CAPITOLO DODICESIMO CODICI

ORDINE DEL CONSIGLIO (14.4.1970): Alla comunità risiedente su Lusitania è revocato il permesso di colonizzazione. Tutti i documenti e i dati di detta comunità saranno esaminati, senza eccezione per le loro qualifiche di riservatezza. Non appena essi saranno duplicati nei banchi mnemonici dei Cento Mondi, ogni documentazione computerizzata di Lusitania, eccetto le programmazioni tecniche dei sistemi inerenti alla sopravvivenza, verrà bloccata con codici d’accesso non oltrepassabili.

Il governatore di Lusitania viene riclassificato Agente Esecutivo del Consiglio, con l’obbligo e l’autorità di tradurre in pratica, senza l’opposizione locale, gli ordini del Comitato per l’Evacuazione di Lusitania, costituito con il Decreto Federale del 14.4.1970.

L’astronave attualmente in orbita attorno a Lusitania, appartenente ad Andrew Wiggin (occ. Araldo/Def. citt. terrestre, cod. 001.1998.44.94.10045) è dichiarata proprietà del Consiglio, in base alla legge sul Risarcimento Obbligato (Art. 12C, Confisca leg. OC 120.1.31.0019). Detta astronave sarà utilizzata per il trasferimento immediato degli xenologi Marcos Vladimir «Miro» Ribeira von Hesse e Ouanda Quenhatta Figueira Mucumbi al più vicino pianeta, Trondheim, dove saranno processati dalla Magistratura Federale per le imputazioni di tradimento, condotta scorretta, falso in atto pubblico, frode e xenocidio, in base alle leggi del Consiglio e al Codice Starways.


ORDINE DEL CONSIGLIO (14.4.1970): Il Comitato per l’Esplorazione e la Colonizzazione incarica il Parlamento di scegliere non meno di 5 e non più di 15 delegati per costituire il Comitato per l’Evacuazione di Lusitania.

Detto Comitato avrà i mezzi per l’immediato acquisto ed equipaggiamento di astronavi carico/passeggeri sufficienti ad evacuare completamente la popolazione e i beni della Colonia Lusitania.

Detto Comitato sottoporrà all’attenzione del Consiglio un piano per la totale cancellazione delle conseguenze della presenza umana su Lusitania, inclusa la rimozione di ogni flora e fauna indigena che presenti modifiche genetiche e comportamentali risultanti dall’interazione umana.

Detto Comitato valuterà inoltre l’ossequienza dei lusitani all’ordine del Consiglio, con facoltà di raccomandare ulteriori interventi, incluso l’uso della forza, per ottenere la necessaria collaborazione; oppure avrà facoltà di restituire l’uso di ogni registrazione ai lusitani qualora la loro collaborazione sia giudicata ottimale o sufficiente.


ORDINE DEL CONSIGLIO (14.4.1970): In base ai termini delle Norme di Segretezza del Codice Starways, gli ordini di cui sopra e le attività ad essi pertinenti sono da ritenersi « Strettamente Riservati» finché non sarà completato l’esame e il blocco delle documentazioni appartenenti a Lusitania, e finché le astronavi non saranno in possesso e al comando dei delegati del Consiglio.


Olhado non sapeva più cosa pensare. L’Araldo non era forse un uomo adulto? Non aveva forse viaggiato di pianeta in pianeta? E tuttavia non aveva la benché minima idea di come fare qualsiasi cosa su un computer.

Sembrava perfino impermalirsi, di fronte alla sua incredulità.

— Olhado, tu dimmi che programma devo introdurre. D’accordo?

— Vuol dire che sul serio non sa quale sia? Io facevo operazioni di questo genere quando non avevo ancora nove anni. Tutti imparano l’informatica a quell’età.

— Olhado, è passato un sacco di tempo da quando facevo le elementari, e la mia non era neppure una normale escola baixa, d’altronde.

— Ma tutti usano questi programmi, di continuo!

— Evidentemente non tutti. Io no. Se sapessi come fare, lo farei da solo. Non avrei bisogno di stipendiare te, ti pare? E poiché ti pago con denaro d’importazione, il servizio che mi rendi va a vantaggio dell’economia lusitana.

— Non so di che stia parlando.

— Neanch’io, Olhado. Comunque questo mi ricorda una cosa. Non sono certo di conoscere la procedura di pagamento.

— Basta che lei trasferisca il denaro dal suo conto.

— E come si fa, questo?

— Lei sta scherzando!

L’Araldo prese fra le sue una mano del ragazzo, e sospirò. — Olhado, te lo chiedo per favore, smettila di sgranare tanto gli occhi e aiutami! Ci sono delle cose che devo fare, e non posso farle senza l’aiuto di qualcuno che conosca i computer,

— Ma sarebbe come se le rubassi i soldi. Io sono appena un ragazzo. Ho dodici anni. Quim potrebbe aiutarla molto meglio di me. Ha quindici anni, ha studiato queste cose fino in fondo, e conosce bene la matematica.

— Senonché, Quim dice che io sono un infedele e prega ogni giorno che Dio mi punisca.

— No, questo era prima che vi conosceste. Ma è meglio che lei non gli racconti che io gliel’ho detto.

— Come procedi per trasferire il denaro?

Olhado si volse al terminale e batté il codice della banca locale. — Qual è il suo nome completo? — domandò.

— Andrew Wiggin. — L’Araldo lo ripeté lettera per lettera. Un nome in stark, pensò il ragazzo: forse quest’Araldo era uno dei fortunati che imparavano lo stark a casa loro, invece di sbatterci contro la testa a scuola.

— Va bene. Qual è il suo telecodice?

— Telecodice?

Olhado poggiò le mani sul terminale e chinò la testa davanti allo schermo ancora spento. — Per favore! Adesso non mi dica che non conosce il suo telecodice!

— Il fatto è, Olhado, che io avevo un programma, un programma molto in gamba, che faceva per me tutta questa roba. Bastava che io dicessi: «Paga a questo, riscuoti da quello» e il programma si prendeva cura dei miei soldi.

— Ma non poteva farlo. È illegale collegarsi ai sistemi pubblici con un programma-schiavo come questo. È per simili operazioni che usa quella specie di orecchino?

— Sì, e per me non sono illegali.

— Io ho perso gli occhi, ma almeno questo non è stato per colpa mia. Lei invece non sa fare niente. - Soltanto allora Olhado si rese conto che stava parlando a un Araldo con lo stesso tono brusco che avrebbe usato con un altro ragazzo.

— Immagino che la cortesia, qui, comincino a insegnarvela a tredici anni — disse l’Araldo. Olhado lo guardò e vide che stava sorridendo. Suo padre probabilmente gli avrebbe mollato una sventola; e poi sarebbe andato a picchiare sua madre perché non gli aveva insegnato le buone maniere. Ma, del resto, lui non avrebbe mai osato parlare così a suo padre.

— Mi spiace — si scusò. — Comunque, non posso accedere al suo denaro senza il telecodice. Suppongo che capisca di cosa sto parlando.

— Tenta usando il mio nome.

Olhado ci provò. Nessun risultato.

— Rifallo, battendo «Jane».

— Sì… ancora niente.

L’Araldo si grattò una tempia. — Prova con «Ender».

— Ender? Lo Xenocida?

— Tu provaci e basta.

Funzionò. Olhado rimase a bocca aperta. — Perché ha scelto questo nome? È come avere una parolaccia per telecodice, solo che le banche non accettano le parolacce.

— Ho un senso dell’umorismo distorto — rispose l’Araldo. — E il mio programma-schiavo, come lo chiami tu, ne ha uno ancora peggiore.

Olhado rise. — Buona, questa! Un programma con il senso dell’umorismo. — Sullo schermo apparve l’ammontare di un conto corrente. Il ragazzo dagli occhi di metallo sbatté le palpebre. Non aveva mai visto una cifra così lunga in vita sua. — OK. Ora so che un computer può anche inventare le barzellette.

— È il denaro che ho in banca?

— Penso che ci sia un errore.

— Be’, io ho volato spesso a velocità relativistica. Qualcuno dei miei investimenti dev’essere andato a buon fine mentre ero in viaggio.

Un secondo controllo confermò la cifra. Quell’Araldo aveva più soldi di quanto Olhado aveva creduto potesse averne un appartenente alla razza umana. — Le dirò io cosa può fare — sogghignò. — Invece di pagarmi una certa somma, perché non mi accredita una percentuale degli interessi che scorrono nel tempo che resterò al suo servizio! Dico, un millesimo dell’uno per cento. E in un paio di settimane potrò comprare Milagre e trasferirla, case e tutto, su una spiaggia di Eden.

— Certo non riscuoto interessi così alti.

— Araldo, l’unico modo per accumulare questa somma con degli investimenti è di averli fatti mille anni fa. E lei non è tanto vecchio.

— Mm-mmh! — mugolò lui.

Dal suo sorrisetto, Olhado suppose di aver appena detto qualcosa di divertente. — Lei ha mille anni? — chiese.

— Il tempo — disse l’Araldo, — è cosa sfuggente e inafferrabile. Come disse Shakespeare: I wasted time, and now doth time waste me.

— Che significa «doth»?

— Sta per «does» — spiegò l’Araldo. — Io sciupai il tempo, e ora il tempo sciupa me.

— Perché cita un tipo che non sa neppure parlare stark?

— Trasferisci sul tuo conto quello che ti sembra un giusto compenso per una settimana di lavoro. E poi diamoci da fare con le note registrate da Pipo e da Libo, nelle due settimane precedenti la morte di ciascuno.

— Probabilmente sono protette da un blocco.

— Usa il mio telecodice. Dovrebbe servire a qualcosa.

Olhado cominciò a inviare richieste con vari espedienti, mentre l’Araldo dei Defunti lo osservava con pazienza e interesse e di tanto in tanto lo interrogava su quel che stava facendo. Dalle sue domande Olhado finì per dedurre che sui computer l’uomo la sapeva molto più lunga di lui. Ciò che non conosceva erano solo quei particolari comandi; ma era chiaro che assistendo alle sue operazioni sapeva estrapolarne ogni funzione. Verso sera, allorché la ricerca si concluse senza nessun risultato di rilievo, Olhado s’accorse che l’Araldo era stranamente soddisfatto del lavoro di quella giornata. Non faticò a intuirne il motivo. Tu non volevi proprio nessun risultato, pensò. Volevi vedere come io facevo questa ricerca. E so anche cosa farai stanotte, Andrew Wiggin, Araldo dei Defunti: farai da solo le tue personali ricerche su altre registrazioni. Può darsi che io non abbia gli occhi, ma vedo più lontano di quel che credi. La cosa sciocca è che tu voglia tenerlo tanto segreto, Araldo. Non sai ancora che sto dalla tua parte? Non direi a nessuno che il tuo telecodice ti apre fascicoli riservati, neppure se tu entrassi in quelli del sindaco o del vescovo. Non hai bisogno di tenere dei segreti con me. Sei qui da appena tre giorni ma ti conosco già abbastanza da volerti bene, e ti voglio bene abbastanza da fare qualsiasi cosa per te, purché non sia contro la mia famiglia. E so che tu non faresti mai del male ai miei.


Il mattino dopo Novinha scoprì quasi subito che l’Araldo aveva cercato d’introdursi nelle sue registrazioni riservate. Era stato esplicito in modo perfino arrogante nel lasciarle capire che avrebbe fatto quel tentativo, e ciò che la preoccupava era fino a che punto era riuscito a spingersi. Vide che aveva ficcato il naso in buona parte della documentazione, e tuttavia la più importante, la registrazione della simulazione che lei aveva mostrato a Pipo, gli era rimasta preclusa. Ciò che la irritò di più fu il fatto che non aveva neppure cercato di nascondere l’effrazione: il suo nome era rimasto impresso davanti a tutti i codici che aveva scalzato o tentato di scalzare, perfino nei punto dove ogni scolaretto sarebbe stato capace di cambiarlo o cancellarlo.

Ebbene, decise, lei non gli avrebbe permesso d’interferire nel suo lavoro. La fa da padrone in casa mia, manovra i miei figli, spia nel mio archivio, e tutto come se Dio gli avesse dato il diritto…

E continuò a rodersi e ad indignarsi finché non s’accorse che, pensando alle frasi al vetriolo da dirgli appena l’avesse rivisto, il tempo era trascorso e lei non aveva ancora fatto nessun lavoro.

Ignoralo, non pensare a lui. Pensa a qualsiasi altra cosa.

Miro ed Ela che ridevano, due sere fa. Pensa a questo. Ma naturalmente Miro ha ritrovato se stesso, il mattino dopo; e Ela, che resta sempre più a lungo di umore allegro, invece ha assunto subito quell’aria preoccupata, indaffarata, svelta ed efficiente come sempre. E Grego può anche aver pianto fra le braccia di quell’uomo, come diceva Ela, ma al mattino si è svegliato, ha preso le forbici e ha tagliato a strisce le lenzuola. E a scuola ha dato una testata nella pancia a fratello Adornai, costringendolo a metter fine alla lezione prima del previsto; e poi Dona Cristã ha voluto parlarmi. Alla faccia delle mani risanataci dell’Araldo. Può pensare di spadroneggiare in casa mia, e aggiustare tutti quelli che gli sembrano errori miei, ma scoprirà che alcune ferite non si lasciano risanare così facilmente.

Certo, Dona Cristã le aveva anche detto che Quara aveva parlato a sorella Bebei, in classe nientedimeno, di fronte agli altri bambini. E perché? Per dir loro che aveva conosciuto il terribile e ripugnante Falante pelos Mortos, e che il suo nome era Andrew, e che era esattamente spaventoso come aveva detto monsignor Peregrino, se non peggio, perché aveva torturato Grego fino a farlo piangere… ed a quel punto sorella Bebei aveva addirittura detto a Quara di smetterla di parlare. Questo era qualcosa, tirar fuori Quara dal suo profondo assorbimento in se stessa.

E Olhado, così controllato, così distaccato, adesso era espansivo; la sera prima non aveva smesso un istante di parlare dell’Araldo. «L’avreste detto che non sa neppure come trasferire i soldi?» e poi: «Ha un telecodice così incredibile che non ci credereste! Impossibile, mi sono detto, parole come queste il computer le rifiuta, e… no, non posso dirvelo, è un segreto. Vi giuro che gli ho dovuto praticamente insegnare come fare una ricerca… be’, no, anzi penso che conosca i computer, non è un idiota o uno che… certo, mi ha detto che usava un programma-schiavo, ecco perché porta quell’orecchino. E ha detto che per il servizio potevo pagarmi con la cifra che volevo. Non che ci sia molto da comprare, qui, però me li metterò da parte finché non ne avrò bisogno. Sapete, credo che sia davvero vecchio. Mi è sembrato che ricordasse cose successe chissà quanti secoli fa. E sono sicuro che la sua lingua nativa è lo stark. Voglio dire, non ci sono molti posti sui Cento Mondi dove lo stark sia la lingua madre, no? Pensate che possa essere nato sulla Terra?»

Alla fine Quim era balzato in piedi gridandogli di non parlare più a favore di quel servo del demonio, altrimenti avrebbe chiesto al vescovo di venire a fargli un esorcismo, perché Olhado era evidentemente posseduto. E quando lui era scoppiato a ridergli in faccia, Quim era corso fuori dalla cucina e fuori di casa, e non era rientrato fino a notte tarda. A questo punto l’Araldo potrebbe addirittura trasferirsi a vivere in casa nostra, pensò Novinha, visto che influenza tanto la mia famiglia anche quando non c’è, e s’intrufola perfino nei miei computer, sfacciatamente.

E il peggio è che, come al solito, la colpa è mia, sono io quella che l’ha chiamato qui, io che l’ho fatto venire via da quel posto, qualunque fosse, che chiamava casa.ha detto che ha una sorella là. Trondheim, già. È colpa mia se adesso è in questo miserabile paese, alla periferia della periferia dei Cento Mondi, dentro un recinto che non è bastato a trattenere i maiali dall’uccidere quelli che amavo…

E di nuovo pensò a Miro, tanto somigliante al suo vero padre che lei non capiva cosa tappasse gli occhi alla gente davanti al suo adulterio. E pensò a lui che giaceva sul pendio della collina, come Pipo. Pensò ai maiali che lo smembravano con i loro orridi coltelli di legno. Ci riproveranno. Non importa quel che potrò fare, ci riproveranno. E anche se questo non accadrà, presto verrà il giorno in cui lui vorrà sposare Ouanda, e allora gli dovrò dire chi è in realtà, e perché non potranno mai unirsi, e allora lui saprà che io meritavo tutto il dolore che Cão mi ha inflitto, e che le sue mani erano le mani di Dio che mi puniva per i miei peccati.

Non solo loro: perfino io! pensò Novinha. Questo Araldo mi ha costretta a tormentarmi su cose che riuscivo a nascondermi per settimane, a volte per mesi e mesi. Quanto tempo è che non spendevo una mattinata a riflettere sui miei figli? E con un filo di speranza, nientemeno! Da quanto non mi concedevo di pensare a Pipo e a Libo? E quando mai mi sono detta che credo in Dio, o almeno al Dio impietoso e vendicatore del Vecchio Testamento che spazza via una città perché vi abita un solo peccatore… se Cristo fa i suoi conti in modo diverso io non lo so.

Fu così che Novinha trascorse il giorno, senza metter mano al lavoro, mentre anche i suoi pensieri rifiutavano di darle una conclusione di qualunque genere.

A metà del pomeriggio Quim comparve in laboratorio. — Scusa se vengo a seccarti, mamma.

— Non importa — disse lei. — Oggi non sto combinando niente, comunque.

— So che tu non ti preoccupi nel vedere Olhado che spreca il tempo insieme a quel bastardo satanico, ma penso sia meglio che tu sappia che Quara è andata là dritta filata dopo la scuola. A casa sua.

— Ah, sì?

— O forse non t’importa neanche di lei, mamma? Che succede, stai pensando di comprare un paio di lenzuola nuove e di lasciare che quello prenda completamente il posto di papà?

Novinha si alzò di scatto e si mosse verso di lui vibrando di una fredda furia. Il ragazzo indietreggiò in fretta.

— Scusa, mamma, scusami, è che… sono pazzo di rabbia…

— In tutti gli anni che ho trascorso con tuo padre non gli ho mai permesso di alzare una mano sui miei figli, ma se oggi fosse ancora vivo gli direi di darti quello che meriti.

— Potresti chiederglielo — sbottò Quim in tono di sfida. — Ma prima di lasciarmi mettere le mani addosso da lui l’avrei ammazzato. Forse a te piaceva farti sbattere di qua e di là, ma questo a me nessuno lo farà mai!

Novinha agì senza pensarci: la sua mano destra si abbatté sul volto di lui, ancor prima d’accorgersi che lo aveva colpito.

Il manrovescio non poteva certo avergli fatto gran male, ma Quim scoppiò in lacrime e si girò; poi cadde a sedere sul pavimento, voltandole la schiena. — Mi dispiace, mi dispiace… — gemette, fra i singhiozzi.

Lei si inginocchiò dietro il ragazzo e gli poggiò le mani sulle spalle, esitante, sentendosi goffa. Si rese conto che non aveva mai abbracciato quel figlio da quando aveva l’età di Grego. Quand’è che ho deciso di essere così fredda? E perché dopo tanto tempo che non lo toccavo, è stato con uno schiaffo e non con un bacio?

Si schiarì la voce. — Anch’io sono preoccupata per quello che sta succedendo.

— Lui sta avvelenando tutto — mormorò Quim. — È arrivato qui e tutto sta cambiando.

— Be’, in quanto a questo, Estevão, non si può dire che le cose fossero tanto meravigliose. Forse un cambiamento è quello che ci vuole.

— Non il suo! Confessione, penitenza e assoluzione, questo è il cambiamento di cui abbiamo bisogno.

Novinha sentì, e non per la prima volta, d’invidiare la fede di Quim nel potere del confessionale come luogo in cui mondarsi l’anima dai peccati. Questo è perché tu non hai mai peccato, figlio mio. Questo è perché non sai quale sia il vero peso della penitenza.

— Credo che andrò a far quattro chiacchiere con l’Araldo — disse Novinha.

— E riporterai Quara a casa?

— Non lo so. Sono costretta a riconoscere che è riuscito a farla parlare ancora. E non si può certo dire che lui le piaccia. Non l’ho sentita dire una sola parola buona nei suoi confronti.

— Allora perché è andata a casa sua?

— Per dirgli qualcosa di offensivo, suppongo. Devi ammettere che è pur sempre un passo avanti, rispetto al suo mutismo.

— Il diavolo è sottile quando elargisce doni, ma poi…

— Quim, non farmi una conferenza di demonologia. Accompagnami a casa dell’Araldo. Non so dove abita.

Seguirono la strada che girava sull’ansa del fiume. I serpenti d’acqua erano nel periodo della muta, e frammenti di pelle in vari stadi di putrefazione rendevano il terreno scivoloso. Questo sarà il mio prossimo progetto, pensò Novinha. Devo indagare sulla chimica interna di questi disgustosi mostriciattoli, così forse troverò il modo di utilizzare almeno la loro pelle; o almeno di impedire che impestino le rive del fiume per sei settimane all’anno. L’unica cosa positiva era che la pelle dei serpenti d’acqua sembrava fertilizzare il suolo; l’erba della riva cresceva più folta dove quei frammenti s’imputridivano. Era la sola flora piacevole in quella zona di Lusitania; per tutta l’estate la gente frequentava le rive del fiume soltanto per potersi distendere sulle strisce di prato naturale che separavano i canneti dalla dura erba della pianura. Il concime derivato dalla pelle di serpente, per quanto spiacevole da sentirsi sotto le scarpe, prometteva qualcosa di buono per il futuro.

Quim stava evidentemente seguendo riflessioni parallele. — Mamma, non potremmo piantare quest’erba intorno a casa nostra, un giorno o l’altro?

— È una delle prime cose che tentarono i tuoi nonni, anni fa. Ma non riuscirono a farla attecchire. Quest’erba si riproduce per disseminazione, però non ha semi, e dopo che l’ebbero trapiantata finì per appassire. L’anno dopo non ricrebbe. Suppongo che abbia bisogno della vicinanza dell’acqua.

Quim si guardò attorno con una smorfia e accelerò il passo, quasi che l’erba avesse già smesso di piacergli. Novinha sospirò. Il ragazzo sembrava vedere un affronto personale nel fatto che non sempre l’universo funzionava come voleva lui.

Poco dopo girarono nella traversa dove abitava l’Araldo. I bambini che giocavano nel praça facevano un tale chiasso che Quim fu costretto ad alzare la voce:

— Ecco, è quel prefabbricato — disse il ragazzo. — Io penso che dovresti subito rimandare a casa Olhado e Quara.

— Grazie di avermi accompagnato — si limitò a rispondere lei.

— Non sto scherzando. Questa è una dura lotta fra il bene e il male.

— Tutto lo è — disse Novinha. — Il difficile è capire dove sta l’uno e dove l’altro. Oh, certo, certo, so che tu hai mappe precise delle due trincee contrapposte, e sai bene come evitare i cecchini di Satana…

— Non fare la sputasentenze con me, mamma.

— Ma Quim, mi sembra naturale, visto come tu fai sempre lo sputasentenze con me.

Il volto di lui s’irrigidì di rabbia.

Novinha tentò di placarlo poggiandogli dolcemente una mano su una spalla. Al contatto il ragazzo si scostò con un fremito, come se le dita di lei fossero spine velenose. — Quim — gli disse, — non farmi lezioni sul bene e sul male. Io in quelle trincee ci sono stata, mentre tu non ne hai visto altro che la mappa.

Lui si tolse la sua mano di dosso e si allontanò in fretta. Cielo, ho nostalgia dei giorni in cui non ci scambiavamo una parola per settimane!

Batté le mani con forza. Qualche istante dopo la porta si aprì. Era Quara. — Oi, mãezinha — disse. — Tambèm veio jogar? — Sei venuta a giocare anche tu?

Olhado e l’Araldo erano occupati a manovrare le astronavi in un videogame tridimensionale, sul terminale. All’Araldo era stata fornita un’apparecchiatura con un campo olografico più grande e dettagliato della media, e i due stavano facendo agire squadroni composti da una quindicina di navi che si muovevano contemporaneamente. Era una faccenda complicata, e non se ne distolsero neppure per voltarsi a salutarla.

— Olhado mi ha detto di tenere la bocca chiusa, o mi taglierà la lingua e me la farà mangiare in un sandwich — disse Quara. — Così è meglio che tu non dica nulla fino al termine della partita.

— Sedetevi, per favore — mormorò l’Araldo.

— Ora sei mio, Falante! — esultò d’un tratto Olhado.

Più di metà della flotta dell’Araldo scomparve in una serie di esplosioni simulate. Novinha sedette su uno sgabello.

Quara si accovacciò sul pavimento davanti a lei. — Ho sentito che tu e Quim stavate parlando, qui fuori. Gridavate, così abbiamo potuto sentire tutto.

Novinha s’accorse di arrossire. Il pensiero che l’Araldo l’avesse udita mentre litigava con suo figlio era irritante. Quelli non erano fatti suoi. Nessuna faccenda della sua famiglia riguardava lui. E in quanto a quei giochi di guerra, lei non li approvava affatto. Erano cose talmente antiquate e fuori moda, inoltre. Da centinaia d’anni non c’era una battaglia nello spazio, salvo che non si volesse chiamare così la caccia alle astronavi dei contrabbandieri. Milagre era un posto tanto pacifico che nessuno possedeva un’arma più pericolosa dello storditore della guardia notturna. Olhado non avrebbe mai visto uno scontro armato in vita sua. E lì, invece, si divertiva a fare la guerra. Forse era qualcosa che l’evoluzione aveva lasciato intatto nei maschi della specie, il desiderio di far esplodere i rivali a pezzetti o di schiacciarli al suolo. O forse la violenza che lui aveva visto in casa l’aveva spronato a sfogarsi in giochi aggressivi. Colpa mia. Ancora una volta colpa mia.

All’improvviso Olhado mandò un mugolio di frustrazione, mentre la sua flotta svaniva in un lampeggiare di esplosioni successive. — Non l’ho neanche visto, maledizione! Non posso credere che tu l’abbia fatto. Non l’ho neppure visto arrivare!

— E allora non ti lamentare — disse l’Araldo. — Se vuoi vedere come ho fatto, guarda la registrazione. Così la prossima volta saprai cosa aspettarti.

— Credevo che voialtri Araldi foste solo dei preti o qualcosa del genere. Dove hai imparato tattiche così micidiali?

L’Araldo si volse a Novinha con un sorriso, nel rispondere. — A volte riuscire a farsi dire la verità dalla gente è un po’ come una piccola battaglia tattica.

Olhado s’appoggiò al muro con le spalle e abbassò le palpebre sugli occhi di metallo, riguardandosi ciò che aveva visto della partita.

— Lei ha compiuto un’effrazione — disse Novinha. — E non è riuscito neppure a farla pulita. Sono queste le «tattiche» a cui vi dedicate voi Araldi?

— È questo che l’ha condotta qui, vero? — sorrise lui.

— Cosa stava cercando nel mio archivio?

— Sono venuto qui per parlare della vita e della morte di Pipo.

— Non l’ho ucciso io. I dati che ho in archivio non la riguardano.

— È stata lei a chiamarmi.

— E poi ho cambiato idea. Mi spiace. Tuttavia questo non le dà il diritto di…

Lui si accovacciò sui talloni al suo fianco, molto vicino, e quando la interruppe fu in un sussurro: — Pipo apprese qualcosa da lei, e i maiali lo uccisero a causa di ciò che sapeva. Perciò lei nascose quella registrazione dove nessuno potesse mai trovarla. Rifiutò perfino di sposare Libo, soltanto per impedirgli l’accesso a ciò che Pipo aveva visto. Lei ha distorto la sua vita, e la vita di tutti quelli che ama, allo scopo di tenere prima Libo e ora Miro lontani da quel segreto e dalla morte.

Novinha si sentì d’un tratto agghiacciare, e un tremito le corse in tutte le membra. Quell’uomo era lì da tre giorni, e già aveva intuito e saputo più di chiunque altro, a parte Libo stesso. — Queste sono bugie — disse, rigida.

— Mi ascolti, Dona Ivanova. È tutto inutile. Libo è morto ugualmente, non è così? Qualunque sia il suo segreto, mantenerlo non gli ha salvato la vita. E non salverà neppure quella di Miro. L’ignoranza e i segreti non aiutano nessuno. Ciò che li salva è conoscere.

— Mai! — sussurrò lei.

— Posso capire perché nasconde questa cosa a Miro, ma io cosa sono per lei? Nessuno. Dunque cosa le importa se anch’io vengo a conoscenza di un segreto capace di uccidermi?

— Dalla sua vita o dalla sua morte non me ne viene in tasca nulla — disse Novinha. — Ma io non darò mai accesso a nessuno a quei dati.

— Lei sembra non capire che non ha il diritto di tappare gli occhi degli altri. Suo figlio, e sua sorella, escono ogni giorno per mescolarsi ai maiali, ed è grazie a lei che non sanno se la loro prossima parola o il loro prossimo gesto li condannerà a morte. Domani io andrò con loro, dato che non posso parlare della morte di Pipo senza aver almeno conosciuto i maiali e…

— Io non voglio che lei faccia l’elegia di Pipo.

— Non m’interessa ciò che lei vuole. Io non lo sto facendo per lei. Ma la scongiuro di dirmi quello che Pipo sapeva.

— Lei non potrà mai conoscere queste cose, perché Pipo era una persona buona e gentile e amabile che…

— Che prese con sé una ragazzina solitaria e spaventata, e curò le ferite che aveva nel cuore. — E mentre lo diceva, una mano di lui si poggiò su una spalla di Quara.

Era più di quel che Novinha potesse sopportare. — Non osi paragonarsi a lui! Quara non è un’orfana, mi ha capito? Lei ha una madre, ha me, e non ha bisogno di lei. Nessuno di noi ha bisogno di lei, nessuno di noi! — E d’un tratto, senza saperne il motivo, scoppiò in lacrime. Non voleva piangere davanti a lui. Non voleva essere lì. Quell’uomo sconvolgeva tutto e tutti. Corse alla porta e uscì, sbattendola dietro di sé. Quim aveva ragione. Era un demonio. Sapeva troppo, domandava troppo, dava troppo, e già troppo era il bisogno che ognuno di essi aveva di lui. Come poteva aver acquistato tanto potere su di loro in così poco tempo?

Poi in lei balenò un pensiero che all’istante le asciugò le lacrime e la riempì di terrore. L’Araldo aveva detto che Miro e sua sorella andavano ogni giorno dai maiali. Lui sapeva. Lui conosceva tutti i segreti.

Tutti, eccetto quello che non era noto neppure a lei stessa: quello che Pipo aveva letto nella sua simulazione. Quando se ne fosse impadronito, avrebbe avuto nelle sue mani ogni atto e ogni pensiero che lei aveva tenuto nascosto in quegli anni. Quando aveva fatto la chiamata per un Araldo dei Defunti, desiderava che questi scoprisse la verità su Pipo; invece lui era venuto e aveva scoperto la verità su di lei.


Mentre i passi di Novinha si allontanavano, Ender si lasciò cadere sullo sgabello dov’era stata seduta e appoggiò la fronte sulle mani. Sentì Olhado tossicchiare e attraversare lentamente la stanza verso di lui.

— Hai cercato di entrare nell’archivio di mia madre — disse il ragazzo con calma.

— Sì — mormorò Ender.

— Hai voluto che t’insegnassi a fare una ricerca soltanto per poter spiare mia madre. Hai fatto di me un traditore.

In quel momento Ender non aveva una risposta capace di soddisfare Olhado, e non cercò d’inventarla. Restò in silenzio mentre il ragazzo andava alla porta e usciva anch’egli.

Il tumulto dei suoi pensieri non era tuttavia un silenzio per la Regina dell’Alveare. Sentì il contatto della mente di lei, allarmata dalla sua angoscia. No, le disse senza parole, non c’è niente che tu possa fare, niente che io ti possa spiegare. Cose umane, tutto qui, strani e alieni problemi umani che sono al di là di ogni comprensione.

((Ah!)) gli giunse la sua risposta, e insieme la sensazione della brezza fra le chiome degli alberi, la forza e il vigore del legno, la ferma presa delle radici nelle terra, la gentile carezza del sole sulle foglie verdi di vita. ((Guarda cos’ho imparato da lui, Ender, la pace che lui trova.)) Quelle impressioni telepatiche svanirono mentre la Regina si ritraeva da lui. Ma gli restò qualcosa della forza dell’albero, e la quiete del silenzio si sostituì al silenzio della tensione.

Era stato soltanto un attimo; lo scatto della porta che si chiudeva dietro Olhado vibrava ancora nell’aria. Quara balzò in piedi, corse al letto di lui e vi saltò sopra; poi cominciò a rimbalzare sue giù, facendone cigolare la struttura.

— Non durerai più di due o tre giorni — esclamò allegramente la bambina. — Adesso tutti ti odiano.

Ender ebbe una risata amara e si volse a guardarla. — Anche tu?

— Oh, sì — annuì lei. — Io sono stata la prima a odiarti, a parte forse Quim. — Balzò giù dal letto e andò di fronte al terminale. Poi premette con attenzione diversi pulsanti, e nel campo olografico si materializzò una serie di equazioni, lunghe ma piuttosto semplici. — Questo è il mio compito a casa. Vuoi guardare mentre lo faccio?

Ender si alzò e la raggiunse. — Sicuro — disse. — Ehi, queste sembrano cosette piuttosto difficili.

— Non per me — si vantò la bambina. — Io le risolvo sempre più svelta di tutti.

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