bicicletta era il modo migliore per scoprire l’isola — e per la sua speranza che la bicicletta sarebbe stato il modo migliore per scoprire Mirissa.

Il trucco, concluse Loren dopo qualche altra caduta, era di ignorare del tutto il problema e affidare la faccenda ai riflessi involontari del suo corpo.

Del resto era la soluzione logica; se bisognasse decidere volontariamente quali movimenti fare per camminare, non saremmo capaci di muovere un passo se non con grande fatica. Loren riconosceva, da un punto di vista teorico, la verità di questa soluzione, però gli ci volle qualche tempo prima di potersi davvero fidare dei propri istinti. Tuttavia, superato questo primo ostacolo, fece rapidamente progressi. E infine, come aveva sperato, Mirissa si offrì di mostrargli i recessi più remoti dell’isola.

Con estrema facilità ci si sarebbe potuti convincere che non c’erano altri esseri umani al mondo tranne loro due eppure non erano lontani da Tarna più di cinque chilometri. Avevano senza dubbio percorso una distanza molto maggiore, ma la stretta pista ciclabile era stata concepita appositamente per condurre nei luoghi più pittoreschi, e non per collegare con il percorso più breve un punto all’altro. Loren avrebbe potuto sapere dove si trovava ricorrendo al comunicatore, ma preferì non farlo. Era più divertente far finta di essersi perduti.

Mirissa avrebbe preferito lasciare il comunicatore a casa.

«Perché portarsi dietro quell’affare?» aveva detto indicando il bracciale con tasti e quadranti che lui aveva al polso sinistro. «Certe volte è bello isolarsi dagli altri.»

«È vero, ma il regolamento della nave è molto rigoroso Se il capitano Bey mi cercasse e io non rispondessi…»

«Che farebbe? Ti metterebbe ai ferri?»

«Meglio ai ferri che la predica. Comunque, ho messo il comunicatore sul modo sonno. Se mi chiamano, vorrà dire che c’è qualcosa di davvero urgente… e in tal caso mi dispiacerebbe non poter rispondere.»

Come tutti i Terrestri da almeno mille anni a quella parte, Loren si sarebbe sentito meno a disagio senza i vestiti che senza il comunicatore.

Sulla Terra si raccontavano terribili storie di gente distratta o imprudente che era morta — spesso a pochi metri dalla salvezza — solo perché non aveva potuto premere il tasto rosso con la scritta EMERGENZA.

La pista ciclabile era stata tracciata secondo criteri d’economia, e non certo per permettere il passaggio del traffico pesante. Era larga meno di un metro, e in un primo momento all’inesperto Loren era sembrato di procedere lungo una fune sospesa. Per evitare di cadere, aveva dovuto tenere gli occhi fissi sulla schiena di Mirissa (obbligo tutt’altro che sgradevole). Ma dopo qualche chilometro s’era fatto più sicuro e aveva potuto godersi anche altri panorami. Avessero incontrato qualcuno che andava nella direzione opposta, sarebbero stati costretti a scendere di sella tutti quanti; il pensiero di uno scontro a una velocità complessiva di cinquanta e passa chilometri all’ora era insopportabile. Avrebbero dovuto fare un bel pezzo a piedi per tornare a casa, e per di più spingendo a mano le biciclette danneggiate…

Parlavano molto poco; solo Mirissa, di quando in quando, apriva bocca per mostrare a Loren un albero dalla forma bizzarra o qualche luogo insolitamente bello. Già quel silenzio era una cosa che Loren non aveva mai sperimentato in tutta la sua vita; sulla Terra era sempre stato circondato da suoni, e la vita di bordo era tutta una sinfonia di rassicuranti rumori meccanici, con qualche allarme ogni tanto da far balzare il cuore in gola.

Fu dunque con sorpresa che a un certo punto udì provenire da un folto d’alberi davanti a loro il ritmo ormai familiare di una musica da ballo thalassana. Poiché la stretta stradina raramente procedeva senza curve per più di cento o duecento metri, non poté vedere da dove proveniva la musica fin quando, superata una curva stretta, si trovò di fronte a una sorta di mostro meccanico che occupava tutta quanta la sede stradale e, suonando, avanzava lentamente verso di loro. Assomigliava a un bulldozer robot. Dovettero smontare per lasciarlo passare, e così facendo Loren si accorse che compito della macchina era la manutenzione della strada.

Aveva notato in precedenza parecchi tratti sconnessi e anche alcune buche piuttosto profonde, e si era chiesto quando l’apposito ente si sarebbe preso la briga di riparare la strada.

«Ma perché la musica?» chiese. «La macchina non può certo apprezzarla.»

Non fece quasi in tempo a finire la battuta che il robot parlò e con voce severa disse: «Si prega di non passare sulla strada finché io non mi sia allontanato di cento metri. La superficie è ancora molle. Si prega di non passare sulla strada finché io non mi sia allontanato di cento metri. La superficie è ancora molle. Grazie».

Mirissa scoppiò a ridere vedendo l’espressione sorpresa di lui.

«Hai ragione, naturalmente. Lui non è molto intelligente. La musica serve ad avvertire la gente che il robot si sta avvicinando.»

«Non sarebbe più efficace un clacson o qualcosa del genere?»

«Forse sì, ma sarebbe così… scostante

Tolsero dalla strada le biciclette e attesero che il convoglio di articolati, di unità di controllo e di macchinari passasse lentamente. Loren non seppe resistere alla tentazione di sfiorare con le dita la superficie stradale ancora fresca; calda e lievemente cedevole, sembrava umida ma al tatto era asciutta. Nel giro di pochi secondi divenne dura come roccia; Loren notò che vi era rimasta, appena visibile, l’impronta delle sue dita ed ebbe un pensiero malinconico: «Ecco che ho lasciato la mia impronta su Thalassa… fin quando il robot non ripasserà».

La strada prese a salire e Loren scoprì di possedere nelle cosce e nei polpacci muscoli di cui non aveva prima sospettato l’esistenza. Un motorino ausiliario sarebbe stato il benvenuto, se non che Mirissa non ne aveva voluto sapere dicendo che era un espediente da debosciati. Mirissa non aveva rallentato affatto per la salita, e così Loren non ebbe altra alternativa che darci dentro per tenerle dietro.

Cos’era quel rombo lontano che si sentiva più lontano? Di sicuro non stavano provando dei motori a razzo tra le montagne dell’Isola Meridionale! Il rumore si fece sempre più forte via via che avanzavano lungo la strada; Loren capì di cosa si trattava solo pochi secondi prima di vederne la causa.

Da un punto di vista terrestre, la cascata non era poi un gran che — alta un centinaio di metri, e larga venti. Uno snello ponte di metallo luccicante di spruzzi scavalcava le acque ribollenti al piede della cascata.

Mirissa scese di sella, con gran sollievo di Loren, e lo guardò maliziosa.

«Non noti niente di strano?» gli chiese indicando il panorama.

«Strano in che senso?» disse Loren per ricavare qualche indizio in più.

Non c’era altro da vedere che un ampio tratto di bosco, o foresta che fosse, entro cui, di là della cascata, continuava la strada.

«Gli alberi… gli alberi!»

«Sì? Cos’hanno gli alberi? Io non m’intendo di botanica.»

«Nemmeno io, ma si dovrebbe capire lo stesso. Guardali bene.»

Loren guardò, perplesso. E all’improvviso capì, perché un albero è un’opera di ingegneria naturale, e lui questo era: un ingegnere.

Di là della cascata la vegetazione era come opera di un altro progettista.

Non sapeva quale fosse il nome degli alberi che lo circondavano da questa parte, ma avevano comunque un aspetto familiare, e certamente provenivano dalla Terra… Sì, quella era di sicuro una quercia, e i bei fiori gialli di quel cespuglio li aveva già visti molto tempo prima.

Oltre il ponte, era un altro mondo. Gli alberi — ma erano poi davvero alberi? — avevano un’aria primitiva, incompleta. Alcuni avevano tronchi bassi, a forma di botte, da cui si protendevano pochi rami spinosi; altri erano più simili a enormi felci; altri ancora assomigliavano a gigantesche dita scheletriche, con una corona di peli alle giunture. E non si vedeva un solo fiore…

«Adesso ho capito. Quella è la vegetazione indigena di Thalassa.»

«Sì… e ha lasciato il mare solo pochi milioni di anni fa. Noi chiamiamo questo punto il Grande Spartiacque. Ma più che uno spartiacque è il fronte tra due eserciti, e nessuno sa quale dei due vincerà. Noi speriamo che non vinca né l’uno né l’altro! La vegetazione della Terra e più evoluta, ma quella di Thalassa è meglio adattata alla chimica di questo pianeta. Di quando in quando il fronte si sposta, e una parte cerca d’invadere l’altra.

Allora noi interveniamo con zappe e badili prima che possa rafforzare le nuove posizioni.»

Che strano, pensò Loren attraversando il ponticello con la bicicletta a mano. Per la prima volta da quando sono su Thalassa ho sentito di trovarmi in un mondo alieno…

Quegli alberi goffi, quelle felci primitive, potevano benissimo essere stati la materia prima dei giacimenti di carbone che avevano messo in movimento la rivoluzione industriale, appena in tempo per salvare la specie umana. Non ci voleva molto per immaginare un dinosauro saltar fuori dal sottobosco… Ma poi si ricordò che quando la Terra era stata ricoperta da una vegetazione analoga, mancavano ancora parecchi milioni di anni prima che comparissero quei terribili rettili.

Stavano per rimontare in sella quando Loren esclamò: «Krakan e maledizione!».

«Cosa c’è?»

Loren cadde su uno spesso letto di muschio fitto e duro che pareva messo lì apposta.

«Un crampo» bofonchiò a denti stretti stringendosi il polpaccio.

«Ci penso io» disse Mirissa un po’ preoccupata ma molto sicura di sé.

Il massaggio di lei, gradevole ma un po’ dilettantesco, fece effetto e i muscoli tornarono gradualmente normali.

«Grazie» fece Loren dopo un poco. «Adesso va molto meglio. Ma continua, ti prego.»

«Pensi davvero che voglia smettere?» domandò lei a bassa voce.

E a un certo punto, là sul confine tra due mondi, divennero una cosa sola.

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