Terry Pratchett La luce fantastica

Il sole sorgeva lentamente, come se non fosse sicuro che ne valesse la pena.

Un altro giorno iniziava, ma molto gradatamente, ed ecco perché.

Quando la luce incontra un forte campo magico, perde ogni nozione di fretta e il suo ritmo rallenta. E nel mondo-Disco la magia è di sconcertante potenza, con il risultato che la morbida luce dorata dell’alba fluiva sul paesaggio addormentato come la carezza di un tenero amante o, come alcuni preferirebbero dire, uno sciroppo color d’oro. Si fermava a riempire le vallate. Si ammassava contro le catene montagnose. Quando raggiunse Cori Celesti la guglia di sedicimila metri, fatta di grigia pietra e di verde ghiaccio che segna il centro del Disco e alberga i suoi dei, formò alti cumuli per rovesciarsi alla fine in una grande ondata pigra, silenziosa come il velluto, sullo scuro paesaggio sottostante.

Uno spettacolo che non si vede in nessun altro mondo.

Naturalmente, nessun altro mondo è trasportato nell’infinito stellato sul dorso di quattro giganteschi elefanti, a loro volta posati sul guscio di una gigantesca tartaruga. Il suo nome è la Grande A’Tuin. Il suo sesso femminile, secondo una scuola di pensiero. Pur non avendo un ruolo centrale nelle vicende che seguono, per la comprensione del Disco è vitale sapere che essa è laggiù, sotto le fosse e la melma del fondo marino e le finte ossa fossili messe lì da un Creatore, con niente di meglio da fare che confondere gli archeologi e suggerire loro sciocche idee.

La Grande A’Tuin, la tartaruga stellare col guscio ricoperto di metano ghiacciato, bucherellato da crateri di meteore e lavato dalla polvere degli asteroidi. La Grande A’Tuin, con gli occhi come antichi mari e il cervello della dimensione di un continente attraversato da pensieri simili a piccoli ghiacciai scintillanti. La Grande A’Tuin dalle pale natatorie grandi, lente, malinconiche e dal carapace lucidato dalla polvere stellare, che avanza a fatica attraverso la notte galattica sotto il peso del Disco. Grande come più mondi. Vecchia come il Tempo. Paziente come un mattone.

In realtà, i filosofi non hanno capito niente. Infatti la Grande A’Tuin se la spassa.

La Grande A’Tuin è l’unica creatura dell’intero universo che sa esattamente dove sta andando.

Naturalmente, per anni i filosofi si sono chiesti dove vada la Grande A’Tuin e spesso si sono dichiarati assai preoccupati perché potrebbero non scoprirlo mai.

Invece lo scopriranno tra circa due mesi. E allora sì che si preoccuperanno…

Sul Disco, l’altra questione che per lungo tempo ha intrigato i filosofi dotati di maggiore immaginazione, riguarda il sesso della Grande A’Tuin. E un bel po’ di tempo e fatica è stato speso per stabilirlo una volta per tutte.

In effetti, mentre la grande sagoma scura scivola via simile a un’enorme spazzola di tartaruga, si cominciano a vedere i risultati dell’ultimo sforzo compiuto.

Passa roteando, totalmente privo di controllo, il guscio bronzeo del Possente Viaggiatore, una sorta di nave spaziale neolitica, costruita e spinta oltre il Bordo dai preti-astronomi di Krull, il paese convenientemente situato proprio sull’orlo del mondo. È la prova, checché ne dica la gente, che esiste ciò che si chiama un varo spontaneo.

Nella nave c’è Duefiori, il primo turista del Disco. Dopo avere trascorso qualche mese a esplorarlo, adesso lo sta lasciando per ragioni alquanto complicate ma che hanno a che fare con il tentativo di fuggire da Krull.

Tentativo riuscito al mille per cento.

A dispetto dell’evidenza che lui possa essere l’ultimo turista, Duefiori si gode la vista.

A circa due miglia sopra di lui, fluttua Scuotivento il mago, in quella che sul Disco passa per una tuta spaziale. Immaginatela come un costume da palombaro disegnato da uomini che non hanno mai visto il mare. Sei mesi prima egli era un comunissimo mago fallito. Poi aveva incontrato Duefiori, che lo aveva ingaggiato come guida con un salario scandalosamente alto, e da allora aveva trascorso quasi tutto il tempo a farsi sparare, terrorizzare, inseguire, a penzolare dalle altezze senza speranza di salvarsi o, come adesso è il caso, a precipitare dalle altezze.

Egli non contempla la vista perché la sua vita passata continua a scorrergli davanti agli occhi, distraendolo. Sta imparando che quando s’indossa una tuta spaziale è di vitale importanza non dimenticare il casco.

Ora ci sarebbe da dire molto di più per spiegare perché questi due stiano precipitando fuori dal mondo e perché il Bagaglio di Duefiori, visto l’ultima volta mentre tentava disperatamente di seguirlo sulle sue centinaia di zampette, non è un comune baule. Ma tali domande richiedono tempo e potrebbero non valere la pena del disturbo. Si dice, per esempio, che a un ricevimento un tale chiese al famoso filosofo Ly Tin Weedle "Perché è qui?" e che ci vollero tre anni per avere la risposta.

È assai più importante ciò che accade molto più in alto, molto al di sopra di A’Tuin, degli elefanti e del mago prossimo a spirare. Il tessuto stesso del tempo e dello spazio sta per essere sconvolto, come strizzato da una mano gigantesca.


L’aria era resa oleosa dal caratteristico tocco della magia e acrida dal fumo di candele fabbricate con cera nera, sulla cui precisa origine un uomo saggio si guarderebbe bene dall’indagare.

C’era qualcosa di molto strano nella stanza situata nelle cantine della Università Invisibile, il più prestigioso collegio di magia del Disco. Tanto per cominciare, sembrava avere molte dimensioni, non esattamente visibili, ma che si libravano fuori dal campo visivo. Le pareti erano coperte da simboli occulti e buona parte del pavimento era occupata dall’Ottuplo Sigillo di Stasi, riconosciuto nei circoli magici quale dotato del potere deterrente di un mattone ben lanciato.

Nella stanza il solo mobile era un leggio di legno scuro, scolpito a forma di uccello… be’, per essere franchi, di una cosa alata che probabilmente è meglio non esaminare troppo da vicino. E sul leggio, fissato ad esso da una pesante catena costellata di lucchetti, c’era un libro.

Un libro grosso, ma non particolarmente imponente. Nelle biblioteche dell’Università altri libri avevano copertine con incastonati gioielli rari e intarsi di legno pregiato oppure rilegati in pelle di drago. Quella del libro era semplicemente di pelle piuttosto scadente. E il libro stesso era del tipo descritto nei cataloghi delle biblioteche come "leggermente ingiallito", benché sarebbe stato più onesto ammettere che era assai malridotto.

Era tenuto chiuso da fermagli metallici. Che non erano lavorati, ma soltanto molto pesanti, come la catena. Questa non serviva tanto a fissare il libro al leggio, quanto a tenerlo al guinzaglio.

Ganci e catena sembravano l’opera di qualcuno con un preciso scopo in mente, il quale avesse trascorso la maggior parte della vita a fabbricare finimenti per l’addestramento degli elefanti.

L’aria si fece più spessa e vorticosa. Le pagine del libro presero a frusciare, in modo orribile e cauto a un tempo, e ad emettere bagliori di luce azzurra. Il silenzio pervadeva la stanza come un pugno che si chiude adagio.

Una mezza dozzina di maghi in camicia da notte si davano il turno per sbirciare dalla piccola griglia nella porta. Nessun mago riuscirebbe a dormire mentre avviene una cosa del genere: il formarsi di una magia allo stato puro che invadeva tutta l’Università come una marea.

— Bene — disse una voce. — Che succede? E perché non sono stato chiamato?

Galder Weatherwax, Supremo Grande Incantatore dell’Ordine della Stella d’Argento, Signore Imperiale del Sacro Personale, Ipsissimus dell’Ottavo Livello e 304° Rettore dell’Università Invisibile, non solo aveva un aspetto imponente anche nella rossa camicia da notte ricamata a mano con i mistici caratteri runici, nella lunga berretta con la nappa e anche con il candeliere Wee Willie Winkle in mano. Ma quasi riusciva a farcela perfino calzando un paio di pantofole con il pompon.

Sei visi spaventati si girarono verso di lui.

— Uhm, siete stato chiamato, signore — disse uno dei maghi minori. — Ecco perché siete qui — aggiunse servizievole.

— Voglio dire, perché non sono stato chiamato prima? — scattò Galder, facendosi largo per arrivare alla griglia.

— Uhm, prima di chi, signore? — chiese l’altro.

Galder lo fulminò con lo sguardo e si azzardò a dare un’occhiata attraverso la griglia.

Ora nell’aria della stanza sprizzavano scintille mentre granellini di polvere bruciavano nel flusso della magia pura. Il Sigillo di Stasi cominciava a coprirsi di vesciche e ad arricciarsi agli orli.

Il libro in questione veniva chiamato Octavo e. ovviamente, non era un comune libro.

Esistono naturalmente molti famosi libri di magia. Alcuni parlano del Necrotelicomnicon, con le sue pagine fatte di pelle di antica lucertola. Altri indicano il Libro del Giro Intorno all’Undecimo. scritto da una misteriosa e alquanto pigra setta lamaica. Altri ancora ricordano che il Grande Teatro Comico Grimoire contiene presumibilmente l’unica burla originale rimasta nell’universo. Ma tutti questi libri non sono che semplici opuscoli se paragonati all’Octavo che, con caratteristica sbadataggine, il Creatore dell’Universo si è dimenticato di portarsi via dopo avere terminato la sua grande opera.

Gli Otto Incantesimi imprigionati nelle sue pagine hanno condotto una loro propria vita, complessa e segreta, e generalmente si è creduto che…

Contemplando la turbolenza della stanza, Galder aggrottò la fronte. Naturale, ora c’erano soltanto Sette Incantesimi. Qualche idiota di studente di magia un giorno aveva gettato di nascosto un’occhiata al libro e uno degli Incantesimi ne era sfuggito e si era insediato nella sua mente. Nessuno era mai riuscito a sapere fino in fondo come ciò era accaduto. Come si chiamava quello studente? Ventomazza?

Sul dorso del libro guizzavano scintille di ottarino e color porpora. Dal leggio cominciò a innalzarsi una sottile voluta di fumo e i pesanti fermagli di metallo che tenevano chiuso il libro parvero sul punto di spezzarsi.

— Perché gli Incantesimi sono tanto irrequieti? — chiese uno dei maghi più giovani.

Galder si strinse nelle spalle. Non poteva tradirsi, naturalmente, ma cominciava a preoccuparsi. Da consumato mago dell’ottavo livello qual era, lui poteva distinguere le forme semi-immaginarie che apparivano a momenti nell’aria vibrante, ammiccanti e piene di lusinghe. Come le zanzare appaiono prima di un temporale, così possenti concentrazioni di magia hanno sempre attratto degli esseri dalle caotiche Dimensioni Sotterranee. Esseri malvagi, tutti organi distorti e saliva, senza posa in cerca di un varco attraverso il quale insinuarsi nel mondo degli uomini. [Essi non saranno qui descritti, perché perfino quelli graziosi sembrano le progenie di una piovra e di una bicicletta. È risaputo che esseri provenienti da universi indesiderabili tentano sempre di entrare nel nostro, che è l’equivalente psichico di comodità per i bus e vicinanza dei negozi.]

Occorreva arrestare tutto questo.

— Avrò bisogno di un volontario — dichiarò deciso Galder.

D’improvviso si fece silenzio. L’unico rumore proveniva da dietro la porta chiusa. Un brutto rumorino di metallo che si spezza sotto la tensione.

— Benissimo, allora — disse il mago. — In questo caso mi occorrono delle pinzette d’argento, circa due pinte di sangue di gatto, una piccola frusta e una sedia.

Si dice che il silenzio sia l’opposto del rumore. Non è vero. Il silenzio è soltanto l’assenza di rumore. Il silenzio sarebbe stato un tremendo fracasso a confronto dell’improvvisa implosione di quiete assoluta che colpì i maghi con la forza dell’esplosione di un fiore di tarassaco.

Un’improvvisa colonna di luce scoppiettante sprizzò fuori dal libro, colpì il soffitto con una fiammata e scomparve.

Galder continuava a guardare dal buco, senza badare alla sua barba strinata. A un tratto, puntò un dito in alto con gesto drammatico.

— Alle soffitte! — gridò e si slanciò su per la scala di pietra. Ciabattando, le camicie da notte svolazzanti, gli altri maghi lo seguirono, urtandosi nella fretta di non rimanere per ultimi.

Tuttavia fecero tutti in tempo a vedere la palla di fuoco dell’occulta potenzialità scomparire nel soffitto della stanza di sopra.

— Urgh — esclamò il mago più giovane e indicò il pavimento.

La stanza aveva fatto parte della biblioteca, finché la magia l’aveva attraversata e aveva riassemblato con violenza le particelle di possibilità di tutto ciò che si era trovato sul suo cammino. Così era ragionevole presumere che i piccoli tritoni purpurei avessero fatto parte del pavimento e che la gelatina di pompelmo una volta fosse stata dei libri. E più tardi diversi maghi giurarono che il piccolo orangutango triste seduto lì nel mezzo somigliasse moltissimo al bibliotecario capo.

Galder alzò gli occhi. — Alle cucine! — tuonò, procedendo a stento attraverso la gelatina diretto alla vicina rampa di scale.

Nessuno scoprì mai in che cosa fosse stata trasformata la grande stufa di ferro, perché questa aveva sfondato la parete ed era riuscita a fuggire prima che irrompesse nel locale il gruppetto dei maghi, scarmigliati e con lo sguardo spiritato. Lo chef addetto alla preparazione delle verdure venne trovato molto dopo nascosto nel pentolone della zuppa a bofonchiare parole sconnesse come: "Le nocche! Quelle orribili nocche!".

Gli ultimi sprazzi di magia, ora più lenti, stavano scomparendo nel soffitto.

— Alla Grande Sala!

Lì la scala era molto più larga e meglio illuminata. Ansimanti e odorosi di pompelmo, i maghi più in forma arrivarono in cima nel momento in cui la palla di fuoco aveva raggiunto il centro dell’enorme locale pieno di spifferi che era la sala principale dell’Università. La sfera di fuoco era immobile nell’aria, salvo che per la piccola protuberanza che di tanto in tanto si gonfiava e crepitava sulla sua superficie.

I maghi fumano, come tutti sanno. Questo probabilmente spiegava il coro di tossi cavernose e stridenti sternuti che eruppe dietro a Galder mentre questi se ne stava fermo a valutare la situazione e a chiedersi se era il caso di cercare dove nascondersi. Afferrò uno studente spaventato.

— Portami gli uomini dotati della facoltà di vedere nel futuro, anche lontano, e nelle cose nascoste — abbaiò. — Voglio che tutto questo venga studiato!

All’interno della palla di fuoco qualcosa stava prendendo forma. Galder si riparò gli occhi con la mano e la fissò. Impossibile sbagliarsi. Era l’universo.

Il mago ne era sicuro, perché nel suo studio aveva il modello che, per consenso generale, era giudicato molto più straordinario dell’universo vero. Messo di fronte alle possibilità offerte dalle perle scaramazze e dalla filigrana d’argento, il Creatore si era trovato a malpartito.

Ma il minuscolo universo all’interno della palla di fuoco era stranamente… be’, reale. L’unica cosa che gli mancava era il colore. Era tutto di un vago bianco traslucido.

C’era la Grande A’Tuin e i quattro elefanti e il Disco stesso. Da quell’angolo Galder non poteva vedere molto bene la superficie, ma sapeva per certo che era modellata con assoluta accuratezza. Distingueva, però, una replica in miniatura di Cori Celesti, sul cui picco più alto gli dei del mondo, litigiosi e alquanto borghesi, vivevano in un palazzo di marmo, in suite di tre locali d’alabastro e moquette, che avevano scelto di chiamare Dunmanifestin. Per un cittadino del Disco con pretese culturali era sempre fonte di notevole irritazione il fatto di essere governato da dei la cui idea di un’esperienza artistica esaltante era un campanello a carillon.

Il piccolo embrione di universo prese a muoversi lentamente, inclinandosi…

Galder cercò di gridare, ma la voce si rifiutò di uscirgli.

La forma si espandeva adagio, ma con la forza di un’esplosione.

Lui la guardava pieno di orrore, poi di meraviglia, mentre la forma lo attraversava leggera come un pensiero. Sollevò una mano e rimase a contemplare i pallidi fantasmi di strati rocciosi scorrergli silenziosi attraverso le dita.

La Grande A’Tuin era già affondata pacificamente sotto il livello del pavimento, più larga di una casa.

Dietro a Galder, i maghi erano immersi fino al petto nei mari. Una barca più piccola di un ditale attirò lo sguardo di Galder per un momento, prima di essere trasportata via attraverso la parete dalla corrente.

— Al tetto! — riuscì a gridare il mago, puntando in alto un dito tremante.

I maghi ai quali erano rimasti abbastanza buonsenso per pensare e abbastanza fiato per correre lo seguirono, procedendo veloci attraverso continenti che varcavano come nevischio la solida pietra.

Era una notte tranquilla, colorata dalla promessa dell’alba. La luna crescente stava tramontando. Ankh-Morpork, la più grande città delle terre intorno al Mare Circolare, riposava.

Affermazione non del tutto vera.

Da un lato, i quartieri della città che di solito svolgevano attività quali, per esempio, vendere verdure, ferrare cavalli, intagliare piccoli squisiti ornamenti di giada, cambiare denaro e fabbricare tavoli, in complesso, dormivano. A meno che gli abitanti non soffrissero d’insonnia. O, come succede, si fossero alzati di notte per recarsi in bagno. D’altro lato, molti cittadini meno osservanti delle leggi erano svegli e occupati, per esempio, a scavalcare finestre che non gli appartenevano, a tagliare gole, a derubarsi, ad ascoltare musica a tutto volume in cantine fumose e in generale a divertirsi un sacco. Ma quasi tutti gli animali erano addormentati, a eccezione dei ratti. E anche dei pipistrelli, naturalmente. Quanto agli insetti…

Il fatto è che molto raramente la prosa descrittiva è del tutto accurata e durante il regno di Olaf Quimby II, Patrizio di Ankh, vennero approvati provvedimenti legislativi per cercare di mettere fine a questo genere di cose e introdurre un po’ di onestà nel racconto. Così, se una leggenda diceva di un eroe tanto famoso che "tutti gli uomini parlavano delle sue prodezze", subito qualsiasi bardo che avesse cara la vita aggiungeva "salvo che per un paio di tizi nel suo villaggio natale che lo reputavano un ladro e un sacco di altra gente che in realtà non aveva mai sentito parlare di lui". Una similitudine poetica era strettamente limitata ad affermazioni quali "il suo potente destriero era rapido come il vento in una giornata calma, diciamo forza tre". E i discorsi su una fanciulla amata, con un viso capace di varare un migliaio di navi, dovrebbero essere supportati dalla prova che l’oggetto del desiderio aveva in effetti l’aspetto di una bottiglia di champagne.

Alla fine Quimby fu ucciso da un poeta scontento durante un esperimento condotto sui terreni del palazzo per provare la controversa accuratezza del proverbio "La penna è più forte della spada". Proverbio che in memoria del Patrizio è stato emendato per includervi la frase "soltanto se la spada è molto piccola e la penna molto appuntita".

Così, circa il sessantasette, forse il sessantotto per cento della città dormiva. Non che i restanti cittadini, che se ne andavano in giro furtivi presi dalle loro occupazioni generalmente illecite, notassero la pallida ondata che si riversava per le strade. Solo i maghi, usi a vedere l’invisibile, l’osservavano spumeggiare attraverso i campi lontani.

Essendo piatto, il Disco non ha un vero orizzonte. I marinai avventurosi, che si sono fatti venire strane idee a forza di contemplare uova e aranci e sono partiti per gli antipodi, hanno imparato presto che la ragione per cui le navi sembrano scomparire al di là del bordo del mondo è che esse scompaiono al di là del bordo del mondo.

Ma c’era un limite anche alla capacità di Galder di vedere nell’aria turbinosa di nebbia e piena di polvere. Il mago alzò gli occhi. Svettante al di sopra dell’Università scorse la Torre dell’Arte, un edificio cupo e antico reputato il più vecchio del Disco, con la sua famosa scala a chiocciola di ottomilaottocentottantotto scalini. Dal suo tetto merlato, ricovero delle cornacchie e di vigilanti mascheroni, un mago potrebbe vedere fino al bordo stesso del Disco. Dopo avere trascorso più o meno dieci minuti scosso da una tremenda tosse, naturalmente.

— Accidenti! — borbottò Galder. — A che vale essere un mago, dopo tutto? Avyento, thessalous. Volerò! A me, spiriti dell’aria e dell’oscurità!

Tese una mano nodosa verso un punto del parapetto sgretolato. Da sotto le sue unghie macchiate di nicotina sprizzò una fiamma di ottarino che andò a colpire la pietra molto più in alto.

Questa cadde. Grazie a uno scambio di velocità accuratamente calcolato, Galder si sollevò in aria, con la camicia da notte che gli batteva sulle gambe ossute. Si levò sempre più su, sfrecciando attraverso la pallida luce simile a, simile a… va bene, simile a un mago vecchio ma potente scagliato in alto sulle scale dell’universo da una schicchera ben calcolata.

Atterrò su uno strato di vecchi nidi, si rimise in equilibrio e abbassò lo sguardo sulla vista vertiginosa di un’alba sul Disco. In quell’epoca del lungo anno il Mare Circolare si trovava quasi a ovest di Cori Celesti e via via che la luce si spandeva sulle terre intorno a Ankh-Morpork, l’ombra della montagna falciava il paesaggio come lo gnomone della meridiana di Dio. Ma verso settentrione, mentre la luce correva verso il bordo del mondo, si alzava una bianca linea di nebbia.

Galder udì alle sue spalle lo scricchiolio di rami secchi. Si voltò e vide Ymper Trymon, secondo al comando dell’Ordine, che era stato tra gli altri maghi l’unico capace di innalzarsi.

Per il momento lo ignorò, attento soltanto a reggersi saldamente al parapetto di pietra e a rafforzare i propri incantesimi protettivi. In una professione che tradizionalmente garantiva una lunga vita, le promozioni erano lente e si accettava che i maghi più giovani cercassero spesso l’avanzamento usando le babbucce dei morti, avendole prima vuotate dei loro occupanti. Inoltre, c’era qualcosa d’inquietante nel giovane Trymon. Non fumava, beveva solo acqua bollita e Galder nutriva lo sgradevole sospetto che fosse intelligente. Non sorrideva abbastanza spesso, gli piacevano i numeri e gli organigrammi con un sacco di quadratini e le frecce che indicano altri quadratini. In breve, era il tipo d’uomo da usare la parola "personale" con cognizione di causa.

Tutta la porzione visibile del Disco era adesso coperta da una bianca pellicola luccicante che le aderiva perfettamente.

Galder si guardò le mani e le vide rivestite da un pallido reticolo di fili lucenti che seguivano ogni movimento.

Riconobbe quel tipo d’incantesimo. Che aveva usato lui stesso. Ma il suo era stato più piccolo, molto più piccolo.

— È l’incantesimo del Cambiamento — disse Trymon. — Il mondo intero sta cambiando.

Certe persone, pensò cupamente Galder, avrebbero avuto la decenza di mettere un punto esclamativo alla fine di una simile affermazione.

Si udì il più lieve dei suoni, alto e acuto, simile allo spezzarsi del cuore di un topino.

— Che è stato? — chiese il vecchio mago. Trymon piegò la testa da un lato.

— Do diesis, credo — rispose.

Galder non disse nulla. Il luccichio bianco era svanito e i primi rumori della città che si destava cominciarono a filtrare su fino ai due maghi. Tutto pareva esattamente com’era prima. Tutto quello, solo per mantenere le cose inalterate?

Si batté distrattamente sulle tasche della camicia da notte e alla fine trovò ciò che cercava infilato dietro l’orecchio. Si mise in bocca la cicca umidiccia, si fece sprizzare di tra le dita il fuoco magico e aspirò con forza l’ignobile cosa fino a che delle fiammelle azzurre gli brillarono davanti agli occhi. Tossì una volta o due.

Era tutto concentrato su un pensiero.

Stava cercando di ricordarsi se qualche dio gli dovesse dei favori.


In realtà gli dei erano perplessi davanti a tutto ciò al pari dei maghi, ma non potevano farci niente e in ogni caso erano impegnati in una battaglia vecchia di eoni con i Giganti del Ghiaccio, che si erano rifiutati di restituire il tagliaerba.

Tuttavia, un indizio di quanto era accaduto era dato dal fatto che Scuotivento, la cui vita era giunta a una svolta interessante quando aveva quindici anni, scoprisse d’improvviso di non essere morto, dopo tutto, ma di penzolare a testa in giù da un pino.

Scese con facilità lasciandosi cadere da un ramo all’altro, fino ad atterrare di testa su un mucchio di aghi di pino, dove rimase steso respirando a fatica e desiderando di essere stato una persona migliore.

Un nesso perfettamente logico doveva pur esserci da qualche parte, lo sapeva. Un attimo prima uno è sul punto di morire, essendo precipitato giù dal bordo del mondo, e un attimo dopo si ritrova a testa in giù da un albero.

Come gli succedeva sempre in momenti come quello, nella sua mente sorse l’Incantesimo.

I suoi mentori avevano ritenuto che Scuotivento fosse un mago naturale proprio come i pesci sono per natura dei montanari. Probabilmente lui sarebbe stato buttato fuori dall’Università Invisibile comunque (non riusciva a ricordare gli incantesimi e fumare lo faceva star male) ma il vero guaio era stato causato da quella stupida faccenda d’introdursi di nascosto nella stanza dov’era incatenato l’Octavo e di averlo aperto.

E, guaio ancora peggiore, nessuno era riuscito a capacitarsi perché tutti i chiavistelli si fossero temporaneamente aperti.

L’Incantesimo non era un inquilino esigente. Se ne stava semplicemente seduto lì come un vecchio rospo in fondo a uno stagno. Ma ogni volta che Scuotivento si sentiva davvero stanco o spaventato, ecco che quello tentava di farsi pronunciare. Nessuno sapeva che cosa sarebbe accaduto se uno degli Otto Grandi Incantesimi si fosse pronunciato da sé, ma tutti convenivano che il luogo migliore dal quale osservare gli effetti sarebbe stato l’universo più vicino.

Era strano avere un pensiero simile, sdraiato su un mucchio di aghi di pino subito dopo essere precipitato dal bordo del mondo, ma Scuotivento sentiva che l’incantesimo voleva tenerlo in vita.

"Mi sta bene" pensò.

Si mise a sedere e guardò gli alberi. Scuotivento era un mago cittadino. Anche se informato delle differenze esistenti tra i vari tipi di alberi, grazie alle quali essi erano riconoscibili per i loro cari, la sola cosa che lui sapeva per certo era che l’estremità priva di foglie s’infilava nel terreno. Ce n’erano troppi, di alberi, disposti senza alcun senso dell’ordine. Quel luogo non era stato spazzato da secoli.

Ricordò di avere sentito che uno può dire dove si trova osservando da quale lato dell’albero cresce il muschio. Quelli avevano muschio dappertutto, nonché escrescenze e vecchi rami stenti. Se gli alberi fossero persone, quelli avrebbero occupato delle sedie a dondolo.

Scuotivento sferrò un calcio alla pianta più vicina. Con mira infallibile quella lasciò cadere su di lui una ghianda. — Ahi! — disse lui. — Ti sta bene — rispose l’albero con voce simile allo scricchiolio di una vecchissima porta che si apre.

Seguì un lungo silenzio.

Poi Scuotivento domandò: — Hai detto questo?

— Sì.

— E anche questo?

— Sì.

— Oh! — Rimase per un po’ a pensare, poi azzardò: — Suppongo che non conosci la via per uscire dalla foresta, possibilmente? Per caso?

— No. Non mi muovo molto — rispose l’albero.

— Una vita piuttosto noiosa, immagino.

— Non saprei. Non sono mai stato diverso — ribatté l’albero.

Scuotivento lo scrutò da vicino. Gli sembrò più o meno uguale a ogni altro albero che aveva visto.

— Sei magico? — gli chiese.

— Non l’ha mai detto nessuno. Suppongo di sì.

Scuotivento pensò: "È impossibile che io stia parlando con un albero. Se parlassi con un albero sarei matto, e io non sono matto, quindi gli alberi non possono parlare".

— Addio — disse in tono deciso.

— Ehi, non andartene — cominciò l’albero e poi si rese conto dell’inutilità del tutto. Osservò l’altro allontanarsi barcollando tra i cespugli e poi si dedicò a sentire il calore del sole sulle sue foglie, il risucchio e il gorgoglio dell’acqua nelle radici e il flusso e riflusso della linfa in risposta alla naturale forza di attrazione del sole e della luna. "Noioso" pensò. "Che cosa strana da dire. Gli alberi possono annoiarsi, certo, i coleotteri lo fanno tutto il tempo, ma non credo fosse questo ciò che lui voleva dire. E: si può in realtà essere diverso?"

In effetti, Scuotivento non riparlò con quel particolare albero, ma dalla loro breve conversazione ha origine la base della prima religione arborea la quale, col tempo, si è propagata per le foreste del mondo. Il suo dogma di fede era il seguente: un albero, che fosse un buon albero e conducesse una vita pulita, decorosa e onesta, poteva contare sulla certezza di una vita futura dopo la morte. Se proprio era molto buono, alla fine si sarebbe reincarnato come cinquemila rotoli di carta igienica.


Qualche chilometro più lontano anche Duefiori si riaveva dalla sorpresa di ritrovarsi sul Disco, seduto sullo scafo del Potente Viaggiatore. Che pian piano affondava gorgogliando nelle acque scure di un grande lago, circondato da alberi.

Stranamente, l’ometto non era particolarmente inquieto. Era un turista, il primo della specie che doveva svilupparsi sul Disco e per la sua esistenza era fondamentale la sua granitica convinzione che non potesse accadergli niente di male perché lui non era coinvolto. Credeva pure fermamente che chiunque poteva comprendere ciò che diceva, purché lui avesse parlato forte e adagio; che in sostanza le persone erano degne di fiducia e che tra gli uomini di buona volontà tutto poteva aggiustarsi se agivano con raziocinio.

Con tali premesse, la sua possibilità di sopravvivenza valeva, diciamo, meno di una cicca. Ma, con stupore di Scuotivento, sembrava che la cosa funzionasse e la totale noncuranza dell’amico per ogni forma di pericolo scoraggiava talmente quest’ultimo da indurlo a rinunciare e andarsene.

La semplice prospettiva di annegare non aveva pertanto nessuna probabilità d’intimorirlo. Duefiori era certissimo che una società bene organizzata non avrebbe lasciato che la gente se ne andasse in giro per finire annegata.

Tuttavia, lo preoccupava un po’ che fine avesse fatto il suo Bagaglio. Ma si consolava sapendo che era fatto del legno sapiente del pero e che avrebbe dovuto essere abbastanza intelligente per badare a se stesso…

In un’altra parte della foresta un giovane sciamano era sottoposto a una prova essenziale del suo addestramento. Aveva mangiato il sacro fungo velenoso, aveva fumato il santo rizoma, aveva attentamente ridotto in polvere e inserito nei vari orifizi il mistico fungo e adesso, seduto a gambe incrociate sotto un pino, si stava concentrando per stabilire un contatto con i segreti strani e meravigliosi nel cuore dell’Essere. Ma soprattutto per impedire che la cima della testa gli si svitasse e volasse via.

Azzurri triangoli quadrangolari gli ruotavano davanti agli occhi. Di tanto in tanto sorrideva a niente con l’aria di saperla lunga e pronunciava suoni come "Wow" e "Urgh".

Nell’aria si produsse un movimento e quello che più tardi lui descrisse "come una sorta di esplosione soltanto che è avvenuto all’indietro, sapete?". E a un tratto, là dove c’era stato solo niente, c’era una grossa cassa di legno malridotta.

Che atterrò pesantemente sul terriccio, allungò innumerevoli gambette e si girò gravemente a guardare lo sciamano. Cioè, non aveva una faccia ma, anche attraverso la nebulosità micologica, il giovane sapeva con orrore che l’oggetto lo guardava. E non aveva nemmeno un aspetto rassicurante. Era stupefacente come potessero sembrare ostili il buco di una serratura e un paio di fori.

Con suo enorme sollievo, l’oggetto, dopo una sorta di spallucciata legnosa, prese a trottare via attraverso gli alberi.

Con uno sforzo sovrumano lo sciamano si ricordò della corretta sequenza dei movimenti per alzarsi in piedi e riuscì perfino a fare due passi prima di abbassare lo sguardo e rinunciarci, dato che era rimasto senza gambe.

Nel frattempo Scuotivento aveva trovato un sentiero. Era un sentiero assai tortuoso e lui avrebbe preferito che fosse selciato, ma seguirlo gli dava qualcosa da fare.

Diversi alberi cercarono di intavolare discorso con lui. Ma Scuotivento era quasi sicuro che quello non era un comportamento normale per degli alberi e li ignorò.

Il giorno si allungava. Non si udiva alcun suono eccetto il ronzio di piccoli insetti malignamente pungenti, di tanto in tanto lo scricchiolio di un ramo che si spezzava e il sussurro degli alberi che discutevano di religione e delle noie causate loro dagli scoiattoli. Scuotivento cominciò a sentirsi molto solo. S’immaginò di vivere per sempre nei boschi, dormendo sulle foglie e mangiando… e mangiando ciò che c’era da mangiare nei boschi. Alberi, pensò, noci, bacche. Avrebbe dovuto…

— Scuotivento!

Su per il sentiero ecco avanzare Duefiori, tutto gocciolante, ma radioso. Il Bagaglio gli trotterellava dietro (qualsiasi oggetto fatto di legno segue il suo proprietario ovunque ed è spesso usato per fabbricare bauli contenenti il corredo funebre dei ricchissimi re defunti i quali vogliono essere sicuri d’iniziare una nuova vita nell’altro mondo con biancheria intima pulita).

Scuotivento sospirò. Fino a quel momento aveva creduto impossibile che la giornata gli andasse peggio.

Aveva preso a venire giù una pioggia particolarmente bagnata e fredda. Seduti sotto un albero, Scuotivento e Duefiori la guardavano cadere.

— Scuotivento?

— Uhm?

— Perché siamo qui?

— Be’, certi sostengono che il Creatore dell’Universo ha fatto il Disco e tutto ciò che c’è su di esso. Secondo altri, è una storia assai complicata che ha a che fare con i testicoli del Dio Cielo e il latte della Vacca Celeste. Altri ancora ritengono perfino che siamo semplicemente il risultato dell’aggregarsi assolutamente casuale delle particelle di probabilità. Ma se intendi perché siamo qui contrariamente al fatto di essere precipitati fuori dal Disco, non ne ho la minima idea. Probabilmente si tratta di un incredibile errore.

— Oh! Pensi che ci sia qualcosa da mangiare in questa foresta?

— Sì — rispose amaramente il mago. — Noi.

— Se volete, ho delle ghiande — interloquì premuroso l’albero.

I due sedettero in silenzio per qualche momento.

— Scuotivento, l’albero ha detto…

— Gli alberi non sanno parlare — rispose sgarbato il mago. — È molto importante ricordarsene.

— Ma hai sentito giusto ora…

Scuotivento sospirò. — Ascolta. Si riduce tutto a un semplice fatto biologico, no? Per parlare uno ha bisogno dell’attrezzatura adatta, come polmoni, labbra e… e…

— Corde vocali — disse l’albero.

— Già, quelle — convenne Scuotivento. Tacque e guardò la pioggia con aria cupa.

Io credevo che i maghi sapessero tutto a proposito di alberi e cibo selvatico e… cose — disse Duefiori in tono di rimprovero. Raramente accadeva di percepire nella sua voce una nota che lasciasse supporre che lui non considerasse Scuotivento uno straordinario incantatore. Punto sul vivo, il mago reagì.

— So tutto, so tutto — scattò.

— Bene, questo che genere di albero è? — chiese il turista.

Scuotivento alzò gli occhi. — Un faggio — affermò.

— In realtà… — cominciò l’albero e subito s’interruppe. Aveva captato l’occhiata del mago.

— Quei cosi lassù sembrano ghiande — obiettò Duefiori.

— Sì, be’, questo è il sessile della varietà eptocarpica — disse Scuotivento. — Le noci assomigliano molto alle ghiande, in effetti. Possono ingannare praticamente chiunque.

— Accipicchia — esclamò Duefiori. — Allora, che cos’è quel cespuglio laggiù?

— Vischio.

— Ma ha delle spine e bacche rosse!

— E allora? — osservò severamente Scuotivento, fissandolo. Duefiori fu il primo a cedere.

— Niente — rispose arrendevole. — Devono avermi informato male.

— Giusto.

— Ma sotto ci sono dei grossi funghi. Si possono mangiare?

Scuotivento li guardò, cauto. Erano davvero molto grossi, con le cappelle a macchie bianche e rosse. In effetti appartenevano alla varietà che lo sciamano locale (il quale a questo punto era a chilometri di distanza a fare amicizia con una roccia) avrebbe mangiato solo dopo essersi legato una gamba a una grossa pietra con una fune.

Al mago non restava che uscire nella pioggia e osservarli.

S’inginocchiò sul terriccio e sbirciò sotto la cappella. Dopo un po’, disse con voce debole: — No, non sono affatto buoni da mangiare.

— Perché? — gridò Duefiori. — Hanno le lamelle della sfumatura sbagliata di giallo?

— No, non proprio…

— Allora immagino che il gambo non ha la scanalatura giusta.

— Sembra a posto.

— La cappella, allora. Suppongo che la cappella sia del colore sbagliato.

— Non ne sono sicuro — disse Scuotivento.

— Be’, allora, perché non si possono mangiare?

Il mago tossì. — Si tratta delle porticine e delle finestrelle — rispose infelice. — È un segnale sicuro.


Il tuono rombava nell’Università Invisibile. La pioggia batteva sui tetti e gorgogliava fuori dai doccioni, anche se uno o due dei più astuti se l’erano svignata per andarsi a riparare tra le tegole. Molto più in basso, nella Grande Sala, gli otto maghi più potenti del mondo-Disco erano riuniti agli angoli dell’ottogramma cerimoniale. In realtà, se si fosse conosciuta la verità, probabilmente essi non erano i più potenti, ma possedevano di certo grandi poteri di sopravvivenza. Il che era più o meno lo stesso nel mondo altamente competitivo della magia. Alle spalle di ogni mago dell’ottavo grado si teneva una mezza dozzina di maghi del settimo che cercavano di farlo fuori. Così, i maghi più anziani si vedevano costretti a fare la massima attenzione a, diciamo, gli scorpioni nel loro letto. La situazione era sintetizzata dal seguente proverbio: quando un mago si stanca di cercare dei pezzi di vetro nella sua cena, vuol dire che è stanco della vita. Il mago più vecchio, Greyhald Spold degli Antichi Saggi Originali del Circolo Intatto, si appoggiò pesantemente sul suo bastone intagliato e parlò così:

— Va’ avanti, Weatherwax, i piedi non mi reggono.

Galder, che aveva fatto una pausa ad effetto, gli lanciò un’occhiataccia.

— Benissimo, allora. Sarò breve…

— Ottimo.

— Tutti noi abbiamo cercato un consiglio illuminante. Chi fra di noi può affermare di averlo ricevuto?

I maghi si guardarono di sottecchi. Non esiste un luogo, all’infuori di una conferenza sindacale di fraterna utilità, dove trovare tanta reciproca sfiducia e sospetto come in una riunione di maghi di alto livello. Il fatto è che la giornata era andata molto male. Demoni, di solito pronti a dare informazioni, bruscamente evocati dalle Dimensioni Sotterranee, avevano reagito alle domande con aria sbigottita e se l’erano squagliata. Gli specchi magici si erano rotti. Le sfere di cristallo si erano appannate. Perfino le foglie del tè, solitamente disprezzate dai maghi e indegne di essere da loro contemplate, si erano ammucchiate in fondo alle tazze e avevano rifiutato di muoversi.

In breve, i maghi lì radunati non sapevano che pesci prendere. Ci fu un mormorio generale di assenso.

— E perciò propongo di eseguire il Rito di AshkEnte — disse Galder in tono drammatico.

Doveva ammettere di avere sperato in una reazione migliore, qualcosa come, be’: "No, non il Rito di AshkEnte! L’uomo non è stato fatto per immischiarsi in cose del genere!".

Invece ci fu un mormorio generale di approvazione.

— Buona idea.

— Sembra ragionevole.

— Va’ avanti, allora.

Un po’ sbalestrato, Galder convocò una processione di maghi minori che trasportarono nella sala vari strumenti magici.

Si è già accennato che all’epoca la confraternita dei maghi era in disaccordo sul come praticare la magia.

Specie i maghi più giovani andavano intorno a dire che era tempo che la magia aggiornasse la propria immagine; che loro dovevano smettere di pasticciare con pezzetti di cera e con le ossa; che dovevano piuttosto procedere su una base bene organizzata, con programmi di ricerca e assemblee di tre giorni in buoni alberghi, dove leggere documenti con titoli quali "Dove va la geomanzia?" e "Il ruolo degli stivali dalle sette leghe in una società responsabile".

Trymon, per esempio, non eseguiva quasi nessuna magia in quei giorni ma gestiva l’Ordine con l’efficienza di una clessidra, scriveva una quantità di promemoria e teneva sulla parete del suo ufficio una grande mappa, ricoperta di chiazze colorate e bandierine e linee, incomprensibili agli altri, ma di grande effetto.

I maghi dell’altro tipo ritenevano che tutto ciò fosse soltanto una sciocchezza e non volevano avere niente a che fare con una immagine. A meno che non fosse fatta di cera con gli spilli conficcati.

Tutti i maghi dell’ottavo grado la pensavano allo stesso modo, tradizionalisti com’erano. E gli utensili ammucchiati intorno all’ottogramma avevano decisamente un aspetto occulto molto serio. Corna di caprone, teschi, stravaganti arnesi di metallo e grosse candele in quantità, malgrado i maghi più giovani avessero scoperto che si poteva benissimo eseguire il Rito di AshkEnte con tre pezzetti di legno e quattro centilitri di sangue di topo.

Di solito i preparativi richiedevano parecchie ore ma furono notevolmente abbreviati dal potere combinato dei maghi più anziani, così che, dopo soli quaranta minuti, Galder cantò le parole finali dell’incantesimo. Che rimasero sospese per un attimo davanti a lui prima di dissolversi.

Al centro dell’ottogramma l’aria vibrò e si ispessì e racchiuse a un tratto un’alta figura scura, quasi interamente nascosta da una tunica e un cappuccio neri. E probabilmente era meglio così. Essa teneva in una mano una lunga falce. Impossibile non notare che al posto delle dita c’erano delle ossa bianche.

L’altra mano scheletrica reggeva uno spiedino con cubetti di formaggio e pompelmo.

— ALLORA? — disse la Morte. La sua voce aveva il calore e il colore di un iceberg. Vide l’occhiata dei maghi e abbassò lo sguardo sullo spiedino.

— ERO A UN RICEVIMENTO — disse, con l’ombra di un rimprovero.

— O Creatura di Terra e di Oscurità, noi ti intimiamo di abiurare da… — cominciò Galder, con voce ferma e piena di autorità.

La Morte annuì. — SÌ, SÌ, LO SO A MEMORIA, PERCHE MI AVETE CONVOCATA?

— Dicono che tu puoi vedere tanto il passato che il futuro — asserì Galder un po’ imbronciato, perché gli piaceva il solenne discorso dell’impegno e dell’evocazione e la gente diceva che se la cavava molto bene.

— È ASSOLUTAMENTE ESATTO.

— Allora forse puoi dirci che cosa precisamente è accaduto questa mattina? — domandò Galder. Poi si riprese e aggiunse a voce alta: — Te lo ordino in nome di Azimrothe, di T’chikel, di…

— VA BENE, TI SEI SPIEGATO — lo interruppe la Morte. — CHE COSA DI PRECISO VOLETE SAPERE? QUESTA MATTINA SONO SUCCESSE UN SACCO DI COSE, DELLE PERSONE SONO NATE, ALTRE SONO MORTE, TUTTI GLI ALBERI SONO DIVENTATI UN PO’ PIÙ ALTI, SUL MARE LE INCRESPATURE HANNO DISEGNATO INTERASSANTI MOTIVI…

— Io intendevo parlare dell’Octavo — ribatté freddamente Galder.

— QUELLO? OH, QUELLO È STATO SOLTANTO UN RIAGGIUSTAMENTO DELLA REALTÀ. A QUANTO NE SO, L’OCTAVO ERA ANSIOSO DI NON PERDERE L’OTTAVO INCANTESIMO. PARE CHE STESSE CADENDO FUORI DAL DISCO.

— Aspetta, aspetta. — Galder si grattò il mento. — Stiamo parlando di quello nella testa di Scuotivento? Un uomo alto e magro, un po’ scarno? Quello…

— CHE LUI SI È PORTATO IN GIRO TUTTI QUESTI ANNI, SÌ.

Galder aggrottò la fronte. Gli sembrava fatica sprecata. Tutti sanno che quando un mago muore, gli incantesimi chiusi nella sua testa si liberano. Quindi, perché darsi la pena di salvare Scuotivento? Alla fine l’incantesimo sarebbe tornato indietro fluttuando.

— Hai idea del perché? — domandò senza pensarci e poi, rammentando in tempo chi era, aggiunse in fretta: — In nome di Yrriph e Kcharla, io ti ripudio e…

— VORREI CHE TU NON CONTINUASSI A FARLO — disse la Morte. — SO SOLTANTO CHE TUTTI GLI INCANTESIMI DEVONO ESSERE PRONUNCIATI INSIEME LA PROSSIMA NOTTE DELLA POSTA DEL CINGHIALE O IL DISCO SARA DISTRUTTO.

— Parla più forte! — domandò Greyhald Spold.

— Chiudi il becco! — ordinò Galder.

— IO?

— No, lui. Vecchio pazzo…

— Ho sentito! — urlò Spold. — Voi giovani… — Si fermò. La Morte lo guardava pensierosa, come cercasse di tenere a mente la sua faccia.

— Senti — disse Galder — ripeti l’ultimo pezzo, vuoi? Il Disco sarà cosa?

— DISTRUTTO — disse la Morte. — POSSO ANDARMENE ORA? NON HO FINITO IL MIO DRINK.

— Aspetta — disse in fretta Galder. — In nome di Cheliliki e Orizone e così via, cosa intendi per distrutto?

— È UN’ANTICA PROFEZIA SCRITTA SUI MURI INTERNI DELLA GRANDE PIRAMIDE DI TSORT. A ME SEMBRA CHE LA PAROLA DISTRUTTO NON ABBIA BISOGNO DI SPIEGAZIONI.

— Questo è tutto ciò che ci puoi dire?

— SÌ.

— Ma mancano soltanto due mesi alla Notte della Posta del Cinghiale!

— SÌ.

— Almeno puoi dirci dov’è adesso Scuotivento!

La Morte scrollò le spalle, un gesto per il quale lei era particolarmente adatta.

— NELLA FORESTA DI SKUND, AI PIEDI DELLE MONTAGNE RAMTOP.

— Che ci fa lì?

— SI LAMENTA DELLA SUA SORTE.

— Oh!

— POSSO ANDARE ORA?

Galder fece un cenno di testa distratto. Si era ripromesso con grande piacere di pronunciare il rituale della messa al bando, che cominciava "Vattene, ombra malvagia" e conteneva dei brani di grande effetto, sui quali lui si era esercitato. Però non gli riuscì di trovare l’entusiasmo necessario.

— Oh, sì — si limitò a rispondere. — Sì, grazie. — E poi, giacché tanto vale non farsi dei nemici neppure tra le creature della notte, aggiunse cortesemente: — Spero che sia un bel ricevimento.

La Morte non rispose. Fissava Spold come un cane fissa un osso, solo che nel suo caso le cose stavano più o meno al contrario.

— Ho detto che spero sia un bel ricevimento — ripeté’Galder.

— IN QUESTO MOMENTO SÌ. CREDO CHE A MEZZANOTTE POTREBBE PEGGIORARE MOLTO RAPIDAMENTE.

— Perché?

— È QUANDO PENSANO CHE MI TOGLIERÒ LA MASCHERA.

Svanì, lasciandosi dietro soltanto uno spiedino da cocktail e una bandierina di carta.


Un osservatore aveva visto di nascosto tutta la scena. La cosa naturalmente era contraria a tutte le regole, ma Trymon sapeva tutto delle regole e aveva sempre pensato che esse fossero fatte per essere stabilite, non per essere RISPETTATE.

Molto prima che gli otto maghi iniziassero seriamente a discutere di quanto aveva voluto dire l’apparizione, lui era sceso al piano principale della biblioteca dell’Università.

Era un luogo che incuteva un timore reverenziale. Molti libri erano magici e non bisogna dimenticare che essi sono letali nelle mani di un bibliotecario fanatico dell’ordine, che si sente obbligato a disporli tutti insieme sullo stesso scaffale. Questa non è una buona idea con libri che tendono a trasudare magia, perché più di uno o due insieme formano una Massa Nera potenzialmente pericolosa. Per soprammercato, molti degli incantesimi minori sono molto suscettibili a proposito della compagnia in cui si trovano e sono inclini a esprimere le loro obiezioni scaraventando i libri attraverso la stanza. E poi c’è sempre l’impalpabile presenza degli Esseri provenienti dalle Dimensioni Sotterranee, i quali si affollano là dove filtra la magia ed esplorano senza sosta i muri della realtà.

Per un bibliotecario magico, obbligato a trascorrere i suoi giorni feriali in questa atmosfera altamente carica, il suo è un lavoro a rischio.

Seduto sul suo tavolo a sbucciare con calma un’arancia, il Bibliotecario Capo ne era perfettamente consapevole.

Alzò gli occhi quando entrò Trymon.

— Sto cercando tutto ciò che abbiamo sulla Piramide di Tsort — disse questi. Era venuto preparato e tirò fuori di tasca una banana.

Il bibliotecario lo guardò con aria lugubre e saltò pesantemente a terra. Infilata con garbo una mano in quella di Trymon, gli fece strada tra gli scaffali con andatura ondeggiante. Al giovane mago sembrava di tenere un piccolo guanto di pelle.

Intorno a loro i libri sfrigolavano ed emettevano scintille. Di tanto in tanto una scarica di magia guizzava su per le barre di messa a terra, inchiodate per precauzione agli scaffali. C’era un lievissimo profumo azzurro e, appena percettibile, l’orribile mormorio delle creature sotterranee.

Come molte altre parti dell’Università Invisibile, la biblioteca occupava più spazio di quanto avrebbero lasciato supporre le sue dimensioni esterne. Questo perché la magia distorce lo spazio in strani modi e probabilmente quella era l’unica biblioteca dell’universo attrezzata con scaffali Mobius. Ma il catalogo mentale del suo bibliotecario funzionava a meraviglia. Egli si fermò vicino a un’alta pila di vecchi libri e si levò roteando nel buio. Seguì un fruscio di pagine e una nuvola di polvere volteggiò su Trymon. Poi il bibliotecario tornò, con uno smilzo volume nelle mani.

— Oook — disse. Trymon prese il libro.

La copertina era graffiata con gli angoli accartocciati e l’oro del titolo molto sbiadito, ma lui riuscì a decifrare, nella vecchia lingua magica della Tsort Valley, le parole: "Iyl Gryend Teympiyo hdy Tsort, Una Hyistoriya Myistyica".

— Oook? — chiese ansioso il bibliotecario.

Trymon girò le pagine con prudenza. Non era molto bravo con le lingue, che aveva sempre considerato cose molto inefficienti da sostituire con un qualche sistema numerico facilmente comprensibile. Ma il libro che aveva in mano sembrava proprio ciò che cercava, con intere pagine coperte da significativi geroglifici.

— Questo è il solo libro che hai sulla Piramide di Tsort? — Fece la domanda lentamente.

— Oook.

— Ne sei proprio sicuro?

— Oook.

Trymon rimase in ascolto. Sentì, molto distante, il suono di passi che si avvicinavano e di voci che discutevano. Ma si era preparato anche a questo.

Si mise una mano in tasca.

— Ti piacerebbe un’altra banana? — chiese.


La Foresta di Skund era veramente incantata, ciò che sul Disco non aveva nulla d’insolito, ed era anche l’unica foresta in tutto l’universo a chiamarsi, nella lingua locale. Il Tuo Dito, Sciocco. Significato letterale della parola Skund.

La ragione di questo, purtroppo, è fin troppo banale. Quando i primi esploratori venuti dalle calde terre intorno al Mare Circolare s’inoltrarono nel gelido entroterra, dovevano riempire gli spazi vuoti sulle loro mappe. La fecero, afferrando il primo indigeno a portata di mano, puntando un dito verso un’altura lontana, staccando bene le parole a voce alta, e scrivendo qualsiasi cosa gli dicesse il poveretto confuso. Furono così immortalate in generazioni di atlanti stranezze geografiche, quali: "Una Montagna, Non So, Cosa?". E, naturalmente: "Il Tuo Dito, Sciocco".

Nuvole gravide di pioggia erano addensate intorno alle cime brulle del Monte Oolskunrahod (Chi è questo Stupido che non.Conosce Cos’è una Montagna) e il Bagaglio si sistemò più comodamente sotto un albero sgocciolante, che cercò invano d’intavolare discorso.

Duefiori e Scuotivento stavano discutendo. Oggetto della discussione era la creatura che, seduta su un fungo, li osservava con interesse. Aveva l’aspetto di uno che mandasse l’odore di uno che vive in un fungo. E questo irritava Duefiori.

— Be’, perché non ha un cappello rosso?

Scuotivento esitava, cercando disperatamente d’immaginare a che cosa mirasse l’amico.

Alla fine ci rinunciò. — Cosa?

— Dovrebbe avere un cappello rosso — affermò Duefiori. — E dovrebbe di sicuro essere più pulito e molto, molto più allegro. Non mi pare affatto che somigli a uno gnomo.

— Ma di che stai parlando?

— Guardagli la barba — ribatté Duefiori in tono severo. — Ho visto barbe migliori della sua su un pezzo di formaggio.

— Senti, è alto quasi venti centimetri e vive in un fungo — sbottò Scuotivento. — Naturale che sia un maledetto gnomo.

— Di questo, abbiamo soltanto la sua parola.

Scuotivento abbassò gli occhi sullo gnomo.

— Scusami — disse. Condusse Duefiori dall’altro lato della radura.

— Ascolta — sibilò. — Se fosse alto venti metri e affermasse di essere un gigante, anche per questo noi avremmo soltanto la sua parola, no?

— Potrebbe essere un goblin — replicò Duefiori in tono di sfida.

Scuotivento si girò a guardare l’esserino, affaccendato a scaccolarsi.

— Be’? — esclamò. — E allora? Gnomo, goblin, folletto… e allora?

— Un folletto no — affermò Duefiori. — I folletti, loro indossano una specie di tutina verde, con berretti puntuti e delle piccole antenne che gli sbucano dalla testa. Ho visto le figure.

— Dove?

Duefiori esitò e si guardò i piedi. — Credo che si chiamasse il "mormorio, mormorio, mormorio".

— Il cosa? Si chiamava cosa?

L’ometto prese a un tratto a interessarsi del dorso delle sue mani.

— Il Libro delle Fate-fiore del Piccolo Popolo — mormorò.

Scuotivento non capiva. — Si tratta di un libro che dice come evitarle?

— Oh no — dichiarò in fretta Duefiori. — Dice dove cercarle. Adesso mi ricordo le figure. — Sul viso gli si dipinse un’espressione sognante e dentro di sé Scuotivento ebbe un gemito. — C’era anche una fata speciale che veniva a portarti via i denti.

— Cosa? Veniva e ti tirava via i denti…?

— No, no, ti sbagli. Voglio dire: dopo che ti era caduto un dente, uno lo metteva sotto il cuscino, la fata veniva, lo portava via e lasciava una moneta, un rhinu.

— Perché?

— Perché cosa?

— Perché collezionava denti?

— Lo faceva e basta.

Scuotivento ebbe la visione di una strana entità che viveva in un castello fatto di denti. Il genere di visione che si cerca di dimenticare. Senza riuscirci.

— Urgh — si limitò a dire.

Cappelli rossi! Si chiedeva se dovesse illuminare il turista su ciò che era realmente la vita quando la rana costituiva un buon pasto, la tana di coniglio un posto utile per ripararsi dalla pioggia e un gufo rappresentava una creatura terrorizzante che scivola silenziosa nella notte. I pantaloni di una talpa potevano suonare buffi finché uno non doveva sfilarli personalmente al legittimo proprietario quando quell’antipatica bestiola era rintanata nel suo covo. Quanto ai cappelli rossi, chiunque se ne fosse andato in giro per la foresta facendosi notare con quel colore brillante, lo avrebbe fatto per poco tempo, per pochissimo tempo.

Avrebbe voluto dire all’ometto: "Ascolta, la vita degli gnomi e dei goblin è breve, ripugnante, bestiale. Come loro".

Avrebbe voluto dirgli tutto questo e non ne fu capace. Per un uomo come lui, con il pallino di vedere tutto dell’infinito, in realtà Duefiori non faceva mai un passo fuori della propria testa. Dirgli la verità sarebbe stato come prendere a calci uno spaniel.

Swee whee weedle wheet - disse una voce vicino al piede del mago. Questi abbassò gli occhi. Lo gnomo, che si era presentato come Swires, alzò i suoi. Scuotivento aveva un orecchio eccellente per le lingue. Lo gnomo aveva detto: — Ho un sorbetto di tritone avanzato da ieri.

— Splendido — borbottò Scuotivento.

Swires gli diede un’altra manata alla caviglia.

— Quell’altro là, sta bene? — s’informò premuroso.

— Soffre soltanto di uno shock da realtà. Non avresti un cappello rosso, per caso?

— Wheet?

— Niente, solo un’idea.

— Io so dove c’è del cibo per voi più grandi — disse lo gnomo — e anche un riparo. Non è lontano.

Scuotivento guardò il cielo. La luce del giorno stava scomparendo dal paesaggio e le nuvole davano l’impressione di aver sentito parlare della neve e di prendere l’idea in considerazione. Certo, non bisognava per forza fidarsi di persone che vivono nei funghi, ma in quel momento una trappola munita dell’esca di un pasto caldo e di lenzuola pulite avrebbe indotto il mago a batterci su con i pugni per entrarvi.

I tre s’incamminarono. Qualche secondo dopo il Bagaglio si mise cautamente in piedi e prese a seguirli.

— Psst!

Il Bagaglio si girò con precauzione, muovendo le gambette in una manovra complicata, e parve guardare in su.

— È bello essere l’opera di un falegname? — chiese ansioso l’albero. — Fa male?

Sembrò che il Bagaglio ci pensasse su. Ogni sua maniglia di ottone, ogni suo foro irradiavano una concentrazione estrema. Poi scrollò il coperchio e si allontanò dondolando. Con un sospiro, l’albero si scosse dai rami qualche foglia morta.


Il cottage era piccolo, in cattivo stato, eccessivamente decorato. Doveva essere l’opera di un intagliatore pazzo, decise Scuotivento, uno che aveva fatto un orribile pasticcio prima di essere trascinato via. Ogni porta, ogni imposta esibiva una quantità di grappoli di legno e di fessure a mezzaluna e sopra i muri c’era un trionfo di fregi formati da pigne. Il mago quasi si aspettava che un cuculo gigantesco sbucasse fuori d’improvviso da una finestra del piano superiore.

Notò pure nell’aria il tipico sentore oleoso. Minuscole scintille verdi e purpuree gli sprizzarono dalle unghie.

— Un forte campo magico — borbottò il mago. — Almeno un centinaio di millithaum. [Un Thaum è l’unità base della forza magica, universalmente fissata come la quantità di magia necessaria per creare un piccolo piccione bianco o tre palle da biliardo di dimensioni normali.]

— C’è magia dappertutto in questo posto — osservò Swires. — Da queste parti viveva una vecchia strega. Se ne è andata molto tempo fa ma la magia tiene in piedi la casa.

— Ehi, quella porta ha qualcosa di strano — dichiarò Duefiori.

— Perché una casa dovrebbe avere bisogno della magia per stare in piedi? — chiese Scuotivento.

Duefiori toccò una parete. — È tutta appiccicosa!

— Torrone — disse Swires.

— Accipicchia! Un vero cottage di marzapane! Scuotivento, un vero…

Il mago annuì con aria cupa. — Già, la Scuola di Architettura Pasticcera. Non si è mai affermata. — Guardò sospettoso il batacchio di liquerizia.

— Si potrebbe dire che il cottage si rigenera — spiegò Swires. — Davvero straordinario. Oggigiorno è impossibile avere un posto del genere, non si trova il marzapane.

— Davvero? — fu il lugubre commento di Scuotivento.

— Entrate, ma attenzione allo zerbino — li ammonì lo gnomo.

— Perché?

— Zucchero filato.


Il grande Disco rotava lento sotto il sole che percorreva faticosamente il suo cammino e la luce del giorno indugiava nelle vallate per poi finalmente ritirarsi con il calar della notte.

Nella sua fredda stanza all’Università Invisibile, Trymon era chino sul libro e muoveva le labbra mentre col dito seguiva l’antica scrittura, a lui poco familiare. Lesse che la Grande Piramide di Tsort, da lungo tempo scomparsa, era formata da un milione e tremiladieci blocchi calcarei. Lesse che per erigerla diecimila schiavi erano morti sul lavoro. Apprese che era formata da un labirinto di passaggi segreti, con le pareti decorate con la saggezza distillata dell’antico Tsort. Lesse che la sua altezza più la lunghezza divisa per metà della larghezza era esattamente pari a 1,67563, o precisamente 1.237,98712567 volte la differenza tra la distanza dal sole e il peso di una piccola arancia. Apprese che erano stati dedicati alla sua costruzione ben sessanta anni.

Secondo lui, una gran fatica soltanto per affilare una lama di rasoio.

E nella Foresta di Skund, Duefiori e Scuotivento consumavano un pasto consistente in mensola di marzapane. E pensavano con nostalgia alle cipolle in agrodolce.

E molto lontano, sebbene fisso su una rotta di collisione, il massimo eroe mai prodotto dal Disco si arrotolava una sigaretta, inconsapevole del ruolo che lo attendeva.

Era una vera opera d’arte quella che rigirava con dita esperte perché, al pari di molti maghi girovaghi dai quali aveva appreso l’arte, lui aveva l’abitudine di mettere da parte i mozziconi in un sacchetto di pelle e di arrotolarli per farne nuove sigarette. Secondo l’implacabile legge del calcolo delle probabilità, parte di quel tabacco ormai era stata fumata ripetutamente da molti anni. La cosa che il nostro eroe stava cercando invano di accendere era… be’, ci si sarebbe potuto asfaltare una strada.

Tanto grande era la reputazione di questa persona che un gruppo di cavalieri nomadi l’avevano rispettosamente invitata a unirsi a loro intorno a un fuoco di sterco di cavallo. I nomadi delle regioni centrali di solito migravano per l’inverno verso l’orlo de! Disco. Quelli appartenevano a una tribù che aveva piantato ie tende di feltro durante una tremenda ondata di caldo di -3 gradi. E se ne andavano in giro con il naso spellato a lamentarsi di un colpo di calore.

Il capo dei barbari domandò: — Quali sono dunque le cose più grandi che un uomo può trovare nella vita? — È questo, negli ambienti barbari, il genere di domanda che si deve fare per mantenere vivo lo spirito della steppa.

L’uomo alla sua destra ingollò pensieroso il suo cocktail di latte di giumenta e sangue di gatto delle nevi, e parlò così: — L’orizzonte tonificante della steppa, il vento nei capelli, montare un cavallo fresco.

L’uomo alla sua sinistra dichiarò: — Il grido dell’aquila bianca alta nel cielo, la neve che cade sulla foresta, una buona freccia al proprio arco.

Il capo annuì e disse: — Di sicuro è la vista del tuo nemico trucidato, l’umiliazione della sua tribù e il lamento delle sue donne.

Un tale sfoggio di truculenza fu accolto dai suoi baffuti compagni con un mormorio generale di approvazione.

Poi il capotribù si volse rispettosamente al suo ospite, un ometto occupato a riscaldarsi i geloni al fuoco e gli chiese: — Ma il nostro ospite, il cui nome è leggendario, deve dirci sinceramente: quali sono per un uomo le cose più grandi della vita?

L’ospite s’interruppe mentre tentava ancora una volta di accendersi la sigaretta.

— Che disci? — biascicò con la bocca sdentata.

— Ho detto: quali sono per un uomo le cose più grandi della vita?

I guerrieri si chinarono attenti, ansiosi di udire la risposta.

L’ospite rifletté a lungo e poi dichiarò: — Acqua calda, un buon dentista e carta igienica morbida.


Nella fucina fiammeggiava la luce dell’ottarino. Nudo fino alla cintola, Galder Weatherwax, il viso riparato da una maschera di vetro fumé, socchiuse gli occhi contro il vivo chiarore, e diede un colpo di martello con precisione chirurgica. La magia sibilò e si contorse nelle tenaglie, ma lui non smise di lavorarla fino a forgiarla in una linea di fuoco.

Un’asse del pavimento scricchiolò. Galder aveva impiegato parecchie ore ad accordare quelle assi, precauzione sempre saggia con un assistente ambizioso che camminava come un gatto.

Re bemolle. Voleva dire che quello si trovava a destra della porta.

— Ah, Trymon — disse senza voltarsi e notò con una certa soddisfazione che il giovane mago alle sue spalle tratteneva appena il fiato. — Hai fatto bene a venire. Chiudi la porta, vuoi?

Trymon, con il viso impassibile, richiuse il pesante battente. Sullo scaffale in alto sopra la sua testa, varie impossibilità imbottigliate guazzavano nella salamoia e lo osservavano con interesse.

Come tutti i laboratori dei maghi, sembrava che in quel luogo un impagliatore avesse lasciato cadere il suo materiale in una fonderia, fosse poi venuto alle mani con un soffiatore di vetro impazzito e, durante l’operazione, avesse decapitato un coccodrillo che passava di lì (era appeso al soffitto e odorava forte di canfora). C’erano lampade e anelli che Trymon avrebbe avuto gran voglia di strofinare, e specchi che promettevano di ripagare una seconda occhiata. In una gabbia si agitava irrequieto un paio di stivali delle sette leghe. Un’intera biblioteca di vecchi tomi, meno potenti naturalmente dell’Octavo ma sempre gravidi d’incantesimi, scuotevano le loro catene come sentissero su di sé lo sguardo cupido del mago. Che era scosso come mai dal potere che emanava da tutto questo, ma che deplorava al tempo stesso la meschineria di Galder e la sua teatralità.

Per esempio, lui sapeva che il liquido verde che ribolliva misterioso nell’intrico di tubi contorti su uno dei banconi era semplicemente della tintura verde mescolata a sapone, perché glielo aveva confidato uno degli inservienti che lui aveva corrotto con una mancia.

"Un giorno" pensò "tutto questo sparirà. A cominciare dal maledetto alligatore." Gli si sbiancarono le nocche delle dita…

— Allora — incominciò gioviale Galder, mentre appendeva il suo grembiule e si sedeva nella poltrona con i braccioli a zampa di leone e le gambe di anatra. — Mi hai mandato questa noterella.

Trymon alzò le spalle. — Un promemoria. Ho solo fatto notare, mio signore, che tutti gli altri Ordini hanno mandato degli agenti alla Foresta di Skund per riprendere l’incantesimo, mentre tu non hai fatto niente. Senza dubbio ci rivelerai le tue ragioni a tempo debito.

— La tua fede mi confonde — disse Galder.

— Il mago che riprende l’incantesimo farà grande onore a sé e al suo Ordine — ribatté Trymon. — Gli altri si sono serviti di stivali e ogni sorta d’incantesimi. Tu, maestro, che cosa ti proponi di usare?

— Noto forse un accenno di sarcasmo nella tua domanda?

— Assolutamente no, maestro.

— Nemmeno un pochino?

— Nemmeno l’ombra, maestro.

— Bene. Perché non ho intenzione di andare. — Galder si chinò a raccogliere un antico libro. Borbottò un ordine e quello si aprì con uno scricchiolio; un segnalibro simile a una lingua rientrò con un guizzo nella rilegatura.

Il vecchio mago armeggiò vicino al cuscino della poltrona e tirò fuori una piccola borsa da tabacco in pelle e una pipa delle dimensioni di un inceneritore. Con la consumata perizia di un nicotinomane all’ultimo stadio, Galder rotolò tra le mani un tocco di tabacco e caricò la pipa. Uno schiocco delle dita e si accese una fiammella. Il mago inalò a fondo, sospirò di soddisfazione… alzò gli occhi.

— Ancora qui, Trymon?

— Mi hai chiamato tu, maestro — disse Trymon senza scomporsi. Almeno era questo che disse la sua voce. Un lievissimo luccichio in fondo ai suoi occhi grigi diceva invece che lui conservava un elenco di ogni sgarbo, ogni ammiccamento condiscendente, ogni mite rimprovero, ogni occhiata saccente, e che per ciascuno di essi il cervello ancora vivo di Galder avrebbe trascorso un anno immerso in un acido.

— Oh, già. Infatti. Compatisci la stupidità di un vecchio. — Galder sollevò il libro che stava leggendo.

— Io non sono d’accordo con tutto questo correre qua e là — dichiarò. — Pasticciare in giro con i tappeti volanti e simili è di grande effetto, ma a mio giudizio non è vera magia. Ora, prendiamo gli stivali delle sette leghe. Se gli uomini fossero stati destinati a fare quaranta chilometri a ogni passo, sono sicuro che Dio ci avrebbe dato gambe più lunghe… Dove ero rimasto?

— Non saprei. — La voce di Trymon era fredda.

— Ah, sì. Strano che non abbiamo potuto trovare nella Biblioteca niente sulla Piramide di Tsort. Si pensava che ci sarebbe stato qualcosa, no?

— Naturalmente il bibliotecario sarà punito.

Galder lo guardò di sottecchi e replicò: — Niente di drastico. Forse gli toglieremo le banane.

Rimasero un momento a fissarsi.

Galder fu il primo a distogliere gli occhi… fissare Trymon lo metteva a disagio. Lo stesso sconcertante effetto di guardarsi in uno specchio e non vederci nessuno.

— Comunque — continuò — per strano che possa sembrare, ho trovato aiuto altrove. Nella mia modesta libreria, in effetti. Il diario di Skreit Cambiacesto, il fondatore del nostro Ordine. Tu, mio caro giovanotto tanto furbo, lo sai che succede quando muore un mago?

— Tutti gli incantesimi che lui ha imparato a memoria si pronunciano da sé. È una delle prime cose che apprendiamo — rispose Trymon.

— In realtà, questo non vale per gli Otto Grandi Incantesimi originali. A prezzo di uno studio approfondito Skreit aveva saputo che un Grande Incantesimo si rifugia semplicemente nella più vicina mente aperta e pronta a riceverlo. Trascina qui quel grande specchio laggiù, vuoi?

Galder si alzò e si avvicinò strascicando i piedi alla fornace ormai fredda. Tuttavia ancora ondeggiava un filo di magia, presente e non presente a un tempo, simile a una fessura praticata in un altro universo pieno di rovente luce azzurra. Il mago la prese senza difficoltà, tolse un arco da una rastrelliera, pronunciò la parola del potere e osservò soddisfatto la magia afferrare ie due estremità dell’arco e tenderle finché il legno scricchiolò. Poi scelse una freccia.

Trymon aveva trascinato in mezzo alla stanza un pesante specchio a figura intera. "Quando sarò a capo dell’Ordine" si disse "certo non me ne andrò in giro ciabattando."

Come si è già detto. Trymon era convinto che nuova linfa avrebbe potuto fare molto, se solo si fosse rimosso il legno morto. Ma, per il momento, lo interessava davvero vedere ciò che avrebbe fatto il vecchio pazzo.

Sarebbe stato soddisfatto se avesse saputo che tanto Galder che Skreit Cambiacesto si sbagliavano.

Galder passò e ripassò davanti allo specchio, che si appannò e poi, ridivenuto limpido, mostrò una veduta aerea della Foresta di Skund. Il mago la fissò attentamente, tenendo l’arco con la freccia puntata al soffitto. Borbottò qualche parola come "calcola la velocità del vento a, diciamo, tre nodi" e "tieni conto della temperatura", poi scoccò la freccia con un movimento alquanto goffo.

Secondo ie leggi di azione e reazione, la freccia avrebbe dovuto cadere a terra pochi centimetri più in là. Ma nessuno le seguiva.

La freccia scomparve con un suono impossibile a descriversi. Ma che, per amore della precisione, potrebbe paragonarsi a uno "spang!" più tre giorni di lavoro intenso in un qualsiasi laboratorio radiofonico decentemente attrezzato.

Galder buttò via l’arco con un sorrisetto.

— Naturalmente, ci metterà almeno un’ora per arrivare là — disse. — Quindi l’incantesimo tornerà qui seguendo il sentiero ionizzato. Qui da me.

— Notevole — commentò Trymon. Ma una persona dotata di telepatia che passasse lì per caso, avrebbe letto in lettere alte dieci metri: "Se puoi farlo tu, perché non io?". Il giovane mago abbassò gli occhi sul bancone da lavoro ingombro, dove un coltello lungo e affilato sembrava fatto apposta per quello che a un tratto gli era venuto in mente.

Non gli piaceva essere coinvolto nella violenza eccetto che a distanza. Ma la Piramide di Tsort aveva parlato chiaro a proposito delle ricompense per colui che avesse messo insieme tutti gli Otto Incantesimi al momento giusto. E Trymon non intendeva sprecare anni di faticoso lavoro solo perché un vecchio pazzo aveva avuto un’idea brillante.

— Ti piacerebbe del cacao mentre aspettiamo? — gli chiese Galder e attraversò zoppicando la stanza per suonare agli inservienti.

— Certo — rispose Trymon. Prese il coltello e lo soppesò per verificarne l’equilibrio e la precisione. — Mi devo congratulare con te, maestro. Vedo che dobbiamo alzarci tutti molto presto la mattina per ottenere il meglio da te.

Galder rise. E il coltello lasciò la mano di Trymon a una velocità tale che (data la natura piuttosto pigra della luce sul Disco) diventò un po’ più corto e un po’ più pesante mentre si dirigeva, con mira infallibile, verso il collo di Galder.

Ma non lo raggiunse. Invece, scartò di lato e prese a tracciare rapidamente un’orbita… tanto rapidamente che parve a un tratto che Galder portasse un collare di metallo. Il vecchio mago si voltò. A Trymon sembrò improvvisamente cresciuto di parecchi centimetri e diventato molto più potente.

Il coltello si sganciò dall’orbita e s’infilò vibrando nella porta mancando per un pelo l’orecchio di Trymon.

— La mattina presto? — disse Galder affabile. — Mio caro ragazzo, avrai bisogno di restare alzato tutta la notte.


— Prendi un altro pezzetto di tavolino — disse Scuotivento.

— No, grazie, il marzapane non mi piace — rispose Duefiori. — E comunque, sono sicuro che non sia giusto mangiarsi i mobili altrui.

— Non preoccuparti — lo rassicurò Swires. — Sono anni che la vecchia strega non è più stata vista. Dicono che sia stata fatta fuori da un paio di giovani scapestrati.

— I ragazzi d’oggi — commentò Scuotivento.

— Io biasimo i genitori — disse Duefiori.

Ridimensionata mentalmente la cosa, il cottage di marzapane era proprio un posticino gradevole. La magia residua lo teneva in piedi ed era al sicuro da quegli animali selvaggi che ancora non erano morti per avere perduto tutti i denti. Un bel fuoco di ciocchi di liquerizia brillava nel caminetto, anche se con qualche inconveniente. Scuotivento aveva provato a raccogliere fuori della legna, ma ci aveva rinunciato. È difficile bruciare legna che ti parla. Ruttò.

— Queste cose non fanno molto bene alla salute — disse. — Voglio dire, perché i dolci? Perché non cracker e formaggio? Oppure insaccati… un bel panino imbottito mi piacerebbe proprio.

— Chiedilo a me — disse Swires. — Nonnina Whitlow faceva dolci. Avresti dovuto vedere le sue meringhe…

— L’ho fatto — ribatté Scuotivento. — Ho esaminato i materassi…

— Il pan di zenzero è più tradizionale — asserì Duefiori.

— Cosa, per i materassi?

— Non dire sciocchezze. Chi ha mai sentito parlare di un materasso di pan di zenzero? — replicò Duefiori.

Il mago brontolò. Lui stava pensando al cibo. Più precisamente al cibo di Ankh-Morpork. Strano come il posto gli sembrasse più attraente quanto più se ne allontanava. Gli bastava chiudere gli occhi per rivedere in dettaglio, con l’acquolina in bocca, i banchi di cibarie di un centinaio di culture diverse nella piazza del mercato. Lì uno poteva mangiare squishi o zuppa di pinne di pescecane così fresche che i nuotatori non ci si sarebbero avvicinati, e…

— Pensi che potrei comprare questo posto? — chiese Duefiori. Scuotivento esitò. Aveva imparato che gli conveniva sempre riflettere bene prima di rispondere alle domande le più sorprendenti del suo amico.

— Perché mai? — domandò cauto.

— Be’, si sente un’atmosfera.

— Oh!

— Che cos’è atmosfera? — chiese Swires, annusando guardingo e con l’aria di dire che lui non l’aveva fatto, qualunque cosa fosse.

— Mi pare che sia una specie di rospo — affermò Scuotivento. — A ogni modo, non puoi comprare questo posto perché non c’è nessuno da cui comprarlo…

— Probabilmente potrei sistemare la cosa, per conto del consiglio della foresta, certo — lo interruppe Swires, cercando d’ignorare l’occhiataccia del mago.

— …e ad ogni modo non potresti portartelo via. Voglio dire non potresti mica riporlo nel Bagaglio, non ti pare? — Scuotivento accennò al Bagaglio, che se ne stava accanto al fuoco e si sforzava, senza successo, di sembrare una tigre soddisfatta ma vigile. E poi riportò lo sguardo su Duefiori. Fece una smorfia di disappunto.

— Non ti pare? — ripeté.

Non si era mai potuto rassegnare al fatto che l’interno del Bagaglio non sembrava appartenere al medesimo mondo dell’esterno. Certo, questo non era che uno degli aspetti minori della sua natura bizzarra. Ma lo sconcertava vedere Duefiori riempirlo di camicie sporche e vecchi calzini e poi riaprire il coperchio su una pila di bucato fresco, leggermente odoroso di lavanda. L’ometto comprava pure un sacco di prodotti dell’artigianato locale (porcherie, le definiva Scuotivento). E perfino una lancia cerimoniale per la caccia al cinghiale, alta più di due metri, ci entrava dentro con la massima facilità senza sporgere da nessuna parte.

— Non so — disse Duefiori. — Tu sei un mago e sai tutto di queste cose.

— Sì, be’, certo. Ma la magia da bagaglio è un’arte altamente specializzata — obiettò Scuotivento. — Comunque, sono sicuro che agli gnomi non piacerebbe venderlo. È, è… — cercò il termine tra quanto sapeva del pazzo vocabolario di Duefiori — …è un’attrazione turistica.

— Che cos’è? — Swires era interessato.

— Significa che un sacco di persone come lui verranno a guardarlo — spiegò Scuotivento.

— Perché?

— Perché… — di nuovo il mago cercò le parole — è bizzarro. Uhm, da vecchio mondo. Folcloristico. Ehm, uno stupendo esempio di un’arte popolare scomparsa, che affonda le sue radici nelle tradizioni di un’epoca remota.

— Davvero? — Swires guardò stupefatto il cottage.

— Sì.

— È tutto questo?

— Ho paura di sì.

— Vi aiuterò a riporlo.

E la notte trascorre, sotto una coltre di nuvole basse che nasconde il Disco quasi per intero. Per fortuna perché, quando rischiara e gli astrologi possono vedere bene il cielo, li aspetta una vista che li mette in collera e li sconvolge.

Intanto, in varie parti della foresta, gruppi di maghi si perdono, girano in tondo, si nascondono gli uni dagli altri e sono sconvolti perché, ogni volta che sbattono contro un albero, questo si scusa. Ma, anche se procedono a tentoni, parecchi di loro arrivano molto vicino al cottage.

E tempo ormai di tornare alle costruzioni irregolari dell’Università Invisibile e in particolare agli appartamenti di Greyhald Spold, il mago più vecchio che viva sul Disco e deciso a continuare ad esserlo.

Ha appena avuto una grossa sorpresa ed è turbato.

Nelle ultime ore ha avuto molto da fare. Può essere pure sordo e un po’ lento di comprendonio; ma i maghi anziani sono dotati di un istinto di sopravvivenza molto ben allenato e sanno che quando un’alta figura con una tunica nera e il più moderno arnese agricolo comincia a fissarti pensierosa, è tempo di agire in fretta. Gli inservienti sono stati congedati. Le porte sigillate con pasta di effimere in polvere e sulle finestre sono stati tirati gli ottogrammi protettivi. Oli rari e alquanto puzzolenti sono stati sparsi sul pavimento a formare complessi disegni che fanno male agli occhi, tali da suggerire che il disegnatore fosse ubriaco o venisse da un’altra dimensione. O, forse, entrambe le cose. Proprio nel mezzo della stanza c’è l’ottuplice ottogramma di Witholding, circondato da candele verdi e rosse. E al centro una cassa di legno di pino della varietà felce, una pianta centenaria; la cassa è tappezzata all’interno di seta rossa e altri amuleti protettivi. Perché Greyhald Spold sa che la Morte lo cerca, e pertanto ha impiegato lunghi anni a disegnare un nascondiglio inespugnabile.

Azionato il complicato meccanismo a orologeria della serratura e chiuso il coperchio, il vecchio mago si è sdraiato sulla schiena sapendo che quella è finalmente la difesa perfetta contro il più definitivo di tutti i suoi nemici. Anche se non ha ancora preso in considerazione il ruolo importante che i fori di aerazione debbono avere in un’impresa de! genere.

E proprio al suo fianco, vicinissimo, all’orecchio, una voce ha appena detto: — È SCURO QUI DENTRO, VERO?


Aveva cominciato a nevicare. Le finestre di zucchero d’orzo del cottage brillavano gaie nell’oscurità.

Da un lato della radura risplendettero per un momento tre puntolini rossi e si udì una tosse di petto, subito messa a tacere.

— Piantala! — sibilò un mago di terzo grado. — Ci sentiranno!

— Chi ci sentirà? Abbiamo seminato nelle paludi i ragazzi della Confraternita dell’Inganno e quegli idioti del Venerabile Consiglio di Vedenti hanno preso la strada sbagliata.

— Già — disse il mago più giovane — ma chi è che continua a parlarci? Dicono che questo sia un bosco magico, pieno di goblin e di lupi e…

— Alberi — venne dall’alto una voce nel buio, con una intonazione che possiamo descrivere solo come legnosa.

— Già. — Il mago giovane succhiò il suo mozzicone e rabbrividì.

Il capo del gruppo si sporse a guardare al di sopra del masso per osservare il cottage.

— State a sentire — disse e vuotò la pipa battendola contro il tacco del suo stivale delle sette leghe, che protestò con uno scricchiolio. — Facciamo irruzione, li acchiappiamo, ce la filiamo. Okay?

— Sei sicuro che si tratti delle persone giuste? — chiese nervosamente il mago più giovane.

— Certo che sono sicuro — rispose sprezzante il capo. — Che ti aspetti, tre orsi?

— Potrebbero essere mostri. Questo è il genere di bosco che ha i mostri.

— E alberi — disse una voce cordiale dai rami.

— Già — approvò il capo con voce circospetta.


Scuotivento osservò il letto. Era proprio un bel lettino, fatto di una specie di candito solido con incrostazioni di caramello. Avrebbe preferito mangiarselo piuttosto che dormirci e sembrava che qualcuno l’avesse già fatto.

— Qualcuno ha mangiato il mio letto — affermò il mago.

— A me il candito piace — disse Duefiori sulla difensiva.

— Se non stai attento verrà la fata a portarti via tutti i denti.

— No, quelli sono gli elfi — disse Swires, posato sulla toletta. — Gli elfi lo fanno. Anche le unghie dei piedi. Certe volte gli elfi possono essere assai suscettibili.

Duefiori si sedette pesantemente sul suo letto.

— Ti sbagli — dichiarò. — Gli elfi sono nobili e belli, saggi e leali. Sono sicuro di averlo letto da qualche parte.

Swires e la rotula di Scuotivento si scambiarono un’occhiata.

— Secondo me tu pensi a degli elfi diversi — disse lentamente lo gnomo. — Da queste parti abbiamo l’altro tipo. Non che si potrebbero chiamare irascibili — aggiunse in fretta. — A meno, comunque, che uno non voglia portarsi via i propri denti nel cappello.

Si sentì il suono lieve ma inconfondibile di una porta di torrone che si apriva. Contemporaneamente, dall’altra parte del cottage, venne un debolissimo tintinnio come di un sasso che spaccasse una finestra di zucchero d’orzo il più delicatamente possibile.

— Che è stato? — domandò Duefiori.

— Quale dei due rumori? — chiese Scuotivento.

Un ramo pesante urtò con un tonfo il davanzale. — Gli Elfi — gridò Swires, che attraversò di corsa il pavimento e scomparve dentro una piccola tana di topo.

— Che facciamo? — disse Duefiori.

— Ci lasciamo prendere dal panico? — disse speranzoso Scuotivento. Sosteneva sempre che il panico era il miglior mezzo di sopravvivenza: nei vecchi tempi (così era la sua teoria) le persone che si trovavano di fronte tigri affamate dalle zanne affilate come lame potevano dividersi molto semplicemente in quelle che si lasciavano prendere dal panico e quelle che non si muovevano e dicevano "Che bestia magnifica!" e "Qui, gattino".

— Lì c’è un armadio. — Duefiori indicò una porta stretta incassata tra la parete e la bocca del camino. I due amici s’infilarono nel vano che odorava di dolce e di muffa.

Fuori si sentì scricchiolare un’asse di cioccolata del pavimento. Qualcuno disse: — Ho sentito delle voci.

E un altro: — Già. Al piano di sotto. Credo che siano quelli dell’Inganno.

— Mi pareva che tu avessi detto che li avevamo seminati!

— Ehi, voi due, questo posto si può mangiare. Guarda qui, si può…

Chiudi il becco!

Ancora altri scricchiolii e un grido soffocato dal piano inferiore dove un Venerabile Vedente, entrato dalla finestra rotta, mentre avanzava strisciando nell’oscurità, aveva pestato le dita di uno dell’Inganno che si nascondeva sotto un tavolo. Seguì istantaneo il sibilo della magia.

— Accidenti! — esclamò una voce. — L’hanno preso! Andiamocene!

Ancora scricchiolii, quindi silenzio. Dopo un po’, Duefiori chiamò: — Scuotivento, mi pare che nell’armadio ci sia una scopa.

— Be’, cosa c’è di strano?

— Questa ha il manubrio.

Dal basso venne un grido acuto. Nell’oscurità uno dei maghi aveva tentato di aprire il coperchio del Bagaglio. Un fracasso dal retrocucina rivelò l’arrivo improvviso di un gruppo di Maghi Illuminati del Circolo Intatto.

— Che stanno cercando, secondo te? — bisbigliò Duefiori.

— Non lo so, ma per me sarebbe una buona idea non scoprirlo — rispose pensieroso Scuotivento.

— Forse hai ragione.

Scuotivento aprì guardingo la porta. La stanza era vuota. Si avvicinò in punta di piedi alla finestra e guardò giù per trovarsi davanti le facce volte verso l’alto di tre Fratelli dell’Ordine di Mezzanotte.

— È lui!

Il mago si ritirò svelto e si precipitò per le scale.

Dabbasso lascena era indescrivibile. Ma, poiché nel regno di Olaf Quimby II una simile affermazione si meriterebbe la pena di morte, è meglio fare un tentativo. Anzitutto, la maggior parte dei maghi che lottavano, cercavano di illuminare la scena con fiamme varie, palle di fuoco e chiarore magico. Così l’illuminazione generale dava l’impressione di una discoteca in una fabbrica stroboscopica. Ognuno cercava di trovare una posizione dalla quale vedere il resto della stanza senza essere attaccato. E ognuno senza eccezione si sforzava di tenersi alla larga dal Bagaglio, il quale aveva immobilizzato in un angolo due Venerabili Vedenti e faceva schioccare il coperchio contro chiunque si avvicinava.

Ma uno dei maghi alzò gli occhi per caso.

— È lui!

Scuotivento fece un balzo indietro e si sentì urtare. Diede una rapida occhiata intorno e spalancò gli occhi alla vista di Duefiori seduto sulla scopa… la quale galleggiava a mezz’aria.

— Deve averla lasciata la strega — spiegò Duefiori. — Una vera scopa magica!

Scuotivento esitò. Scintille di ottarino sprizzavano dalle setole della scopa e lui odiava le altezze quasi più di ogni altra cosa. Ma quello che in realtà odiava ancora di più era un gruppetto di maghi arrabbiatissimi e irascibili che si precipitassero su per la scala verso di lui. Ed era ciò che stava accadendo.

— Va bene — acconsentì — ma guido io.

Sferrò un calcio col suo stivale a un mago, che era a metà di un Incantesimo d’Inceppamento, e saltò sulla scopa. Questa oscillò giù per la tromba delle scale e poi si capovolse così che Scuotivento si ritrovò a fissare negli occhi un Fratello della Mezzanotte.

Mandò uno strillo e sterzò convulsamente il manubrio.

Accaddero diverse cose tutte insieme. La scopa balzò in avanti e si aprì un varco nel muro tra una pioggia di croste; il Bagaglio si fece sotto e azzannò la gamba del Fratello; e, con uno strano suono sibilante, una freccia apparsa non si sa da dove mancò Scuotivento di pochi centimetri e andò a colpire con un forte tonfo il coperchio del Bagaglio.

Il Bagaglio svanì.


In un piccolo villaggio sepolto nella foresta un vecchio sciamano gettò ancora qualche ramoscello sul fuoco e fissò attraverso il fumo il suo apprendista che appariva confuso.

— Una cassa con le gambe? — domandò.

— Sì, maestro. È spuntata dal cielo e mi ha guardato — rispose l’apprendista.

— Allora questa cassa aveva gli occhi?

— N… — cominciò l’apprendista e si fermò, perplesso. Il vecchio aggrottò la fronte.

— Molti hanno visto Topaxci, Dio del Fungo Rosso, e si guadagnano il titolo di sciamano — disse. — Alcuni hanno visto Skelde, spirito del fumo, e sono chiamati stregoni. Solo pochi hanno avuto il privilegio di vedere Umcherrel, l’anima della foresta, e questi sono conosciuti come spiriti maestri. Ma nessuno di loro ha visto una cassa con centinaia di gambe che li guardava senza occhi, e questi sono conosciuti come idio…

L’interruzione era causata da un gran fracasso improvviso e da un turbine di neve e di scintille che fecero volare il fuoco nell’oscurità della capanna: vi fu una rapida visione confusa e poi il muro opposto si squarciò e l’apparizione svanì.

Seguì un lungo silenzio. Poi un silenzio più breve. Quindi il vecchio sciamano chiese: — Tu non hai visto due uomini volare a testa in giù su una scopa, urlandosi improperi, vero?

Il ragazzo lo guardò senza scomporsi. — Certamente no — rispose.

Il vecchio ebbe un sospiro di sollievo. — Grazie al cielo. Nemmeno io.


Nel cottage c’era il caos perché, non soltanto i maghi volevano seguire la scopa, ma volevano anche impedirsi l’un l’altro di farlo. E questo causò vari incidenti spiacevoli. Il più spettacolare e di certo il più tragico si ebbe quando uno dei Vedenti tentò di usare i suoi stivali delle sette leghe senza la debita sequenza d’incantesimi e di preparativi.

Come già accennato, gli stivali delle sette leghe sono, nel migliore dei casi, una forma rischiosa di magia. E il mago si rammentò troppo tardi che occorre prendere le massime precauzioni nel servirsi di una forma di trasporto che, in fin dei conti, basa la sua efficienza nel cercare di mettere un piede trentatré chilometri davanti all’altro.

Le prime tempeste di neve dell’inverno imperversavano e infatti una pesante coltre di nubi si stendeva sulla quasi totalità del Disco, lasciando prevedere il peggio. Eppure, molto più in alto, alla luce argentea della minuscola luna del mondo-Disco, si presentava una delle viste più belle del multiverso.

Grandi nastri di nuvole, lunghi centinaia di chilometri, turbinavano dalla cascata dell’Orlo alle montagne del Centro. Nel freddo silenzio cristallino l’enorme spirale bianca scintillava come ghiaccio sotto le stelle, roteando appena, come se Dio avesse rimescolato il suo caffè e poi ci avesse versato dentro la panna liquida.

Nulla disturbava la scena meravigliosa, che…

Attraverso lo strato di nubi sbucò un oggetto piccolo e distante, in una scia di vapore. Nella calma stratosferica si udì distintamente il suono di due voci che litigavano.

— Hai detto che sapevi volare su uno di questi arnesi!

— Ma non sono mai salito su uno di questi prima di ora!

— Che coincidenza!

— Comunque, tu hai detto… guarda il cielo!

— No che non l’ho detto!

— Che è successo alle stelle?

E fu così che Scuotivento e Duefiori furono le prime due persone sul Disco a vedere ciò che teneva in serbo il futuro.

A più di mille chilometri dietro di loro la montagna del Centro, Cori Celesti, forava il cielo e gettava un’ombra scintillante come una lama attraverso le nuvole vorticose, tanto che anche gli dei avrebbero dovuto accorgersene… Ma di solito gli dei non guardano il cielo e in ogni caso erano occupati a litigare con i Giganti del Ghiaccio, che si erano rifiutati di abbassare la loro radio.

A Rimwards, verso l’Orlo, nella direzione in cui viaggiava la Grande A’Tuin, dal cielo erano state spazzate via le stelle.

Nel cerchio di oscurità c’era una sola stella, una stella rossa e funesta, una stella simile allo scintillio nell’occhiaia di un visone rabbioso. Era piccola e orribile e inflessibile. E il Disco veniva trasportato diritto verso di lei.

Scuotivento sapeva esattamente cosa fare in tali circostanze. Con uno strillo, puntò la scopa in basso.


In piedi al centro dell’ottogramma, Galder Weatherwax alzò le mani.

— Urshalo, dileptor, c’hula, ubbiditemi!

Sulla sua testa si formò un anello di foschia. Il mago lanciò un’occhiata di traverso a Trymon, che se ne stava imbronciato all’orlo del cerchio magico.

— Il pezzetto che segue è proprio impressionante — annunciò Galder. — Osserva. Kot-b’hai! Kot-sham! A me, o spiriti delle piccole rocce solitarie e dei topi inquieti lunghi non meno di cinque centimetri!

— Cosa? — disse Trymon.

— Per questo pezzo ho dovuto fare un sacco di ricerche — convenne Galder — specie per i topi. A ogni modo, dov’ero? Ah, sì…

Alzò di nuovo le mani. Trymon lo osservava e si leccò distratto le labbra. Il vecchio pazzo si concentrava davvero, la mente tutta presa dall’incantesimo, senza fare attenzione a lui.

Le parole del potere rotolavano per la stanza, rimbalzavano sulle pareti e andavano a nascondersi dietro gli scaffali e i barattoli.

Galder chiuse per un momento gli occhi, il volto una maschera di estasi mentre pronunciava la parola finale.

Trymon s’irrigidì e le sue dita si richiusero di nuovo sul coltello. E Galder aprì un occhio, fece un cenno col capo nella sua direzione e scagliò obliquamente una scarica di potere che colse in pieno il giovane mago e lo mandò a spiaccicarsi contro la parete.

Galder gli fece l’occhiolino e sollevò di nuovo le braccia.

— A me, o spiriti di…

Un rombo di tuono, un’implosione di luce e un attimo di totale incertezza fisica durante il quale perfino le pareti sembrarono ripiegarsi su se stesse. Trymon udì un suono strozzato e poi un grosso tonfo.

A un tratto nella stanza si fece il silenzio.

Dopo qualche minuto Trymon strisciò fuori da sotto una poltrona e si spazzolò la polvere di dosso. Fischiettando poche note di un motivetto, si voltò verso la porta con una cautela esagerata, fissando il soffitto come se non lo avesse mai visto. Da come si muoveva, si sarebbe detto stesse cercando di battere il record mondiale di velocità dell’andatura disinvolta.

Il Bagaglio si acquattò nel centro del circolo e aprì il coperchio.

Trymon si fermò. Si girò con grande, grande precauzione, temendo cosa avrebbe visto.

Il Bagaglio conteneva della biancheria di bucato, lievemente odorosa di lavanda. Era in qualche modo la cosa più terrificante che il mago avesse mai visto.

— Be’, ehm, non avresti visto per caso un altro mago da queste parti? — domandò.

Il Bagaglio riuscì ad assumere un aspetto ancora più minaccioso.

— Oh! — esclamò Trymon. — Be’, ottimo. Non importa.

Si tirò con gesto vago l’orlo della tunica e si mise a guardare con interesse la cucitura. Quando, poco dopo, alzò gli occhi, l’orribile cassa era ancora lì.

— Addio — disse il mago e corse via. Gli riuscì di passare la porta giusto in tempo.


— Scuotivento?

Scuotivento aprì gli occhi. Senza grandi vantaggi. Perché, invece di non vedere altro che nero assoluto, adesso non vedeva altro che bianco assoluto. Il che, sorprendentemente, era peggio.

— Ti senti bene?

— No.

— Ah.

Scuotivento si mise a sedere. Si trovava su un masso chiazzato di neve, ma non sembrava proprio come avrebbe dovuto essere un masso. Per esempio, non avrebbe dovuto muoversi.

Intorno a lui turbinava la neve. A qualche centimetro da lui, sedeva Duefiori con un’espressione sinceramente preoccupata.

Scuotivento ebbe un gemito. Le sue ossa erano molto arrabbiate per il trattamento appena ricevuto e facevano la coda per lamentarsene.

— Che c’è? — chiese all’amico.

— Sai che quando stavamo volando e mi preoccupavo che andassimo a sbattere contro qualcosa nella tormenta e tu hai detto che a questa altezza l’unica cosa contro cui potessimo urtare era una nuvola imbottita di rocce?

— Be’?

— Come facevi a saperlo?

Scuotivento si guardò intorno. Ma, quanto a varietà e interesse della scena che lo circondava, avrebbero potuto benissimo trovarsi nell’interno di una pallina da pingpong.

Sotto a lui la roccia stava… be’, stava dondolando. Ci passò sopra le mani e sentì le tacche prodotte da uno scalpello. Accostò l’orecchio alla pietra fredda e umida e gli sembrò di udire un battito sordo e lento. Strisciò in avanti fino al bordo e si sporse con cautela a guardare.

In quel momento il masso doveva passare sopra un varco nelle nuvole, perché il mago ebbe una rapida visione, orribilmente distante, di picchi montagnosi frastagliati. Erano scesi di un bel po’.

Emise un suono strozzato e si ritirò adagio.

Si rivolse a Duefiori: — È ridicolo. Le rocce non possono volare. È una cosa risaputa.

— Forse lo farebbero se potessero — osservò l’ometto. — Forse questa qui ha scoperto come si fa.

— Speriamo soltanto che non se lo scordi — fu il commento di Scuotivento. Si rannicchiò nella sua tunica fradicia e contemplò con aria cupa le nuvole intorno a lui. Immaginava che da qualche parte ci fosse gente che teneva la sua vita sotto controllo. Persone che si alzavano al mattino e andavano a letto la sera con la ragionevole certezza di non precipitare dall’Orlo del mondo o di essere attaccate da lunatici o di risvegliarsi sopra un masso con idee di grandezza. Ricordava vagamente che una volta anche lui conduceva quel genere di vita.

Annusò l’aria. Dalla roccia veniva un odore di frittura. L’odore, che pareva provenire da una certa distanza più avanti, costituiva un forte richiamo per il suo stomaco.

— Tu senti un odore? — domandò.

— Credo che sia bacon — rispose Duefiori.

— Spero che sia bacon, perché me lo mangerò. — Scuotivento si mise in piedi sul masso ondeggiante e avanzò trotterellando dentro la cortina di nuvole, cercando di vedere qualcosa in quella massa umida.

Vicino al bordo, sulla parte anteriore del masso, un piccolo druido sedeva a gambe incrociate davanti a un focherello. La testa coperta da un quadrato di tela impermeabilizzata, annodato sotto il mento, sfrugolava un tocco di bacon in una padella con un falcetto ornamentale.

— Ehm — fece Scuotivento. Il druido alzò gli occhi e lasciò cadere la padella nel fuoco. Balzò in piedi e brandì il falcetto con aria aggressiva, o almeno aggressiva quanto può apparirlo uno acconciato in una lunga camicia da notte bianca e bagnata e un copricapo gocciolante.

— Vi avverto, non sarò tenero con dei dirottatori — li minacciò e starnutì violentemente.

— Ti aiuteremo — disse Scuotivento con un’occhiata piena di desiderio al bacon che si bruciava. A quelle parole il druido sembrò sconcertato. Con sorpresa del mago, era molto giovane. Scuotivento supponeva che, in teoria, dovessero esistere cose quali giovani druidi. Solo che lui non se li era mai immaginati.

— Non state tentando di rubare il masso? — domandò il druido e abbassò di un millimetro il suo falcetto.

— Non sapevo nemmeno che i massi si potessero rubare — disse stancamente Scuotivento.

— Scusami — intervenne in tono cortese Duefiori. — Mi pare che la tua colazione vada a fuoco.

Il druido abbassò gli occhi e prese senza molto successo a battere con la mano le fiamme. Il mago si precipitò ad aiutarlo, ci furono molto fumo, cenere e confusione. Ma alla fine riuscirono a salvare qualche pezzetto di bacon sbruciacchiato. Un trionfo per i due, che riuscì più utile di un intero trattato di diplomazia.

— Come siete arrivati qui? — chiese il druido. — Siamo a più di quindicimila metri di altezza, a meno che non mi sia sbagliato di nuovo con i calcoli.

Il mago cercò di non pensare all’altezza. — Possiamo dire di essere capitati qui mentre passavamo — spiegò.

— Durante il tragitto verso terra — aggiunse Duefiori.

— Solo che questa tua roccia ha interrotto la nostra caduta — disse ancora Scuotivento (con la schiena che protestava). — Grazie — aggiunse.

— Credevo che ci fossimo imbattuti in una turbolenza, poco fa — disse il druido che, come risultò, si chiamava Belafon. — Dovevate essere voi. — Rabbrividì. — Ormai deve essere mattina. Al diavolo le regole. Adesso ci solleviamo. Reggetevi.

— A che cosa? — chiese Scuotivento.

— Be’, mostrate soltanto la vostra riluttanza a cadere — rispose Belafon. Estrasse dalla sua tunica un grosso pendolo di ferro e lo fece oscillare sopra il fuoco in una serie di movimenti sconcertanti.

Intorno a loro le nubi schioccavano, ci fu un orribile senso di pesantezza e d’improvviso il masso emerse alla luce del sole.

Proseguì in linea orizzontale qualche centimetro al di sopra delle nuvole, in un cielo freddo ma di un limpido azzurro. Le nuvole che la notte scorsa erano sembrate glacialmente distanti e orribilmente viscide quella mattina, erano adesso un lanoso tappeto bianco, che si stendeva in tutte le direzioni, dal quale spuntavano come isole i picchi delle montagne. Il vento suscitato dal passaggio del masso scolpiva le nubi in mulinelli passeggeri. Il masso…

Era lungo circa dieci metri e largo tre, e azzurrognolo.

— Che panorama straordinario — esclamò Duefiori con gli occhi che gli brillavano.

— Uhm, cos’è che ci sostiene in aria? — chiese il mago.

— La persuasione — rispose Belafon e intanto si strizzava l’orlo della tunica.

— Ah — fu il saggio commento di Scuotivento.

— Mantenerli in aria è facile — affermò il druido. Alzò il pollice e socchiudendo gli occhi guardò, a braccio teso, una montagna lontana. — La parte difficile è l’atterraggio.

— Non lo penserai davvero, no? — disse Duefiori.

— La persuasione è ciò che tiene insieme l’intero universo — asserì Belafon. — Non è bene affermare che è tutto opera della magia.

Scuotivento diede per caso un’occhiata attraverso lo strato di nubi e vide in basso a grande distanza un paesaggio coperto di neve. Sapeva di essere in presenza di un pazzo, ma a questo era abituato. Se ascoltare quello stesso pazzo voleva dire restare in equilibrio lassù, lui era tutto orecchie.

Belafon si sedette con i piedi dondolanti fuori dall’orlo della roccia.

— Ascolta, non ti preoccupare — gli consigliò. — Se continui a pensare che questo masso non dovrebbe volare, lui potrebbe sentirti e persuadersene. E tu ti ritroveresti ad avere ragione, okay? È evidente che tu non sei aggiornato sul pensiero moderno.

— Così sembra — convenne debolmente il mago. Si sforzava di non pensare alle rocce sul terreno. Ma alle rocce che volteggiavano come le rondini, sorvolavano a balzi i paesaggi nella pura gioia della levità, sfrecciavano su nel cielo in…

Ma si rendeva conto con orrore che la sua immaginazione non era un granché.


I druidi del Disco erano fieri del loro approccio progressista alla scoperta dei misteri dell’Universo. Naturalmente, come tutti i druidi, essi credevano nell’essenziale unità di ogni forma di vita, nel potere curativo delle piante, nel ritmo naturale delle stagioni. E nel bruciare vivo chiunque non si avvicinasse a tutto questo nella giusta disposizione d’animo. Ma essi avevano anche riflettuto a lungo sull’origine stessa della creazione e avevano formulato la teoria seguente:

L’universo, sostenevano, dipendeva per il suo funzionamento dall’equilibrio di quattro forze da loro identificate come incanto, persuasione, incertezza e audacia priva di scrupoli.

Era così che il sole e la luna descrivevano un’orbita intorno al Disco perché erano persuasi di non precipitare giù, ma non volavano via a causa dell’incertezza. L’incanto faceva sì che gli alberi crescessero e l’audacia li teneva in piedi. E così via.

Certi druidi insinuavano che c’erano delle pecche in quella teoria. Ma i druidi più autorevoli spiegavano molto chiaramente che c’era spazio per una discussione approfondita, per i colpi e le parate di un eccitante dibattito scientifico. E che fondamentalmente la teoria stava in cima al falò del prossimo solstizio.


— Ah, così tu sei un astronomo? — chiese Duefiori.

— Oh no — rispose Belafon, mentre il masso scivolava attorno alla curva di una montagna. — Sono un esperto di hardware dei computer.

— Che cos’è l’hardware dei computer?

— Be’, è questo. — Il druido batté sulla roccia con il piede calzato da un sandalo. — O comunque, questo ne è una parte. È un ricambio. E io vado a consegnarlo. Stanno avendo delle noie con i grandi circoli sulle Pianure del Vortice. O così affermano loro. Vorrei avere una torcia di bronzo per ogni utente che non ha letto il manuale. — Scrollò le spalle.

— A che serve dunque, esattamente? — volle sapere Scuotivento. Qualunque cosa pur di non pensare all’abisso sottostante.

— Si può usare per… per sapere in quale stagione dell’anno siamo.

— Ah! Vuoi dire che, se è coperto di neve, allora deve essere inverno?

— Sì. Voglio dire, no. Voglio dire, supponendo che tu voglia sapere quando sorgerà una stella particolare…

— Perché? — domandò Duefiori, irradiando cortese interessamento.

— Be’, forse vuoi sapere quando piantare il raccolto — disse Belafon sudando un po’ — oppure…

— Se vuoi, ti presterò il mio almanacco — offrì l’ometto.

— Almanacco?

— È un libro che ti dice in che giorno siamo — spiegò stancamente Scuotivento, — Sarebbe proprio adatto al tuo campo.

Belafon s’irrigidì. — Libro? Come che, con la carta?

— Sì.

A me non suona molto affidabile — disse seccato il druido. — Come può un libro sapere in che giorno siamo? La carta non sa contare.

Si allontanò a passo di marcia verso il bordo del masso, facendolo oscillare in maniera allarmante. Scuotivento deglutì con forza e fece cenno a Duefiori di avvicinarsi.

— Hai mai sentito parlare di shock da cultura? — gli chiese.

— Che cos’è?

— È ciò che accade quando la gente trascorre cinquecento anni cercando di far funzionare come si deve un circolo di pietre e poi si presenta qualcuno con un libretto contenente una pagina per ogni giorno e dei brani dove si dice "Adesso è l’epoca giusta per piantare i fagioloni" e "Alzarsi presto e andare a dormire presto fa l’uomo sano, ricco e morto". E sai qual è la cosa più importante da ricordare dello shock da cultura… — Il mago s’interruppe per riprendere fiato e mosse in silenzio le labbra cercando di ricordarsi come finiva la frase.

— Qual è?

— Non farlo avere a un uomo che vola su un masso di mille tonnellate.

— Se n’è andato?

Trymon si sporse con precauzione dai merli della Torre dell’Arte, la grande costruzione diroccata che sovrastava l’Università Invisibile. Molto più in basso, gli studenti e i docenti di magia lì raggruppati annuirono.

— Siete sicuri?

L’economo, con le mani a imbuto intorno alla bocca, gridò: — Ha abbattuto la porta rivolta verso il Centro e ci è sfuggito un’ora fa, signore.

— Sbagli — lo rimbeccò Trymon. — Lui se n’è andato e noi siamo sfuggiti.

L’economo deglutì. Lui non era un mago, ma un uomo buono e gentile che non meritava di vedere le cose a cui aveva assistito nell’ultima ora.

Naturalmente, era noto che demonietti, luci colorate, fantasie varie semiimmateriali vagassero per il campus. Ma qualcosa nell’attacco implacabile del Bagaglio aveva lasciato annichilito il pover’uomo. Tentare di fermarlo sarebbe stato come tentare di abbrancare un ghiacciaio.

— Lui… lui si è ingoiato il Decano degli Studi Liberali, signore — gridò.

Trymon si rasserenò.

Prese a scendere la lunga scala a chiocciola. Dopo un po’ sorrise. Un sorrisetto appena accennato. La giornata andava senza dubbio migliorando.

C’erano un sacco di cose da organizzare. E se c’era una cosa che a Trymon piaceva davvero fare, era organizzare.


Il masso scendeva in picchiata sull’altopiano, alzando spruzzi di neve dai depositi alluvionali soltanto pochi centimetri più in basso. Belafon andava intorno indaffarato, qui spalmando un po’ di unguento di vischio, là tracciando un carattere runico col gessetto, mentre Scuotivento, esausto e terrorizzato, se ne stava rannicchiato da una parte e Duefiori si preoccupava del suo Bagaglio.

— Laggiù davanti a noi! — gridò il druido al di sopra del rumore dell’aria che fendevano. — Guardate, il grande computer dei cieli!

Scuotivento diede una sbirciatina attraverso le dita. Sulla lontana linea dell’orizzonte si stagliava un’immensa costruzione di lastre grigie e nere, disposte in cerchi concentrici e viali mistici, dall’aspetto desolato e minaccioso contro la neve. Certo non gli uomini avevano spostato quelle montagne nascenti… di sicuro un esercito di giganti era stato trasformato in pietra da…

— Sembra un sacco di rocce messe insieme — osservò Duefiori. Belafon si arrestò a metà gesto. — Cosa?

— È molto carino — si affrettò ad aggiungere il turista. Cercò una parola. — Etnico — decise.

Il druido s’irrigidì. — Carino? Un trionfo di tocchi di silicone, un miracolo della moderna tecnologia delle costruzioni… carino?

— Oh, sì. — Per Duefiori il sarcasmo era soltanto una parola di otto lettere che cominciava per S.

— Che significa etnico? — chiese il druido.

— Significa straordinariamente imponente — disse svelto Scuotivento — e sembra che siamo in pericolo di atterrare, se non fai attenzione…

Belafon si girò, rabbonito solo in parte. Spalancò le braccia in alto e gridò una serie di parole intraducibili, finendo con "carino!" sussurrato in tono offeso.

Il masso rallentò il volo, virò da un lato in un turbine di neve e rimase sospeso in aria sopra il cerchio. Giù in basso, un druido agitava due rami di vischio tracciando disegni complicati e Belafon con grande perizia portò il masso a fermarsi con un lievissimo clic al di là di due giganteschi montanti.

Scuotivento, che tratteneva il fiato, lo mandò fuori in un lungo sospiro, che corse a nascondersi da qualche parte.

Una scala urtò contro il fianco del masso e si affacciò la testa di un druido anziano. Questi guardò curioso i due passeggeri e poi si rivolse a Belafon.

— Era tempo — disse. — Mancano sette settimane alla Notte della Posta del Cinghiale e ci ha tradito di nuovo.

— Salve, Zakriah — lo salutò Belafon. — Che è successo questa volta?

— È assolutamente impazzito. Oggi ha annunciato il levare del sole tre minuti prima. Se parliamo di un imbranato, ragazzo, questo è lui.

Belafon scese la scala e sparì dalla vista. I due passeggeri si guardarono e poi volsero gli occhi al vasto spazio aperto tra il circolo interno delle pietre.

— E adesso che facciamo? — domandò Duefiori.

— Potremmo metterci a dormire? — suggerì Scuotivento.

Ignorandolo, l’ometto scese la scala.

Intorno al circolo, dei druidi battevano i megaliti con dei martelletti e ascoltavano attenti. Delle enormi pietre, diverse giacevano a terra su un fianco, ognuna circondata da un altro gruppo di druidi che le esaminavano con grande attenzione e discutevano tra loro. Frasi arcane arrivavano fino a Scuotivento, ancora seduto sul masso.

— Non può essere l’incompatibilità del software… il Canto della Spirale Calpestata è stato ideato per gli anelli concentrici, idiota che non sei altro…

— Io dico di farlo scattare di nuovo e provare una semplice cerimonia lunare…

— …va bene, va bene, le pietre sono a posto; è solo che l’universo non va, giusto?

Attraverso la nebbia della propria mente esausta, Scuotivento ricordò l’orribile stella che avevano vista nel cielo. La notte scorsa, qualcosa era andata storta con l’universo.

Come aveva fatto a ritrovarsi sul Disco? si chiese il mago.

Aveva il sospetto che la risposta dovesse trovarsi da qualche parte nella sua testa. E. sospetto ancora più sgradevole, sentì che un’altra cosa stava osservando la scena sottostante. La stava osservando da dietro i suoi occhi.

Abbandonando il suo riparo sprofondato nei sentieri vergini della sua mente, l’Incantesimo adesso gli si era insediato spavaldo nel proencefalo a contemplare la scena, occupato nell’equivalente mentale del mangiare popcorn.

Scuotivento cercò di ricacciarlo indietro… e il mondo svanì.

Lui era nell’oscurità: un’oscurità calda, ammuffita, l’oscurità della tomba, l’oscurità vellutata di un sarcofago.

C’era l’odore forte di vecchio cuoio e quello acre di carta antica. La carta frusciò.

Lui sentiva che l’oscurità era piena di orrori inimmaginabili. E il guaio con gli orrori inimmaginabili era che fossero fin troppo facili da immaginare. — Scuotivento — disse una voce. Scuotivento non aveva mai sentito parlare una lucertola, ma se una l’avesse fatto avrebbe avuto una voce come quella.

— Uhm — disse il mago. — Sì?

Gli rispose una risatina soffocata. Un suono strano, piuttosto cartaceo.

— Dovresti dire "Dove sono?" — disse la voce.

— Se lo sapessi, mi piacerebbe? — ribatté Scuotivento. Si sforzava di vedere nell’oscurità. Adesso che ci si era abituato, riuscì a scorgere qualche cosa. Qualcosa di vago, appena visibile, un disegno appena percettibile nell’aria. Qualcosa stranamente familiare.

— Va bene — disse. — Dove sono?

— Stai sognando.

— Posso svegliarmi ora, per piacere?

— No — rispose un’altra voce, vecchia e arida come la prima, ma leggermente differente.

— Abbiamo da dirti una cosa molto importante — affermò una terza voce, se mai più cadaverica delle altre. Scuotivento annuì stupidamente. Dal fondo della sua mente, l’Incantesimo fece capolino al di sopra della sua spalla mentale.

— Ci hai causato un sacco di noie, giovane Scuotivento — continuò la voce. — Questo cadere dall’orlo del mondo senza nemmeno un pensiero per gli altri. Abbiamo dovuto metterci d’impegno a distorcere la realtà, sai.

— Perdinci!

— E adesso ti aspetta un compito molto importante.

— Oh. Bene.

— Molti anni fa abbiamo fatto in modo che uno dei nostri numeri si nascondesse nella tua testa. Infatti avevamo previsto che sarebbe venuto il momento in cui avresti avuto bisogno di svolgere un ruolo importantissimo.

— Io? Perché?

— Sei scappato un bel po’ — disse una delle voci. — Questa è una buona cosa. Sei uno che sa sopravvivere.

— Sopravvivere. Ci è mancato poco che rimanessi ucciso dozzine di volte!

— Esatto.

— Oh!

— Ma cerca di non cadere di nuovo fuori del Disco. Non possiamo davvero tollerarlo.

— Chi sono noi, di preciso? — volle sapere Scuotivento. Ci fu un fruscio nell’oscurità.

— In principio c’era la parola — disse una voce arida proprio dietro di lui.

— Era l’Uovo — corresse un’altra voce. — Ricordo benissimo. Il Grande Uovo dell’Universo. Leggermente gommoso.

— Vi sbagliate tutti e due, invece. Sono sicuro che era il limo primordiale.

Vicino al ginocchio del mago una voce ribatté: — No, quello è venuto dopo. Prima c’era il firmamento. Una quantità di firmamenti. Alquanto appiccicosi, come zucchero filato. Anzi, molto sciropposi…

Nel caso interessi a qualcuno - gracchiò una voce a sinistra di Scuotivento — avete torto tutti. In principio c’era lo Schiarirsi la Voce…

— …poi la parola…

— Pardon, il limo…

— Assolutamente gommoso, secondo me…

Seguì una pausa. Quindi una voce affermò adagio: — A ogni modo, qualunque cosa fosse, la ricordiamo perfettamente.

— Proprio così.

— Esatto.

— E noi abbiamo il compito di vegliare che non le accada nulla di male, Scuotivento.

Il mago aguzzò gli occhi nell’oscurità. — Vorreste gentilmente spiegarmi di che state parlando? Ci fu un sospiro cartaceo. — Basta con la metafora — disse una delle voci. — Ascolta, è molto importante che tu custodisca l’Incantesimo nella tua testa e ce lo riporti al momento giusto, capisci. In modo che, quando il momento è proprio quello giusto, noi possiamo essere pronunciati. Comprendi?

"Possiamo essere pronunciati, noi?" pensò Scuotivento.

E capì che cos’era quel disegno, davanti a lui. Era una scritta su una pagina, vista dal di sotto.

— Sono nell’Octavo? — chiese.

— Per certi versi metafisici — rispose una delle voci in tono brusco. Gli si fece più vicina. Il mago poteva sentirne proprio davanti al naso l’arido fruscio…

Scappò via.


Il punto rosso brillava nel suo alone buio. Trymon, che indossava ancora gli abiti cerimoniali per la sua installazione a capo dell’Ordine, non riusciva a liberarsi dalla sensazione che fosse leggermente cresciuto mentre lui lo osservava. Si allontanò dalla finestra con un brivido.

— Allora? — domandò.

— È una stella — rispose il Professore di Astrologia. — Credo.

— Credi!?

L’astrologo trasalì. Si trovava con il giovane mago nell’osservatorio dell’Università Invisibile, e il minuscolo puntino rosso all’orizzonte non lo fissava più minaccioso di quanto non facesse il suo nuovo padrone.

— Be’, vedi, il fatto è che abbiamo sempre ritenuto che le stelle fossero praticamente uguali al nostro sole…

— Intendi palle di fuoco di circa un chilometro e mezzo di larghezza?

— Sì. Ma questa nuova stella qui è, be’… grande.

— Più grande del sole? — Trymon aveva sempre considerato realmente imponente una palla di fuoco di un chilometro e mezzo di larghezza, sebbene per principio lui disapprovasse le stelle. Che davano al cielo un aspetto disordinato.

— Assai più grande — rispose adagio l’astrologo.

— Più grande, forse, della testa della Grande A’Tuin?

Con aria afflitta, l’astrologo rispose: — Più grande della Grande A’Tuin e del Disco messi insieme. Abbiamo controllato — aggiunse in fretta — e siamo sicurissimi.

— Allora è grande — convenne Trymon. — Viene in mente il termine "enorme".

— Massiccio — precisò in fretta l’altro.

— Uhm.

Trymon prese a camminare su e giù per il grande pavimento a mosaici dell’osservatorio, dove figuravano i segni zodiacali del Disco. Ce n’erano dodici, a cominciare da Wezen il Canguro a due teste per finire a Gahoolie, il Vaso di Tulipani (una costellazione di grande rilievo religioso il cui significato, ahimè!, era andato perduto).

Si fermò sul tassello azzurro e oro di Mubbo la Iena, e si voltò di scatto.

— Ci sarà una collisione? — chiese.

— Temo di sì, signore — rispose l’astrologo.

— Uhm. — Trymon avanzò di qualche passo, accarezzandosi pensieroso la barba. Si arrestò sull’intersezione di Okjock il Commesso e la Pastinaca Celeste.

— Non sono un esperto in materia — disse — ma immagino che non sarebbe una bella cosa.

— No, signore.

— Molto calde, le stelle?

L’astrologo deglutì. — Sì, signore.

— Saremmo bruciati?

— Alla fine. Certo, prima ci sarebbero discomoti, maremoti, crollo gravitazionale e probabilmente l’atmosfera sarebbe strappata via.

— Ah! In una parola, mancanza di un’organizzazione decente.

L’astrologo esitò prima di arrendersi. — Si potrebbe dire così, signore.

— La gente sarebbe presa dal panico?

— Per pochissimo tempo, temo.

— Uhm — disse Trymon, che in quel momento passava sopra il Cancello del Forse e si dirigeva verso la Vacca del Cielo. Aguzzò di nuovo lo sguardo verso lo scintillio rosso all’orizzonte. Aveva preso una decisione.

Disse: — Non possiamo trovare Scuotivento e se non possiamo trovare Scuotivento, non possiamo trovare l’ottavo incantesimo dell’Octavo. Ma noi siamo convinti che l’Octavo deve essere letto per evitare la catastrofe. Altrimenti, perché il Creatore se lo sarebbe lasciato dietro?

— Forse si è trattato soltanto di una sua dimenticanza — suggerì l’astrologo.

Trymon lo fulminò con lo sguardo.

— Gli altri Ordini stanno ispezionando tutte le terre che si stendono da qui al Centro — continuò, contando sulla punta delle dita — perché non è credibile che un uomo possa involarsi dentro una nuvola e non uscirne…

— A meno che non fosse imbottita di rocce — azzardò l’astrologo in un tentativo infelice e, come si rivelò, assolutamente inutile di alleggerire l’atmosfera.

— Ma doveva tornare giù… da qualche parte. Dove? ci chiediamo.

— Dove? — ripeté volonteroso l’astrologo.

— E subito ci si è presentata la linea di azione da seguire.

— Ah! — L’astrologo spiccò una corsa per tentare di stare al passo con il mago che stava attraversando I Due Grassi Cugini.

— Ed è…?

L’astrologo si trovò a fissare due occhi grigi e miti come l’acciaio.

— Uhm. Smettiamo di cercare? — azzardò l’astrologo.

— Precisamente! Ci serviamo dei doni che il Creatore ci ha dati, a noi esseri umani, guardiamo giù e che cosa vediamo?

Dentro di sé l’astrologo emise un gemito. Abbassò gli occhi.

— Piastrelle? — si arrischiò a dire.

— Piastrelle, sì, che insieme formano lo… — Trymon si fermò, in attesa.

— Zodiaco? — Ormai l’astrologo era disperato.

— Giusto! E perciò ci occorre soltanto fare l’esatto oroscopo di Scuotivento e sapremo esattamente dove si trova!

L’astrologo sorrise come un uomo che, avendo ballato il tip-tap sulle sabbie mobili, sente sotto i piedi la solida roccia.

— Mi occorrerà sapere di preciso luogo e data della sua nascita — dichiarò.

— È presto fatto. Li ho copiati dai registri dell’Università prima di venire qui.

L’astrologo esaminò gli appunti e aggrottò la fronte. Attraversò la. stanza e tirò fuori un grande cassetto pieno di carte. Rilesse gli appunti. Prese un complicato paio di compassi e fece dei calcoli sulle mappe. Preso poi un piccolo astrolabio di ottone, lo fece ruotare con attenzione. Emise un fischio tra i denti. Raccolse un gessetto e scribacchiò dei numeri su una lavagna.

Nel frattempo. Trymon contemplava dalla finestra la nuova stella. Pensava: "La leggenda della Piramide di Tsort dice che colui che pronuncia insieme gli Otto Incantesimi quando il Disco è in pericolo otterrà tutto ciò che veramente desidera. E succederà presto!".

E pensava: "Mi ricordo di Scuotivento. Non era lui il ragazzetto pelle e ossa, che risultava sempre l’ultimo della classe durante il nostro addestramento? Nemmeno un osso magico in tutto il suo corpo. Aspetta soltanto che io l’abbia qui davanti a me, e vedremo se riusciremo ad avere tutti gli otto…".

— Perbacco! — esclamò sottovoce l’astrologo. Trymon si girò di scatto.

— Una mappa affascinante — disse l’astrologo, senza fiato. Aggrottò la fronte. — Un po’ strana, in realtà.

— Come sarebbe strana?

— Scuotivento è nato sotto il segno del Piccolo Gruppo Annoiato delle Stelle Deboli che, come sai, si trova tra Il Topo Volante e la Stringa Annodata. Si dice che nemmeno gli antichi trovassero niente di interessante da osservare su questo segno, il quale…

— Sì, sì, va’ avanti — gli ordinò Trymon irritato.

— È il segno che viene tradizionalmente associato con i fabbricanti di scacchiere, venditori di cipolle, fabbricanti di statuine di gesso di scarso significato religioso, e persone allergiche al peltro. Non è affatto un segno da mago. E al tempo della sua nascita, l’ombra di Cori Celesti…

— Non m’importa conoscere tutti i dettagli tecnici — brontolò Trymon. — Dammi semplicemente il suo oroscopo.

L’astrologo, che si stava divertendo, sospirò e si mise a fare qualche altro calcolo.

— Benissimo — annunciò. — Ecco qui: "Oggi è una giornata favorevole per farti nuovi amici. Una buona azione può avere conseguenze impreviste. Non turbare i druidi. Presto inizierai un viaggio molto strano. Il tuo cibo fortunato sono i cetriolini. Coloro che ti puntano addosso un coltello probabilmente non hanno buone intenzioni. PS. Parliamo seriamente dei druidi".

— Druidi? — disse Trymon. — Mi domando…


— Ti senti bene? — chiese Duefiori.

Scuotivento aprì gli occhi. Si tirò su in fretta a sedere e afferrò l’amico per la camicia.

— Voglio andarmene di qui. Ora, subito! — insisté.

— Ma sta per avere luogo un’antica cerimonia tradizionale!

— Non me ne importa niente se è antica! Voglio sentirmi sotto i piedi un onesto selciato. Voglio sentire il vecchio, familiare puzzo dei pozzi neri. Voglio andare dove c’è un sacco di gente, dove ci sono i caminetti e i tetti e le pareti e tutte le cose consuete di questo genere! Voglio andare a casa!

Aveva scoperto di avere questa subitanea e disperata nostalgia delle strade fumose di Ankh-Morpork, che era sempre al suo meglio in primavera, quando la lucentezza gommosa delle acque torbide del fiume Ankh aveva una speciale iridescenza e dai cornicioni delle case veniva il canto degli uccelli, o almeno di uccelli che tossivano ritmicamente.

Negli occhi gli spuntò una lacrima al ricordo del delicato gioco della luce sul Tempio dei Piccoli Dei, un noto monumento della città. E gli venne il groppo alla gola al ricordo delle bancarelle di pesce fritto all’incrocio di via Mucchio di Letame e via degli Astuti Artificieri. Ripensò ai cetrioli che si vendevano là, grossi cosi verdi acquattati in fondo ai loro barattoli come balene affogate. Lo chiamavano attraverso le migliaia di chilometri di distanza con la promessa di presentarlo alle uova in salamoia contenute nel barattolo vicino.

Pensò ai comodi fienili sopra le stalle e al loro caldo pavimento dove trascorreva le notti. Spesso, da sciocco, si era lamentato di quel tipo di vita. Ora gli sembrava incredibile, ma lo aveva trovato noioso.

Adesso ne aveva avuto abbastanza. Se ne sarebbe tornato a casa. "Cetrioli sottaceto, vi odo chiamarmi…"

Scansò Duefiori, si strinse nella sua tunica malandata con grande dignità e volse il viso verso quella zona dell’orizzonte dove era situata, a suo giudizio, la sua città natale. E, con intensa determinazione e considerevole sbadataggine, scese dalla cima di un trilitone di almeno dieci metri di altezza.

Circa dieci minuti più tardi, quando un Duefiori preoccupato e alquanto contrito lo estrasse da un grosso mucchio di neve alla base delle pietre, l’espressione di Scuotivento non era mutata.

L’ometto lo scrutò. — Stai bene? — ripeté. — Quante dita tengo alzate?

— Voglio andare a casa!

— Okay.

— No, non cercare di farmi cambiare idea con le tue parole. Ne ho avuto abbastanza. Mi piacerebbe affermare che mi sono molto divertito, ma non posso, e… che cosa?

— Ho detto okay — rispose Duefiori. — Mi piacerebbe molto rivedere Ankh-Morpork. Mi aspetto che ormai ne avranno ricostruita una buona parte.

Da notare che l’ultima volta che i due l’avevano vista, la città stava bruciando violentemente. Cosa strettamente collegata al fatto che Duefiori aveva illustrato il concetto di assicurazione contro gli incendi a una plebaglia veniale ma ignorante. Però, incendi devastanti costituivano un aspetto regolare della vita morporkiana. E la città era stata sempre allegramente e metodicamente ricostruita, usando i materiali tradizionali consistenti in legna secca per accendere il fuoco e paglia impermeabilizzata con la pece.

Scuotivento, alle parole dell’amico, si calmò un po’. — Oh, bene. Bene allora. Ottimo. Forse allora dovremmo partire.

Si alzò in piedi e si spazzolò via la neve.

— Penso solo che dovremmo aspettare fino a domattina — consigliò Duefiori.

— Perché?

— Be’, perché fa un freddo cane, in realtà non sappiamo dove ci troviamo, il Bagaglio è scomparso, si sta facendo buio…

Scuotivento non si mosse. Gli sembrò di udire, nei profondi canyon della sua mente, il lontano fruscio di carta antica. Aveva l’orribile sensazione che da quel momento in poi i suoi sogni sarebbero divenuti assai ripetitivi. E aveva di meglio da fare che ascoltare i sermoni di un gruppetto di antichi incantesimi che non riuscivano nemmeno a mettersi d’accordo su come era cominciato l’Universo…

In fondo alla sua mente una vocetta secca disse: — Che cosa di meglio?

— Oh, chiudi il becco — sbottò il mago.

— Ho detto soltanto che fa un freddo cane e… — cominciò Duefiori.

— Non volevo dire tu. Volevo dire io.

— Cosa?

— Oh, chiudi il becco — disse stancamente il mago. — Non ci sarebbe qualcosa da mangiare da queste parti?

Le pietre gigantesche erano nere e minacciose contro la morente luce verde del tramonto. Il cerchio interno era affollato di druidi, che si muovevano indaffarati alla luce di numerosi falò e mettevano a punto le necessarie unità periferiche di un computer, quali crani di montone su pertiche con in cima del vischio, bandiere ricamate con serpenti attorcigliati e così via. Oltre i cerchi illuminati si erano radunati in gran numero gli abitanti delle pianure: i festival druidici erano sempre popolari, specie quando le cose andavano male.

Scuotivento osservava la scena.

— Che succede?

— Oh, be’ — Duefiori era entusiasta — c’è questa cerimonia che risale a migliaia di anni per celebrare la, uhm, rinascita della luna. O forse del sole. No, sono quasi sicuro che è la luna. È una cerimonia molto solenne e bella, rivestita di una tranquilla dignità.

Scuotivento rabbrividì. Quando l’amico si metteva a parlare in quel modo, lui cominciava sempre a preoccuparsi. Almeno, non aveva ancora detto "pittoresca" o "strana". Il mago non aveva mai trovato una traduzione soddisfacente di quelle parole. L’unica che gli fosse riuscito di trovare che gli si avvicinasse era "guai".

— Vorrei che il Bagaglio fosse qui — disse Duefiori in tono di rimpianto. — Mi farebbe comodo la mia scatola a immagini. Sembra tutto molto strano e pittoresco.

La folla si agitava nell’attesa. Evidentemente la cerimonia stava per avere inizio.

— Senti. I druidi sono sacerdoti. Te lo devi ricordare. Non fare nulla per turbarli — raccomandò Scuotivento.

— Ma…

— Non offrirgli di comprare le pietre.

— Ma io…

— Non metterti a parlare di strani costumi folcloristici locali.

— Io credevo…

Davvero, non cercare di concludere un’assicurazione. Questo li sconvolge sempre.

— Ma loro sono sacerdoti — piagnucolò l’ometto.

— Già — disse Scuotivento. — È proprio questo il punto, no?

Una specie di processione si stava formando all’estremità del circolo esterno.

— Ma i sacerdoti sono uomini buoni e gentili — protestò Duefiori. — Al mio paese circolano con le ciotole da mendicanti. È tutto ciò che possiedono — aggiunse.

— Ah! — esclamò il mago, che non era certo di avere capito. — Gli serve per metterci il sangue, giusto?

— Sangue?

— Sì, dei sacrifici. — Scuotivento pensava ai sacerdoti che aveva conosciuto a casa. Naturalmente, lui si preoccupava di non inimicarsi nessun dio e pertanto aveva assistito a un gran numero di funzioni religiose. E, tutto sommato, era dell’avviso che la definizione più accurata di un sacerdote nelle Regioni del Mare Circolare era quella di uno che passava un bel po’ di tempo sporco di sangue fino alle ascelle.

Duefiori era scandalizzato.

— Oh no! Da dove vengo io i sacerdoti sono sant’uomini che si sono dedicati a una vita di povertà, alle opere buone e allo studio della natura di Dio.

Scuotivento rifletté su quell’insolita asserzione.

— Niente sacrifici? — volle sapere.

— Assolutamente no.

Il mago non insistette. — Be’, a me non sembrano molto santi.

In quel momento risuonò la musica stridente di una banda di trombe di bronzo. Il mago si guardò intorno e vide una fila di druidi procedere adagio, le lunghe falci adorne di rami di vischio. Erano seguiti da druidi più giovani e da apprendisti, che suonavano differenti strumenti a percussione. Secondo la tradizione, erano destinati a scacciare gli spiriti maligni e molto probabilmente ci riuscivano.

La luce delle torce disegnava figure drammatiche sulle pietre, che si stagliavano minacciose contro il cielo illuminato da un chiarore verdastro. In direzione del Centro, le cortine scintillanti dell’aurora di Coriolis cominciarono a baluginare e a brillare tra le stelle, mentre un milione di cristalli ghiacciati danzavano nel campo magico del Disco.

— Belafon mi ha spiegato tutto — bisbigliò Duefiori. — Stiamo per assistere a un’antichissima cerimonia che celebra l’Unione dell’Uomo con l’Universo. Così ha detto.

Scuotivento guardava la processione con aria acida. I druidi si disposero intorno a una grande pietra piatta che dominava il centro del circolo. E il mago non poté fare a meno di notare in mezzo a loro una giovane donna attraente anche se piuttosto pallida. Indossava una lunga tunica bianca, portava una collana d’oro intorno al collo e aveva un’espressione vagamente apprensiva.

— È una druida? — domandò Duefiori.

— Non credo.

I druidi cominciarono a cantare. Secondo il mago, il loro era un canto particolarmente sgradevole e alquanto monotono, che dava la netta impressione che si sarebbe ampliato in un improvviso crescendo. Né la vista della giovane donna stesa sulla grande pietra contribuiva minimamente a deviare il corso dei suoi pensieri.

— Voglio rimanere — dichiarò Duefiori. — Penso che cerimonie come questa si rifanno a una semplicità primitiva che…

— Già, già — disse Scuotivento. — Ma, se proprio vuoi saperlo, quelli stanno per sacrificarla.

L’amico lo guardò esterrefatto.

— Cosa? La uccideranno?

— Sì.

— Perché?

— Non chiederlo a me. Per fare crescere le messi o far sorgere la luna o altro. O forse, più semplicemente, gli piace ammazzare le persone. Eccoti la tua religione.

Si rese conto di un mormorio basso, una sensazione piuttosto che un suono vero e proprio. Sembrava provenire dalla pietra vicina a loro. Sotto la sua superficie guizzavano puntini luminosi, simili a granellini di mica.

Duefiori apriva e chiudeva la bocca.

— Non potrebbero usare semplicemente fiori e bacche e roba del genere? Qualcosa di simbolico?

— No.

— Ci ha mai provato qualcuno?

Il mago sospirò. — Ascolta. Nessun Sommo Sacerdote che si rispetti si darebbe la briga di sobbarcarsi a questa faccenda delle trombe e della processione e delle bandiere e tutto, per poi affondare il suo coltello in un asfodelo e un paio di prugne. Devi fartene una ragione: tutte queste storie a proposito di messi dorate e cicli della natura e così via, si riducono semplicemente al sesso e alla violenza, di solito nel medesimo tempo.

Con sua grande sorpresa, all’amico tremava il labbro inferiore. Certo, lui non si limitava a guardare il mondo attraverso le lenti rosa. Questo il mago lo sapeva. Lo guardava pure attraverso un cervello tinto di rosa, e lo udiva attraverso orecchi anch’essi rosa.

Il canto si andava alzando inesorabile in un crescendo. Il capo dei druidi stava provando il filo della propria falce. E tutti gli occhi erano rivolti al dito di pietra sulle colline innevate oltre il circolo, dove la luna avrebbe fatto la sua comparsa secondo copione.

— È inutile che tu…

Ma Scuotivento parlava da solo.


Comunque, il freddo paesaggio che si stendeva fuori del circolo non era completamente privo di vita. Tanto per cominciare, anche in quel momento si stava avvicinando un gruppetto di maghi, sollecitati da Trymon.

Ma anche una piccola e solitaria figura stava contemplando la scena, al riparo di una delle pietre cadute. Nel cerchio delle pietre, una delle più grandi leggende del Disco osservava gli eventi con notevole interesse.

Vide i druidi disporsi in circolo e cantare, vide il loro capo sollevare la falce…

Udì la voce.

— Sentite! Scusatemi! Posso dire una parola?


Scuotivento si guardò intorno disperato in cerca di una via di scampo. Non ce n’erano. In piedi presso la pietra dell’altare, Duefiori aveva un dito alzato in aria e un’espressione di grande determinazione.

Il mago si ricordò di un giorno in cui l’amico, convinto che un bovaro battesse troppo forte la sua mandria, si era lanciato in un’arringa contro il maltrattamento degli animali. Risultato: lui, Scuotivento, era rimasto a terra pesto e insanguinato.

I druidi guardavano Duefiori con l’espressione riservata di solito alle pecore impazzite o a una pioggia di rane. Il mago non poteva sentire ciò che diceva l’amico, ma qualche frase come "costumi etnici" e "ghiande e fiori" volteggiavano oltre il circolo dei sacerdoti ridotti al silenzio.

Poi delle dita simili a cannucce di formaggio si chiusero sulla bocca del mago, un oggetto estremamente appuntito gli punzecchiò il pomo d’adamo e una voce impastata gli disse all’orecchio sinistro: — Non un sciuono o scei un uomo morto.

Ci mancò poco che gli occhi di Scuotivento gli schizzassero fuori dalle orbite.

— Se non vuoi che parli, come sai che io capisco quello che hai appena detto? — sibilò.

— Chiudi il becco e dimmi che sta fascendo l’altro idiota!

— No, ma senti, se devo chiudere il becco, come posso… — Il coltello puntato alla gola gli inflisse un dolore acuto e lui decise di lasciar perdere la logica.

— Si chiama Duefiori. Non è di queste parti.

— Infatti non scembra. È un tuo amico?

— Tra noi c’è il genere di rapporto odio-odio, sì.

Scuotivento non poteva vedere il suo sequestratore ma sentirlo, gli pareva che avesse il corpo fatto di appendiabiti. Mandava anche un forte odore di menta piperita.

— Quello a ffegato, glielo conscedo. Fa esciattamente sciò che ti dico ed è posscibile che non finiscca con lo stesso intorscinato intorno a una pietra.

— Urrr.

— Vedi, da quesste parti la gente non è molto ecumenica.

Fu in quel momento che la luna, ubbidendo alle leggi della persuasione, si levò. Sebbene, in deferenza alle leggi del calcolo, non lo fece affatto vicino al punto pronosticato dalle pietre.

Ma ciò che faceva capolino tra le nuvole sfrangiate, era una minacciosa stella rossa. Che sovrastava esattamente la pietra più sacra del cerchio e brillava come la scintilla nell’occhiaia della Morte. Era cupa e orribile. E, Scuotivento non poté fare a meno di notarlo, un po’ più grande della notte precedente.

Un grido di orrore si levò dal gruppo dei sacerdoti. Dalle alture intorno la folla si pigiò in avanti, giudicando che la scena prometteva di essere interessante.

Scuotivento sentì che l’impugnatura di un coltello gli veniva fatta scivolare in mano e udì alle sue spalle la voce arrochita dire: — Hai mai fatto prima una coscia del genere?

— Che genere di cosa?

— Irrompere in un tempio, uccidere i sascerdoti, rrubare l’oro e libberare la fansciulla.

— No.

— Si fa coscì.

A nemmeno cinque centimetri dall’orecchio destro di Scuotivento, una voce emise d’improvviso un suono simile al verso del babbuino con una zampa presa in trappola, ingigantito dall’eco di un canyon. E una sagoma piccola ma vigorosa gli sfrecciò accanto.

Alla luce delle torce vide che si trattava di un uomo vecchissimo, del tipo scarno che in genere viene definito "agile", con la testa completamente calva, una barba quasi fino alle ginocchia e un paio di gambe simili a stecchini sulle quali le vene varicose avevano tracciato la pianta stradale di una città di grosse dimensioni. Malgrado la neve, non aveva addosso che un paio di brache di pelle ornato di borchie e un paio di stivali capaci di ospitare senza difficoltà un secondo paio di piedi.

I due druidi più vicini a lui si scambiarono un’occhiata e alzarono le loro falci. Una rapida macchia confusa e i due crollarono a terra contorcendosi di dolore e rantolando.

Nel parapiglia che seguì, Scuotivento scivolò verso la pietra dell’altare, reggendo guardingo il coltello per non attrarre indesiderati commenti. In realtà, nessuno gli prestava molta attenzione. I druidi, in massima parte i più giovani e più muscolosi che non erano fuggiti via dal circolo, si erano radunati intorno al vecchio a discutere del sacrilegio perpetrato verso il cerchio delle pietre. Però, a giudicare dal rumore delle cartilagini spaccate, era il vecchio a condurre il dibattito.

Duefiori osservava la battaglia con interesse. Il mago l’afferrò per la spalla.

— Andiamocene — gli disse.

— Non dovremmo aiutarlo?

— Sono sicuro che saremmo soltanto d’impaccio — rispose in fretta Scuotivento. — Sai com’è, se qualcuno sta a guardarti da sopra le spalle quando hai da fare.

— Almeno dobbiamo liberare la fanciulla — dichiarò l’ometto.

— Va bene, ma sbrighiamoci!

Afferrato il coltello, Duefiori corse all’altare. Dopo vari tentativi maldestri, riuscì a tagliare le corde che legavano la ragazza, la quale si tirò su a sedere e scoppiò in lacrime.

— Va tutto bene… — cominciò l’ometto.

— Bene un corno! — sbottò lei, lanciandogli un’occhiataccia. Aveva gli occhi arrossati. — Perché la gente deve impicciarsi e rovinare tutto? — Si soffiò il naso, risentita, con l’orlo della tunica.

Duefiori, imbarazzato, alzò gli occhi sull’amico.

— Uhm — disse — non credo che tu comprenda bene. Voglio dire, ti abbiamo appena salvata da morte certa.

— Non è facile da queste parti — disse lei. — Cioè, mantenersi… — arrossì e cincischiò nervosamente l’orlo della tunica. — Cioè, essere… non lasciarsi… non perdere le proprie qualifiche…

— Qualifiche? — chiese Duefiori. guadagnandosi la Coppa Scuotivento per la persona più lenta di comprendonio dell’intero multiverso. La ragazza strinse gli occhi.

— A quest’ora potevo trovarmi lassù con la Dea Madre a bere idromele in un boccale d’argento — disse petulante. — Otto anni passati a rimanere a casa il sabato sera buttati al vento!

Fissò Scuotivento con un cipiglio.

Il mago sentì qualcosa. Forse un passo appena udito alle sue spalle, forse un movimento riflesso negli occhi di lei… ma si buttò a terra.

Qualcosa sibilò nell’aria dov’era stato il suo collo e sorvolò la testa pelata di Duefiori. Scuotivento si girò di scatto e vide l’arcidruido prepararsi a sferrare un altro fendente con la sua falce. Non avendo la minima speranza di potere scappare, allungò violentemente un piede in avanti.

Il calcio prese con precisione il druido sulla rotula. L’uomo urlò e lasciò andare la sua arma, per poi cadere subito dopo in avanti. Alle sue spalle, l’ometto dalla lunga barba gli sfilò la spada dal corpo, la pulì con una manciata di neve e disse: — La mia lombaggine mi fa vedere le stelle. Potete portare voi il tesoro.

— Tesoro? — ripeté debolmente Scuotivento.

— Tutte le collane e altra roba. Tutti i monili d’oro. Ne hanno un sciacco. Quando sci disce i preti… Chi è la ragazza?

— Non vuole che la liberiamo — disse Scuotivento.

La ragazza lanciò al vecchio un’occhiata di sfida attraverso il mascara scolato.

— Cazzate — esclamò il vecchietto e con un solo movimento la prese su, barcollò un po’, gridò per l’artrite e cadde a faccia avanti.

Dopo un attimo disse, sempre prono: — Non stare lì impalata, cretina, aiutami ad alzarmi. — Con grande sorpresa di Scuotivento e quasi certamente della ragazza stessa, lei ubbidì.

Il mago, intanto, cercava di fare alzare Duefiori. Aveva sulla tempia un solco che non sembrava troppo profondo, ma l’ometto aveva perso conoscenza, un sorriso vagamente preoccupato stampato sulla faccia, il respiro debole e… strano.

E pareva leggero. Non semplicemente sottopeso, ma senza peso. Era come se il mago tenesse un’ombra.

Ricordò che si diceva che i druidi usassero strani e terribili veleni. Naturalmente, si diceva pure (di solito erano sempre le stesse persone) che gli imbroglioni avessero gli occhi ravvicinati, che il fulmine non colpisce mai due volte nello stesso posto e che se gli dei avessero voluto che gli uomini volassero, li avrebbero forniti di un biglietto aereo. Ma c’era un certo che nella leggerezza dell’amico che spaventava Scuotivento. Lo spaventava terribilmente.

Alzò gli occhi sulla ragazza. Questa si era messa il vecchio in spalla e rivolse al mago un sorrisetto di scusa. Da qualche parte, all’altezza dei reni della fanciulla, una voce disse: — Prescio tutto? Andiamoscene di qui prima che quelli tornino.

Scuotivento si mise l’amico sotto un braccio e trotterellò appresso a loro. Sembrava l’unica cosa da farsi.


In un burrone, a qualche distanza dai cerchi delle pietre, il vecchio aveva un grande cavallo bianco legato a un albero morto. L’animale aveva il mantello liscio e lucente e l’effetto generale di un superbo destriero da battaglia era solo vagamente rovinato dalla ciambella per emorroidi legata alla sella.

— Okay, mettimi giù. Sc’è una bottiglia di linimento nella sciacca della scella, se non ti dispiace…

Scuotivento appoggiò il più delicatamente possibile l’amico contro il tronco di un albero e alla luce della luna (nonché, notò, alla debole luce rossa della nuova stella minacciosa) ebbe per la prima volta l’occasione di guardare bene il suo salvatore.

L’uomo aveva un occhio solo, l’altro era coperto da una benda nera. Il corpo sottile era pieno di cicatrici e tormentato, di solito, dalla tendinite. I suoi denti avevano evidentemente deciso di abbandonarlo da un bel pezzo.

— Chi sei? — domandò.

Gli rispose la ragazza: — Bethan. — Massaggiava la schiena del vecchio con un unguento verde puzzolente. Aveva l’aria di una che, pregata di immaginare quali avvenimenti l’attendessero dopo essere stata liberata dal verginale sacrificio da un eroe dal bianco destriero, probabilmente non avrebbe menzionato il linimento. Ma che, essendo il linimento ciò che dopo tutto l’attendeva, era decisa a mostrare di saperci fare.

— Io volevo dire lui — replicò Scuotivento.

Un occhio lucente come una stella lo fissò.

— Cohen è il mio nome, ragazzo. — Le mani di Bethan si fermarono.

— Cohen? — chiese. — Cohen il Barbaro?

— Lui shtesso.

— Piantala, piantala — esclamò il mago. — Cohen è un tipo grande e grosso, il collo come quello di un toro, muscoli pettorali come un sacco di palloni da football. Voglio dire, lui è il più grande eroe del Disco, divenuto già leggendario in vita. Ricordo che il mio nonnino mi diceva di averlo visto… il mio nonnino mi diceva… Il mio nonnino…

S’impappinò sotto quello sguardo che lo trapassava. — Oh! Oh, certo. Scusami.

Cohen sospirò. — Sci. Proprio cosci, ragazzo. È da una vita che sciono una leggenda.

— Perdinci! — esclamò Scuotivento. — Quanti anni hai di preciso?

— Ottantascette.

— Ma tu eri il più grande! — disse Bethan. — I bardi ancora cantano di te.

Cohen scrollò le spalle e il dolore lo fece gridare.

— Niente royalties per me. — Il vecchio fissò gli occhi sulla neve con aria imbronciata. — Questa è la saga della mia vita. Ottanta anni nella mia professione e che mi resta per dimostrarlo? Mal di schiena, emorroidi, cattiva digestione e scento riscette di minestre. Minestre! Odio le minestre!

Bethan aggrottò la fronte. Minestre?

— Già, minestre — confermò Cohen con aria infelice. — Sciono i denti, vedi. Nessuno ti prende sul scerio, quando non hai più denti, ti dicono "Sciedi vicino al fuoco, nonnetto, e mangia un po’ di mine…". — S’interruppe per guardare il mago. — La tua è una brutta tosce, ragazzo.

Scuotivento distolse gli occhi, incapace di guardare Bethan in faccia. Poi gli si strinse il cuore: Duefiori, appoggiato all’albero, era sempre svenuto, con un’espressione di rimprovero sul viso per quanto gli era consentita nelle circostanze.

Anche Cohen si ricordò di lui. Si alzò in piedi a fatica e gli si avvicinò con passo strascicato. Gli sollevò le palpebre, esaminò la ferita sulla fronte, gli sentì il polso.

— È andato — sentenziò.

— Morto? — Nella mente combattuta del mago, una dozzina di emozioni si levarono in piedi e cominciarono a gridare. Il Sollievo aveva la meglio, quando s’intromise lo Shock e poi lo Sbalordimento, il Terrore e la Perdita si misero a battagliare e la smisero solo quando dalla porta accanto entrò di soppiatto la Vergogna a vedere che diavolo succedeva.

— No — rispose pensieroso Cohen — non esattamente. Soltanto… andato.

— Andato dove?

— Non lo so. Ma credo di sapere chi potrebbe avere una mappa.

Lontano sulla distesa di neve dei puntini rossi brillavano nell’ombra.

— Non è molto distante — asserì il mago che guidava il gruppetto, guardando in una piccola sfera di cristallo.

Dalla schiera dei compagni dietro a lui si levò un borbottio per significare che, per quanto distante fosse Scuotivento, non poteva essere più lontano di un bel bagno caldo, un buon pasto e un comodo letto.

Il mago che chiudeva la marcia si fermò e disse: — Ascoltate!

Ascoltarono. Si udivano i sottili rumori dell’inverno che cominciava a stringere la terra nella sua morsa, uno scricchiolio di rocce, lo scalpiccio soffocato di piccole creature nei loro cunicoli sotto il mantello di neve. In una foresta lontano un lupo ululò, si sentì imbarazzato quando nessuno si unì a lui, e smise. C’era anche il suono argenteo, simile a nevischio, della luce lunare. E anche l’ansimare di una mezza dozzina di maghi che si sforzavano di respirare piano.

— Non sento un bel niente… — cominciò uno.

— Ssst!

— Va bene, va bene…

Poi tutti lo sentirono: un debole scricchiolio lontano, come se qualcosa si muovesse molto rapidamente sulla crosta nevosa.

— Lupi? — disse uno dei maghi. A tutti loro vennero in mente centinaia di magri corpi affamati che avanzavano a balzi nella notte.

— N-no — affermò il capo. — È troppo regolare. Forse è un messaggero?

Adesso lo udivano più forte, un ritmo croccante come di uno che mastica molto in fretta del sedano.

— Lancerò un razzo — disse il capo. Raccolse una manciata di neve, ne fece una palla, la gettò in aria e l’accese con una fiammata di ottarino scaturitagli dalla punta delle dita… Una breve fiammella azzurra.

Una pausa di silenzio. Poi un altro mago proruppe: — Idiota che non sei altro, non vedo un tubo adesso.

Fu quella l’ultima cosa che udirono prima che dall’oscurità venissero urtati con violenza da una cosa dura e rapida che svanì nella notte.

Quando si estrassero a vicenda dalla neve, non scoprirono altro che la traccia lasciata da piccole orme. Centinaia di piccole orme di piedi, molto vicine le une alle altre, che indicavano la direzione attraverso la neve come la luce di un riflettore.


— Una negromante! — disse Scuotivento.

Di là dal fuoco, la vecchia alzò le spalle ed estrasse da una tasca invisibile un pacco di carte da gioco unte.

Malgrado fuori gelasse, dentro la tenda l’atmosfera era simile all’ascella di un fabbro e il mago già sudava abbondantemente. Lo sterco di cavallo era un buon combustibile ma il Popolo dei Cavalli aveva da imparare ancora un sacco sull’aria condizionata. A cominciare da ciò che significava.

Bethan si chinò verso Scuotivento vicino a lei per chiedergli: — Cos’è manto nero?

— Negromanzia. Parlare con i morti — le spiegò lui.

— Oh! — disse lei, vagamente delusa.

La loro cena era consistita di carne di cavallo, formaggio di cavallo, budino nero di cavallo e una birra leggera sulla quale Scuotivento preferì non indagare.

Cohen (al quale avevano dato minestra di cavallo) spiegò che le Tribù del Cavallo delle steppe del Centro erano nate in sella (cosa che a giudizio del mago era un’impossibilità ginecologica). E che quelle tribù erano particolarmente esperte di magia naturale; infatti la vita sulla steppa sterminata ti fa vedere come il cielo combaci a perfezione con la terra tutto intorno al bordo. E ciò naturalmente ispira alla mente pensieri profondi coi "Perché?", "Quando?" e "Perché non proviamo il manzo tanto per cambiare?".

Con un cenno a Scuotivento, la nonna del capotribù dispose le carte davanti a sé.

Come già è stato sottolineato, Scuotivento era il peggior mago del Disco: nessun altro incantesimo voleva rimanergli in mente una volta che l’Incantesimo vi si era insediato, pressappoco come il pesce non resta a ciondolare in uno stagno di lucci. Però il mago aveva ancora il suo orgoglio e ai maghi non garba vedere le donne operare anche la magia più semplice. L’Università Invisibile non aveva mai ammesso le donne, borbottando di problemi con l’impianto igienico. Ma la ragione vera era la paura non dichiarata che, una volta avuto il permesso di pasticciare con la magia, le donne probabilmente si sarebbero dimostrate brave. Cosa assai imbarazzante…

— Comunque, io non credo ai carocchi — mugugnò. — Tutte quelle chiacchiere che i carocchi sarebbero la saggezza distillata dell’universo, sono un mucchio di stupidaggini.

La prima carta, ingiallita dal fumo e accartocciata dall’età, era… Sarebbe dovuta essere la Stella. Ma invece del familiare disco con i suoi piccoli raggi, era diventata un minuscolo punto rosso. La vecchia borbottò e grattò la carta con l’unghia, poi diede un’occhiata penetrante a Scuotivento.

— Io non c’entro niente — disse questi.

La donna voltò l’Importanza di Lavarsi le Mani, l’Otto di Ottogrammi, la Volta del Cielo, lo Stagno di Notte, il Quattro di Elefanti, l’Asso di Tartarughe e… Rincewind se l’era aspettato… la Morte.

Ma anche con la Morte qualcosa era sbagliato. Sarebbe dovuto essere un disegno realistico della Morte sul suo cavallo bianco, e infatti Lei era sempre lì. Ma il cielo era illuminato di rosso e una minuscola figura, appena visibile alla luce delle lampade a grasso di cavallo, veniva giù da una distante collina. Scuotivento non dovette disturbarsi a identificarla, perché dietro a lei c’era una cassa con centinaia di gambette.

Il Bagaglio avrebbe seguito il suo proprietario ovunque.

Il mago guardò Duefiori, una forma indistinta su un mucchio di pelli di cavallo, dall’altra parte della tenda.

— È davvero morto? — chiese. Cohen tradusse per la vecchia, che scosse la testa. Si chinò su una cassetta di legno accanto a lei e prese a frugare tra una collezione di sacchetti e di bottiglie finché non trovò una fiala di liquido verde che versò nella birra di Scuotivento. Lui la fissò sospettoso.

— Lei disce che è una spescie di medicina — gli spiegò Cohen. — Io la berrei, se fosci in te. Queshta gente s’inquieta se uno non ascetta la sua ospitalità.

— Non è che mi fa saltare via la testa? — s’informò il mago.

— Lei disce che è escenziale che tu la bevi.

— Be’, se sei sicuro che è tutto okay. Di certo non può peggiorare il sapore della birra.

Bevve un sorso, conscio di avere gli occhi di tutti fissi su di lui.

— Uhm. In realtà non è proprio ca…


Si sentì prendere e gettare in aria. Solo che, d’altro canto, lui sedeva ancora accanto al fuoco… si vedeva lì, una figura che andava diminuendo nel cerchio della luce che si faceva rapidamente più piccolo. Intorno, le figurine fissavano intente il suo corpo. A eccezione della vecchia. Che guardava dritto a lui, e sogghignava.


Invece i maghi più anziani del Mare Circolare non sorridevano affatto. Si rendevano conto di assistere a un fenomeno del tutto nuovo e spaventevole: un giovane rampante.

In realtà nessuno di loro sapeva di sicuro quanti anni avesse Trymon, ma i suoi radi capelli erano ancora neri e la sua pelle aveva la levigatezza della cera che poteva essere scambiata, alla luce fioca, per il fiore della gioventù.

I sei capi superstiti degli Otto Ordini sedevano intorno al nuovo tavolo, lungo e lucente, in quello che era stato lo studio di Galder Weatherwax e ognuno si chiedeva cosa c’era di preciso in Trymon che faceva venire voglia di prenderlo a calci.

Non era che lui fosse ambizioso e crudele. Gli uomini crudeli erano stupidi: tutti loro sapevano come comportarsi con gli uomini crudeli e sapevano di certo come piegare le ambizioni altrui. Non si rimaneva a lungo un mago dell’Ottavo Livello se non si era esperto in una sorta di judo mentale.

Non era che lui fosse un violento, assetato di potere o particolarmente malvagio. Tutte cose che in un mago non costituivano necessariamente degli svantaggi. In linea di massima, i maghi non erano più malvagi di, diciamo, un comitato del normale Rotary Club. E ognuno, nella professione da lui scelta, era arrivato in alto non tanto per le sue capacità magiche quanto per non essersi dimenticato mai di sfruttare le debolezze dei suoi avversari.

Non era che lui fosse saggio in particolar modo. Ogni mago si considerava un asso in quel campo: era la professione che lo richiedeva.

Non era che lui avesse carisma. Tutti loro riconoscevano il carisma quando ci si imbattevano. E Trymon possedeva il carisma di un uovo di oca.

In effetti, era proprio quello il punto…

Trymon non era affatto buono o cattivo o crudele o eccezionale fn alcun modo, se non uno solo. Cioè innalzare la mediocrità allo stato di una delle belle arti e coltivare una mente arida, spietata e logica come i pendii dell’Inferno.

E lo strano era che ognuno dei maghi, i quali nel corso del loro lavoro avevano incontrato, nella privacy di un ottogramma magico, più di una entità sprizzante fuoco, con le ali di pipistrello e gli artigli di tigre, non avevano mai provato prima la stessa spiacevole sensazione che provavano adesso, dieci minuti dopo, quando Trymon entrò nella stanza.

— Spiacente di essere in ritardo, signori — mentì lui, fregandosi le mani con vivacità. — Ci sono tante cose da fare, tante cose da organizzare. Sono sicuro che sapete com’è.

I maghi si scambiarono un’occhiata di sottecchi mentre Trymon si sedeva a capotavola e sfogliava delle carte con aria affaccendata.

— Che ne è della poltrona del vecchio Galder, quella con i braccioli a forma di leone e le zampe da gallina? — chiese Jiglad Wert. Era sparita, insieme con la massima parte del mobilio familiare, e al suo posto c’erano delle basse poltrone di pelle dall’aria assai comoda fintantoché uno non ci si sedeva per cinque minuti.

— Quella? Oh, l’ho fatta bruciare — rispose Trymon, senza alzare gli occhi.

— Bruciare? Ma era un pezzo magico senza prezzo, una vera…

— Solo un pezzo di robaccia, temo — disse Trymon, con un sorrisetto appena accennato. — Sono sicuro che dei veri maghi non hanno bisogno di roba del genere. Ora se posso avere la vostra attenzione sullo scopo di questa riunione…

— Che cos’è questo foglio? — domandò Jiglad Wert dell’Ordine dell’Occhiolino e intanto sventolava il documento che gli era stato lasciato davanti. E lo sventolava con tanta più forza in quanto la sua poltrona, laggiù nella sua comoda e ingombra torre, era se mai ancora più ornata di quanto fosse stata quella di Galder.

— È un’agenda, Jiglad — rispose paziente Trymon.

— E che sarebbe?

— È semplicemente un elenco delle cose che dobbiamo discutere. È molto facile. Mi dispiace se pensate che…

— Non ne abbiamo mai avuto bisogno prima!

— Forse ne avete avuto bisogno, solo che non ne avete mai usata una — ribatté Trymon, in tono di grande ragionevolezza.

Wert esitò. — Be’, d’accordo — concesse imbronciato e guardando intorno al tavolo in cerca di appoggio — ma che significa qui dove dice… — guardò il foglio più da vicino — "Successore di Greyhald Spold". Sarà il vecchio Rhunlet Vard, no? Sono anni che aspetta.

— Sì, ma è una buona scelta’.’

— Cosa?

— Sono sicuro che tutti ci rendiamo conto dell’importanza della giusta leadership. Ora, Vard è… be’ una persona di valore, naturalmente, a modo suo, ma…

— Non è cosa che ci riguardi — sentenziò uno degli altri maghi. Tutti tacquero.

— Interferire negli affari di un altro Ordine? — disse Wert.

— Certo no — dichiarò Trymon. — Vi suggerisco soltanto che noi potremmo offrire… il nostro consiglio. Ma discuteremo di questo più tardi…

I maghi non avevano mai sentito l’espressione "base di potere", altrimenti Trymon non sarebbe mai riuscito a farcela. Ma la verità è che aiutare gli altri a conquistare il potere, anzi a rafforzare le proprie possibilità, era cosa a loro del tutto estranea. Per loro, ogni mago agiva da solo. Non considerando le entità paranormali ostili, un mago ambizioso aveva parecchio da fare a combattere i suoi nemici nel seno del proprio Ordine.

— Ritengo che adesso dovremmo esaminare il problema di Scuotivento — annunciò Trymon.

— E della stella — aggiunse Wert. — La gente la sta notando, sai.

Intervenne Lumuel Panter, dell’Ordine di Mezzanotte. — Sì, dicono che noi dovremmo fare qualche cosa. Cosa, mi piacerebbe sapere?

— Oh, è facile — asserì Wert. — Dicono che dovremmo leggere l’Octavo. È quello che dicono sempre. Il raccolto è cattivo. Leggete l’Octavo. Le vacche sono malate? Leggete l’Octavo. Gli Incantesimi aggiusteranno tutto.

— Potrebbe esserci del vero in questo — disse Trymon. — Il mio, ehm, predecessore studiava parecchio l’Octavo.

— Come noi tutti, ma a che pro? — obiettò Panter. — Gli Otto Incantesimi devono funzionare insieme. Oh, sono d’accordo, se tutto il resto fallisce, forse potremmo rischiare, ma gli Otto devono essere pronunciati insieme o non pronunciati affatto. E uno di loro si trova nella testa di Scuotivento.

— E noi non riusciamo a trovarlo — concluse Trymon. — È questo il punto, no? Sono sicuro che in privato ci abbiamo provato tutti.

I maghi si guardarono, imbarazzati. Alla fine Wert confessò: — Sì. Va bene. Mettiamo le carte in tavola. A me non riesce di localizzarlo.

— Ho provato anch’io — disse un altro. — Niente.

— Ho mandato i demoni familiari — disse un terzo.

Gli altri si tirarono su. Se la confessione del fallimento era all’ordine del giorno, allora, accidenti, avrebbero dichiarato di avere fallito alla grande.

— È tutto? Io ho mandato i demoni.

— Io ho guardato nello Specchio della Vigilanza.

— La notte scorsa l’ho cercato studiando i Misteri di M’haw.

— Voglio sia chiaro che io ho provato tanto i Misteri che lo Specchio e le viscere di un criceto.

— Io ho parlato agli animali dei campi e agli uccelli dell’aria.

— Qualche risultato?

— Noo.

— Bene, io ho interrogato le ossa stesse del paese e le pietre affondate nella terra e le montagne sovrastanti.

Si fece improvviso un silenzio ostile. Tutti fissarono il mago che aveva parlato. Era Ganmack Treehallet, dei Venerabili Vedenti, il quale si agitò a disagio sulla sua poltrona.

— Sì, mettendoti i campanelli, immagino — disse uno.

— Non ho detto che abbiano risposto, no?

Trymon li guardò uno a uno.

Io ho mandato qualcuno a trovarlo — annunciò.

Wert sbuffò sprezzante. — La cosa non ha funzionato molto bene le ultime due volte, non ti pare?

— È successo perché contavamo sulla magia, ma è ovvio che in qualche modo Scuotivento si nasconde dalla magia. Ma non può nascondere le sue orme.

— Hai incaricato un perlustratore?

— Per modo di dire.

— Un eroe? — Wert riuscì a dare a quell’unica parola un enorme significato. Nello stesso tono di voce, in un altro universo, un meridionale avrebbe detto "un maledetto yankee".

I maghi guardavano Trymon, a bocca aperta.

— Sì — disse questi calmo.

— Con quale autorità? — domandò Wert.

Trymon girò verso di lui i suoi occhi grigi. — La mia. Non me ne occorreva un’altra.

— È… è assolutamente irregolare! Da quando i maghi hanno avuto bisogno d’ingaggiare gli eroi per fare il lavoro al loro posto?

— Da quando i maghi hanno scoperto che la loro magia non funzionava — replicò Trymon.

— Un contrattempo passeggero, niente di più.

Trymon si strinse nelle spalle. — Può essere, ma ci manca il tempo per scoprirlo. Provatemi che ho torto. Trovate Scuotivento con i demoni o parlando agli uccelli. Quanto a me, ho intenzione di essere saggio. E i saggi fanno ciò che richiedono i tempi.

E cosa risaputa che guerrieri e maghi non vanno d’accordo. Questi ultimi considerano gli altri una manica di idioti assetati di sangue, incapaci di camminare e parlare allo stesso tempo; mentre i primi sono per natura sospettosi di una corporazione di uomini che borbottano parole incomprensibili e indossano lunghe vesti. Oh, dicono i maghi, se noi siamo così, che dire di tutti quei collari borchiati e muscoli oleati giù all’Associazione Pagana dei Giovani? Al che gli eroi ribattono che è una bella asserzione da farsi da parte di un’accolta di mollaccioni i quali non si avvicinano a una donna con il pretesto (lo credereste?) di essere in qualche modo privati del loro potere mistico. Giusto, dicono i maghi, è proprio così, voi e le vostre palle in bella mostra. Oh sì, dicono gli eroi, perché voi non…

E via di questo passo. Roba del genere è andata avanti da secoli ed ha originato una quantità di tremende battaglie che hanno lasciato inabitabili grandi porzioni di terra a causa delle frequenze magiche.

In realtà, l’eroe che in quello stesso momento galoppava verso le Pianure del Vortice non s’impicciava in una simile discussione, primo perché non la prendeva sul serio. Ma principalmente perché quel particolare eroe era un’eroina. Una dai capelli rossi.

Ora, arrivati a questo punto, c’è la tendenza a guardare da sopra la spalla dell’artista che disegna la copertina e cominciare a dilungarsi su cuoio, stivali fino alla coscia e lame nude.

Parole come "pieno", "rotondo" e perfino "provocante" s’insinuano nel racconto finché lo scrittore è costretto a farsi una doccia fredda e stendersi.

Il che è piuttosto sciocco. Infatti, ogni donna che si accinge a guadagnarsi la vita con la spada, non se ne va in giro con l’aspetto di una ragazza in mostra sulla copertina del catalogo dell’ultimo tipo di biancheria intima per il compratore specializzato.

Oh, va bene. È necessario precisare il fatto che, sebbene Herrena, la Rossa Harridan, diventerebbe davvero una bomba dopo un buon bagno, una manicure come si deve e la miglior scelta di aggeggi in cuoio del negozio di Articoli Esotici Orientali di Woo Hun Ling e in quello di Arti Marziali di Via degli Eroi, di solito lei vestiva comodamente con una leggera cotta di maglia e morbidi stivali e portava una corta spada.

Va bene, forse gli stivali erano di cuoio. Ma non neri.

Cavalcava con lei un gruppetto di uomini dalla pelle scura, i quali saranno comunque uccisi fra non molto tempo; pertanto probabilmente una descrizione non è essenziale. Nessuno di loro presentava nulla di provocante.

Sentite, se vi piace, possono pure essere vestiti di pelle.

Herrena non era troppo soddisfatta di loro, ma essi erano tutto ciò che si trovava da ingaggiare a Morpork. Molti cittadini abbandonavano il luogo per dirigersi verso le colline, per paura della nuova stella.

Herrena, però, si dirigeva anch’ella verso le colline per un diverso motivo. A poca distanza dalle Pianure si innalzavano le nude montagne Ossa di Troll. Herrena, che per molti anni si era avvalsa delle opportunità offerte a una donna in grado di far fischiare una spada, si fidava del suo istinto.

Quello Scuotivento, quale lo aveva descritto Trymon, era un pavido, e ai pavidi piace nascondersi. A ogni modo, le montagne erano molto lontane da Trymon e, malgrado questi fosse attualmente il suo datore di lavoro, la cosa rendeva Herrena molto felice. C’era un che nei modi di quell’uomo che le faceva prudere i pugni.


Scuotivento sapeva che avrebbe dovuto avere una gran paura, ma gli riusciva difficile. E ciò perché, sebbene lui non se ne rendesse conto, emozioni come panico, terrore e collera hanno tutte a che fare con la roba che circola nelle glandole. E le glandole di Scuotivento erano ancora tutte al loro posto.

Era difficile dire con sicurezza dove si trovasse il suo corpo reale. Ma, se abbassava lo sguardo, scorgeva nell’oscurità circostante una sottile linea azzurra snodarsi da quella che, per amore della propria sanità mentale, lui definiva ancora la sua caviglia. E pareva ragionevole supporre che il suo corpo si trovasse all’altro capo.

Non era un corpo particolarmente buono, sarebbe stato lui il primo ad ammetterlo, ma una o due delle sue parti avevano per lui un valore sentimentale. E gli venne fatto di pensare che, se la sottile linea azzurra si spezzava, lui avrebbe dovuto trascorrere il resto della sua vi… della sua esistenza a ciondolare intorno ai tavolini per sedute spiritiche e a fingere di essere le ziette defunte della gente e tutte le altre cose che le anime perse fanno per passare il tempo.

L’orrore di una simile prospettiva lo terrorizzò talmente che a stento sentiva i piedi toccare terra. O almeno una qualche terra. Decise che quasi sicuramente non era la terra che, per quanto ricordava, non era nera e non ruotava in modo così sconcertante.

Si guardò in giro.

Montagne spoglie e aguzze si levavano intorno a lui in un cielo gelido punteggiato di stelle crudeli, stelle che non figuravano in nessuna carta celeste del multiverso. Ma proprio in mezzo a loro c’era un malevolo disco rosso. Scuotivento rabbrividì e distolse lo sguardo. Davanti a lui il terreno declinava ripido e il vento sussurrava tra le rocce spaccate dal gelo.

Sussurrava davvero. Mentre turbini grigi gli afferravano la tunica e gli tiravano i capelli, a Scuotivento parve udire delle voci, deboli e lontane, che dicevano frasi come: "Sei sicuro che nello stufato ci fossero i funghi? Mi sento un po’…" e "Se ti sporgi da qui c’è una bella vista…" e "Non fare storie, è solo un graffio…" e "Guarda dove punti l’arco, hai quasi…" e così via.

Il mago andava barcollando giù per il pendio, tappandosi le orecchie con le mani, finché non contemplò uno scenario che a pochissimi uomini viventi è dato vedere.

Il terreno si abbassava all’improvviso fino a diventare un’ampia gola larga oltre un chilometro, nella quale soffiava, in un vasto bisbiglio riecheggiante, il vento delle anime dei morti. Sembrava come se il Disco stesso stesse respirando. Ma sopra la gola profonda si levava uno stretto sperone roccioso che terminava in un pianoro del diametro di una quarantina di metri.

Lassù c’era un giardino, con orti e aiuole fiorite e un piccolo cottage nero.

Un sentierino conduceva in cima.

Scuotivento si voltò a guardare: la lucente linea azzurra era ancora lì.

E così pure il Bagaglio.

Accovacciato sul sentiero, che lo osservava.

Scuotivento non era mai andato d’accordo con il Bagaglio, che gli aveva sempre dato l’impressione di disapprovarlo. Ma almeno per quella volta, non lo fissava minaccioso. Il suo era piuttosto uno sguardo patetico, come quello di un cane che, tornato a casa dopo essersi piacevolmente rotolato nello sterco di vacca, scoprisse che la famiglia era partita per un altro continente.

— Va bene — gli disse il mago. — Vieni qui.

Il Bagaglio allungò le gambette e lo seguì su per il sentiero.

Scuotivento si era immaginato di trovare il giardino pieno di fiori appassiti. Invece era ben tenuto e chiaramente era stato piantato da qualcuno amante dei colori, sempre che questi fossero viola scuro, nero come la notte o bianco come un sudario. Enormi gigli profumavano l’aria. C’era una meridiana con uno gnomone piantato nel mezzo di un prato falciato di fresco.

Scuotivento, con il Bagaglio sempre alle calcagna, percorse un sentiero di schegge di marmo che lo condusse alla parte posteriore del cottage, e aprì una porta.

Al di sopra della sacchetta per foraggio sospesa al loro muso, lo fissavano quattro cavalli. Bestie in carne e ossa, tra le meglio accudite che il mago avesse mai visto. Un grosso animale bianco aveva un box tutto per sé e sulla porta erano sospesi finimenti neri e d’argento. Gli altri tre cavalli, legati a una mangiatoia sulla parete di fronte, come se i visitatori fossero appena arrivati, lo guardarono con vaga curiosità animalesca.

Il Bagaglio gli urtò una caviglia. Scuotivento si girò di scatto e sibilò: — Pussa via, tu!

Quello indietreggiò, con aria contrita.

Il mago andò in punta di piedi alla porta in fondo e l’aprì con cautela. Dava su un corridoio lastricato di pietre, che si apriva a sua volta su un vasto ingresso.

Scuotivento avanzò strisciando contro la parete. Dietro a lui il Bagaglio si alzò sulla punta dei piedini e saltellò in avanti nervosamente.

Quanto all’ingresso…

Be’ non era il fatto che fosse notevolmente più grande di quanto l’intero cottage gli fosse sembrato dall’esterno, che turbava Scuotivento. Come andavano le cose in quei giorni, lui si sarebbe fatto una risata sarcastica se gli avessero detto che era impossibile versare due pinte in un boccale da una sola. E non era nemmeno lo stile, cripta primitiva, con una quantità di drappi neri.

Era l’orologio. Molto grande, occupava lo spazio tra due scale di legno semicircolari, coperte da cose scolpite che gli uomini normali vedono soltanto in preda agli effetti di sostanze allucinogene.

L’orologio aveva un pendolo molto lungo. E il pendolo oscillava con un lento tic-tac che faceva arrotare i denti al mago. Era infatti quel genere di ticchettio intenzionale e irritante, deciso a chiarirti senza ombra di dubbio che ogni tic e ogni tac si portava via un altro secondo della tua vita. Quel genere di suono che ti suggeriva esplicitamente che, da qualche parte, in un’ipotetica clessidra, altri granelli di sabbia ti sfuggivano da sotto i piedi.

Inutile dire che sul pendolo il peso era a lama di coltello e affilato come un rasoio.

Scuotivento si sentì battere nelle reni e si voltò arrabbiato.

— Senti, figlio di una valigia, ti ho detto…

Non era il Bagaglio. Era una giovane donna… capelli argentei, occhi argentei, e piuttosto sconcertata.

— Oh! Uhm. Salve! — esclamò il mago.

— Sei vivo? — chiese lei. Aveva una voce che si associa agli ombrelloni da spiaggia, olio abbronzante e bibite ghiacciate.

— Be’, spero — rispose Scuotivento. Si chiedeva se le sue glandole se la spassavano, ovunque fossero. — A volte non ne sono così sicuro. Che cos’è questo posto?

— Questa è la casa della Morte.

— Ah! — Si passò la lingua sulle labbra secche. — Bene, piacere di averti incontrata. Credo che dovrei proseguire…

Lei batté le mani. — Oh, non devi andartene. Non ci capita spesso di avere qui dei vivi. I morti sono così noiosi, non credi?

— Uh, sì — convenne con fervore il mago, con un’occhiata alla porta. — Non molta conversazione, immagino.

— Dicono sempre "Quand’ero vivo…" e "Ai giorni miei si sapeva davvero respirare". — Gli posò sul braccio una piccola mano bianca e gli sorrise. — E poi sono così abitudinari. Per niente divertenti. Così formali.

— Rigidi? — suggerì Scuotivento. Lei lo stava spingendo verso un varco nella parete.

— Assolutamente. Come ti chiami? Io mi chiamo Ysabel.

— Ehm, Scuotivento. Scusami, ma se questa è la casa della Morte, cosa ci fai qui? A me non sembra che tu sia morta.

— Oh, io vivo qui. — Lo fissò con attenzione. — Dico, non sarai venuto a liberare il tuo amore perduto, vero? È una cosa che fa sempre irritare Mammina. Menomale, dice, che lei non dorme mai perché, se lo facesse, sarebbe tenuta sveglia dal calpestio dei giovani eroi che vengono quaggiù per riportare indietro un mucchio di sciocchine, dice.

— È un continuo, vero? — fu il debole commento del mago, mentre camminavano lungo un corridoio tappezzato di nero.

— Tutto il tempo. Per me, è molto romantico. Solo che, quando si lascia questo posto, è molto importante non guardarsi indietro.

— Perché no?

Lei alzò le spalle. — Non lo so. Forse la vista non è molto bella. Tu sei un eroe?

— Uhm, no. Non proprio. Affatto, in realtà. Anzi, anche meno. Sono venuto soltanto in cerca di un mio amico — aggiunse, disperato. — Suppongo che tu non l’abbia visto? Un ometto grasso, chiacchiera un sacco, porta gli occhiali, veste in modo buffo.

Mentre parlava, si rese conto che forse gli era sfuggito qualcosa di vitale importanza. Chiuse gli occhi e tentò di ricordarsi degli ultimi minuti di conversazione. Poi fu come lo colpissero con un sacchetto di sabbia.

Mammina?

La ragazza abbassò pudicamente gli occhi. — A dire la verità, sono adottata. Lei mi ha trovata quand’ero piccola, dice. Era tutto molto triste. — Si rasserenò. — Ma vieni a conoscerla… questa sera ha degli amici. Sono sicura che la interesserà vederti. Non frequenta molta gente. E in effetti nemmeno io — aggiunse.

— Scusami — disse Scuotivento. — Ho capito bene? Stiamo parlando della Morte, sì? Alta, magra, orbite vuote, abile con la falce?

Lei sospirò. — Sì, il suo aspetto è contro di lei, temo.

Mentre era vero (come già è stato detto) che Scuotivento stava alla magia come una bicicletta a un calabrone, nondimeno conservava un privilegio accordato ai praticanti della sua arte. Cioè che, in punto di morte, la Morte stessa sarebbe andata a reclamarlo (invece d’incaricare del lavoro una minore personificazione antropomorfica mitologica, come succede di solito). In gran parte a causa dell’inefficienza, più volte Scuotivento non era morto al momento giusto. E se c’è una cosa che alla Morte non piace è la mancanza di puntualità.

— Senti, immagino che il mio amico se n’è andato in giro da qualche parte — disse il mago. — Lo fa sempre, è la sua vita, piacere di averti conosciuta, devo andare…

Ma la ragazza si era già fermata davanti a un’alta porta, ricoperta di velluto viola. Dall’altra parte si sentivano delle voci… voci soprannaturali. Il genere di voci impossibili da riprodurre da una normale tipografia. Almeno finché qualcuno non fabbrica una linotype con eco-riverbero e, possibilmente, caratteri come bava di lumaca.

Ecco ciò che dicevano le voci:

— TI DISPIACEREBBE SPIEGARLO DI NUOVO?

— Be’, a meno che non rispondi con un atout, Sud metterà giù i suoi due atout, perdendo solo una Tartaruga, un Elefante e una Arcana Maggiore, poi…

— Quello è Duefiori! — sibilò Scuotivento. — Riconoscerei quella voce ovunque!

— ASPETTA UN MINUTO… SUD È LA PESTILENZA?

Oh, dai, Mort. L’ha già spiegato. E se la Fame avesse risposto, come si dice, con una carta dello stesso seme? - Era una voce un po’ affannosa, umidiccia, di per sé già contagiosa.

— Ah, allora avresti potuto giocare con una Tartaruga invece di due — rispose con entusiasmo Duefiori.

— Ma se la Guerra avesse scelto un atout dichiarato all’inizio, allora il contratto sarebbe sceso a due?

— Esatto!

— OUESTO NON L’HO AFFERRATO BENE, RIPETIMI LA FACCENDA DELLE OFFERTE PSICHICHE, CREDEVO DI AVERLO CAPITO. — Era una voce greve e cavernosa, simile al cozzo di due grossi pezzi di piombo.

— Succede quando si fa un’offerta per ingannare gli avversari, ma naturalmente potrebbe causare dei problemi al tuo compagno…

La voce di Duefiori andava avanti col suo solito entusiasmo. Scuotivento guardava Ysabel con aria perplessa mentre gli giungevano attraverso il pannello di velluto parole come "supercontrare". "trattenuta doppia" e "grande slam".

— Tu ci capisci niente? — gli chiese lei.

— Nemmeno una parola.

— Sembra terribilmente complicato.

Dall’altra parte della porta la voce greve disse: — MAI DETTO CHE GLI UMANI GIOCANO A QUESTO PER DIVERTIMENTO?

— Certi diventano molto bravi a questo gioco, sì. Io sono soltanto un dilettante, temo.

— MA VIVONO SOLO OTTANTA O NOVANTA ANNl!

— Tu dovresti saperlo, Mort. — Era una voce che il mago non aveva intesa prima e che certo non avrebbe mai desiderato udire di nuovo, specie dopo il calar della notte.

È sicuramente mollo… intrigante.

— DISTRIBUISCI ANCORA IL CARTE E VEDIAMO SE HO CAPITO COME SI FA.

— Credi che dovremmo entrare? — domandò Ysabel.

Una voce dietro la porta disse: — DICHIARO… IL FANTE DI TERRAPINS.

— No, scusa. Sono sicuro che ti sbagli, fammi dare un’occhiata alla tua…

Ysabel spalancò la porta.

Il locale era, in effetti, uno studio simpatico, forse un po’ sul tetro, creato in una giornata cattiva da un arredatore afflitto da emicrania e dalla mania di mettere grandi clessidre su ogni superficie piana nonché un sacco di grosse candele gialle e gocciolanti di cui voleva disfarsi.

La Morte del Disco era una persona tradizionalista che si vantava dei propri servizi e passava la maggior parte del tempo in depressione perché la cosa non veniva apprezzata. Lei argomentava che nessuno temeva la morte in se stessa, ma soltanto il dolore e la separazione e l’oblio. E che era affatto irragionevole prendersela con una semplicemente perché aveva le orbite vuote ed era fiera del proprio lavoro. Lei usava ancora una falce, faceva notare, mentre da un pezzo le Morti degli altri mondi avevano investito in mietitrebbiatrici.

La Morte sedeva a un lato di un grande tavolo coperto di panno nero al centro della stanza e discuteva accalorata con la Fame, la Guerra e la Pestilenza. Duefiori fu l’unico ad alzare gli occhi e a scorgere Scuotivento.

— Ehi, come hai fatto a venire qui? — domandò.

— Be’, certi dicono che il Creatore ha preso una manciata… oh, capisco, be’, è difficile da spiegare ma io…

— Hai portato il Bagaglio?

La cassa di legno scansò il mago e andò a mettersi davanti al suo proprietario. Questi aprì il coperchio e frugò dentro finché non tirò fuori un libricino rilegato in pelle e lo tese alla Guerra, che batteva sul tavolo il pugno guantato di ferro.

— È il Manuale delle Leggi del Contratto — disse l’ometto. — È eccellente, contiene un sacco di cose sulle varie regole e su come…

La Morte afferrò il libretto con una mano ossuta e si mise a sfogliare le pagine, del tutto dimentica della presenza dei due uomini.

— GIUSTO — affermò. — PESTILENZA, APRI UN ALTRO MAZZO DI CARTE. NE VERRO A CAPO ANCHE A COSTO DI MORIRE, FIGURATIVAMENTE PARLANDO, È LOGICO.

Scuotivento afferrò Duefiori e lo trascinò fuori della stanza. Corsero giù per il corridoio con il Bagaglio che li seguiva al galoppo.

— Che cosa stava succedendo? — chiese all’amico.

— Be’, loro hanno un sacco di tempo disponibile e ho pensato che avrebbe potuto divertirli — ansimò Duefiori.

— Cosa? Giocare a carte?

— È un gioco speciale. Si chiama… — Duefiori esitò. Il linguaggio non era il suo forte. — Nella tua lingua si chiama una cosa che si mette attraverso un fiume, per esempio — concluse. — Credo.

— Acquedotto? — osò Scuotivento. — Lenza? Chiusa? Diga?

— Sì, può darsi.

Giunsero all’atrio dove il grosso orologio scandiva via i secondi dalle vite del mondo.

— E per quanto tempo pensi che questo li terrà occupati?

Duefiori ci rifletté: — Non ne sono sicuro. Probabilmente fino a che l’ultimo atout… che orologio straordinario…

— Non provarti a comperarlo — io consigliò l’amico. — Non credo che da queste parti l’apprezzerebbero.

— Dov’è qui, di preciso? — domandò Duefiori. Fece cenno al Bagaglio di avvicinarsi e aprì il coperchio.

Scuotivento si guardò in giro. L’atrio era scuro e deserto, le finestre alte e strette arabescate di ghiaccio. Abbassò gli occhi. Ecco la tenue linea azzurra che si dipanava dalla sua caviglia. Ora vedeva che anche Duefiori ne aveva una.

— In certo modo siamo informalmente morti — rispose. Era il meglio che gli riuscì di mettere insieme.

— Oh! — Duefiori non smise di frugare.

— La cosa non ti turba?

— Be’, alla fine le cose si aggiustano, non ti pare? Comunque, io credo fermamente nella reincarnazione. In che cosa ti piacerebbe di rinascere?

— Io non voglio andarmene — dichiarò il mago. — Forza, andiamocene da… Oh, no! Non quella.

Dalle profondità del Bagaglio l’ometto aveva estratto una scatola. Era larga e nera con una maniglia da un lato, una finestrella rotonda sul davanti e una cinghia per mettersela al collo, cosa che Duefiori fece.

C’era stato un tempo in cui a Scuotivento l’iconoscopio piaceva molto. Lui era convinto, contro ogni esperienza, che fondamentalmente il mondo fosse comprensibile e che gli sarebbe bastato equipaggiarsi con la giusta portautensili mentale per staccarne il retro e vedere come funzionava. L’iconoscopio non scattava le immagini facendo battere la luce su una carta trattata in modo speciale, come lui aveva immaginato. Ma con un metodo molto più semplice, quello d’imprigionare un diavoletto dotato di senso del colore e di una mano svelta con un pennello. Scoprirlo lo aveva molto scosso.

— Non hai tempo per prendere delle immagini! — sibilò.

— Non ci vorrà molto — replicò Duefiori e batté ripetuti colpetti sul lato della scatola. Si aprì una porticina e il diavoletto sporse fuori la testa.

— Che diavolo! — esclamò. — Dove siamo?

— Non importa — disse il turista. — Per prima cosa l’orologio.

Il demone aguzzò gli occhi. — La luce è poca — decretò. — Tre dannati anni a f8, se vuoi sapere come la penso. — Richiuse la porta con un tonfo. Un attimo dopo si udì il debole rumore del suo sgabello che veniva trascinato davanti al cavalletto. Scuotivento digrignò i denti.

— Non hai bisogno di prendere le immagini — urlò. — Ti basterebbe ricordartele!

Duefiori restò calmo. — Non è lo stesso.

— È meglio! Più reale!

— Invece no. Negli anni a venire, quando siederà accanto al fuoco…

— Ci rimarrai seduto per sempre se non ce ne andiamo da qui!

— Oh, spero che non ve ne andiate.

Si girarono. Ysabel, in piedi sulla soglia, sorrideva debolmente. Reggeva in mano una falce, una falce dalla lama proverbialmente tagliente. Il mago cercò di non abbassare gli occhi per guardarsi la traccia azzurra della vita. Una ragazza con la falce non avrebbe dovuto sorridere in quel modo sgradevole, intenzionale e un po’ folle.

— In questo momento Mammina sembra un po’ preoccupata, ma sono sicura che non si sognerebbe mai di lasciarvi andare in questo modo. Inoltre — aggiunse — non ho nessuno con cui parlare.

— Questa chi è? — domandò Duefiori.

— Diciamo che vive qui — borbottò il mago. — È, uhm, una ragazza.

Afferrò l’amico per la spalla e cercò di avanzare impercettibilmente verso la porta nel giardino buio e freddo. Non funzionò. In massima parte perché Duefiori non era persona da afferrare al volo le sottigliezze di espressione e poi perché era persuaso che nulla di male lo riguardasse.

— Incantato — disse. — Un posto molto carino, il suo. Interessante effetto barocco con le ossa e i teschi.

Ysabel sorrise.

Scuotivento pensò: "Se mai la Morte le lascia l’industria di famiglia, la ragazza se la caverà meglio di lei… è svitata". A voce alta disse: — Sì, ma dobbiamo andare.

— Non voglio sentirne parlare — protestò lei. — Dovete restare e raccontarmi di voi. C’è un sacco di tempo ed è così noioso qui.

Con un balzo laterale, vibrò la falce per colpire due tracce lucenti. L’arnese tagliò l’aria con un miagolio simile a quello di un gatto castrato… e si fermò di botto.

Lo scricchiolio del legno. Il Bagaglio aveva richiuso di scatto il coperchio sulla lama.

Duefiori guardò stupefatto Scuotivento. E il mago, con grande deliberazione e una certa soddisfazione, lo colpì al mento. L’ometto stava per cadere all’indietro, lui lo acchiappò, se lo mise in spalla e corse fuori.

Nel giardino illuminato dalle stelle, dei rami lo staffilavano ed esseri piccoli e pelosi, probabilmente orribili, sgattaiolavano via mentre lui pistava con tutte le forze seguendo la debole linea vitale che luccicava arcana sull’erba gelata.

Dal cottage alle sue spalle venne un grido acuto di delusione e di rabbia. Poco mancò che il mago andasse a sbattere contro un albero, ma non si arrestò.

Ricordava che da qualche parte c’era un sentiero. Ma in quell’intrico di luce argentea e di ombre, tinteggiato ora di rosso, via via che la nuova e terribile stella faceva sentire la sua presenza perfino agli inferi, niente sembrava giusto. Comunque, la linea vitale pareva andasse proprio nella direzione sbagliata.

Scuotivento sentì dietro di sé il rumore di passi. Ansimava dallo sforzo. Ma il rumore sembrava quello del Bagaglio, e in quel momento lui non desiderava davvero incontrare il Bagaglio, al quale potevano essere venute delle idee sbagliate sul fatto che lui aveva colpito il suo padrone. E in genere il Bagaglio azzannava le persone che non gli piacevano. Il mago non aveva mai avuto il coraggio di chiedere dove quelle andassero quando il pesante coperchio si richiudeva sopra di loro. Quel che è certo è che, quando si riapriva, dentro non c’erano.

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