4. COMUNICAZIONE; PENETRAZIONE; DISPERAZIONE



Aminadabarlee tacque, con gli occhi fissi sullo schermo; e, per quanto la creatura fosse stata sgradevole, Raeker provò una certa comprensione. Anche lui sarebbe stato altrettanto poco socievole, in circostanze simili. Non era il momento di compassionarlo, comunque, ora che la speranza non era perduta; bisognava fare un numero enorme di cose.

«Wellenbach! Qual è la combinazione del batiscafo?» domandò.

Il tecnico spuntò alle sue spalle.

«Lo chiamo subito, dottore.»

Raeker lo fermò con un gesto.

«Aspetta un momento. Il dispositivo è normale, dall’altra parte? Voglio dire, è una ricevente normale, o un dannato groviglio di fili e di strumenti?»

«Perfettamente normale. Perché?»

«Perché, se non lo fosse, e tu formassi la combinazione, quei bambini potrebbero aprire il portello esterno o provocare altri disastri, nel tentativo di rispondere. Se invece si tratta di un apparecchio normale, come struttura e come aspetto, la bambina sarà in grado di rispondere senza correre rischi.»

«Capisco. La piccola non avrà nessuna difficoltà; l’ho vista usare diverse volte gli impianti di comunicazione.»

«Va bene. Chiamali, allora.» Raeker cercò di non rendere evidente l’incertezza che provava mentre il tecnico formava la combinazione. Era impossibile dire quello che era accaduto appena al di sopra dell’atmosfera di Tenebra; qualcosa aveva evidentemente forzato il portello esterno della lancia, ma la stessa cosa avrebbe potuto causare danni al batiscafo. In questo caso, i bambini erano probabilmente morti… anche se la loro guida forse aveva fatto indossare loro delle tute spaziali. Naturalmente, la speranza era l’ultima a morire.

Dietro di lui, Aminadabarlee pareva una statua d’acciaio, alquanto grottesca, in verità. Raeker non perse tempo a speculare sulla sua sorte personale, nel caso fossero giunte delle cattive notizie, attraverso l’impianto di comunicazione, e quella statua fosse ritornata in vita; tutta la sua attenzione era concentrata sulla sorte dei bambini. Una dozzina di ipotesi diverse si affacciarono alla sua mente nei pochi secondi che precedettero l’illuminarsi dello schermo. Poi lo schermo si illuminò, e le ipotesi più sgradevoli svanirono.

Un viso umano li stava guardando dallo schermo; magro, pallidissimo, sormontato da una massa di capelli che sullo schermo apparivano neri, ma che, come Raeker sapeva, erano rossi; un viso la cui espressione suggeriva la idea del terrore mantenuto appena sotto controllo, ma… un volto vivo. E solo questo era importante.

Quasi nello stesso istante un uomo entrò di corsa dalla porta della sala delle comunicazioni, e si fermò di colpo accanto alla figura immobile del drommiano.

«Easy! Stai bene?» Raeker non ebbe bisogno di parole per identificare il consigliere Rich. E neppure Aminadabarlee, e neppure la figura sullo schermo. Dopo l’intervallo di due secondi necessario a trasmettere l’immagine, il terrore sparì dal viso magro della bambina, che si calmò visibilmente.

«Sì, babbo. Ho passato un brutto momento, ti assicuro, ma adesso va tutto bene. Vieni?»

Per un istante nella sala ci fu una certa confusione, con Rich, Raeker e il drommiano che tentavano di parlare nello stesso tempo; poi la superiorità fisica di Aminadabarlee fece valere i suoi diritti, e il drommiano sollevò la sua testa aguzza verso lo schermo.

«Dov’è l’altro… mio figlio?» disse con voce stridula.

Lei rispose prontamente:

«È qui, e sta bene.»

«Lascia che gli parli.» La bambina lasciò per un istante l’area inquadrata dalla telecamera, ed essi udirono la sua voce, ma non le sue parole, mentre si rivolgeva a qualcun altro. Poi lei riapparve, con i capelli scuri scompigliati e una ferita sanguinante sulla guancia.

«È in un angolo, e non vuole uscire. Alzò il volume, in modo che lei possa farsi sentire da lui.» La bambina non fece alcun riferimento alla ferita, e Raeker, con sorpresa, notò che neppure suo padre ne faceva cenno. Aminadabarlee non parve neppure accorgersene. Parlò nella sua lingua stridula, che apparentemente veniva capita dal solo Rich, tra coloro che si trovavano nel locale, e andò avanti per diversi minuti, facendo delle pause, evidentemente quando formulava delle domande.

Dapprima non ricevette alcuna risposta; poi, facendosi sempre più suadente, ebbe in risposta una fievole voce lamentosa. Nell’udirla il drommiano riacquistò parte dell’usuale autocontrollo, ed egli parlò più lentamente; e dopo un paio di minuti la testa di Aminadorneldo apparve accanto a quella di Easy. Raeker si chiese se provava un po’ di vergogna; le espressioni drommiane erano un libro chiuso, per lui. Apparentemente almeno un membro della famiglia possedeva una coscienza, però, dato che dopo qualche altro minuto di predica da parte del genitore, il piccolo si rivolse a Easy e parlò in inglese.

«Mi dispiace di averle fatto del male, signorina Rich. Avevo paura, e credevo che fosse stata lei a fare il rumore, e mi sembrava che volesse costringermi a uscire dall’angolo. Mio padre dice che lei è più grande di me, e che io dovrò fare tutto quello che lei mi dirà, finché non sarò di nuovo con lui.»

La bambina sembrò capire la situazione,

«Tutto a posto, ‘Mina,» disse in tono gentile. «Non mi hai fatto molto male. Mi occuperò io di te, e torneremo da tuo padre… fra un po’ di tempo.» Lei lanciò un’occhiata alla telecamera, pronunciando queste parole, e lo stato di tensione si impadronì di nuovo di Raeker. Una rapida occhiata al consigliere Rich confermò i suoi sospetti; la ragazza stava cercando di dire qualcosa, cercando anche, presumibilmente, di non spaventare il suo compagno. Con dolcezza, ma con uguale fermezza, Raeker sostituì il drommiano davanti alla telecamera. Easy diede segno di averlo riconosciuto; qualche tempo prima, quando aveva visitato la Vindemiatrix, la ragazza gli era stata presentata.

«Signorina Rich,» esordì Raeker. «Siamo ancora un po’ all’oscuro riguardo a quello che vi è accaduto. Può dircelo? Oppure c’è la vostra guida con voi, per fornirei un rapporto?»

Lei scosse il capo, in segno di diniego, rispondendo all’ultima domanda.

«Non so dove sia il signor Flanagan. È rimasto sulla lancia, penso per fumare una sigaretta; ci ha fatto promettere di non toccare i comandi in alcun caso… doveva crederci proprio stupida. Ci siamo tenuti lontani dal quadro di comando, naturalmente… anzi, dopo una prima occhiata, siamo stati fuori dalla cabina di comando, per dire la verità, visitando solo gli altri compartimenti. Sono tutti osservatori e cabine, tranne la cambusa, e stavamo per ritornare sulla lancia, quando ricevemmo una chiamata dal signor Flanagan, che aveva lasciato il suo apparecchio sintonizzato sulla lunghezza d’onda dei ricevitori delle nostre tute. Il signor Flanagan ci disse che si trovava sul portello esterno, e che lo avrebbe aperto non appena fosse stato chiuso quello della lancia… le due astronavi sono così vicine che potremmo passare da una all’altra in un solo momento… e aggiunse che dovevamo restare assolutamente immobili e senza toccare niente fino al suo arrivo. ‘Mina aveva appena aperto bocca per rispondere, quando è venuta la scossa; fummo gettati contro la parete, e io sono rimasta ferma là, schiacciata da quella che mi pareva una accelerazione di tre o quattro gravità. ‘Mina riusciva invece a muoversi, e cercò di chiamare il signor Flanagan all’apparecchio, ma non ci fu nessuna risposta, e io non gli ho permesso di toccare nient’altro. L’accelerazione è durata un minuto o due, secondo me; lei può stabilirlo meglio di me, È terminata un attimo prima che lei ci chiamasse.»

A questo punto la sala delle comunicazioni era gremita di uomini. Diversi cominciarono a usare dei regoli calcolatori, e Raeker, voltando il capo allo schermo, seguì il lavoro di uno di essi fino al termine; e quindi domandò:

«Trovato qualcosa, Saki?»

«Credo di sì,» rispose l’ingegnere. «Il rapporto della bambina non è esatto, naturalmente, ma a giudicare da quanto ci ha detto sull’accelerazione e sul tempo, e dalla massa del batiscafo, deve essere entrata in azione un’intera unità dei motori a propellente solido. Questo può fornire circa quattro G per quaranta secondi… il cambio totale di velocità è di circa un miglio al secondo. Non possiamo però dire dove si trova l’astronave, finché non la raggiungiamo; non possiamo fare dei calcoli, dato che non conosciamo la direzione presa al momento dell’accelerazione. Vorrei tanto, però, che il batiscafo non fosse stato così vicino al pianeta.»

Raeker fu tanto accorto da non chiedergli il motivo di questa affermazione, ma Aminadabarlee non lo fu altrettanto.

«Perché?»

L’ingegnere lo guardò, poi guardò l’immagine dell’altro drommiano che si trovava a bordo del batiscafo, e infine, apparentemente, decise di parlare.

«Perché un cambiamento di un miglio al secondo, in moltissime direzioni possibili, potrebbe farlo entrare in un’orbita destinata a penetrare nell’atmosfera,» disse senza mezzi termini.

«Quanto ci vorrà?» domandò Rich.

«Non è il mio campo. I calcoli potranno essere effettuati con molta approssimazione. Direi poche ore, però.»

«E allora perché restiamo qui a perdere tempo in chiacchiere?» squittì Aminadabarlee. «Perché non vengono fatti i preparativi per la spedizione di soccorso?»

«Li stiamo facendo,» rispose con calma l’ingegnere. «Una sola lancia faceva servizio regolare, ma qui ce ne sono delle altre. Stiamo preparando una di esse, che partirà entro dieci minuti. Dottor Raeker, lei vuole venire?»

«Aggiungerei solo del peso superfluo, senza poter essere utile,» rispose Raeker.

«Immagino che sia lo stesso per me,» fece Rich. «Ma vorrei venire, se c’è posto. Naturalmente, non voglio ostacolare il lavoro, però.»

«Sarebbe meglio che lei restasse qui,» ammise Sakiiro. «Resteremo in contatto sia con questa astronave che col batiscafo, in ogni modo, e così saprete costantemente quello che succederà.» Uscì di corsa dalla sala.

Aminadabarlee, evidentemente, aveva avuto tutte le buone intenzioni di insistere sulla sua partecipazione alla spedizione; dopo le parole di Rich, comunque, si trovò evidentemente con le mani legate. Sfogò i suoi sentimenti, dicendo:

«Soltanto uno stupido essere umano avrebbe inserito dei razzi da decollo funzionanti in un’astronave ancora incompleta.»

«Il batiscafo è completo, a parte la revisione finale degli strumenti e dei circuiti,» rispose con calma un altro tecnico. «E i razzi servivano all’atterraggio, oltre che al decollo. Per dire la verità, i razzi non avrebbero dovuto essere inseriti in circuito fino all’ultimo momento, ed è impossibile dire che cosa abbia potuto farli entrare in azione, finché non avremo recuperato l’astronave. Fino a quel momento, attribuire delle colpe è semplicemente una perdita di tempo.» Egli fissò freddamente il drommiano, e Rich fu pronto a inserirsi fra i due. Raeker dovette ammettere che l’uomo era davvero in gamba nel suo lavoro; era parso certo che il grosso extraterrestre avrebbe ripulito la sala dagli esseri umani nel giro di poco tempo, ma Rich riuscì a calmarlo in pochi minuti, impedendo così alla sua ira di esplodere.

Raeker avrebbe gradito di ascoltare i particolari, ma era troppo occupato con la radio. I bambini a bordo del batiscafo avevano sentito, senza comprendere completamente, quasi tutte le affermazioni dei tecnici; e Raeker fu costretto a dar fondo a tutte le sue risorse per risollevare un poco il loro morale. I bambini erano spaventati a morte, e questo era estremamente ragionevole. Però non fu così difficile rassicurarli; dopo poche parole, si accorse che la ragazza stava facendo del suo meglio per raggiungere lo stesso scopo. Raeker non riuscì a stabilire se lo stesse facendo a beneficio di suo padre o del suo compagno extraterrestre, ma il suo rispetto per la piccola crebbe ulteriormente.

A questo punto l’astronave di soccorso era già in viaggio, e con il trascorrere dei minuti le speranze degli occupanti delle tre astronavi continuarono progressivamente a salire. Se il batiscafo era in un’orbita che non sfiorava la atmosfera di Tenebra, naturalmente, il pericolo non esisteva; a bordo si trovavano cibo e riserve d’aria capaci di bastare per molto tempo. Secondo il calcolo delle probabilità, pur non essendo un esperto balistico, Raeker giudicò che quelle favorevoli dominavano, nella proporzione di tre contro una. Il cervello elettronico dell’astronave di soccorso stava tracciando orbite su orbite; la più pessimistica sembrava indicare un contatto con l’atmosfera entro tre quarti d’ora dal momento dell’incidente; e se il contatto non si fosse verificato entro due ore al massimo, le possibilità negative sarebbero venute automaticamente a cadere.

A bordo del batiscafo c’erano dei boccaporti, ed Easy fu in grado di riconoscere alcune stelle; ma anche se questo indicò approssimativamente da quale parte del pianeta si trovavano i dispersi, la mancanza di misurazioni precise a disposizione rendeva inutile l’informazione. In quel momento, la faccia del pianeta sulla quale poteva trovarsi il batiscafo era una sola.

Fu sessantasette minuti dopo l’incidente che Easy riferì l’aumento di accelerazione. A questo punto, perfino Aminadabarlee conosceva il significato di questo fenomeno. L’astronave di soccorso era «là», nel senso che si trovava entro mezzo diametro di Tenebra e praticamente immobile rispetto al pianeta… perfettamente inutile, per quanto riguardava i bambini chiusi nel batiscafo. I tecnici poterono servirsi del trasmettitore di bordo per localizzare la posizione dei dispersi con un’approssimazione di alcune miglia; ma non furono in grado di calcolare una orbita di intercettazione all’interno dell’atmosfera di Tenebra. Nessuno sapeva abbastanza a proposito di quell’atmosfera. Era certo che non si poteva pensare a intercettare il batiscafo, prima che esso avesse raggiunto un punto così basso da rendere impossibile l’impiego dei razzi… e a questo punto la pressione atmosferica sarebbe stata troppo forte per loro. Sakiiro riferì questo alla Vindemiatrix un minuto dopo aver ricevuto l’informazione di Easy; poi, prima che Aminadabarlee potesse interloquire, chiamò il batiscafo.

«Signorina Rich. La prego di ascoltarmi con attenzione. La vostra accelerazione aumenterà sempre di più nei prossimi minuti; desidero che lei si metta sul sedile che si trova davanti al quadro di comando, e che stringa le cinture di sicurezza. E faccia il possibile per il suo compagno.»

«Nessuno dei sedili è adatto a lui,» rispose la ragazza.

«Il suo peso normale è sui quattro G,» interloquì Rich, dalla Vindemiatrix.

«Dovrà sopportarne di più; ma probabilmente ce la farà, in questo caso. Gli dica semplicemente di sdraiarsi. Adesso, signorina Rich…»

«Mi chiami Easy; risparmierà tempo.»

«Mi dica quello che riconosce sul quadro davanti a lei.»

«Non molto. Gli interruttori della luce sono contrassegnati, e si trovano in alto a sinistra. L’impianto di comunicazione si trova al centro; i comandi dei portelli si trovano accanto agli interruttori della luce; poi ci sono almeno due piedi quadrati di interruttori «on-off», contrassegnati da lettere, e che non significano nulla, per me…» Tacque, e Saki annuì.

«Molto bene. Adesso, quasi in cima al quadro, a destra dell’impianto di comunicazione, dovrebbe vedere una zona di circa sei pollici quadrati, contrassegnata «Hunt». L’ha trovata?»

«Sì, la vedo.»

«Si assicuri che il commutatore principale, che si trova nell’angolo in basso a sinistra, indichi «Off». Poi porti i tre commutatori del gruppo contrassegnato «Aero» nella posizione «On». Adesso si assicuri che il grosso commutatore, contrassegnato «D.I.», sia spento. Ha visto?»

«Sì, signore.»

«Adesso, si assicuri di essere legata bene al suo posto. Lei ha semplicemente sintonizzato il batiscafo con i circuiti della macchina che si trova sul pianeta, mettendo in azione l’homing device. Non voglio correre il rischio di farle usare l’energia, ma con una certa dose di fortuna il pilota automatico la farà scendere nelle vicinanze del luogo in cui si trova la nostra macchina. Non deve preoccuparsi dell’attrito atmosferico; l’astronave è stata progettata per una penetrazione statica. È un grosso pianeta, e se possiamo restringere la zona del suo atterraggio a un raggio di cinquecento miglia, questo ci sarà di grande aiuto per rintracciarla in seguito. Mi capisce?»

«Sì. Sono legata al mio posto, e ‘Mina è sdraiato.»

«Molto bene. Adesso allunghi la mano verso il settore «Hunt», che ha appena regolato, e abbassi il commutatore principale. Spero che lei sopporti bene l’accelerazione; la prima impressione sarà spiacevole.»

Sakiiro, a bordo della nave di soccorso, e il gruppo che si trovava nella sala delle comunicazioni della Vindemiatrix, osservarono in preda a una grande tensione la mano della ragazza, che si sollevava e poi tornava ad abbassarsi. Non riuscirono a vederla, effettivamente, nel momento in cui stabiliva il contatto, e con una certa sorpresa i tecnici non furono in grado di scoprire molto facilmente i risultati dell’azione. Si erano aspettati di vedere la ragazza appiattirsi contro il sedile, a causa del brusco cambiamento di accelerazione; ma le cose non andarono poi così male.

«Posso sentirlo,» riferì Easy, «l’astronave sta girando… adesso il pianeta è alla nostra sinistra… e mi sento un po’ più appesantita… adesso stiamo di nuovo stabilizzando la posizione, e il «basso» è davanti, se questo quadro è nella parte frontale della cabina.»

«È così,» rispose il tecnico, «adesso dovreste essere attirati dalla macchina, rallentando fino a raggiungere una velocità di cinquecento miglia orarie, rispetto all’atmosfera che vi circonda. L’operazione di frenaggio sarà a sussulti; l’astronave ha un sistema di frenaggio a intermittenza, per superare la barriera del calore.»

«Va bene. Quanto tempo ci vorrà?»

«Un paio d’ore. Potrà sopportarlo benissimo.»

Rich, a questo punto, intervenne.

«Immagini che il batiscafo passi sulla macchina di terra prima di avere diminuito sufficientemente la velocità. Signor Sakiiro, cosa farebbe in questo caso il pilota automatico? Cercherà di scendere in quel punto ugualmente?»

«Certamente no. Si tratta di un veicolo, non di un missile. Compirà un giro intorno al punto di atterraggio, a una distanza che non richiederà più di un’addizionale mezzo G per compiere la correzione di rotta. In caso di necessità, il pilota automatico potrà cercare di fare atterrare l’astronave; ma questo potremo controllarlo noi dall’alto.»

«E come? Non si aspetterà che Easy si metta a pilotare il batiscafo, immagino?»

«Non nel senso che viene comunemente dato a questa frase. Comunque, quando sarà raggiunta quella che noi chiamiamo «velocità di volo», i serbatoi centrali di frenaggio del batiscafo saranno pieni dell’atmosfera locale. Allora spiegherò a sua figlia come dovrà dare inizio all’operazione di elettrolisi; questo riempirà i serbatoi di idrogeno, e l’astronave potrà volare, una volta compiuta questa operazione, a un’altezza sufficiente a permettere l’impiego dei razzi. Allora lei e il suo giovane amico potranno far ruotare il batiscafo, mettendolo in posizione di decollo, e accendere i razzi rimanenti. Noi staremo ad aspettarli, quassù.»

«Mi era parso di sentirle dire che i razzi non erano stati collegati ancora ai circuiti del quadro di comando.»

Sakiiro rimase in silenzio per qualche istante.

«Ha ragione; lo avevo dimenticato. Questo complica il problema.»

«Vuole dire che la mia bambina è condannata all’esilio, laggiù?»

«Non necessariamente. Saranno necessarie delle manovre precise e ravvicinate; ma credo che potremo manovrare l’astronave sulla quale ci troviamo, in modo da raggiungere il batiscafo quando esso si troverà all’apogeo della sua orbita. L’intero progetto di costruzione, se lei ricorda, è stato basato sulla necessarietà di fare galleggiare la batisfera a un’altezza tale da permettere l’impiego dei razzi; e se questi razzi possono funzionare a bordo di essa, non vedo perché sia impossibile imitare il procedimento.»

«Allora potete salvarla.» La frase era in pratica una domanda. Sakiiro era un uomo onesto, ma trovò difficile fornire una risposta. Comunque la diede, dopo un attimo di esitazione, fissando negli occhi l’uomo di mezza età la cui espressione angosciata era visibilissima attraverso lo schermo.

«Dovremo riuscire a salvarli entrambi. Non le nascondo che questo sarà difficile e pericoloso; bisognerà trasferire un tecnico sulla parte esterna del batiscafo, per terminare i collegamenti dei circuiti, mentre l’apparecchio galleggia come un pallone aerostatico, facendo partire il disgraziato da un’astronave sorretta dai razzi frenanti, e la faccenda non sarà certo un gioco da ragazzi.»

«Perché non potete semplicemente prendere a bordo dell’astronave di soccorso i due bambini?»

«Perché sono certo che le loro tute spaziali non potranno sopportare la pressione esistente a quell’altezza,» replicò Sakiiro. «Non conosco i modelli drommiani, ma conosco bene i nostri.»

«Signor Sakiiro.» La voce di Easy si inserì nella conversazione.

«Sì, Easy?»

«Posso fare qualcos’altro? Non mi sembra giusto stare qui ferma, mi… mi spaventa un poco.»

Rich lanciò un’occhiata supplichevole al tecnico. Come diplomatico, era anche un grande psicologo, e conosceva bene sua figlia. Non era di natura isterica, ma non erano state certo numerose le dodicenni che si erano trovate in una situazione del genere. Lui non era in grado di suggerire qualche occupazione ragionevole, onde occupare la sua attenzione; ma fortunatamente anche Sakiiro si rese conto della necessità.

«Ci sono degli indicatori di pressione, alla sua sinistra,» disse il tecnico. «Se lei è in grado di fornirci costantemente un resoconto delle indicazioni registrate, mentre il suo amico ci avverte al minimo segno di attenuazione della luce delle stelle, la cosa potrà esserci d’aiuto. Continui finché non si sentirà troppo pesante per poter continuare agevolmente; non ci vorrà troppo tempo.»

Rich inviò al tecnico uno sguardo di riconoscenza; se Aminadabarlee stava facendo la stessa cosa, nessuno fu in grado di rendersene conto. Per diversi minuti il silenzio venne rotto soltanto dalla voce dei bambini, che leggevano dei numeri e descrivevano le stelle.

Poi Easy riferì che l’astronave stava di nuovo ruotando.

«Molto bene,» disse Sakiiro, «questo significa che siete sopra la macchina. Da questo momento e fino a quando la velocità non sarà stata annullata, lei dovrà sopportare più di tre gravità e mezzo. Il sedile sul quale si trova si può distendere automaticamente, per farle assumere la migliore posizione, ma non sarà certo una sistemazione comoda. Il suo amico potrà senza dubbio sopportare la cosa, ma la prego di avvertirlo di non muoversi. L’astronave sta viaggiando velocemente nell’atmosfera, e il passaggio tra le diverse correnti d’aria potrà provocare alcune scosse violente.»

«Molto bene.»

«Le stelle si stanno offuscando.» Era la voce di Aminadorneldo.

«Grazie. Può leggermi di nuovo la pressione?»

La ragazza eseguì, e la sua voce denotò un’evidente tensione. Fino all’inizio dell’ultimo cambiamento di rotta, il batiscafo si trovava in una condizione di caduta pressoché libera; ma con le sue ali rudimentali che battevano quel poco di atmosfera che era reperibile a quell’altezza, nel tentativo di usarla come freno direzionale, la situazione era nettamente diversa. Nessuno dei tecnici riusciva a capire per quale motivo l’astronave non veniva sconvolta da una serie di scosse violentissime; il cambiamento di rotta era iniziato a una velocità molto più elevata di quella prevista dai progettisti dell’apparecchio. Così come andavano le cose, l’intera operazione parve incredibilmente semplice… per qualche tempo.

Sakiiro, che non aveva dei dati realmente oggettivi da elaborare, aveva cominciato a pensare che l’apparecchio avesse raggiunto la velocità desiderata, ed era sul punto di spiegare a Easy la posizione dei comandi che azionavano il processo di elettrolisi, quando il movimento cambiò. Una serie di scosse terrificanti sconvolse l’astronave. Il corpo della ragazza era assicurato al suo posto dalle cinghie di sicurezza, ma la testa e gli arti si muovevano come quelli di uno spaventapasseri al centro di un tornado; il giovane drommiano per la prima volta non riuscì a stare fermo. Le scosse continuarono, e i colpi erano sottolineati dai singhiozzi della ragazza e da un lamento quasi inaudibile di Aminadorneldo. Il drommiano padre si sollevò di nuovo e guardò lo schermo ansiosamente.

I tecnici erano sconcertati; i diplomatici erano troppo preoccupati per la sorte dei loro rampolli per essere in grado di fornire delle idee costruttive, anche se fossero stati qualificati a darne; ma Raeker credette di avere trovato la risposta.

«Vengono colpiti dalle gocce d’acqua!» gridò.

Doveva avere visto giusto, venne deciso in seguito; ma l’informazione, sul momento, non fu di grande aiuto. Il batiscafo si impennava e sussultava. Il pilota automatico faceva del suo meglio per mantenerlo in linea di volo, ma i comandi aerodinamici erano miseramente inadeguati per questo compito. Almeno due volte l’apparecchio si ribaltò completamente, per quanto poteva giudicare Raeker dalle capriole compiute dal drommiano all’interno della cabina. Fu soltanto la fortuna a impedire al piccolo extraterrestre di toccare qualcuno dei comandi. Per un certo tempo i comandi furono inutili, perché i loro sforzi erano sopraffatti… anche se l’acqua non era molto più densa dell’aria, le enormi gocce bastavano a impedire ogni ragionevole tentativo di regolare il volo. Poi furono inutili perché l’atmosfera non forniva più un punto d’appoggio utilizzabile; l’astronave era stata privata di una buona dose di energia cinetica da parte delle gocce di pioggia, e la sua velocità era nettamente inferiore a quella di volo… bassa com’era, in un’atmosfera sette od ottocento volte più densa di quella della Terra al livello del mare. A questo punto, ovviamente, l’astronave stava cadendo, nel senso più semplice e più antico della parola. Il movimento era ancora irregolare, perché lo scafo veniva ancora colpito dalle gocce; ma la violenza era scomparsa.

La velocità di caduta era sorprendentemente bassa, per un campo a tre G. La ragione era abbastanza semplice… anche con l’atmosfera esterna che riempiva gran parte del suo volume, l’astronave aveva una densità minima. Era uno scafo a forma di sigaro, lungo duecento piedi, e l’unica parte realmente pesante era la sfera di quaranta piedi, al centro, che conteneva il settore abitabile. Probabilmente sarebbero stati evitati dei guasti irreparabili anche se il batiscafo fosse atterrato su un terreno solido; ma in questo caso, la caduta terminò sul liquido.

Liquido reale; non la sostanza instabile che componeva l’atmosfera di Tenebra.

Il batiscafo atterrò ribaltato, ma il suo centro di gravità era abbastanza basso da riportarlo in una posizione più comoda. Il pavimento finalmente smise di ondeggiare, o, per lo meno, fu il drommiano a ritrovare l’equilibrio… dato che la telecamera era incorporata nel quadro di comando, il pavimento era sempre sembrato immobile a coloro che osservavano dallo spazio. Videro il gigante rimettersi cautamente in piedi, e poi avvicinarsi lentamente al sedile della ragazza, e toccarla leggermente sulla spalla. La ragazza si mosse, e cercò di mettersi a sedere.

«Ti senti bene?» I due genitori formularono all’unisono la domanda. Aminadorneldo, che ricordava gli ordini di suo padre, aspettò che fosse Easy a rispondere.

«Credo di sì,» disse lei, dopo un momento, «mi dispiace di avere pianto, babbo; avevo paura. Però non volevo spaventare ‘Mina.»

«Tutto bene, bambina. Sono certo che nessuno può biasimarti, e non credo che la tua reazione abbia avuto molto a che fare con quella del tuo amico. Adesso è importante che siate tutti interi, e che l’astronave sia intatta… penso che, in caso contrario, a quest’ora sareste già morti.»

«Direi che è proprio così,» ammise Sakiiro.

«Il viaggio è stato duro, certo, ma adesso è finito. Dato che siete laggiù, potreste anche dare un’occhiata dagli oblò… siete i primi stranieri che lo fanno. Quando avrete visto tutto quello che c’è da vedere, ditelo al signor Sakiiro, e lui vi farà tornare su. Siamo d’accordo?»

«Certo, babbo.» Easy si passò la mano sul viso segnato dalle lacrime, staccò le cinghie, e finalmente riuscì ad alzarsi in piedi.

«Diavolo, quando toglieranno l’energia? Non mi piacciono tutte queste gravità,» fece notare lei.

«Sei costretta a sopportarle, finché non ti tireremo su,» rispose suo padre.

«Lo so. Stavo solo scherzando. Uhm! Sembra che fuori sia notte; non vedo niente.»

«È notte, se vi trovate nelle vicinanze della macchina,» rispose Raeker. «Ma per i tuoi occhi, anche se fosse giorno le cose non cambierebbero. Neppure Altair può far penetrare in quell’atmosfera abbastanza luce per gli occhi umani. Dovrai usare le luci.»

«Va bene.» La ragazza guardò il quadro di comando, sul quale aveva già individuato i commutatori delle luci; poi, tra la meravigliata approvazione dei tecnici, volle sapere con sicurezza da Sakiiro se quelli erano veramente i commutatori desiderati. Sakiiro ammise più tardi che le sue speranze di salvare la coppia aumentarono notevolmente, in quel momento.

Una volta accese le luci, i due bambini si avvicinarono agli oblò.

«Non c’è molto da vedere,» dichiarò Easy. «Sembra che siamo caduti in un lago, o in un oceano. È liscio come il vetro; niente onde. Direi che si tratta di roba solida, se lo scafo non fosse parzialmente immerso. Dal cielo stanno scendendo dei grossi globi nebulosi, a perdita d’occhio, ma sembra che svaniscano prima di toccare la superficie. È tutto quello che posso vedere.»

«Sta piovendo,» disse semplicemente Raeker. «Il lago è probabilmente di acido solforico. Direi che a questa ora di notte sarà alquanto diluito, ed è più caldo dell’atmosfera, in modo da far svanire le gocce. Non possono esserci delle onde; non c’è vento. Tre nodi orari significano un uragano, su Tenebra.»

«Con tutta quell’energia calorifica in circolazione?» fece, non senza sbalordimento, Rich.

«Sì. Non ha nulla su cui lavorare… uso la parola nel suo senso fisico. Non si verifica un sufficiente cambiamento di volume quando l’atmosfera cambia di temperatura, e anche quando cambia di stato, per creare le differenti pressioni necessarie alla creazione dei venti. Tenebra è probabilmente il posto più calmo che possiamo trovare in qualsiasi atmosfera di qualsiasi pianeta della galassia.»

«Questo contraddice le sue osservazioni sui terremoti, che ho avuto modo di sentire qualche tempo fa?» Questo dava la misura della rinnovellata fiducia di Aminadabarlee sul fatto di poter parlare di qualcosa di diverso dal suo tema preferito della stupidità umana.

«Niente affatto,» ammise Raeker, «e devo anzi ammettere, Easy, che c’è la possibilità che voi incontriate delle onde, se restate a galleggiare in quel punto abbastanza a lungo. Comunque, non potremo mai chiamarle «tempesta», e le onde non vi porteranno mai in luoghi più interessanti. Temo che lei abbia visto tutto quello che c’è da vedere, amica mia; a questo punto, potrebbe anche tornare indietro e venire debitamente recuperata dalla squadra di soccorso.»

«Va bene. Solo vorrei sapere che cosa farà volare questo ordigno, e se il viaggio di ritorno sarà tribolato come quello di andata.»

«Non lo sarà. Salirete verticalmente, e molto più lentamente. Praticamente, salirete su di un pallone. L’atmosfera locale è composta precipuamente di acqua, con un numero sufficiente di ioni allo stato libero per renderla un’ottima conduttrice. La maggior parte del vostro scafo è divisa in celle, e ogni cella è ulteriormente divisa in due da una membrana flessibile. In questo momento, queste membrane sono appiattite contro una parete di ogni cella dalla pressione atmosferica. Quando lei farà entrare in azione il processo di elettrolisi, una parte dell’acqua verrà scomposta; l’ossigeno sarà pompato all’esterno dello scafo, ma l’idrogeno verrà liberato dall’altra parte della membrana e gradualmente farà uscire l’aria dalle celle. Il vecchio batiscafo si serviva del medesimo principio, solo che non aveva bisogno delle membrane per impedire ai due fluidi di mescolarsi.»

«Capisco. Quanto tempo ci vorrà per ottenere il gas sufficiente a farci partire?»

«Non saprei dirlo; non conosciamo la conduttività dell’atmosfera. Una volta iniziato il procedimento, lei potrà vedere i dati relativi a ogni singola cella, che appariranno su una fila di manometri; se mi leggerà questi dati, potrò calcolare il periodo approssimativo.»

«Molto bene. Dove sono… Oh, ecco qui, li avete contrassegnati bene. In alto a destra, una fila di dodici commutatori, con un interruttore centrale e una leva?»

«Esatto. Lei può vedere gli indicatori su ognuno. Abbassi la leva, sollevi l’interruttore, e mi fornisca i dati.»

«Va bene.» Il braccio sottile si sollevò e la mano uscì dal campo visivo, e tutti poterono udire lo scatto dei commutatori. Easy si mise di nuovo la mano in grembo, tornò a distendersi al suo posto, sotto il peso che le gravava addosso, guardò gli indicatori uno dopo l’altro, e disse: «Gli indicatori segnano tutti zero. Cosa devo fare adesso?»



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