Walter M. Miller Jr. Un cantico per Leibowitz

PARTE PRIMA FIAT HOMO

1

Frate Francis Gerard dello Utah non avrebbe mai scoperto, probabilmente, i documenti benedetti, se non fosse stato per il pellegrino dai lombi cinti che apparve al giovane novizio durante il digiuno quaresimale nel deserto.

Mai, prima di allora, frate Francis aveva visto un pellegrino dai lombi cinti, ma quella fu proprio una prova di buonafede che lo convinse non appena si fu ripreso dall'agghiacciante effetto dell'apparizione del pellegrino all'orizzonte, come una tremolante iota nera nel riverbero scintillante del calore. Privo di gambe e con un capo minuscolo, la iota si materializzò dalla lucentezza di specchio della strada dissestata e sembrò avvicinarsi vibrando più che camminando, inducendo frate Francis ad afferrare stretto il crocifisso del suo rosario e a mormorare un paio di Ave Maria. La iota faceva pensare a una minuscola apparizione evocata dai demoni del calore che torturavano la terra a mezzogiorno, quando ogni essere vivente che si trovava nel deserto — ad eccezione delle poiane e di pochi eremiti come Francis — giaceva immobile nel suo covo o si nascondeva dietro una roccia per ripararsi dalla ferocia del sole. Soltanto una cosa mostruosa, una cosa preternaturale, o una cosa dallo spirito corrotto poteva scendere deliberatamente lungo quella pista, a mezzogiorno, in quel modo.

Frate Francis aggiunse una frettolosa preghiera a San Raul il Ciclopeo, protettore dei malnati, invocando il suo aiuto contro gli infelici protetti dal santo. Perché, chi non sapeva che in quei giorni v'erano molti mostri sulla Terra? Ciò che nasceva vivo e vitale doveva, secondo la legge della Chiesa e della Natura rimanere vivo ed essere aiutato a raggiungere la maturità, se possibile, da coloro che lo avevano generato. Non sempre la legge era rispettata, ma lo era pur sempre in misura sufficiente da permettere l'esistenza di una popolazione sparsa di mostri adulti, che spesso sceglievano per i loro vagabondaggi le più remote tra le terre deserte, dove la notte si aggiravano attorno ai fuochi dei viaggiatori della prateria. Ma alla fine la iota uscì dalle colonne d'aria riscaldata nell'aria limpida, dove diventò manifestamente un pellegrino lontano; frate Francis lasciò andare il crocifisso con un piccolo amen.

Il pellegrino era un vecchio magrissimo con un bastone, un cappellaccio, una barba ispida, e un otre appeso alla spalla. Masticava e sputava con eccessivo gusto per essere una apparizione, e sembrava troppo fragile e sparuto per essere un bandito. Tuttavia Francis si scostò lentamente dalla linea di visuale del pellegrino e si accosciò dietro un mucchio di pietre, da dove poteva osservare senza essere visto. Gli incontri fra estranei nel deserto, sebbene fossero rari, erano occasione di reciproco sospetto, ed erano contraddistinti da preparazioni iniziali da ambo le parti, in attesa di un episodio che si dimostrasse cordiale od ostile.

Era difficile che un laico o uno straniero percorresse la vecchia strada che passava accanto all'abbazia: questo non accadeva più di tre volte all'anno, nonostante l'oasi che consentiva l'esistenza di quella abbazia e che avrebbe trasformato il monastero in un naturale ospizio per i viandanti se quella strada non fosse stata una strada che veniva dal nulla e puntava verso il nulla, secondo il concetto dei viaggi di quei tempi. Forse, in età più antiche, quella strada era stata una porzione della via più breve dal Grande Lago Salato alla Vecchia El Paso: a sud dell'abbazia intersecava una striscia molto simile, di pietra spezzata, che puntava verso est e verso ovest. Il crocicchio era consunto dal tempo… ma non dall'uomo, almeno in tempi recenti.

Il pellegrino avanzò fino a giungere a portata di voce, ma il novizio rimase nascosto dietro il mucchio di macerie. I lombi del pellegrino erano veramente cinti con un pezzo di canovaccio sudicio che era il suo unico indumento, a eccezione del cappello e dei sandali. Avanzava ostinato, con mosse meccaniche, aiutando la gamba invalida con il pesante bastone. La sua andatura ritmica era quella di un uomo che aveva percorso molta strada e ne aveva ancora molta davanti a sé. Ma, entrando nella zona coperta dalle antiche rovine, si fermò per guardarsi intorno.

Francis si chinò.

Non c'era ombra fra i mucchi di macerie, là dove un tempo era sorto un gruppo di edifici antichisssimi, ma qualcosa delle pietre più grosse poteva offrire un po' di frescura ad alcune parti dell'anatomia dei viaggiatori che conoscevano la strada del deserto come aveva dimostrato di conoscerla il pellegrino. Cercò per alcuni istanti una pietra di proporzioni adatte. Frate Francis osservò, con approvazione, che il pellegrino non afferrava la pietra per rovesciarla avventatamente: invece si fermò a qualche passo e, usando il bastone come leva e una pietra più piccola come fulcro, sollevò quella più grande fino a che l'inevitabile creatura sibilante che era nascosta lì sotto uscì strisciando. Il viandante uccise spassionatamente il serpente con il bastone e ne gettò da parte la carcassa che ancora si contorceva. Dopo aver eliminato l'occupante della fresca fessura che stava sotto la pietra, il pellegrino la rovesciò. Poi, sollevando la parte posteriore della tela che gli fasciava i lombi, posò le natiche avvizzite sulla parte inferiore, relativamente fresca, della pietra, si tolse scalciando i sandali e premette le piante dei piedi contro ciò che era stato il fondo sabbioso della fresca depressione. Così ristorato, agitò le dita, sorrise con la bocca sdentata e cominciò a mormorare una melodia. Dopo un po', stava cantando una specie di lamentosa cantilena in un dialetto che il novizio non conosceva. Stanco di starsene acquattato, frate Francis si agitò, irrequieto.

Mentre cantava, il pellegrino aprì un involto che conteneva una galletta e un pezzo di cacio. Poi smise di cantare e si alzò per un attimo a dire, sommessamente, nel vernacolo della regione: "Benedetto sia Adoni Elohim, Re di Tutto, che fa crescere il pane dalla terra" con una strascicata voce nasale. Poi tornò a sedersi e cominciò a mangiare.

Il viandante veniva certo da molto lontano pensò frate Francis, che non conosceva vicino alcun reame governato da un monarca con un nome così poco familiare e con pretese tanto strane. Il vecchio faceva un pellegrinaggio di penitenza, azzardò frate Francis… forse al santuario dell'abbazia, sebbene il "santuario" non fosse ancora ufficialmente un santuario, e il suo "santo" non fosse ancora ufficialmente un santo. Frate Francis non riusciva a trovare altra spiegazione per la presenza del vecchio viandante su quella strada che non conduceva in alcun luogo.

Il pellegrino era occupato con il pane e il formaggio, e il novizio diventava sempre più irrequieto, via via che la sua ansia svaniva. La regola del silenzio per i giorni del digiuno quaresimale non gli permetteva di conversare volontariamente con il vecchio, ma se avesse lasciato il suo nascondiglio dietro il mucchio di macerie prima che il vecchio si allontanasse, certamente sarebbe stato visto o sentito dal pellegrino, poiché aveva ricevuto la proibizione di allontanarsi dal suo eremitaggio prima della fine della Quaresima.

Ancora un po' esitante, frate Francis si schiarì forte la gola, poi si alzò, mettendosi in vista.

— Ehm!

Il pane e il cacio del pellegrino schizzarono via. Il vecchio afferrò il bastone e scattò in piedi. — Vuoi aggredirmi, eh?

Brandiva minacciosamente il bastone verso la figura incappucciata che era sorta dietro il mucchio di pietre. Frate Francis notò che l'estremità del bastone era armata di uno sperone. Il novizio si inchinò cortesemente per tre volte, ma il pellegrino non badò e quel gesto gentile.

— Adesso resta dove sei! — gracchiò. — Resta a distanza amico. Non ho nulla che possa interessarti… a meno che non sia il cacio, e questo posso dartelo. Se è carne che vuoi, non sono altro che cartilagine, ma mi batterò per conservarla. Indietro, adesso! Indietro!

— Aspetta… — Il novizio si interruppe. La carità, o anche la semplice cortesia, poteva avere la precedenza sulla regola del silenzio quaresimale, quando le circostanze lo richiedevano, ma spezzare il silenzio di propria volontà lo rendeva sempre un po' nervoso.

— Non sono un malvagio, buon uomo — continuò usando la formula più educata. Gettò indietro il cappuccio per mostrare la sua tonsura monastica, e sollevò la corona del rosario. — Sai cosa è questo?

Per parecchi secondi il vecchio rimase all'erta come un gatto pronto al combattimento, mentre studiava il volto d'adolescente del novizio, bruciato dal sole. Il pellegrino aveva commesso un errore naturale. Le creature grottesche che infestavano i bordi del deserto portavano spesso cappucci, maschere, o cappe voluminose per nascondere le loro deformità. Fra esse ve ne erano di quelle la cui deformità non era limitata al corpo, e che consideravano i viandanti come una sicura riserva di selvaggina.

Dopo un breve esame, il pellegrino si raddrizzò. — Oh… uno di loro. - Si appoggiò al bastone e fece una smorfia. — Quella laggiù è l'Abbazia di Leibowitz? — chiese, indicando il lontano gruppo di edifici, verso sud.

Frate Francis si inchinò educatamente ed annuì.

— Cosa stai facendo, qui fra le rovine?

Il novizio raccolse un frammento di pietra simile al gesso. Era statisticamente improbabile che il viandante non fosse analfabeta, ma frate Francis decise di tentare. Poiché il volgare del popolo non aveva né alfabeto né ortografia, scrisse le parole latine per Penitenza, Solitudine e Silenzio su una grande pietra piatta, e più sotto le trascrisse in antico inglese, sperando che — nonostante il suo segreto desiderio d'aver qualcuno con cui parlare — il vecchio comprendesse e lo lasciasse alla sua solitaria vigilia quaresimale.

Il vecchio sorrise ironicamente, vedendo l'iscrizione. La sua risata sembrò più un belato fatalistico che una risata.

— Hmmmm-hnnn! È ancora tutto scritto a rovescio! — disse; ma non lasciò capire se aveva compreso l'iscrizione. Depose il bastone, tornò a sedersi sulla pietra, riprese dalla sabbia il pane e il cacio e cominciò a grattarli per ripulirli. Francis si inumidì affamato le labbra, ma distolse lo sguardo. Non aveva mangiato altro che fichi d'India e una manciata di grano secco fin dal Mercoledì delle Ceneri: le regole del digiuno e dell'astinenza erano piuttoso rigorose per le vigilie di vocazione.

Notando il suo imbarazzo, il pellegrino spezzò il pane e il cacio e ne offrì una porzione a frate Francis.

Nonostante la disidratazione, causata dalla sua magrissima scorta d'acqua, la bocca del novizio si inondò di saliva. Gli occhi rifiutarono di staccarsi dalla mano che offriva il cibo. L'universo si contrasse e il suo esatto centro geometrico fu quel pezzo sabbioso di pane nero e di pallido formaggio. Un demone comandò ai muscoli della sua gamba sinistra di portare il suo piede sinistro in avanti di mezzo metro. Poi il demone si impossessò della sua gamba destra perché portasse il piede destro davanti al sinistro, forzò i muscoli pettorali e i bicipiti destri a tendere il braccio, finché la mano toccò la mano del pellegrino. Le sue dita sentirono il cibo: sembrarono persino assaggiarlo. Un brivido involontario percorse il suo corpo affamato. Chiuse gli occhi e vide il Signor Abate che gli lanciava occhiate folgoranti brandendo una sferza da toro. Ogni volta che il novizio cercava di immaginare visivamente la Santissima Trinità, l'aspetto di Dio Padre si confondeva sempre con il viso dell'abate, che di solito era molto corrucciato, almeno così pareva a Francis. Dietro l'abate infuriava un fuoco, e in mezzo alle fiamme gli occhi del Beato Martire Leibowitz si posavano, nella sofferenza della morte, sul suo protetto digiuno, colto nell'atto di prendere il formaggio.

Il novizio rabbrividì ancora. — Apage Satanas! — sibilò mentre balzava all'indietro e lasciava cadere il cibo. Senza preavviso, spruzzò il vecchio con acqua santa, da una minuscola fiala che si tolse dalla manica. Il pellegrino era diventato per un attimo indistinguibile dall'Arcinemico nella mente del novizio stordito dal sole.

Quell'attacco di sorpresa contro le Potenze delle Tenebre e della Tentazione non produsse alcun immediato risultato soprannaturale, ma i risultati naturali si presentarono ex opere operato. Il pellegrino-Belzebù non esplose in fumo sulfureo, ma emise suoni gorgoglianti, arrossì violentemente e balzò verso Francis con uno strillo raccapricciante. Il novizio incespicò nella tunica mentre fuggiva per salvarsi dal bastone chiodato del pellegrino e riuscì a scampare dalle unghiate soltanto perché il pellegrino aveva dimenticato i sandali. La carica del vecchio si ridusse a una serie di sussulti zoppicanti. Sembrò accorgersi all'improvviso dei sassi taglienti sotto le sue piante nude. Si fermò preoccupato. Quando frate Francis si voltò, vide il pellegrino che si ritirava verso il suo fresco rifugio saltando sulla punta dell'alluce.

Vergognandosi dell'odore di formaggio che persisteva sui suoi polpastrelli, e pentendosi del suo irrazionale esorcismo, il novizio ritornò al suo lavoro tra le vecchie rovine, mentre il pellegrino si rinfrescava i piedi e sfogava la sua ira scagliando di tanto in tanto un sasso contro il giovane quando quello ricompariva fra i mucchi di macerie. Quando, alla fine, il suo braccio fu troppo stanco, si limitò a fingere di scagliare i sassi e quando Francis smise di scostarsi alle sue finte si accontentò di brontolare sul pane e sul cacio.

Il novizio si muoveva fra le rovine, e ogni tanto si dirigeva barcollando verso qualche punto focale del suo lavoro con una pietra grande quanto il suo torace, stretta in un abbraccio faticoso. Il pellegrino lo osservò mentre sceglieva una pietra, ne calcolava le dimensioni a spanne, la scartava, ne sceglieva un'altra, la liberava dalle macerie, la sollevava e la trascinava via. Dopo pochi passi la lasciò cadere e, sedendosi all'improvviso, si posò la testa sulle ginocchia nello sforzo evidente di non svenire. Dopo aver ansimato un poco, si alzò di nuovo e fece rotolare la pietra verso la sua destinazione. Cominciò il suo lavoro mentre il pellegrino, invece di guardarlo corrucciato, cominciava a osservarlo con interesse.

Il sole scagliava le sue maledizioni meridiane sulla terra incartapecorita, stendendo il suo anatema su tutte le cose umide. Francis continuò a lavorare nonostante il caldo.

Quando il viandante ebbe inghiottito l'ultimo pezzo del pane e del cacio sabbiosi con l'aiuto di pochi sorsi del suo otre, infilò i piedi nei sandali, si alzò con un grugnito e avanzò fra le rovine, verso il punto in cui il novizio lavorava. Notando l'approssimarsi del vecchio, frate Francis si affrettò a mettersi a distanza di sicurezza. Il vecchio brandì verso di lui il bastone chiodato in un gesto irridente, ma sembrava più incuriosito dal lavoro del giovane che ansioso di vendetta. Si fermò ad osservare la tana del novizio.

Lì, vicino al limitare orientale delle rovine, frate Francis aveva scavato una trincea poco profonda, usando un bastone per zappa e le mani per badile. Il primo giorno di Quaresima aveva coperto quel fosso con un mucchio di frasche, e se ne era servito, di notte, come di un rifugio contro i lupi del deserto. Ma, via via che i giorni del digiuno passavano, la sua presenza aveva accresciuto le sue tracce nei dintorni, ed ora i lupi sembravano eccessivamente attratti dall'area delle rovine e giungevano persino a raspare con le zampe attorno al mucchio di frasche, dopo che il fuoco si era spento.

Dapprima Francis aveva cercato di scoraggiare i loro scavi notturni aumentando lo spessore del mucchio di arbusti sulla sua trincea, e circondandola con un cerchio di pietre molto vicine le une alle altre. Ma la notte precedente, qualcosa era balzato sul mucchio di arbusti e aveva ululato mentre Francis se ne stava disteso lì sotto, rabbrividendo; di conseguenza aveva deciso di fortificare il rifugio e, usando il primo cerchio di pietre come fondamenta, aveva cominciato a erigere un muro. Il muro si inclinava verso l'interno, man mano che cresceva; ma poiché la sua pianta aveva approssimativamente una rozza forma ovale, le pietre di ogni nuovo strato si appoggiavano alle pietre adiacenti, evitando un crollo verso l'interno. Ora frate Francis sperava che, scegliendo con cura le pietre e aiutandosi con terra e ciottoli per riempire gli interstizi, sarebbe riuscito a completare una cupola. E un'unica fila di pietre ad arco, sfidando in un certo senso la gravità, se ne stava eretta sul suo rifugio, come simbolo di questa ambizione. Frate Francis abbaiò come un cucciolo, quando il pellegrino saggiò curiosamente la resistenza dell'arco con il suo bastone.

Preoccupato per il suo rifugio, il novizio si era avvicinato durante l'ispezione del pellegrino. Questi rispose al suo strillo agitando il bastone e lanciando un ululato agghiacciante. Frate Francis incespicò nell'orlo della tunica e cadde a sedere. Il vecchio ridacchiò.

— Hmmm-hnnn! Avrai bisogno di una pietra dalla forma strana per adattarla a questo buco — disse, e batté il bastone nell'interno di uno spazio vuoto nella fila di pietre più alta.

Il giovane annuì e distolse lo sguardo. Restò seduto sulla sabbia e, con il suo silenzio e lo sguardo abbassato, sperò di far capire al vecchio che non era libero di conversare né di accettare volentieri la presenza di un estraneo nel luogo della sua solitudine quaresimale. Il novizio cominciò a scrivere sulla sabbia con uno stecco: Et ne nos inducas in…

— Non ti ho ancora offerto di cambiare in pane queste pietre, vero? — chiese di rimando il vecchio viaggiatore

Frate Francis alzò subito lo sguardo. Dunque era così! Il vecchio sapeva leggere, e sapeva leggere la Scrittura! Inoltre, la sua osservazione sottintendeva che aveva compreso tanto l'uso impulsivo dell'acqua santa da parte del novizio, quanto le ragioni della sua presenza in quel luogo. Ormai conscio che il pellegrino intendeva stuzzicarlo, frate Francis riabbassò lo sguardo e attese.

— Hmmm-hnnn! Dunque bisogna lasciarti in pace, no? Bene, allora, farò meglio a riprendere il cammino. Dimmi, i tuoi fratelli dell'abbazia permettono a un vecchio di riposare un po' alla loro ombra?

Frate Francis annuì. — Ti daranno anche acqua e cibo — aggiunse sottovoce, in carità.

Il pellegrino ridacchiò. — In cambio ti troverò una pietra adatta a quella fessura, prima di andarmene. Dio sia con te.

Ma non c'è bisogno… La protesta morì, prima ancora di essere pronunciata. Frate Francis osservò il vecchio che si allontanava lentamente, vagando qua e là fra le macerie. Ogni tanto si fermava per osservare una pietra e per toccarla con il bastone. Senza dubbio la sua ricerca sarebbe stata infruttuosa, pensò il novizio, perché era la ripetizione di una ricerca che lui stesso aveva compiuto sin da metà mattina. Alla fine aveva deciso che sarebbe stato più facile rimuovere e ricostruire una sezione della fila superiore, che non trovare una chiave di volta dalla forma simile a quella della fessura. Ma, senza dubbio, il pellegrino avrebbe esaurito presto la propria pazienza e avrebbe proseguito il suo cammino.

Nel frattempo, frate Francis si riposò. Pregò per riottenere quella intimità interiore richiesta dallo scopo della sua vigilia: una pergamena pulita dello spirito su cui le parole di una chiamata potessero essere scritte nella sua solitudine… se quell'altra Incommensurabile Solitudine che era Iddio avesse teso la Sua mano e avesse toccato quella minuscola solitudine umana per segnarvi la vocazione. Il Piccolo Libro che il priore Cheroki gli aveva lasciato la domenica precedente serviva come guida alla sua meditazione. Era vecchio di secoli ed era chiamato Libellus Leibowitz, sebbene soltanto una tradizione incerta l'attribuisse allo stesso Beato.

"Parum equidem te diligebam, Domine, juventute mea; quare doleo nimis… Troppo poco, o Signore, io Ti amai nel tempo della mia gioventù, e di questo molto mi dolgo nel tempo della mia vecchiaia. Invano fuggii da Te in quei giorni…"

— Ehi! Ecco qua! — fu il grido che si levò oltre i mucchi di macerie.

Frate Francis levò lo sguardo per un attimo, ma il pellegrino non era visibile. I suoi occhi si riabbassarono.

"Repugnans tibi, ausus sum quaerere quidquid doctius mihi fide, certius spe, aut dulcius cantate visum esset. Quis itaque stultior me…"

— Ehi, ragazzo! — risuonò di nuovo il grido. — Ti ho trovato una pietra, che probabilmente si adatterà al buco.

Questa volta, quando frate Francis alzò lo sguardo, intravide il bastone del pellegrino che si agitava facendogli segnali, dietro un mucchio di macerie. Sospirando, il novizio riprese la lettura.

"O inscrutabilis Scrutator animarum, cui patet omne cor, si me vocaveras, olim a te fugeram. Si autem nunc velis vocare me indignum…"

E la voce irritata, al di là del mucchio di macerie: — E va bene, allora, fai come vuoi. Farò un segno sulla pietra e vi pianterò vicino un ramo. Tu provala o no, fai come vuoi.

— Grazie — sospirò il novizio, ma dubitò che il vecchio lo udisse. Continuò a leggere:

"Libera me, Domine, a vitiis meis, ut solius tuae voluntatis mihi cupidus sim, et vocationis…"

— Ecco — gridò il pellegrino. — Ho messo il ramo, e il segno. E ti auguro di ritrovare presto la voce, ragazzo. Ullallà!

Poco dopo che l'ultimo grido fu svanito, frate Francis intravide il pellegrino avanzare sulla pista che conduceva all'abbazia. Il novizio sussurrò una rapida benedizione dietro di lui, e una preghiera perché il suo cammino fosse sicuro.

Ora che la sua intimità gli era stata resa, frate Francis rimise il libro nel rifugio e ricominciò la sua azzardata attività edilizia, senza prendersi ancora il disturbo di esaminare ciò che il pellegrino aveva scoperto. Mentre il suo corpo famelico si tendeva e vacillava sotto il peso delle pietre, la sua mente continuava a ripetere macchinalmente la preghiera per la certezza della sua vocazione:

"Libera me, Domine, a vitiis meis… Liberami, o Signore, dai miei vizi, così che nel mio cuore io desideri soltanto la Tua volontà, e sia conscio della Tua chiamata se verrà… ut solius tuae voluntatis mihi cupidus sim, et vocations tuae conscius si digneris me vocare. Amen.

"Liberami, o Signore, dai miei vizi, così che nel cuore…".


Un gregge di cumuli, diretti ad impartire la benedizione della pioggia alle montagne, dopo aver crudelmente deluso il deserto inaridito, cominciò a nascondere il sole e a trascinare strisce d'ombra sull'arida terra, offrendo ristoro intermittente ma bene accetto dalla bruciante luce solare. Quando una fuggevole ombra di nube passava sopra le rovine, il novizio lavorava rapidamente fino a che l'ombra si allontanava, poi riposava fino a che il cumulo seguente oscurava il sole.

Fu per puro caso che frate Francis scoprì, alla fine, la pietra del pellegrino. Mentre vagava lì attorno, incespicò nel ramo che il vecchio aveva infisso nel suolo come segnale. Si trovò a terra, sulle mani e sulle ginocchia, a fissare un paio di segni scritti di fresco con il gesso su una vecchia pietra:

I segni erano tracciati con tanta cura che frate Francis intuì immediatamente che doveva trattarsi di simboli, ma dopo alcuni minuti di meditazione rimase egualmente perplesso. Forse erano simboli della stregoneria? Ma no, il vecchio aveva esclamato "Dio sia con te" e uno stregone non l'avrebbe fatto. Il novizio liberò la pietra dalle macerie e la capovolse. Mentre lo faceva, il mucchio di pietre rombò debolmente, dall'interno: una minuscola pietra scese rumoreggiando lungo la china. Francis si scostò, temendo una valanga, ma non successe altro. Tuttavia, nel punto in cui era stata confitta la pietra del pellegrino adesso c'era un piccolo buco nero.

I buchi sono spesso abitati.

Ma questo buco pareva essere stato tappato così saldamente dalla pietra del pellegrino che difficilmente una pulce avrebbe potuto entrarvi, prima che Francis lo scoperchiasse. Tuttavia prese uno stecco e lo spinse, imbarazzato, nell'apertura. Il fuscello non incontrò resistenza. Quando lo lasciò andare, scivolò nel buco e svanì, come se sotto vi fosse una cavità più grande. Attese, innervosito: non ne uscì nulla.

Si mise di nuovo in ginocchio e fiutò cautamente il buco. Poiché non aveva sentito odore di animali o di zolfo, vi fece rotolare dentro un sassolino e si piegò più vicino, per ascoltare. Il sassolino rimbalzò una volta, qualche metro più sotto l'apertura, poi continuò a rotolare verso il basso, colpì nel passare qualcosa di metallico e finalmente si fermò in un punto imprecisabile, molto in basso. Gli echi facevano pensare a una cavità sotterranea grande quanto una stanza.

Frate Francis si rimise in piedi, faticosamente, e si guardò intorno. Era solo, come al solito, ad eccezione della sua amica poiana che, incrociando in alto, lo aveva sorvegliato in quegli ultimi tempi con tanto interesse che talvolta altre poiane avevano lasciato i loro territori vicino all'orizzonte ed erano venute a indagare.

Il novizio girò attorno al mucchio di macerie, ma non trovò alcuna traccia di un secondo buco. Salì su un mucchio vicino e guardò verso la pista, strizzando le palpebre. Il pellegrino era scomparso ormai da molto tempo. Nulla si muoveva lungo l'antica strada, ma intravide frate Alfred che attraversava una collinetta, un paio di chilometri più a est, in cerca di legna da ardere, vicino al suo eremitaggio quaresimale. Frate Alfred era sordo come una campana. Non c'era nessun altro, in vista. Francis non prevedeva di avere qualche motivo per invocare aiuto, ma calcolare in anticipo i probabili risultati di una simile invocazione, se mai si fosse resa necessaria, sembrava soltanto un esercizio di prudenza. Dopo una attenta osservazione del terreno circostante, scese dal monticello. Il fiato necessario per gridare sarebbe stato meglio utilizzarlo per correre.

Pensò di rimettere la pietra del pellegrino al suo posto, per chiudere il buco come prima, ma le pietre adiacenti si erano spostate leggermente, così che quella, ora, non si riadattava più al suo posto nel rompicapo. Inoltre, la lacuna nella fila superiore del suo rifugio era ancora vuota, e il pellegrino aveva ragione: la forma e le dimensioni di quella pietra lasciavano credere che sarebbe andata bene. Dopo una breve apprensione, sollevò la pietra e tornò vacillando verso il suo rifugio.

La pietra si adattò perfettamente al foro. Provò il nuovo cuneo con un calcio. La fila di pietre resse bene, anche se il colpo provocò un piccolo crollo un po' più in là. I segni tracciati dal pellegrino, sebbene un po' confusi dal suo continuo maneggiare, erano ancora abbastanza chiari da poter essere ricopiati. Frate Francis li tracciò attentamente su un'altra pietra, usando come stilo uno stecco carbonizzato. Quando il Priore Cheroki avrebbe fatto il suo solito giro del sabato per visitare gli eremitaggi, forse avrebbe potuto dire se quei segni avevano un significato, come incantesimo o come maledizione, forse. Era proibito temere le cabale pagane, ma il novizio era curioso di sapere quale segno avrebbe coronato il suo rifugio, in considerazione del peso dell'edificio su cui quel segno era tracciato.

Le sue fatiche continuarono durante l'afa del pomeriggio. Un cantuccio della sua mente continuava a ricordargli del buco — il piccolo buco interessante eppure spaventevole — e il modo in cui il sassolino, rotolando, aveva destato deboli echi dalle profondità sotterranee. Sapeva che le rovine che lo circondavano erano molto antiche. Sapeva anche che, secondo la tradizione, quelle rovine erano state gradualmente logorate, fino a ridursi ad anormali mucchi di pietre, da generazioni di monaci e di visitatori occasionali, uomini che cercavano un carico di pietre o i frammenti di acciaio arrugginito che si potevano trovare fracassando le sezioni di colonne e le lastre più grandi per estrarre le vecchie strisce di quel metallo, misteriosamente piantato nella pietra da uomini d'una età quasi dimenticata dal mondo. Questa erosione umana aveva quasi completamente cancellato la somiglianza con gli edifici che la tradizione ascriveva alle rovine in un periodo anteriore, benché l'attuale mastro costruttore dell'abbazia fosse ancora orgoglioso della sua abilità nel riconoscere e nell'indicare qua e là i resti di un piano terreno. E c'era ancora metallo da recuperare, se qualcuno ci teneva a spezzare una sufficiente quantità di pietra per trovarlo. La stessa abbazia era stata costruita con quelle pietre. Francis considerava molto improbabile che parecchi secoli di costruzioni avessero lasciato ancora qualcosa di interessante da scoprire fra le rovine. Eppure, non aveva mai sentito parlare di edifici con cantine o stanze sotterranee. Il mastro costruttore, ricordò finalmente, era stato molto chiaro nel precisare che gli edifici, in quel luogo, dovevano essere stati costruiti in economia, senza fondamenta profonde, e per la maggior parte posti su lastre di cemento.

Ora che il suo rifugio si avvicinava al completamento, frate Francis tornò ad avventurarsi fino alla buca e rimase ritto a guardarla; era incapace di accantonare la convinzione, tipica di un abitante del deserto, che dovunque esista un posto per ripararsi dal sole, c'è già dentro qualcosa che vi si ripara. Anche se la buca era disabitata, adesso, senza dubbio qualcosa vi sarebbe rientrata, scivolando, prima dell'alba seguente. D'altra parte, se c'era già qualcosa che viveva in quel buco, Francis pensava che sarebbe stato meno rischioso farne la conoscenza di giorno, piuttosto che di notte. Non c'erano altre orme, lì vicino, eccetto le sue, quelle del pellegrino e quelle dei lupi.

Con improvvisa decisione, cominciò a togliere detriti e sabbia dalla imboccatura del buco. Dopo mezz'ora di lavoro, il buco non era più largo, ma la convinzione che si aprisse su di una fossa sotterranea era diventata una certezza. Due piccoli massi, semisepolti e vicini all'apertura, erano ovviamente incastrati dalla forza di una massa eccessiva che stringeva la bocca del pozzo: sembravano imprigionati in un collo di bottiglia. Quando il novizio spinse una pietra verso destra, la sua vicina rotolò a sinistra, fino a che non fu più possibile alcun movimento. L'effetto contrario si verificò quando spinse nella direzione opposta, ma continuò a spingere.

La pietra gli schizzò improvvisamente dalle mani, colpendolo di striscio su un lato della testa, e sparì in una cavità. Il colpo lo fece ondeggiare. Una pietra staccatasi dal pendio lo colpì sul dorso; cadde cercando di aggrapparsi a qualcosa, senza capire se stava cadendo nel buco o no, fino al momento in cui il suo ventre urtò contro il terreno solido. Il rombo provocato dalla valanga di pietre fu assordante ma breve.

Accecato dalla polvere, Francis giacque boccheggiando e chiedendosi se doveva azzardarsi a muoversi, tanto era acuto il dolore che provava al dorso. Dopo aver ripreso un po' di fiato, riuscì ad infilare una mano dentro l'abito e cercò a tentoni il punto fra le spalle in cui dovevano esservi alcune ossa rotte. Il punto pareva sbucciato, e pungeva. Quando ritrasse le dita, erano umide e rosse. Si mosse, ma gemette e giacque di nuovo immobile.


Vi fu un lieve sbattere di ali. Frate Francis levò lo sguardo in tempo per vedere la poiana che si accingeva a porsi su un mucchio di macerie, a pochi metri di distanza. Improvvisamente l'uccello riprese quota, ma Francis ebbe l'impressione che l'avesse guardato con una specie di preoccupazione materna, come una gallina spaventata. Rotolò in fretta su se stesso. Un intero stormo nero di rapaci si era raccolto, e veleggiava in cerchio, a una quota curiosamente bassa. Sfioravano i monticelli di macerie. Quando Francis si mosse, si levarono a quota più alta. Dimenticando improvvisamente la possibilità di avere qualche vertebra incrinata o una costola rotta, il novizio si rimise in piedi, tremando. Delusa, la nera orda celeste risalì ad alta quota sfruttando le invisibili correnti ascensionali d'aria calda, poi si sciolse e si disperse verso più remote veglie aeree. Oscure alternative al Paracleto di cui attendeva la discesa, i rapaci sembravano talvolta ansiosi di scendere al posto della Colomba; il loro sporadico interesse in quegli ultimi tempi era stato snervante, e Francis decise prontamente, dopo qualche sperimentale scrollata di spalle, che la pietra aguzza non aveva provocato altro che lividi e abrasioni.

Una colonna di polvere che si era levata dal fianco della cavità si stava disperdendo nella brezza. Sperò che qualcuno la vedesse dalle torri di guardia dell'abbazia e venisse a indagare. Ai suoi piedi, un buco di terra quadrata si apriva nella terra, proprio dove un fianco del monticello era crollato nella fossa sottostante. Una rampa di scale conduceva in basso, ma solo i primi gradini non erano sepolti dalla valanga che si era fermata e mezza strada per sei secoli, aspettando l'aiuto di frate Francis prima di completare la sua ruggente discesa.

Su una parete un'insegna semisepolta era ancora leggibile. Mettendo a frutto la sua modesta conoscenza dell'inglese prediluviale, sussurrò esitando le parole:

RIFUGIO SOPRAVVIVENZA FALLOUT
POSTI: 15

Provviste per 180 giorni, per un solo occupante: dividere per il numero effettivo degli occupanti. Entrando nel rifugio, controllare che il Primo Portello sia ben chiuso e sigillato, che gli schermi anti-intrusi siano elettrificati per impedire l'accesso a persone contaminate che tentassero di entrare, che le luci di avvertimento siano ACCESE all'esterno della chiusura…


Il resto era sepolto; ma le prime parole bastarono a Francis. Non aveva mai visto un fallout e sperava di non doverlo vedere mai. Non era rimasta alcuna consistente descrizione del mostro, ma Francis aveva udito le leggende. Si fece il segno della Croce e si allontanò dal pertugio. La tradizione affermava che lo stesso Beato Leibowitz si era imbattuto in un Fallout, e ne era stato posseduto per molti mesi, prima che l'esorcismo che aveva accompagnato il suo battesimo scacciasse il maligno.

Frate Francis immaginava un Fallout come un essere metà salamandra — perché secondo la tradizione, la Cosa era nata nel Diluvio di Fiamma — e metà incubo che contaminava le vergini nel sonno, perché i mostri del mondo non erano forse tuttora chiamati "figli del Fallout?" Che il demone fosse capace di infliggere tutti i tormenti abbattutisi su Giobbe era un fatto documentato, quasi un articolo di fede.

Il novizio fissò sbigottito la scritta. Il suo significato era abbastanza chiaro. Aveva involontariamente fatto irruzione nel rifugio (deserto, pregò) non soltanto di uno, ma di quindici di quegli esseri temibili! Afferrò la fiala dell'acqua santa.

2

"A spiritu fornicationis,

Domine, libera nos.

Dal lampo e dalla tempesta,

Liberaci, Signore.

Dal flagello del terremoto,

Liberaci, Signore.

Dalla peste, dalla carestia e dalla guerra,

Liberaci, Signore.

"Dal luogo del suolo zero,

Liberaci, Signore.

Dalla pioggia del cobalto,

Liberaci, Signore.

Dalla pioggia dello stronzio,

Liberaci, Signore.

Dalla caduta del cesio,

Liberaci, Signore.

"Dalla maledizione del Fallout,

Liberaci, Signore.

Dal generare i mostri,

Liberaci, Signore.

Dalla maledizione del Malnato,

Liberaci, Signore.

A morte perpetua,

Domine, libera nos.

"Peccatores,

Te rogamus, audi nos.

Che Tu ci risparmi,

noi Ti supplichiamo, ascoltaci.

Che Tu ci perdoni,

noi Ti supplichiamo, ascoltaci.

Che Tu ci conduca alla vera penitenza,

noi Ti supplichiamo, ascoltaci."

Frammenti di simili versetti dalle Litanie dei Santi uscivano sussurrando a ogni respiro ansimante di frate Francis mentre si calava imbarazzato lungo la scala dell'antico Rifugio Sopravvivenza Fallout, armato com'era soltanto della sua acqua santa e di una torcia improvvisata, accesa sulle braci serbate dal fuoco della notte precedente. Aveva atteso per più di un'ora che qualcuno venisse dall'abbazia per indagare sul vortice di polvere. E nessuno era venuto.

Abbandonare anche per breve tempo la vigilia vocazionale, a meno di essere gravemente ammalato o di aver ricevuto l'ordine di ritornare all'abbazia sarebbe stato considerato come una rinuncia ipso facto alla sua pretesa di una vocazione sincera alla vita monastica nell'Ordine Albertino di Leibowitz. Frate Francis avrebbe preferito la morte. Perciò si era trovato di fronte a un dilemma: o ispezionare la spaventevole fossa prima del tramonto, o trascorrere la notte nella sua tana senza sapere cosa si potesse nascondere nel rifugio, qualcosa che avrebbe potuto destarsi e venire a cercarlo nell'oscurità. Come rischio notturno, i lupi erano già abbastanza terribili, e i lupi erano soltanto creature di carne e di sangue. Creature di sostanza meno solida, Francis preferiva incontrarle alla luce del giorno; sebbene, per la verità, la luce del giorno adesso cadesse obliquamente nella fossa sottostante, poiché il sole era già basso, a occidente.

I detriti che erano crollati nel rifugio formavano una collinetta che aveva la cresta vicino alla sommità delle scale, e lì c'era soltanto uno strettissimo passaggio fra le pietre e il soffitto. Vi entrò a piedi in avanti e si trovò costretto a continuare nello stesso modo, a causa della pendenza molto ripida. Poi, affrontando l'Ignoto faccia-a-schiena, cercò un sostegno per i piedi sui mucchi malfermi di pietre spezzate e si fece gradualmente strada verso il basso.

Di tanto in tanto, quando la sua torcia sembrava che stesse per spegnersi, si fermava un momento per inclinare la fiamma verso il basso, lasciando che il fuoco risalisse lungo il legno; durante quelle pause, cercava di valutare il pericolo che lo circondava e quello che lo attendeva più sotto. C'era ben poco da vedere. Era in una stanza sotterranea, ma almeno un terzo di questa era riempito dal mucchio di detriti che era caduto dalla tromba delle scale.

La cascata di pietre aveva coperto tutto il pavimento, fracassato parecchi mobili che lui poteva vedere; e probabilmente ne aveva sepolti altri completamente. Vide alcuni armadietti metallici tutti ammaccati e con le ante piegate, sepolti per metà nelle macerie. All'estremità della stanza poteva vedere una porta metallica, montata su cardini che le avrebbero permesso di aprirsi verso l'esterno, e sigillata dalla valanga. Ancora leggibili, a dispetto della vernice scrostata, c'erano sulla porta queste parole:

PORTELLO INTERNO
AMBIENTE SIGILLATO

Evidentemente la stanza in cui era disceso era soltanto un'anticamera. Ma qualsiasi cosa vi fosse al di là del PORTELLO INTERNO era sigillata da parecchie tonnellate di roccia che premevano contro la porta. Il suo ambiente era veramente SIGILLATO a meno che non vi fosse un'altra uscita.

Dopo essere giunto ai piedi del pendio, e dopo essersi assicurato che l'anticamera non contenesse alcuna minaccia manifesta, il novizio andò a ispezionare cautamente la porta metallica più da vicino, al lume della torcia. Sotto la scritta PORTELLO INTERNO c'era una targa più piccola, striata di ruggine:

AVVERTENZA: Questo portello non deve essere chiuso prima che tutto il personale sia entrato, o prima che siano state predisposte tutte le misure di sicurezza prescritte dal Manuale Tecnico CD-Bu 83A. Quando il portello è chiuso, l'aria nell'interno del rifugio sarà pressurizzata a 2.0 p.s.i. al di sopra del livello barometrico ambiente per minimizzare la diffusione interna. Una volta sigillato, il portello sarà aperto automaticamente dal sistema servomonitor allorché (ma non prima) prevarrà una delle seguenti condizioni: 1) quando la radiazione esterna scenderà al di sotto del livello pericoloso; 2) qualora i sistemi di ripurificazione dell'acqua e dell'aria si guastassero; 3) qualora la riserva di cibo si esaurisse; 4) qualora si guastasse l'impianto elettrico interno. Vedere CD-Bu-83A per ulteriori istruzioni.

Frate Francis si sentì lievemente confuso da quell'Avvertenza ma pensò di rispettarla non toccando affatto la porta. I miracolosi aggeggi degli antichi non dovevano essere manomessi spensieratamente, come molte volte i dissotterratori del passato avevano testimoniato con il loro ultimo respiro.

Frate Francis osservò che i detriti rimasti per secoli nell'anticamera erano di colore più scuro e di grana più ruvida dei detriti che erano stati sottoposti all'inclemenza del sole e della sabbia prima del crollo di quel giorno. Si poteva capire, con un'occhiata alle pietre, che il Portello Interno era stato bloccato non dalla frana di quel giorno ma da un'altra, molto antica della stessa abbazia. Se l'Ambiente Sigillato del Rifugio Sopravvivenza Fallout conteneva un Fallout, il demone non aveva evidentemente aperto il Portello Interno dal tempo del Diluvio di Fiamma, prima della Semplificazione. E, se era rimasto sigillato dietro la porta di metallo per tanti secoli, c'era ben poca ragione, si disse Francis, di temere che potesse irrompere dal portello prima del Sabato Santo.

La fiamma della torcia si abbassò. Trovò una gamba fracassata di una sedia, l'accese con la sua fiamma vacillante, poi cominciò a raccolgiere pezzi di mobilio rotto per accendere un vero fuoco, mentre ponderava il significato dell'antica targa: RIFUGIO SOPRAVVIVENZA FALLOUT.

Come frate Francis ammise prontamente, la sua padronanza dell'inglese prediluviale era ben lontana dall'essere perfetta. Il modo in cui i sostantivi potevano talvolta modificare altri sostantivi, in quella lingua, era sempre stato uno dei suoi punti deboli. Nel latino, come nei più semplici dialetti della regione, una costruzione come servus puer significava la stessa cosa che puer servus, e anche in inglese slave boy significava boy slave, ragazzo schiavo. Ma qui le somiglianze finivano. Alla fine era riuscito a imparare che house cat non significava cat house e che un dativo di scopo o possessivo, che in mihi amicus, equivaleva pressappoco a dog food o a sentry boy, anche senza inflessione. Ma cosa significava una tripla apposizione come rifugio sopravvivenza fallout, fallout survival shelter? Frate Francis scosse il capo. L'Avvertenza sul Portello Interno parlava di cibo, di acqua e di aria; e senza dubbio non erano cose necessarie per i maligni dell'Inferno. Qualche volta, il novizio trovava l'inglese prediluviale più difficile dell'Angelologia Intermedia o del Calcolo Teologico di San Leslie.

Accese il fuoco sul pendio del mucchio di macerie, dove avrebbe potuto illuminare gli angoli più bui dell'anticamera. Poi andò a esplorare tutto ciò che poteva essere rimasto scoperto dai detriti. Le rovine a fior di terra erano state ridotte ad ambiguità archeologiche da intere generazioni di scavatori, ma questa rovina sotterranea non era stata toccata se non dalla mano di un disastro impersonale. Il luogo sembrava infestato da presenze di un'altra età. Un cranio, che giaceva fra le pietre in un angolo più buio, aveva ancora un dente d'oro nel suo ghigno… chiara dimostrazione che il rifugio non era stato invaso dai vagabondi. L'incisivo d'oro scintillava, quando il fuoco danzava più alto.

Più di una volta frate Francis aveva incontrato, nel deserto, vicino a qualche torrente prosciugato, un mucchietto di ossa umane, ripulite e imbiancate dal sole. Non era particolarmente schizzinoso ed era preparato a simile scene. Perciò Francis non fu sorpreso quando notò il cranio nell'angolo dell'anticamera, ma lo scintillio d'oro in quel ghigno attirava continuamente il suo sguardo mentre tentava di aprire gli sportelli (chiusi a chiave o incastrati) degli armadietti rugginosi, o i cassetti (egualmente incastrati) di un scrivania metallica tutta ammaccata. La scrivania poteva rivelarsi una scoperta inestimabile, se conteneva documenti o un paio di libri sfuggiti ai furibondi roghi dell'Età della Semplificazione. Mentre insisteva nei tentativi di aprire i cassetti, la fiamma si abbassò; ebbe l'impressione che il teschio cominciasse ad emettere un debole bagliore proprio. Un fenomeno del genere non era particolarmente insolito, ma nella cripta buia, frate Francis lo giudicò molto conturbante. Raccolse altra legna per il fuoco, ritornò a scuotere i cassetti della scrivania, cercando di ignorare il ghigno scintillante del teschio. Sebbene avesse ancora timore dei Fallout nascosti, Francis si era ripreso dallo spavento iniziale quel tanto che bastava per comprendere che il rifugio, specialmente la scrivania e gli armadietti, potevano essere pieni di ricche reliquie d'una età che il mondo, per la maggior parte, aveva preferito dimenticare.

La Provvidenza aveva elargito una vera benedizione, qui. Trovare un frammento del passato sfuggito ai roghi e ai predatori era un raro colpo di fortuna, in quei tempi. Tuttavia, questo sottintendeva un rischio. Si sapeva che gli scavatori monastici, attenti ai tesori antichi, emergevano talvolta da una buca nel terreno, recando trionfalmente un bizzarro oggetto cilindrico e poi — mentre lo ripulivano o cercavano di scoprirne la funzione — premevano il pulsante sbagliato o giravano l'interruttore sbagliato, e così ponevano fine alla intera faccenda senza alcun beneficio per il clero. Soltanto ottanta anni prima il Venerabile Boedullus aveva scritto con evidente gioia al suo Signor Abate che la sua piccola spedizione aveva scoperto i resti, secondo le sue stesse parole "del luogo di una pista di lancio intercontinentale, completa di parecchi, affascinanti serbatoi sotterranei". Nessuno, nell'Abbazia, aveva mai saputo cosa intendesse il Venerabile Boedullus per "pista di lancio intercontinentale", ma il Signor Abate che regnava a quel tempo aveva severamente decretato che gli antiquari monastici dovevano, sotto pena di scomunica, evitare quelle "piste", per l'avvenire. Perché la sua lettera all'abate era stata l'ultima cosa che si era vista del Venerabile Boedullus, della sua spedizione, della sua "pista di lancio" e del piccolo villaggio che sorgeva in quel luogo: adesso un lago molto interessante aggraziava il paesaggio, dove era stato il villaggio, grazie ad alcuni pastori che avevano deviato il corso di un ruscello e l'avevano fatto scorrere nel cratere, per raccogliervi acqua per le loro greggi nei tempi di siccità.

Un viaggiatore che era venuto da quella direzione circa un decennio prima aveva riferito che in quel lago si facevano pesche eccellenti, ma i pescatori dei dintorni consideravano i pesci come se fossero le anime degli scavatori e degli abitanti del villaggio rimasti uccisi molto tempo prima: e rifiutavano di pescare a causa di Bo'dollos, il pescegatto gigantesco che vi viveva nel profondo.

"… né alcuno scavo verrà iniziato se non avrà come principale scopo l'accrescimento dei Memorabilia" aveva aggiunto il decreto del Signor Abate… Questo significava che frate Francis doveva frugare il rifugio soltanto per cercare libri e documenti, senza maneggiare eventuali strumenti e utensili.

Il dente d'oro continuava ad ammiccare e a scintillare in un angolo dei suoi occhi mentre frate Francis cercava di aprire i cassetti della scrivania. I cassetti rifiutavano di muoversi. Diede un calcio finale alla scrivania e si voltò a guardare impaziente il teschio: "Perché non sogghigni verso qualcosa d'altro, tanto per cambiare?"

Il sogghigno rimase. La reliquia dal dente d'oro giaceva con il capo appoggiato fra una pietra e una cassetta di metallo arrugginito. Lasciando la scrivania, il novizio si fece strada fra i detriti per esaminare finalmente da vicino quei resti mortali. Era chiaro che quella persona era morta in quel punto, investita dal torrente di pietre e semisepolta dalle macerie. Solo il teschio e le ossa di una gamba non erano stati ricoperti. Il femore era spezzato, la parte posteriore del cranio era sfracellata.

Frate Francis sussurrò una preghiera per il defunto, poi, con grande delicatezza, sollevò il teschio dal punto in cui riposava e lo girò in modo che sogghignasse verso la parete. Quindi il suo sguardo cadde sulla cassetta arrugginita.

La cassetta aveva la forma di una cartella da scolaro ed era evidentemente una specie di valigia. Poteva essere servita a molti usi, ma era stata malamente ammaccata dalle pietre nella loro caduta. La liberò goffamente dalle macerie e la portò più vicino al fuoco. La serratura sembrava rotta, ma il coperchio era stato quasi saldato dalla ruggine. La cassetta emise un rumore metallico, quando la scosse. Non era la custodia più adatta per cercarvi libri o documenti, ma era evidente che era stata costruita per essere aperta e chiusa, e poteva contenere qualche frammento di informazione per i Memorabilia. Tuttavia, ricordando il destino di frate Boedullus e di altri, l'asperse di acqua santa prima di tentare di aprirla, e maneggiò l'antica reliquia con la massima reverenza possibile mentre batteva con una pietra sui cardini arrugginiti.

Finalmente ruppe i cardini, e il coperchio si staccò. Minuscoli frammenti metallici, schizzarono dagli scomparti, si sparsero fra le rocce; qualcuno si perdette nei crepacci. Ma, sul fondo della cassetta, nello spazio sotto agli scomparti scorse… dei documenti! Solo una breve preghiera di ringraziamento, raccolse tutti i frammenti metallici che poté e, dopo aver riabbassato il coperchio, cominciò a salire la collinetta di detriti verso la tromba delle scale e verso la piccola striscia di cielo, tenendo ben stretta la cassetta sotto un braccio.

Il sole era accecante, dopo l'oscurità del rifugio. Non si accorse nemmeno che stava scendendo pericolosamente verso l'orizzonte, a occidente, ma cominciò immediatamente a cercare una lastra piatta sulla quale poter spargere il contenuto della cassetta per esaminarlo senza correre il rischio di perdere qualcosa nella sabbia.

Qualche minuto più tardi, seduto su una pietra screpolata alle fondamenta, cominciò a togliere i pezzi di metallo e di vetro che riempivano gli scomparti. Molti erano piccoli oggetti tubolari con un filamento metallico ad ogni estremità. Ne aveva già visti, prima d'allora. Il piccolo museo dell'abate ne possedeva qualcuno, di varia grandezza, forma e colore. Una volta aveva visto uno sciamano del popolo pagano delle colline che ne indossava una fila come collana cerimoniale. Il popolo delle colline li considerava come "parti del corpo del dio"… della favolosa Machina analytica, osannata come il più saggio dei loro dèi. Ingoiando uno di quegli oggetti, uno sciamano poteva acquisire l'Infallibilità, dicevano. Senza dubbio, in quel modo acquisiva l'Indiscutibilità, fra la sua gente… a meno che ne inghiottisse uno del tipo velenoso. Gli oggettini del museo erano egualmente collegati gli uni agli altri… non sotto forma di collana, ma come un labirinto complesso e piuttosto disordinato in fondo a una piccola cassetta di metallo, etichettata come: CHASSIS RADIO: APPLICAZIONE INCERTA.

Nell'interno del coperchio della cassetta, era stato incollato un foglietto; la colla si era polverizzata, l'inchiostro era sbiadito e la carta era così macchiata di ruggine che persino una buona calligrafia sarebbe stata difficile da leggere, e questa era una scritta scarabocchiata in fretta. La studiò, a intermittenze, mentre vuotava gli scomparti. Sembrava una specie di inglese, ma passò mezz'ora prima che riuscisse a decifrare quasi tutto il messaggio.

CARL…

Devo pigliare l'aereo per (indecifrabile) fra venti minuti. Per amor di Dio, tieni lì Em fino a che sapremo se siamo o no in guerra. Ti prego! cerca di farla mettere nell'elenco di riserva per il rifugio. Non sono riuscito a procurarle un posto sul mio aereo. Non dirle perché te l'ho mandata con questa cassetta di cianfrusaglie, ma cerca di tenerla lì finché non sapremo (indecifrabile) nella peggiore delle ipotesi, uno dei convocati di riserva non si faccia vivo.

I.E.L.

P.S. — Metto il sigillo sulla serratura e scrivo SEGRETISSIMO sul coperchio per impedire a Em di guardarci dentro. È la prima cassetta che mi sono trovata a portata di mano. Scaraventala nel mio armadietto o qualcosa del genere.

Quel biglietto sembrò un frettoloso balbettio infantile a frate Francis, che in quel momento era troppo eccitato per concentrarsi su un solo particolare. Dopo un'ironica occhiata finale ai frettolosi scarabocchi, si accinse al compito di togliere gli scomparti per arrivare alle carte che si trovavano nel fondo alla cassetta. Gli scomparti erano tutti montati su supporti che evidentemente dovevano servire a staccare gli scomparti stessi dalla cassetta, se la si teneva fortemente inclinata, ma i sostegni erano arrugginiti e frate Francis fu costretto a smuoverli servendosi di un piccolo strumento d'acciaio prelevato da uno degli scomparti.

Quando frate Francis ebbe tolto l'ultimo scomparto, toccò con reverenza le carte; c'era solo una manciata di documenti ripiegati, eppure era un vero tesoro, perché quelle carte erano sfuggite alle fiamme colleriche della Semplificazione, in cui si erano arricciati, anneriti e avvizziti trasformandosi in fumo persino scritti sacri, mentre la folla ignorante ululava e gridava in trionfo.

Maneggiò con la massima cura le carte come avrebbe potuto maneggiare oggetti sacri, riparandole dal vento con il suo abito, poiché erano tutte fragili, screpolate dal tempo. C'era un fascio di rozzi disegni e diagrammi. C'erano biglietti scritti a mano, due grandi fogli piegati e un libriccino intitolato Memorandum.

Per prima cosa esaminò i biglietti. Erano scarabocchiati dalla stessa mano che aveva scritto la nota incollata al coperchio della cassetta metallica, e la grafia non era meno abominevole. Un etto pasticcini, diceva un biglietto, scatola crauti… portare a casa per Emma. Un altro rammentava: Ricordare… cercare il modulo 1040, Zio Fisco. Un altro biglietto era solamente una colonna di numeri il cui totale era circondato da un segno circolare; da questo totale veniva sottratta una seconda somma e finalmente veniva tratta una percentuale, seguita dalla parola accidenti! Frate Francis controllò i conti: non riuscì a trovare errori nell'aritmetica di quell'abominevole calligrafo, per lo meno, anche se non poté dedurre che cosa rappresentassero tutte quelle quantità.

Maneggiò il Memorandum con speciale reverenza, perché il suo titolo faceva pensare al Memorabilia. Prima di aprirlo, si fece il segno della Croce e mormorò la Benedizione dei Testi. Ma il libriccino fu una delusione.

Si era aspettato un'opera stampata, ma trovò soltanto un elenco manoscritto di nomi, luoghi, numeri e date. Le date andavano dall'ultima parte del quinto decennio alla prima parte del sesto, secolo ventesimo. Una nuova conferma! Il contenuto del rifugio proveniva dal periodo crepuscolare dell'Età dell'Illuminazione. Era veramente una scoperta importante.

Dei fogli più grandi, uno era strettamente arrotolato, e cominciò a rompersi quando frate Francis cercò di srotolarlo; riuscì a capire le parole PROGRAMMA DELLE CORSE, ma nient'altro. Dopo averlo nuovamente riposto nella cassetta per un successivo lavoro di restauro, si occupò del secondo documento ripiegato: era così estremamente fragile che osò esaminarne soltanto una parte, aprendo leggermente le falde e sbirciandovi in mezzo.

Un diagramma, sembrava, ma… un diagramma di linee bianche su carta scura!

Ancora una volta provò l'eccitazione della scoperta. Era evidentemente una blueprint… e nell'abbazia non c'era una sola blueprint originale, ma solo facsimili a inchiostro. Gli originali erano sbiaditi da molto tempo, a causa dell'eccessiva esposizione alla luce. Mai, prima di allora, frate Francis aveva visto un originale, anche se aveva visto abbastanza riproduzioni dipinte a mano per poter riconoscere una blueprint che, sebbene macchiata e scolorita, era ancora leggibile dopo tanti secoli, a causa della totale oscurità e della scarsa umidità del rifugio in cui era rimasta.

Rovesciò il documento… e provò un breve impulso di furore. Chi era stato l'idiota che aveva sfregiato quel documento inestimabile? Qualcuno aveva distrattamente scarabocchiato figure geometriche e puerili facce caricaturali sul verso del foglio. Chi era stato quel vagabondo sconsiderato…

L'ira svanì dopo un istante di riflessione. Al tempo del misfatto, probabilmente le blueprint erano state comuni quanto l'erba, e il proprietario della cassetta era il probabile colpevole. Riparò il foglio dal sole con la propria ombra, mentre cercava di aprirlo. Nell'angolo inferiore destro c'era un rettangolo stampato che conteneva, in lettere semplici, vari titoli, date, "numeri dei brevetti" numeri di riferimento e nomi. Il suo sguardo scese lungo l'elenco fino a che incontrò:

«DISEGNO DEL CIRCUITO: LEIBOWITZ, I.E.»

Chiuse per un momento gli occhi e scosse il capo fino a che gli parve di sentirlo tintinnare. Poi guardò di nuovo. Era lì, molto chiaro:


DISEGNO DEL CIRCUITO: LEIBOWITZ. I.E.


Rovesciò di nuovo il foglio. Fra le figure geometriche e gli schizzi puerili, chiaramente stampigliato in inchiostro purpureo, c'era il timbro:



Il nome era scritto in nitida grafia femminile, non con i frettolosi scarabocchi degli altri appunti. Guardò di nuovo le iniziali che sigiavano il biglietto incollato al coperchio della cassetta: I.E.L. e poi DISEGNO DEL CIRCUITO… E le stesse iniziali apparivano in altri punti, nelle annotazioni.

C'erano state discussioni, puramente congetturali per decidere se il beato fondatore dell'Ordine, se fosse stato finalmente canonizzato, avrebbe dovuto essere invocato come San Isaac, o San Edward. Qualcuno aveva proposto San Leibowitz, poiché, fino a quel momento, era stato chiamato per cognome.

Beate Leibowitz, ora pro me! - sussurrò Francis. Le mani gli tremavano così forte che minacciavano di rovinare i fragili documenti. Aveva scoperto delle reliquie del Santo.

Naturalmente, Nuova Roma non aveva ancora proclamato che Leibowitz era santo, ma frate Francis ne era così convinto che osò aggiungere. — Sancte Leibowitz, ora pro me!

Frate Francis non sprecò alcuna logica oziosa nel balzare immediatamente alla conclusione: gli era stato concesso dal Cielo un segno della sua vocazione. Aveva trovato ciò che aveva dovuto cercare nel deserto, come la vedeva lui. Era chiamato a diventare monaco professo dell'Ordine.

Dimenticando che l'abate ammoniva severamente di non attendersi che una vocazione venisse in forma spettacolare o miracolosa, il novizio si inginocchiò sulla sabbia per una preghiera di ringraziamento e per offrire qualche decina del rosario per il vecchio pellegrino che gli aveva indicato la pietra che conduceva al rifugio. «Ti auguro di trovare presto la voce, figliolo» aveva detto il viandante. Fino a quel momento il novizio non aveva sospettato che il pellegrino avesse alluso a una Voce con la V maiuscola.

"Ut solius tuae voluntatis mihi cupidus sim, et vocationis tuae conscius, si digneris me vocare…".

Sarebbe spettato all'abate decidere se la sua "voce" stava parlando il linguaggio delle circostanze e non il linguaggio della causa e dell'effetto. Sarebbe spettato al Promotor Fidei pensare che forse Leibowitz non era un cognome insolito prima del Diluvio di Fiamma che I.E. potevano indicare tanto Ichabod Ebenezer quando Isaac Edward. Per Francis la possibilità era una sola.

Dalla lontana abbazia, tre note di campana squillarono attraverso il deserto, una pausa, poi le tre note furono seguite da altre nove.

Angelus Domini nuntiavit Mariae - rispose doverosamente il novìzio, levando sorpreso lo sguardo e accorgendosi che il sole era divenuto un grosso ovale scarlatto che già toccava l'orizzonte occidentale. La barriera di pietre attorno alla sua tana non era ancora completa.

Non appena ebbe recitato l'Angelus, ripose frettolosamente e carte nella vecchia cassetta arrugginita. Una chiamata dal cielo non comprende necessariamente la facoltà miracolosa di sottomettere le bestie feroci o di farsi amici i lupi affamati.


Prima che il crepuscolo fosse svanito e che fossero apparse le stelle, il suo rifugio provvisorio era ben fortificato, per quanto era possibile; rimaneva solo da provare che fosse a prova di lupo. Il collaudo non sarebbe tardato molto. Aveva già udito alcuni ululati provenire da occidente. Aveva ravvivato il fuoco, ma non era rimasta alcuna luce, al di là del cerchio del riverbero delle fiamme, per permettergli di fare la solita raccolta quotidiana di purpurei frutti di cactus… la sua sola fonte di nutrimento ad eccezione delle domeniche, in cui dall'abbazia venivano mandate poche manciate di grano secco, dopo che un prete aveva fatto il suo giro con il Santissimo Sacramento. La lettera della regola per una vigilia quaresimale di vocazione non era rigorosa quanto la sua applicazione pratica. Così applicata, la regola equivaleva semplicemente all'inedia.

Quella notte, tuttavia, i morsi della fame erano per Francis meno fastidiosi del suo impulso impaziente di correre all'abbazia ad annunciare la notizia della sua scoperta. Ma questo avrebbe significato rinunciare alla sua vocazione non appena discesa su di lui; doveva rimanere lì per la durata della Quaresima, vocazione o non vocazione, per continuare la sua vigilia come se non fosse accaduto nulla di straordinario.

Accanto al fuoco, sognando a occhi aperti, guardò nell'oscurità in direzione del Rifugio Sopravvivenza Fallout e cercò di immaginare una grande basilica che sorgesse proprio in quel punto. Era una fantasia piacevole, ma era difficile pensare che qualcuno scegliesse quella remota zona desertica come centro di una futura diocesi. Se non una basilica, almeno una chiesa più piccola — la Chiesa di San Leibowitz del Deserto — circondata da un giardino e da un muro, con una cappella del Santo che attraeva fiumi di pellegrini dai lombi cinti, provenienti dal nord. "Padre" Francis dello Utah conduceva i pellegrini a fare il giro delle rovine, li ammetteva persino, al di là del Portello Due, negli splendori dell'Ambiente Sigillato, le catacombe del diluvio di Fiamma dove… dove… bene, dove avrebbe potuto celebrare per loro la Messa sull'altare di pietra che racchiudeva una reliquia del santo cui era dedicata quella chiesa… un pezzo di rozzo canovaccio? qualche fibra del cappio del carnefice? ritagli di unghie trovati in fondo alla cassetta arrugginita?… o forse il PROGRAMMA DELLE CORSE. Ma la fantasia si avvizzì. Le possibilità che frate Francis diventasse prete erano molto esigue… poiché non appartenevano a un Ordine missionario, i Frati di Leibowitz avevano bisogno soltanto di un numero di preti sufficienti per l'abbazia e per poche altre comunità di monaci, in altri luoghi. Inoltre, il "Santo" era ufficialmente ancora un Beato, e non sarebbe mai stato canonizzato se non avesse compiuto qualche incontrovertibile miracolo per avvalorare la sua beatificazione, che non era una proclamazione infallibile come invece sarebbe stata la canonizzazione, sebbene permettesse formalmente ai monaci dell'Ordine di Leibowitz di venerare il loro fondatore e patrono, al di fuori della Messa e dell'Ufficio. Le proporzioni della chiesa fantastica si ridussero alle dimensioni di una cappelletta sull'orlo della strada; il fiume di pellegrini si ridusse a un rigagnolo. Nuova Roma era occupata con altri problemi, come la petizione per una definizione formale sulla questione dei Doni Preternaturali della Santa Vergine, poiché i Domenicani sostenevano che l'Immacolata Concezione comprendeva non soltanto la grazia innata, ma anche il fatto che la Madre Benedetta avesse avuto i poteri preternaturali che appartenevano a Eva prima della Caduta; alcuni teologi di altri Ordini, mentre ammettevano che questa era una congettura molto pia, negavano che questo fosse il caso in questione, e sostenevano che una "creatura" poteva essere "monda dal peccato originale" ma non dotata di poteri preternaturali. I Domenicani si inchinavano a questa affermazione, ma sostenevano che la credenza era sempre stata implicita in altri dogmi: come l'Assunzione (immortalità preternaturale) e la Preservazione dal Peccato Attuale (che comprendeva l'integrità preternaturale) e altri esempi simili. Mentre tentava di risolvere questa disputa, Nuova Roma sembrava aver lasciato la causa per la canonizzazione di Leibowitz a impolverarsi nello scaffale.

Accontentandosi di una piccola cappella del Beato e di un distratto rigagnolo di pellegrini, frate Francis si appisolò. Quando si svegliò, il fuoco era ridotto a braci lucenti. Sembrava che vi fosse qualcosa di sbagliato. Era veramente solo? Si guardava intorno, batteva le palpebre, nell'oscurità che lo circondava.

Al di là del letto di carboni rossi, il lupo scuro batté a sua volta le palpebre.

Il novizio gridò e si tuffò al coperto.

Il grido, decise mentre giaceva tremante nella sua tana di pietre e di frasche, era stato soltanto una infrazione involontaria alla regola del silenzio. Giacque, abbracciando la cassetta metallica e pregando che i giorni della Quaresima passassero in fretta, mentre zampe felpate raspavano attorno al suo recinto.

3

— … e poi, Padre, ho quasi preso il pane e il cacio.

— Ma non li hai presi?

— No.

— Allora non è stato un peccato.

— Ma li desideravo tanto, potevo sentirne il sapore.

— Deliberatamente? Ti sei compiaciuto deliberatamente di quella fantasia?

— No.

— Tu hai cercato di allontanarla.

— Sì.

— Quindi non hai peccato di gola con il pensiero. Perché stai confessando questo?

— Perché allora ho perduto la calma e l'ho spruzzato con l'acqua santa.

— Cosa? Perché?

Padre Cheroki, con la stola sulla spalla, fissò il penitente che era inginocchiato davanti a lui nella bruciante luce solare del deserto; il prete continuava a chiedersi come fosse possibile che quel giovane (non particolarmente intelligente, a quanto poteva stabilire) riuscisse a trovare occasioni o quasi-occasioni di peccato mentre era completamente isolato nel deserto spoglio, lontano da ogni distrazione e da ogni palese fonte di tentazione. C'erano ben pochi peccati che un giovane poteva commettere in quel luogo, armato come era soltanto di un rosario, di una pietra focaia, di un temperino e di un libro di preghiere. Così pareva a Padre Cheroki. Ma questa confessione stava richiedendo molto tempo; si augurò che il ragazzo si sbrigasse. L'artrite aveva ripreso a tormentarlo, ma per la presenza del Santissimo Sacramento sulla tavola portatile che portava con sé nelle sue ronde, il prete preferiva rimanere in piedi, o inginocchiarsi insieme al penitente. Aveva acceso una candela davanti alla piccola pisside dorata che conteneva le Ostie, ma la fiamma era invisibile nel bagliore del sole, e forse la brezza poteva averla già spenta.

— Ma l'esorcismo è permesso in questi tempi, anche senza nessuna specifica autorizzazione superiore. Cosa stai confessando… di esserti adirato?

— Anche.

— E con chi ti sei adirato? Con il vecchio… o con te stesso perché avevi quasi accettato il cibo?

— Io… non ne sono sicuro.

— Bene, deciditi — disse impaziente Padre Cheroki. — O accusi te stesso o non ti accusi.

— Mi accuso.

— Di che? — sospirò Cheroki.

— Di aver abusato di un sacramento in un accesso di collera.

— "Abusato?" Non avevi una ragione logica per sospettare una influenza diabolica? Ti sei limitato ad adirarti e ad aspergerlo? Come se gli avessi buttato l'inchiostro negli occhi?

Il novizio si agitò ed esitò, comprendendo il sarcasmo del prete. La confessione era sempre difficile, per frate Francis. Non riusciva mai a trovare le parole adatte per i suoi misfatti, e quando cercava di ricordare i suoi moventi, si confondeva irrimediabilmente. Il prete, dal canto suo, non lo aiutava, partendo dal punto di vista "l'hai-fatto-o-non-l'hai-fatto"… anche se, ovviamente, Francis aveva fatto una cosa o non l'aveva fatta.

— Credo di aver perduto il senno per un momento — disse alla fine.

Cheroki aprì la bocca, come se intendesse discutere la faccenda, poi cambiò idea. — Capisco. E poi?

— Pensieri di ghiottoneria — disse Francis dopo un attimo.

Il prete sospirò. — Credevo che avessimo finito, con questo. O è stata un'altra volta?

— Ieri. C'era quella lucertola, Padre. Era a strisce azzurre e gialle, e delle cosce magnifiche… grosse come il vostro pollice, e grasse, e io continuavo a pensare che avrebbe avuto lo stesso sapore del pollo, arrostita, tutta bruna e croccante di fuori e …

— Benissimo — l'interruppe il prete. Soltanto una sfumatura di repulsione alterò il suo vecchio viso. Dopotutto, quel ragazzo passava molto tempo al sole. — Hai preso piacere da questi pensieri? Non hai cercato di allontanare la tentazione?

Francis arrossì. — Io… io ho cercato di prendere la lucertola. È scappata.

— Dunque non è stato soltanto un pensiero… c'è stata anche l'azione. Quella volta soltanto?

— Ecco… sì, solo quella volta.

— Benissimo, pensiero e azione, con intenzione deliberata di mangiare carne durante la Quaresima. Ti prego di essere più specifico che puoi, dopo questo. Pensavo che avessi fatto un adeguato esame di coscienza. C'è altro?

— Oh, molte cose.

Il prete rabbrividì. Doveva visitare parecchi eremitaggi, era un cammino lungo e afoso, e le ginocchia gli dolevano. — Ti prego di sbrigartela più presto che puoi.

— Impurità, una volta.

— Pensieri, parole o fatto?

— Ecco, c'era quella succuba e lei…

— Succuba? Oh… di notte. Dormivi?

— Sì, ma…

— Allora perché lo confessi?

— A causa di… dopo

— Dopo che cosa? Quando ti sei svegliato?

— Sì. Ho continuato a pensare a lei. Ho continuato a immaginarmi tutto di nuovo.

— Bene, pensiero concupiscente, deliberatamente intrattenuto. Sei pentito? E poi?

Queste erano le solite cose che continuava ad udire, interminabilmente, da un postulante dopo l'altro, da un novizio dopo l'altro, e a Padre Cheroki sembrava che il meno che frate Francis potesse fare era di abbaiare le sue autoaccuse un, due, tre, in modo del tutto ordinato, senza bisogno di essere pungolato e sospinto perché gliele dicesse. Frate Francis sembrava trovare difficoltà nel formulare tutto ciò che stava per dire; il prete attendeva.

— Io credo che la vocazione sia venuta a me, Padre, ma… — Francis si inumidì le labbra screpolate e fissò un insetto su una pietra.

— Oh, davvero? — La voce di Cheroki era incolore.

— Sì, io credo… ma sarebbe un peccato, Padre, se quando l'ho visto per la prima volta, ho pensato con ironia a quella scrittura? Voglio dire…

Cheroki batté le palpebre. Scrittura? Vocazione? Che domanda era quella… Studiò l'espressione seria del novizio per pochi secondi, poi corrugò la fronte.

— Tu e frate Alfred vi siete scambiati dei biglietti? — chiese in tono minaccioso.

— Oh, no, Padre!

— E allora di che scrittura stai parlando?

— Di quella del Beato Leibowitz.

Cheroki fece una pausa per riflettere. Esisteva o non esisteva, nella collezione di documenti antichi dell'Abate, un manoscritto originale del fondatore dell'Ordine?… una copia originale? Dopo un attimo di riflessione, decise affermativamente: sì, ne erano rimasti alcuni frammenti, accuratamente custoditi sottochiave.

— Stai parlando di qualcosa che è accaduto all'abbazia? Prima che venissi qui?

— No, Padre. È accaduto là… — E accennò verso sinistra. — Sul terzo monticello, vicino al cactus più alto.

— Qualcosa che riguardava la tua vocazione, dici?

— S-sì, ma…

Naturalmente - disse Cheroki con voce tagliente. — Non vorrai farmi credere di aver ricevuto… dal Beato Leibowitz, morto ormai da seicento anni… un invito scritto a professare i voti solenni? E che tu… ehm… hai deplorato la sua calligrafia? Perdonami, ma è l'impressione che ne ho avuto io.

— Ecco, è qualcosa del genere, Padre.

Cheroki farfugliò qualcosa. Allarmato, frate Francis si tolse dalla manica un pezzo di carta e lo porse al prete. Era macchiata, resa fragile dal tempo. L'inchiostro era sbiadito. — Un etto pasticcini - pronunciò Padre Cheroki, sbagliando qualcuna delle parole poco familiari — scatola crauti… portare a casa per Emma. - Guardò fisso frate Francis per parecchi secondi. — E questo chi l'avrebbe scritto?

Francis glielo disse.

Cheroki rifletté. — Non è possibile che tu faccia una buona confessione finché sei in queste condizioni. E non sarebbe giusto che io ti assolvessi, quando non sei del tutto lucido. — Quando vide Francis rabbrividire, il prete gli posò una mano sulla spalla, per rassicurarlo. — Non preoccuparti figliolo, ne parleremo quando ti sentirai meglio. Allora ascolterò la tua confessione. Per il momento… — E lanciò uno sguardo nervoso alla pisside che conteneva l'Eucarestia. — Per il momento voglio che tu raccolga le tue cose e ritorni immediatamente all'abbazia.

— Ma, Padre, io…

— Io ti ordino — disse il prete con voce incolore — di ritornare immediatamente all'abbazia.

— S-sì, Padre.

— Ora, non ti assolverò, ma tu potresti fare un buon atto di contrizione e offrire due decine del rosario come penitenza, in ogni caso. Vuoi la mia benedizione?

Il novizio annuì, ricacciando le lacrime. Il prete lo benedisse, si alzò, si genuflesse davanti al Sacramento, riprese la pisside dorata e la riattaccò alla catena che portava al collo. Rimise in tasca la candela, ripiegò la tavola e l'assicurò al suo posto dietro la sella, poi rivolse a Francis un ultimo cenno solenne, salì in groppa alla cavalla e si allontanò per completare la sua visita agli eremitaggi quaresimali. Francis sedette sulla sabbia rovente e pianse.

Sarebbe stato semplice se avesse potuto condurre il prete nella cripta per mostrargli l'antica stanza, se gli avesse mostrato la cassetta e il suo contenuto e il segno che il pellegrino aveva tracciato sulla pietra. Ma il prete portava l'Eucarestia, e non si sarebbe lasciato convincere a scendere in una cantina piena di sassi camminando sulle mani e sulle ginocchia, o a frugare nel contenuto della vecchia cassetta e ad addentrarsi in discussioni archeologiche.

La visita di Cheroki era necessariamente solenne, fino a che la pisside conteneva anche una sola Ostia; tuttavia quando la pisside fosse stata vuota, avrebbe potuto ascoltarlo, in via ufficiosa. Il novizio non poteva biasimare Padre Cheroki se aveva creduto che lui fosse uscito di senno. Era veramente un po' stordito dal sole, e aveva balbettato molto. Più di un novizio era ritornato sconvolto da una vigilia di vocazione.

Non c'era altro da fare che obbedire all'ordine di ritornare.

Si diresse verso il rifugio e vi lanciò ancora uno sguardo, per assicurarsi che c'era veramente; poi andò a prendere la cassetta. Quando l'ebbe richiusa e fu pronto per andarsene, il vortice di polvere apparve verso sud-est, annunciando l'arrivo del rifornimento d'acqua e di grano dall'abbazia. Frate Francis decise di aspettare il suo rifornimento prima di avviarsi per il lungo viaggio di ritorno.

Tre asinelli e un monaco comparvero, in testa alla scia di polvere. Il primo asinelio vacillava sotto il peso di frate Fingo. Nonostante il cappuccio, Francis riconobbe l'aiutante del cuoco dalle spalle aggobbate e dalle lunghe caviglie pelose che penzolavano dai fianchi del ciuchino, così che i sandali di frate Fingo quasi sfioravano il suolo. Gli animali che lo seguivano erano carichi di piccole bisacce di grano e di otri d'acqua.

Suuuuuuu, porco-porco-porco! Suuu porco! — chiamò Fingo, portandosi le mani alla bocca e lanciando il grido attraverso le rovine, come se non avesse veduto Francis che lo aspettava accanto alla pista. — Porco-porco-porco!… Oh, sei là, Francisco! Ti avevo scambiato per un mucchio d'ossa. Bene dobbiamo ingrassarti per i lupi. Ecco qua, serviti per i banchetti domenicali. Come va l'eremitaggio? Credi di fartene una carriera? Solo un otre d'acqua, ti dispiace? e un sacchetto di grano. E sta' attento alle zampe posteriori di Malicia: è in calore e ha voglia di scherzare… ha dato un calcio ad Alfred, laggiù… pam! proprio sul ginocchio. Stai attento! — Frate Fingo si spinse indietro il cappuccio e ridacchiò mentre il novizio e Malicia si mettevano in posizione. Fingo era senza dubbio l'uomo più brutto del mondo e quando rideva il vasto spiegamento di gengive rosee e di grossi denti di vario colore aggiungeva ben poco al suo fascino; era un anormale, ma difficilmente un anormale poteva essere definito mostruoso; era una caratteristica ereditaria piuttosto comune nel paese del Minnesota da cui proveniva; produceva calvizie e una distribuzione molto ineguale di melanina, così che la pelle del monaco era un mosaico di macchie color fegato e cioccolata su uno sfondo albino. Tuttavia, il suo perpetuo buonumore compensava il suo aspetto, tanto che la gente non lo notava più, dopo pochi minuti; e dopo una lunga consuetudine, le caratteristiche di frate Fingo sembravano normali quanto quelle di un pony pezzato. Ciò che sarebbe sembrato orribile in un individuo imbronciato, diventava quasi decorativo, come il trucco di un pagliaccio, se era accompagnato da un esuberante buonumore. L'assegnazione di Fingo alla cucina era una punizione, probabilmente temporanea. Era uno scultore di legno e di solito lavorava nella carpenteria. Ma qualche episodio di presunzione, a proposito di una figura del Beato Leibowitz che aveva avuto il permesso di scolpire, aveva indotto l'abate a trasferirlo in cucina fino a che non mostrasse di far pratica di umiltà. Nel frattempo, la statua del Beato aspettava nella carpenteria, scolpita a metà.

Il sogghigno di Fingo cominciò a svanire mentre studiava l'espressione di Francis che scaricava il grano e l'acqua dalla capricciosa somarella.

— Mi sembri una pecora ammalata, ragazzo — disse al penitente.

— Cosa succede? Padre Cheroki ha ancora una delle sue crisi di rabbia lenta?

Frate Francis scosse il capo. — No, che io sappia.

— E allora cosa c'è? Sei veramente ammalato?

— Mi ha ordinato di ritornare all'abbazia.

— Co-o-o-sa? — Fingo fece ruotare una caviglia pelosa al di sopra dell'asino e piombò al suolo da un'altezza di pochi centimetri. Torreggiò su frate Francis, gli batté sulla spalla una mano carnosa, e lo guardò in faccia. — Cos'è, itterizia?

— No. Crede che io sia… — Francis si batté un dito sulla tempia e scrollò le spalle.

Fingo rise. — Bene, è vero, ma lo sappiamo tutti. Perché ti rimanda indietro?

Francis gettò uno sguardo sulla cassetta, vicino ai suoi piedi. — Ho trovato alcune cose appartenenti al Beato Leibowitz. Ho cominciato a dirglielo, ma non mi ha creduto. Non ha lasciato che gli spiegassi. Ha…

— Hai trovato che cosa? — Fingo sorrise incredulo, poi cadde in ginocchio e aprì la cassetta mentre il novizio osservava nervoso. Il monaco rimestò con un dito i cilindri baffuti negli scomparti e zufolò sommessamente. — Incantesimi dei pagani delle colline, no? È roba antica, Francisco, veramente antica. — Guardò il biglietto sul coperchio.

— Cosa sono quelle sciocchezze? — chiese, guardando lo sconsolato novizio attraverso gli occhi socchiusi.

— Inglese prediluviale.

— Non l'ho mai studiato, tranne quello che cantiamo in coro.

— È stato scritto dal Beato in persona.

Questo? - frate Fingo levò lo sguardo dal biglietto a frate Francis e poi tornò a posarlo sul foglio. Scosse improvvisamente il capo, richiuse la cassetta e si alzò. Il suo ghigno diventò artificiale. — Forse il Padre ha ragione. Farai meglio a ritornare indietro e a farti preparare dal frate farmacista qualcuna delle sue specialità a base di funghi. Hai la febbre, fratello.

Francis alzò le spalle. — Forse.

— Dove hai trovato questa roba?

Il novizio glielo indicò. — Da quella parte, dopo qualche monticello. Ho smosso qualche pietra. C'è stata una frana, e ho trovato un sotterraneo. Vai a vedere tu stesso.

Fingo scosse il capo. — Mi aspetta un bel po' di strada.

Francis raccolse la cassetta e si avviò verso l'abbazia mentre Fingo ritornava ai suoi asinelli, ma dopo pochi passi il novizio si fermò e lo chiamò.

— Frate Macchie… puoi perdere due minuti?

— Forse — rispose Fingo. — Perché?

— Allora vai là e guarda nella buca.

— Perché?

— Così potrai dire a Padre Cheroki che c'è davvero.

Fingo si fermò, con una gamba già a cavalcioni del somaro. — Ah! — E ritirò la gamba. — Benissimo. E se non c'è, lo dirò a te!

Francis osservò per un momento, mentre Fingo si allontanava a grandi passi, scomparendo fra i monticelli; poi si voltò per percorrere, a passi strascicati, la lunga pista polverosa verso l'abbazia, mangiucchiando a intermittenza un po' di grano e bevendo qualche sorso dall'otre. Ogni tanto si voltava a guardare indietro. Fingo era scomparso da più di due minuti. Frate Francis aveva smesso di aspettarne la ricomparsa quando udì un grido lontano levarsi dalle rovine, dietro di lui. Si voltò. Riuscì a distinguere la figura dello scultore ritta su uno dei monticelli. Fingo agitava le braccia e annuiva vigorosamente con il capo in segno affermativo. Francis agitò le braccia a sua volta, poi proseguì fiaccamente il suo cammino.

Due settimane di inedia quasi totale avevano preteso il loro tributo. Dopo due o tre miglia cominciò a barcollare. Quando distava ancora un miglio dall'abbazia, svenne accanto alla strada. Era pomeriggio inoltrato quando Cheroki, di ritorno dalle sue visite, lo vide lì disteso, smontò in fretta e bagnò il viso del giovane fino a che lo fece gradualmente rinvenire. Cheroki aveva incontrato gli asinelli del rifornimento durante il cammino di ritorno, e si era fermato ad ascoltare il racconto di Fingo, che confermava la scoperta di frate Francis. Sebbene non fosse disposto a credere che Francis avesse scoperto qualcosa di veramente importante, il prete si pentì della sua impazienza di poco prima nei confronti del giovane. Quando ebbe notato la cassetta che giaceva, lì accanto, con il suo contenuto parzialmente sparso al suolo, e quando ebbe lanciato un breve sguardo al foglietto incollato al coperchio, mentre Francis sedeva, stordito e confuso, sul ciglio della pista, Cheroki cominciò a considerare i balbettamenti del ragazzo come il risultato di una immaginazione romantica piuttosto che del delirio o della pazzia. Non aveva visitato la cripta e non aveva esaminato attentamente il contenuto della cassetta, ma era evidente, per lo meno, che il ragazzo aveva interpretato erroneamente alcuni eventi reali, invece di confessare delle allucinazioni.

— Puoi finire la tua confessione non appena saremo arrivati — disse sottovoce al novizio, aiutandolo a salire dietro la sella della giumenta. — Credo di poterti assolvere se non insisti nell'affermare d'aver ricevuto messaggi personali dai santi. Eh?

Per il momento, frate Francis era troppo debole per insistere in qualsiasi cosa.

4

— Avete fatto bene — brontolò alla fine l'abate. Aveva camminato lentamente avanti e indietro nel suo studio per circa cinque minuti; la sua larga faccia da contadino aveva un serrato cipiglio muscolare, mentre Padre Cheroki se ne stava seduto nervosamente sull'orlo della sedia. L'abate non aveva pronunciato parola da quando Cheroki era entrato nella stanza, in risposta al suo invito; Cheroki sussultò lievemente quando l'Abate Arkos brontolò finalmente quelle parole.

— Avete fatto bene — disse ancora l'abate, fermandosi in mezzo alla stanza e guardando a occhi socchiusi il priore, che finalmente cominciò a rilassarsi. Era quasi mezzanotte e Arkos era stato sul punto di ritirarsi per dormire un paio d'ore prima del Mattutino e delle Laudi. Ancora umido e spettinato dopo una recente immersione nel barile che costituiva la sua vasca da bagno, a Cheroki sembrava un orso mannaro solo parzialmente trasformato in uomo. Indossava una veste di pelli di coyote, e l'unico segno del suo ufficio era la croce pettorale che riposava sul suo petto tra il pelo nero e lampeggiava, alla luce delle candele, ogni volta che l'abate si voltava verso la scrivania. I capelli umidi gli spiovevano sulla fronte; con la corta barbetta appuntita e le pelli di coyote sembrava, in quel momento, non tanto un prete quanto un comandante militare, pieno di repressa furia di battaglia dopo un recente combattimento. Padre Cheroki, che veniva da una schiatta baronale di Denver, aveva la tendenza a reagire formalmente alle facoltà ufficiali dell'altro, a parlare con cortesia davanti al simbolo del potere, senza permettersi di vedere l'uomo che lo portava, seguendo in questo le usanze di Corte in auge in molte epoche. Così, Padre Cheroki aveva sempre mantenuto rapporti formalmente cordiali con l'anello e la croce pettorale, con l'ufficio del suo abate, ma si permetteva di vedere il meno possibile di Arkos in quanto uomo. Questo era piuttosto difficile nelle circostanze attuali, poiché il Reverendo Padre Abate era uscito di fresco dal bagno e zampettava nello studio a piedi nudi. A quanto pareva, si era appena tagliato un callo, e aveva inciso troppo profondamente: uno degli alluci sanguinava. Cheroki cercava di non notarlo, ma si sentiva molto imbarazzato.

— Sapete di che cosa sto parlando? — grugnì impaziente Arkos.

Cheroki esitò. — Vi dispiacerebbe, Padre Abate, essere più specifico… nel caso che sia connesso con qualcosa che io posso avere udito soltanto in confessione?

— Ah? Oh! Bene, sono veramente sconvolto! Voi avete udito la sua confessione, l'avevo dimenticato. Bene, inducetelo a raccontarvi tutto di nuovo, in modo che possiate parlare… sebbene, lo sa il Cielo, ormai la voce si sia sparsa in tutta l'abbazia. No, non andate subito da lui. Parlerò con voi, e voi non rispondete se tocco un argomento coperto dal segreto della confessione. Avete visto quella roba? — L'Abate Arkos fece un cenno in direzione della scrivania su cui il contenuto della cassetta di frate Francis era stato rovesciato per essere esaminato.

Cheroki annuì, lentamente. — L'aveva lasciata cadere vicino alla strada, quando è svenuto. Io l'ho aiutato a raccogliere tutto, ma non l'ho guardata con molta attenzione.

— Bene, sapete che cosa pretende che sia?

Padre Cheroki distolse lo sguardo e mostrò di non aver udito la domanda.

— Sta bene, sta bene — grugnì l'abate. — Non importa che cosa lui sostiene che sia. Andate a guardare voi stesso attentamente e decidete che cos'è, secondo voi.

Cheroki andò a curvarsi sulla scrivania ed esaminò con cura le carte, una alla volta, mentre l'abate camminava avanti e indietro e continuava a parlare, apparentemente al prete ma in realtà quasi a se stesso.

— È impossibile! Voi avete fatto bene a rimandarlo qui prima che scoprisse altra roba. Ma naturalmente questo non è il peggio. Il peggio è il vecchio di cui va blaterando. È grave. Non c'è niente che potrebbe danneggiare la causa più di un fiume di improbabili "miracoli". Qualche vera coincidenza, certamente! Si deve stabilire che l'intercessione del Beato ha prodotto fatti miracolosi… prima che sia possibile la canonizzazione. Ma questo può essere troppo! Pensate al Beato Chang, beatificato due secoli fa, e mai canonizzato… fino ad ora. E perché? Il suo Ordine divenne troppo impaziente, ecco perché. Ogni volta che qualcuno guariva da una tosse, era un intervento miracoloso del Beato. Visioni in cantina, evocazioni sul campanile: sembrava più una raccolta di storie di fantasmi che un elenco di casi miracolosi. Forse due o tre casi erano veramente validi, ma quando c'è troppa paglia… ebbene?

Padre Cheroki alzò la testa. Le nocche delle sue mani erano divenute bianche per la pressione esercitata sull'orlo della scrivania, e il suo viso sembrava teso. Pareva non avesse ascoltato. — Scusatemi, Padre Abate.

— Ebbene, la stessa cosa può capitare qui, ecco — disse l'abate, e ricominciò a camminare lentamente avanti e indietro. — L'anno scorso c'è stato frate Noyon e il suo miracoloso cappio del carnefice. Ah! E l'anno prima, frate Smirnov fu misteriosamente guarito della gotta… come? toccando una probabile reliquia del nostro Beato Leibowitz, dicevano quei giovani zotici. E adesso Francis incontra un pellegrino… che indossa che cosa?… indossa come gonnellino la stessa tela di sacco con cui incappucciarono il Beato Leibowitz prima di impiccarlo. E cosa ha per cintura? Una corda. Che corda? Ah, la stessa… — Si fermò, volgendosi a Cheroki. — Posso capire dalla vostra espressione sorpresa che questa non l'avevate ancora saputa. No? Benissimo, non potete dirlo. No, no, Francis non ha detto questo. Tutto quello che ha detto è… — L'Abate Arkos cercò di iniettare un lieve tono di falsetto nella sua voce normalmente burbera. — Tutto ciò che ha detto frate Francis è: «Ho incontrato un vecchietto, e ho pensato che fosse un pellegrino diretto all'abbazia perché andava da quella parte e portava un vecchio sacco stretto attorno ai fianchi da un pezzo di corda. Ha fatto un segno sulla pietra, e il segno era così».

Arkos tolse un pezzo di pergamena dalla tasca della veste di pelliccia e lo tenne alto davanti al viso di Cheroki nella luce della candela. Poi continuò, con poco successo, il tentativo di imitare frate Francis: — "Non sono riuscito a capire cosa significasse voi lo sapete?"

Cheroki fissò i simboli e scosse il capo.

— Non lo chiedevo a voi - brontolò Arkos con voce normale. — È quello che ha detto Francis. Non lo sapevo neanch'io.

— E adesso lo sapete?

— Adesso lo so. Qualcuno è andato a controllare. Questa è una lamedh, e quella è una sadhe. Lettere ebraiche.

Sadhe lamedh?

— No. Da destra a sinistra. Lamedh sadhe. Una elle e un suono tra la ti e la esse. Se vi fossero segni di vocali, potrebbe essere "loots", "lots", "lets", "latz", "litz"… qualunque cosa di questo genere. Se vi fosse qualche lettera in mezzo a queste due, potrebbe suonare come Llll… indovinate chi.

— Leibo… Oh, no!

— Oh, sì! Frate Francis non ci ha pensato. Ci ha pensato qualcun altro. Frate Francis non ha pensato al cappuccio di tela da sacco e alla corda del carnefice; ci ha pensato uno dei suoi confratelli. Così, cosa succede? Prima di notte, l'intero noviziato stava già ronzando per la dolce favoletta che Francis ha incontrato là fuori lo stesso Beato, e il Beato ha accompagnato il nostro ragazzo fino al punto in cui era questa roba e gli ha detto che avrebbe trovato la vocazione.

Un cipiglio di perplessità contrasse per un attimo il viso di Cheroki. — Frate Francis ha detto questo?

— Noo! — ruggì Arkos. — Non avete ascoltato? Francis non ha detto una cosa simile. Vorrei che l'avesse fatto, per la miseria; allora l'avrei colto in fallo, il birbante! Ma lui la racconta in modo dolce e semplice, piuttosto stupido, in realtà e lascia che siano gli altri a interpretarne il significato. Io non gli ho parlato, personalmente. Ho mandato il Rettore dei Memorabilia a farsi raccontare la sua versione.

— Credo che farei meglio a parlare a frate Francis — mormorò Cheroki.

— Fatelo! Quando siete entrato, non sapevate ancora se dovevo arrostirvi vivo o no. Per averlo fatto ritornare, voglio dire. Se l'aveste lasciato fuori nel deserto, non ci troveremmo alle prese con questa fantastica tiritera. Ma, d'altra parte, se fosse rimasto là fuori, non si può sapere che altro avrebbe tirato fuori da quel sotterraneo. Io credo che abbiate fatto bene a mandarlo qui.

Cheroki, che aveva preso la decisione su basi molto diverse, giudicò che la politica più appropriata fosse il silenzio.

— Parlategli — ringhiò l'abate. — Poi mandatelo da me.


Erano circa le nove di un luminoso lunedì mattina quando frate Francis bussò timidamente alla porta dello studio dell'abate. Una buona notte di sonno sul duro pagliericcio, nella sua vecchia, solita cella, più un'insolita colazione non avevano forse fatto prodigi per i suoi tessuti esausti e non avevano spezzato via completamente il riverbero del sole dal suo cervello, ma quei lussi relativi lo avevano per lo meno restituito a una chiarezza di mente sufficiente a consentirgli di intuire che aveva motivo di essere spaventato. Infatti era terrorizzato, così che il suo primo tocco alla porta dell'abate non si udì affatto. Neppure Francis poté udirlo. Dopo parecchi minuti, riuscì a raccogliere il coraggio necessario per bussare ancora.

Benedicamus Domino.

Deo gratias? - chiese Francis.

— Entra, figliolo entra! — chiamò una voce affabile che Francis, dopo qualche secondo di perplessità, riconobbe, sbalordito, per quella del suo abate.

— Gira la maniglia, figlio mio — disse la stessa voce amichevole dopo che frate Francis si era fermato irrigidito per parecchi secondi, con le nocche ancora nella posizione di bussare.

— S-s-sì… — Francis toccò appena la maniglia, ma parve che quella maledetta porta si aprisse comunque; aveva sperato che sarebbe rimasta saldamente bloccata.

— Monsignore l'Abate ha m-m-m-andato a chiamare… me? — squittì il novizio.

L'abate Arkos sporse le labbra e annuì lentamente. — Uhm-sì, l'Abate ha mandato a chiamare… te. Entra e chiudi la porta.

Frate Francis chiuse la porta e rimase ritto, rabbrividendo, nel centro della stanza. L'abate giocherellava con qualcuno degli oggetti dai baffi di filo metallico tolti dall'antica cassetta.

— O forse sarebbe stato più conveniente — disse l'Abate Arkos — se il Reverendo Padre Abate fosse stato chiamato da te. Ora che tu sei stato così favorito dalla Provvidenza e sei diventato così famoso, eh? — E sorrise in modo accattivante.

— Eh? Eh? — Frate Francis rise con aria interrogativa. — Oh, n-n-no, Monsignore.

— Non contesti di aver acquisito fama molto rapidamente? Di essere stato eletto dalla Provvidenza per scoprire questo… — E indicò con un gesto le reliquie sparse sulla scrivania — … questa cassetta di cianfrusaglie come il suo precedente proprietario la chiamava giustamente?

Il novizio balbettò, impotente, e in qualche modo riuscì ad esibire una specie di sogghigno.

— Tu hai diciassette anni e sei evidentemente un idiota, non è così?

— Questo è indubbiamente vero, Monsignore Abate.

— Che scusa adduci per crederti chiamato alla Religione?

— Nessuna scusa, magister meus.

— Ah? È così? Allora senti di non avere vocazione per l'Ordine?

— Oh, io l'ho! — ansimò il novizio.

— Ma non adduci alcuna giustificazione?

— Nessuna.

— Piccolo cretino, ti sto chiedendo quali ragioni hai. Poiché dichiari di non averne, ne deduco che sei pronto a negare di aver incontrato qualcuno nel deserto, l'altro giorno, che sei inciampato in questa cassetta di cianfrusaglie senza alcun aiuto, e che ciò che io ho udito dagli altri è soltanto… un delirio febbrile?

— Oh, no, Don Arkos!

— Oh, no che cosa?

— Non posso negare ciò che ho visto con i miei occhi, Reverendo Padre.

— Quindi, tu hai incontrato un angelo… o era un santo?… forse non ancora un santo?… e ti ha indicato dove cercare?

— Non ho mai detto che era…

— E questa è la giustificazione per credere di avere una sincera vocazione, non è così? Questa… questa… dobbiamo chiamarla una "creatura"?… ti ha augurato di trovare una voce, e ha segnato una pietra con le sue iniziali, e ti ha detto che era ciò che cercavi, e quando tu hai guardato sotto la pietra… c'era questo. Eh?

— Sì, Don Arkos.

— Cosa ne pensi della tua esecrabile vanità?

— La mia esecrabile vanità è imperdonabile, mio Signore e Maestro.

— Immaginarti tanto importante da essere imperdonabile, è una vanità ancora più grande — ruggì il superiore dell'abbazia.

— Monsignore, io sono veramente un verme.

— Benissimo, è solo necessario che tu neghi la parte relativa al pellegrino. Nessun altro ha visto quella persona, sai. Mi pare di aver capito che avrebbe dovuto venire in questa direzione. Ha detto persino che si sarebbe fermato qui. E si è informato sull'abbazia. Sì? E dove sarebbe sparito, se mai è esistito? Nessuna persona di quel genere è passata di qui. Il fratello che era di turno alla torre di guardia non l'ha visto. Eh? Adesso sei disposto ad ammettere che te lo sei immaginato?

— Se non vi fossero veramente quei due segni sulla pietra dove lui… allora forse potrei…

L'abate chiuse gli occhi e sospirò, stancamente. — I segni ci sono… molto deboli — ammise. — Avresti potuto farli tu.

— No, Monsignore.

— Ammetti di avere immaginato quella vecchia creatura?

— No, Monsignore.

— Benissimo, sai cosa ti capiterà, adesso?

— Sì, Reverendo Padre.

— Allora preparati a ricevere la punizione.

Tremando, il novizio si raccolse l'abito attorno alla cintura e si piegò sulla scrivania. L'abate prese dal cassetto una robusta riga di quercia, la provò sulla palma, poi diede a Francis un abile colpo trasversale sulle natiche.

Deo gratias! - rispose doverosamente il novizio, boccheggiando un po'.

— Hai intenzione di cambiare idea, figlio mio?

— Reverendo Padre, non posso negare…

Whack!

Deo gratias!

Whack!

Deo gratias!

Dieci volte fu ripetuta la semplice ma dolorosa litania, mentre frate Francis gemeva i suoi ringraziamenti al Cielo per ogni bruciante lezione della virtù dell'umiltà, come era previsto che facesse. L'abate si fermò dopo la decima sferzata. Frate Francis stava in punta di piedi e vacillava leggermente. Le lacrime gli spuntavano dagli angoli delle palpebre contratte.

— Mio caro fratello Francis — disse l'Abate Arkos — sei assolutamente sicuro di avere visto il vecchio?

— Sicuro — squittì il giovane, facendosi coraggio in attesa di altri colpi.

L'Abate Arkos sbirciò il giovane con aria clinica, poi girò attorno alla scrivania e sedette con un brontolio. Fissò accigliato, il pezzo di pergamena che recava le lettere:



— Chi credi che fosse? — mormorò distrattamente l'Abate Arkos.

Frate Francis aprì gli occhi, provocando una breve doccia di lacrime.

— Oh, mi hai convinto, figliolo, purtroppo per te.

Francis non disse nulla, ma pregò silenziosamente che la necessità di convincere il superiore della propria veracità non si presentasse spesso. In risposta a un gesto irritato dell'abate, riabbassò la tunica.

— Puoi sederti — disse l'abate, assumendo un tono distratto, se non cordiale.

Francis si mosse verso la sedia che gli era stata indicata, si abbassò a metà, poi rabbrividì e si raddrizzò. — Se per il Reverendo Padre Abate è lo stesso…

— Benissimo, allora resta in piedi. Non ti tratterrò a lungo, comunque, dovrai uscire e finire la tua valigia. — Si interruppe, notando che il viso del novizio si illuminava un poco. — Oh, no, non là! — scattò. — Non ritornerai nello stesso posto. Scambierai il tuo eremitaggio con quello di frate Alfred, e non tornerai più vicino a quelle rovine. Inoltre, ti comando di non discutere della cosa con nessuno, eccetto il tuo confessore e me, sebbene, il Cielo lo sa, il malanno sia già stato fatto. Sai a cosa hai dato l'avvio?

Frate Francis scosse il capo. — Poiché ieri era domenica, Reverendo Padre, non ci era richiesto di tacere, e durante la ricreazione mi sono limitato a rispondere alle domande dei confratelli. Pensavo…

— Bene, i tuoi confratelli hanno combinato una spiegazione molto acuta, caro figlio. Sapevi che era il Beato Leibowitz in persona colui che hai incontrato là fuori?

Francis lo guardò senza capire per un momento, poi scosse di nuovo il capo. — Oh, no, Monsignor Abate, sono sicuro che non poteva essere lui. Il Beato Martire non farebbe una cosa simile.

— Non farebbe che cosa?

— Non inseguirebbe qualcuno cercando di colpirlo con un bastone chiodato.

L'abate si passò una mano sulla bocca per nascondere un sorriso involontario. Dopo un momento riuscì a mostrarsi pensieroso. — Oh, non so. Eri tu quello che inseguiva, no? Sì credo di sì? Sì, eh? Bene, vedi, loro non credono che questo escluda la possibilità che si trattasse del Beato. Ora, io dubito fortemente che vi siano molte persone che il Beato inseguirebbe con un bastone chiodato, ma… — Si interruppe, incapace di reprimere una risata davanti all'espressione sul volto del novizio. — Benissimo, figliolo… ma chi credi che potesse essere quel vecchio?

— Pensavo che forse era un pellegrino diretto a visitare il nostro santuario, Reverendo Padre.

— Non è ancora un santuario, e non devi chiamarlo così. E comunque, non era diretto qui, o per lo meno, qui non è venuto. E non è passato oltre i nostri cancelli, a meno che la sentinella non fosse addormentata. E il novizio di guardia nega di essersi addormentato, sebbene abbia ammesso di avere molto sonno, quel giorno. Dunque, tu cosa suggerisci?

— Se il Reverendo Padre vuole perdonarmi, anch'io sono stato di guardia qualche volta.

— E allora?

— Bene, in una giornata luminosa, quando non c'è niente che si muove, tranne le poiane, dopo qualche ora si comincia a guardare le poiane.

— Ah, tu lo fai, eh? Quando dovresti sorvegliare la pista!

— E se si guarda il cielo troppo a lungo, ci si stordisce… non ci si addormenta veramente… ma si resta… come dire… intontiti.

— Dunque è così che fai quando sei di guardia, vero? — grugnì l'abate.

— Non necessariamente. Voglio dire, no, Reverendo Padre, non saprei. Frate Je… voglio dire, un fratello cui ho dato il cambio una volta era proprio così. Non sapeva neppure che fosse l'ora del cambio. Era là seduto sulla torre e fissava il cielo a bocca aperta. Abbagliato.

— Sì, e la prima volta che ti istupidisci in questo modo, arriverà una schiera di scorridori atei dallo Utah, ucciderà qualche giardiniere, rovinerà il sistema di irrigazione, distruggerà il nostro raccolto, e butterà pietre nel pozzo prima che noi cominciamo a difenderci. Perché fai quella faccia… oh, dimenticavo… tu vivevi nello Utah, prima di fuggire, no? Ma non importa, può darsi… dico può darsi… che tu abbia ragione per quanto riguarda il fratello di guardia… che avrebbe potuto non vedere il vecchio, cioè. Tu sei sicuro che era soltanto un comune vecchio… nient'altro? Non un angelo? Non un beato?

Lo sguardo del novizio si levò verso il soffitto, pensierosamente, poi ricadde in fretta sul viso dell'abate. — Gli angeli e i santi fanno ombra?

— Sì… voglio dire no. Voglio dire… come posso saperlo? Faceva ombra, non è vero?

— Ecco… era un'ombra così piccola che potevo appena vederla.

Cosa?

— Perché era quasi mezzogiorno.

— Imbecille! Non ti sto chiedendo che cosa era. So benissino che cos'era, se mai tu l'hai visto davvero. — L'Abate Arkos batté ripetutamente sulla tavola, per sottolineare la frase. — Voglio sapere se tu… tu… sei sicuro sopra ogni dubbio che fosse soltanto un vecchio come tutti gli altri!

Questo genere di interrogatorio stupì frate Francis. Nella sua mente, non c'era alcuna linea retta che separava il Naturale dal Soprannaturale, ma c'era, piuttosto, una zona crepuscolare intermedia. C'erano cose che erano chiaramente naturali, e c'erano Cose che erano chiaramente soprannaturali, ma fra questi estremi c'era un zona di confusione — la sua confusione — il preternaturale… dove le cose fatte di terra, aria, fuoco o acqua tendevano a comportarsi in modo inquietante come Cose. Per frate Francis, questa regione comprendeva tutto ciò che poteva vedere ma non comprendere. E frate Francis non era mai "sicuro al di là di ogni dubbio", come l'abate gli stava chiedendo di essere. Così, sollevando il problema, l'Abate Arkos stava involontariamente lanciando il pellegrino del novizio nella regione crepuscolare, nella stessa prospettiva che aveva avuto la prima apparizione del vecchio, come una striscia nera, priva di gambe, che fremeva nel mezzo di un lago creato dall'illusione del calore sulla pista, nella stessa prospettiva che aveva occupato per un attimo quando il mondo del novizio si era contratto fino a non contenere altro che una mano tesa per offrigli un pezzetto di cibo. Se qualche creatura superumana aveva deciso di camuffarsi da creatura umana, come poteva, lui, penetrare in quel travestimento, o sospettare che ve ne fosse uno? Se una creatura del genere non voleva essere sospettata, non avrebbe ricordato di gettare un'ombra, di lasciare orme di passi, di mangiare pane e formaggio? Non poteva, forse, masticare foglie aromatiche, sputare contro una lucertola, e ricordarsi di imitare la reazione di un mortale che dimenticava di infilare i sandali prima di avventurarsi sul terreno scottante? Francis non era in grado di valutare l'intelligenza o l'ingegnosità di esseri infernali o celesti, o di indovinare la portata delle loro abilità istrioniche, sebbene pensasse che tali creature fossero infernalmente o celestialmente abili. L'abate, sollevando la questione, aveva già formulato la natura della risposta di frate Francis, che era questa: prendere in esame la questione, sebbene prima non lo avesse fatto.

— Ebbene, ragazzo mio?

— Monsignor Abate, voi non supponete che potesse essere…

— Ti sto chiedendo di non supporre. Ti sto chiedendo di essere sicuro. Era o non era una normale persona di carne e di sangue?

La domanda era spaventosa. Il fatto che tale domanda fosse dignificata dal provenire dalle labbra di una persona così illustre come il suo abate la rendeva ancora più spaventosa, anche se Francis capiva che il suo superiore l'aveva formulata semplicemente perché voleva una particolare risposta. La voleva intensamente. Se la voleva intensamente, la domanda doveva essere importante. Se la domanda era abbastanza importante per un abate, era troppo importante per frate Francis, che non osò sbagliare.

— Io… credo che fosse di carne e di sangue, Reverendo Padre, ma non era precisamente "normale". In un certo senso, era straordinario.

— In che senso? — chiese con voce tagliente l'Abate Arkos.

— Come… come riusciva a sputare diritto. E sapeva leggere, credo.

L'abate chiuse gli occhi e si soffregò le tempie, in evidente segno di esasperazione. Quanto sarebbe stato semplice se avesse potuto dire al ragazzo che il suo pellegrino era soltanto un vecchio vagabondo, e se poi avesse potuto ordinargli di non pensare altrimenti. Ma, permettendo al ragazzo di capire che era possibile una domanda, aveva reso inefficiente l'ordine prima ancora di pronunciarlo. Fino a che il pensiero poteva essere governato, gli si poteva soltanto ordinare di seguire ciò che la ragione confermava; un diverso comando non sarebbe stato obbedito. Come ogni saggio dominatore, l'Abate Arkos non emetteva ordini invano, quando era possibile disobbedire e quando era impossibile imporli con la forza. Era meglio distogliere lo sguardo, piuttosto che dare ordini ineseguibili. Aveva formulato una domanda cui lui stesso non avrebbe saputo rispondere secondo ragione, poiché non aveva mai visto il vecchio, e di conseguenza aveva perduto il diritto di rendere obbligata la risposta.

— Vattene — disse alla fine, senza neppure aprire gli occhi.

5

Un po' sconvolto dalla commozione che si era sparsa nell'abbazia, frate Francis ritornò quello stesso giorno nel deserto, per completare la sua Vigilia quaresimale in una solitudine piuttosto desolata. Aveva previsto che le reliquie avrebbero destato un po' di eccitazione, ma l'eccessivo interesse che tutti dimostravano per il vecchio pellegrino lo sorprendeva. Francis aveva parlato del vecchio soltanto per la parte che quello aveva avuto, per caso o per disegno della Provvidenza, nel ritrovamento della cripta e delle reliquie. Il pellegrino era soltanto un ingrediente minore, per quanto riguardava Francis, in un disegno superiore al cui centro stavano le reliquie di un santo. Ma i suoi confratelli novizi avevano dimostrato un interesse maggiore per il pellegrino che per le reliquie, e persino l'abate lo aveva convocato non per interrogarlo sulla cassetta, ma per chiedere particolari sul conto del vecchio. Gli avevano rivolto centinaia di domande sul pellegrino, domande cui sapeva rispondere soltanto: «Non l'ho notato», oppure «Non stavo guardandolo, in quel momento», oppure «Non ricordo se lo ha detto»: e alcune delle domande erano piuttosto bizzarre. Quindi interrogò se stesso: "Avrei dovuto notarlo? Sono stato sciocco a non osservare ciò che faceva? Non prestavo abbastanza attenzione a ciò che diceva? Mi è sfuggito qualcosa di importante perché ero stordito?"

Rimuginò nell'oscurità mentre i lupi si aggiravano attorno al suo nuovo accampamento e riempivano le notti dei loro ululati. Si accorse di meditare durante certi momenti del giorno che dovevano essere dedicati alle preghiere e agli esercizi spirituali della vigilia di vocazione; e lo confessò al Priore Cheroki la prima volta che il prete si presentò, durante il suo giro di visite domenicali.

— Non dovresti permettere che le romantiche immaginazioni degli altri ti turbino; hai già abbastanza guai con la tua immaginazione — gli disse il prete, dopo averlo rimproverato per aver trascurato gli esercizi e le preghiere. — Quelli non escogitano domande del genere sulla base di ciò che potrebbe essere vero; le elaborano sulla base di ciò che potrebbe essere sensazionale, se per caso fosse vero. È ridicolo! Posso dirti che il Reverendo Padre Abate ha ordinato a tutti i novizi di lasciar cadere l'argomento. — Dopo un attimo aggiunse, sfortunatamente: — Non c'era proprio nulla, in quell'uomo, che potesse far pensare al soprannaturale… vero? — con una sola, lievissima inflessione di speranzosa interrogazione nella voce.

Anche frate Francis cominciò a chiederselo. Se c'era stato qualcosa che poteva far pensare al soprannaturale, non l'aveva notato. Ma, giudicando dal numero di domande cui non sapeva rispondere, in verità non aveva notato molte cose. La profusione delle domande gli aveva dato l'impressione che la sua pochezza nell'osservare fosse stata, in un certo senso, colpevole. Era grato al pellegrino, poiché grazie a lui aveva scoperto il rifugio.

Ma non aveva interpretato gli eventi interamente in termini del proprio interesse, spinto dal desiderio di trovare qualche prova che la sua vocazione per le fatiche del monastero era nata non tanto dalla sua spontanea volontà quanto dalla grazia che dava forza a tale volontà, senza tuttavia costringerla, dirigendola verso la scelta. Forse gli eventi avevano un significato più vasto che gli era sfuggito, poiché se ne era lasciato assorbire totalmente.

Cosa ne pensi della tua esecrabile vanità?

"La mia esecrabile vanità è del tutto simile a quella del gatto delle favole, che studiava ornitologia, Monsignore."

Il suo desiderio di professare i suoi voti definitivi e perpetui non era forse simile al movente del gatto che era diventato ornitologo?… in modo di poter glorificare la propria ornitofagia, mangiando esotericamente Penthestes atricapillus senza mangiare mai cingallegre. Poiché, come il gatto era chiamato dalla Natura ad essere ornitofago, così Francis era chiamato dalla sua stessa natura a divorare famelicamente la conoscenza che poteva essere insegnata in quei tempi e, poiché non c'erano altre scuole se non le scuole monastiche, aveva indossato dapprima l'abito di postulante e poi quello di novizio. Ma sospettare che Dio, come la Natura, lo avesse chiamato a diventare un monaco professo dell'Ordine?

Che altro poteva fare? Non poteva ritornare alla sua terra natale, lo Utah. Da bambino era stato venduto a uno sciamano, che l'avrebbe istruito per farsene un servo e un accolito. Poiché era fuggito, non poteva ritornare, se non per affrontare la terribile "giustizia" tribale. Aveva rubato una proprietà dello sciamano (la sua persona) e mentre il furto era una professione onorevole nello Utah, farsi cogliere in fallo era un reato capitale quando la vittima del furto era lo stregone della tribù. E non gli sarebbe neppure piaciuto ritornare alla vita relativamente primitiva di un popolo di pastori analfabeti, dopo i suoi studi all'abbazia.

Ma che altro? Il continente era scarsamente popolato. Pensò alla mappa appesa a una parete della biblioteca dell'abbazia, alla distribuzione sparsa delle aree tratteggiate, che erano regioni, se non di civiltà, almeno di ordine civile, dove regnava una specie di sovranità legittima che trascendeva la concezione tribale. Il resto del continente era popolato scarsamente dai popoli della foresta e della pianura, che in maggioranza non erano selvaggi, ma gente liberamente organizzata in piccole comunità, qua e là, che viveva di caccia, del raccolto dei prodotti spontanei della terra e di una agricoltura primitiva: il loro tasso di natalità era a malapena sufficiente (se non si contavano le nascite di mostri e di anormali) per mantenere costante il numero della popolazione. Le principali industrie del continente, a eccezione di poche regioni costiere, erano la caccia, l'agricoltura, il combattimento e la stregoneria… quest'ultima era l'industria più promettente per un giovane che aveva possibilità di scegliersi una carriera e che aveva in mente, come scopi primari, la massima ricchezza e il massimo prestigio.

L'istruzione che Francis aveva ricevuto all'abbazia non aveva nessun valore pratico in un mondo buio, ignorante, che viveva giorno per giorno, in cui la cultura non esisteva e in cui un giovane letterato non era di alcun valore per una comunità, a meno che non sapesse anche coltivare la terra, combattere, cacciare o mostrare qualche speciale attitudine per il furto intertribale e per la rabdomanzia dell'acqua o del metallo lavorabile. Persino nei rari domini in cui esisteva una forma di ordine civile, la cultura di Francis non gli sarebbe stata di molto aiuto, se doveva vivere al di fuori della Chiesa. Era vero che qualche barone di poco conto aveva qualche volta alle sue dipendenze uno scriba o due, ma quei casi erano abbastanza rari da essere trascurabili; e quei posti erano occupati altrettanto spesso da monaci quanto da laici istruiti in un monastero.

L'unica richiesta di scribi e segretari era creata dalla stessa Chiesa, la cui tenue rete gerarchica si stendeva su tutto il continente, e qualche volta fino a lidi lontanissimi, sebbene i capi delle diocesi lontane fossero virtualmente autorità autonome, soggetti alla Santa Sede in teoria ma di rado in pratica, poiché erano separati da Nuova Roma non tanto da scismi quanto da oceani attraversati molto di rado. Questa organizzazione poteva essere tenuta insieme soltanto da una rete di comunicazioni. La Chiesa era divenuta, per caso e senza nessuna intenzione di diventarlo, l'unico mezzo per trasmettere le notizie da un luogo all'altro, attraverso tutto il continente. Se a nord-est scoppiava una pestilenza, il sud-ovest ne veniva presto informato, come effetto secondario delle storie dette e ridette dai messaggeri della Chiesa, che andavano e venivano da Nuova Roma.

Se l'infiltrazione dei nomadi nel lontano nord-ovest minacciava una diocesi cristiana, ben presto a sud e a est veniva letta dai pulpiti una enciclica che avvertiva della minaccia ed estendeva l'apostolica benedizione agli "uomini di ogni condizione sociale, che fossero abili nell'uso delle armi, che avessero i mezzi di compiere il viaggio, fossero piamente disposti a farlo, per giurare fedeltà al Nostro diletto figlio, N., legittima autorità di quel luogo, per il periodo di tempo che possa sembrare necessario per il mantenimento di guarnigioni in difesa dei Cristiani contro la minacciosa orda di infedeli, la cui spietata ferocia è nota a molti e che, con Nostro profondissimo dolore, torturarono, assassinarono e divorarono quei sacerdoti di Dio che Noi mandammo fra loro a portare la Parola divina, affinché entrassero come agnelli nel grembo dell'Agnello, del cui gregge Noi siamo il Pastore sulla Terra: perché, mentre Noi non abbiamo mai disperato né cessato di pregare che quei nomadi figli delle tenebre possano essere condotti alla Luce e introdotti in pace nel Nostro regno (perché non è da pensare che gli stranieri pacifici debbano essere respinti da una terra così vasta e deserta: no, essi sarebbero i benvenuti se venissero in pace, anche se fossero estranei alla Chiesa Visibile e al suo Divino Fondatore, purché obbedissero alla Legge Naturale che è scritta nel cuore di tutti gli uomini, legandoli in ispirito a Cristo, anche se essi ignorano il Suo Nome), è tuttavia opportuno e prudente che la Cristianità, pur pregando per la pace e per la conversione degli infedeli, si accinga alla difesa del nord-ovest, dove le orde selvagge si raccolgono e gli incidenti provocati dalla ferocia degli infedeli sono recentemente aumentati; e su ognuno di voi, dilettissimi figli, che può portare le armi e che si dirigerà a nord-ovest per arruolarsi tra coloro che si preparano giustamente a difendere le loro terre, le loro case e le loro chiese, Noi estendiamo e con la presente concediamo, come pegno del Nostro particolare affetto, l'Apostolica Benedizione."

Francis aveva pensato per un po' di andare a nord-ovest, se non fosse riuscito a trovare una vocazione per l'Ordine. Ma, sebbene fosse forte e abbastanza abile nel maneggiare il coltello e l'arco, era piuttosto basso e non molto robusto, mentre — secondo le voci — gli infedeli erano alti tre metri. Non poteva garantire che quelle voci fossero vere, ma non vedeva alcuna ragione per considerarle false.

Oltre a morire in battaglia, c'erano ben poche cose che poteva pensare di fare della sua vita — ben poche cose che sembrassero degne di essere fatte — se non poteva dedicarla all'Ordine.

La certezza nella sua vocazione non era stata spezzata, ma solo lievemente piegata, dalla bruciante lezione impartitagli dall'abate, e dal pensiero del gatto diventato ornitologo quando la Natura l'aveva chiamato soltanto ad essere un ornitofago. Quel pensiero lo rese abbastanza infelice da permettergli di lasciarsi sopraffare dalla tentazione, così che, la Domenica delle Palme, il Priore Cheroki udì da Francis (o dal suo residuo disseccato e bruciato dal sole, in cui l'anima di Francis era rimasta in qualche modo incapsulata) pochi brevi gracidii che costituivano ciò che era probabilmente la confessione più succinta che Francis avesse mai fatto o che Cheroki avesse mai udito:

— Beneditemi, Padre, ho mangiato una lucertola.

Il Priore Cheroki, che era stato per molti anni il confessore di penitenti che praticavano il digiuno, scoprì che l'ambiente gli aveva dato, come al becchino delle favole, una particolare e tranquilla disinvoltura, così che rispose con perfetta equanimità, senza batter ciglio: — Era giorno di astinenza, ed è stata artificialmente preparata?


La Settimana Santa sarebbe stata meno solitaria delle precedenti settimane di Quaresima, se gli eremiti non fossero stati ormai ridotti in tali condizioni da non provarne più alcun interesse; perché in parte la liturgia della Passione veniva portata fuori dalle mura dell'abbazia per toccare i penitenti nei loro eremitaggi: due volte fu portata l'Eucarestia, e il Giovedì Santo fu l'abate a fare personalmente il giro, accompagnato da Cheroki e da tredici monaci, per compiere il Mandato ad ogni eremitaggio. Le vesti dell'Abate Arkos erano nascoste sotto una tonaca da frate, e il leone riuscì quasi a sembrare un umile gattino mentre si inginocchiava e lavava e baciava i piedi dei sui sudditi digiunanti con la massima economia di movimenti e con la minima retorica, mentre gli altri cantavano le antifone.

Mandatum novum do vobis: ut diligatis invicem.

Il Venerdì Santo la Processione della Croce portò un crocifisso velato, fermandosi a ogni eremitaggio per svelarlo gradualmente davanti al penitente, sollevando il drappo un centimetro dopo l'altro per l'Adorazione, mentre i monaci cantavano i Rimproveri:

O mio popolo, che ti ho fatto? O in quale tempo ti ho afflitto? Rispondi… Io ti ho esaltato con il potere della virtù; e tu mi hai appeso al patibolo della croce…

E poi, il Sabato Santo.

I monaci riportarono i novizi all'abbazia uno alla volta… affamati e deliranti. Francis era di 15 chili più leggero e immensamente più debole di quanto lo fosse stato il Mercoledì delle Ceneri. Quando lo misero in piedi nella sua cella, barcollò, e prima di raggiungere la branda, cadde. I fratelli ve lo deposero, lo lavarono, lo rasarono, e unsero la sua pelle screpolata, mentre Francis balbettava in delirio, parlando di qualcosa avvolta in un telo di sacco e alla quale si indirizzava talvolta come a un angelo e talvolta come a un santo, invocando spesso il nome di Leibowitz e cercando di scusarsi.

I suoi confratelli, cui l'abate aveva proibito di parlare di quell'argomento, si limitarono a scambiarsi occhiate significative e cenni misteriosi.

Qualche rapporto filtrò fino all'abate.

— Conducetelo qui — brontolò a un archivista, non appena seppe che Francis era in grado di camminare. Il suo tono mise le ali ai piedi all'archivista.

— Neghi di aver detto queste cose? — grugnì Arkos.

— Non ricordo di averle dette, Monsignor Abate — disse il novizio, sogguardando il righello dell'abate. — Può darsi che delirassi…

— Assumendo che tu delirassi… le ripeteresti, adesso?

— Dovrei dire che il pellegrino era il Beato? Oh, no, Magister meus!

— E allora afferma il contrario.

— Non penso che il pellegrino fosse il Beato.

— Perché non dici chiaro: non lo era?

— Ecco, non avendo mai visto personalmente il Beato Leibowitz, io non vorrei…

— Basta! — ordinò l'abate. — È troppo! Non voglio più vederti o sentirti per molto, molto tempo! Fuori! Un'altra cosa… non aspettarti di professare i voti con gli altri, quest'anno. Non ne avrai il permesso.

Per Francis fu come se un tronco l'avesse colpito allo stomaco.

6

Il pellegrino rimase un argomento di conversazione proibito, nell'abbazia, ma rispetto alle reliquie e al rifugio la proibizione fu, per necessità, gradualmente allentata… tranne che per il loro scopritore, il quale aveva tuttora l'ordine di non discuterne, e preferibilmente di pensarvi il meno possibile. Eppure, non poteva evitarsi di udire qualche voce, ogni tanto, e sapeva che in uno dei laboratori dell'abbazia i monaci erano al lavoro sui documenti, non soltanto sui suoi ma anche su altri che erano stati scoperti nell'antica scrivania, prima che l'abate ordinasse di richiudere il rifugio.

Richiuderlo! Quella notizia sconvolse frate Francis. Il rifugio era stato appena toccato. A parte la sua avventura, non vi erano stati tentativi di addentrarsi ulteriormente nei segreti del rifugio, ad eccezione dell'apertura della scrivania che lui aveva tentato di aprire, senza successo, prima di notare la cassetta. Richiuderlo! Senza tentare di scoprire ciò che poteva esservi oltre la porta interna contrassegnata dalla scritta PORTELLO DUE, senza aver investigato l'"Ambiente Sigillato". Senza neppure rimuovere le pietre o le ossa. Richiuderlo! L'investigazione era stata interrotta bruscamente, senza un motivo.

Poi cominciò a spargersi la voce.

«Emily aveva un dente d'oro, Emily aveva un dente d'oro, Emily aveva un dente d'oro.»

Era verissimo, in realtà. Era una di quelle sciocchezze storiche che in qualche modo riescono a sopravvivere a fatti importanti che qualcuno avrebbe dovuto prendersi il disturbo di ricordare, ma che non venivano documentate, fino a che qualche storico di un monastero era costretto a scrivere: "Né i contenuti dei Memorabilia né alcuna fonte archeologica finora scoperta ci hanno rivelato il nome del dominatore che occupava il Palazzo Bianco durante la seconda metà degli anni Sessanta, benché frate Barcus abbia sostenuto, senza alcune prove a sostegno, che il suo nome era…".

Eppure, era chiaramente documentato nei Memorabilia che Emily aveva avuto un dente d'oro.

Non era sorprendente che il Signor Abate avesse ordinato di sigillare la cripta. Ricordando come aveva sollevato l'antico teschio e come l'aveva voltato verso la parete, frate Francis cominciò improvvisamente a temere l'ira celeste. Emily Leibowitz era scomparsa dalla faccia della Terra all'inizio del Diluvio di Fiamma, e soltanto dopo molti anni il suo vedovo aveva ammesso che era morta.


Si diceva che Iddio, per mettere alla prova l'umanità gonfia di orgoglio come ai tempi di Noé, aveva ordinato agli uomini saggi di quell'epoca, fra i quali era il Beato Leibowitz, di inventare grandi macchine belliche, quali non erano mai state viste sulla Terra, armi tanto potenti che avrebbero potuto contenere lo stesso fuoco dell'Inferno, e che Dio aveva permesso a quei maghi di porre le armi nelle mani dei prìncipi e di dire a ogni principe: «Soltanto perché i nemici sono in possesso di una simile arma, noi abbiamo costruito questa per te, affinché essi sappiano che tu pure la possiedi, ed abbiano in tal modo timore di colpire. Fai in modo, o mio Signore, di temerli quanto essi ora ti temono, perché nessuno possa scatenare questo flagello che noi abbiamo forgiato.»

Ma i prìncipi, negligendo le parole dei loro saggi, avevano pensato: "Se io colpisco abbastanza in fretta, e in segreto, distruggerò gli altri nel sonno, e non rimarrà nessuno per combattere. La Terra sarà mia."

Tale fu la follia dei prìncipi, e ne conseguì il Diluvio di Fiamma.

In poche settimane — qualcuno diceva in pochi giorni — tutto era finito, dopo il primo scatenamento del fuoco infernale. Le città erano diventate mucchi di vetro, circondati da vaste distese di pietre spezzate. Mentre le nazioni erano scomparse dalla Terra, il suolo era cosparso di cadaveri d'uomini e di carogne di animali domestici e di bestie d'ogni genere, insieme agli uccelli dell'aria e a tutti gli esseri che volavano, che nuotavano nei fiumi e strisciavano fra l'erba o si annidavano nelle buche; essendosi ammalati ed essendo periti, essi coprirono la terra, eppure dove i demoni del Fallout coprivano la campagna, i corpi non si corrompevano, per molto tempo, se non erano a contatto con il suolo fertile. Le grandi nuvole della collera divina sommersero le foreste e i campi, facendo avvizzire gli alberi e morire i raccolti. E vi furono grandi deserti là dove un tempo c'era la vita, e in quei luoghi della Terra in cui vivevano ancora gli uomini, essi si ammalavano per colpa dell'aria avvelenata, così che, mentre alcuni sfuggivano alla morte, nessuno rimaneva intatto; e molti morirono anche in quelle terre che le armi non avevano colpito, a causa dell'aria avvelenata.

In tutte le parti del mondo, gli uomini fuggivano da un luogo all'altro, e vi fu una confusione di lingue. Molta ira si levò contro i prìncipi e i servitori dei prìncipi e contro i maghi che avevano costruito le armi. Passarono gli anni, eppure la Terra non si era purificata. Così era chiaramente documentato nei Memorabilia.

Dalla confusione delle lingue, dal mescolarsi dei resti di molte nazioni, dalla paura, nacque l'odio. E l'odio disse: Lapidiamo e sventriamo e bruciamo coloro che fecero questo. Facciamo olocausto di coloro che compirono questo crimine, insieme ai loro mercenari e ai loro saggi; e bruciando essi periscano, e con loro le loro opere, i loro nomi e persino il loro ricordo. Distruggiamoli tutti, e insegniamo ai nostri figli che il mondo è nuovo, che essi possono ignorare i fatti che avvennero prima. Facciano una grande semplificazione, e allora il mondo ricomincerà.

E così, dopo il Diluvio, il Fallout, le pestilenze, la follia, la confusione delle lingue, il furore, cominciò la singuinaria Semplificazione, quando superstiti dell'umanità avevano fatto a pezzi altri superstiti, uccidendo regnanti, scienziati, condottieri, tecnici, insegnanti e ogni persona che i capi della folla inferocita indicavano come meritevoli di morire per aver contribuito a fare della Terra ciò che era. Nulla era stato tanto odioso al cospetto di quelle folle quanto gli uomini sapienti, dapprima perché avevano servito i prìncipi, ma più tardi perché essi rifiutavano di unirsi ai massacri e tentavano di opporsi alle folle, che chiamavano "semplicioni assetati di sangue".

Le folle accettarono gioiosamente quel nome e si levò il grido: «Semplicioni! Sì, sì! Io sono un semplicione! Sei un semplicione, tu? Costruiremo una città e la chiameremo Simple Town, perché allora tutti i furbi bastardi che hanno provocato tutto questo saranno morti! Semplicioni! Andiamo! Questo gli insegnerà! Qui c'è qualcuno che non è un semplicione? Prendete il bastardo, se c'è!»

Per sfuggire al furore delle schiere dei semplicioni, i dotti superstiti correvano ad ogni rifugio che si offrisse loro. Quando la Santa Chiesa li accolse, li vestì di abiti monacali e cercò di nasconderli nei monasteri e nei conventi che erano rimasti in piedi e che erano stati rioccupati, perché i religiosi erano meno disprezzati dalla folla, tranne quando la sfidavano apertamente e accettavano il martirio. Qualche volta questo rifugio era efficace, ma più spesso non lo era. I monasteri venivano invasi, i documenti e i libri sacri venivano bruciati, i rifugiati venivano catturati e impiccati o arsi, sommariamente. La Semplificazione aveva cessato di avere un piano o uno scopo poco tempo dopo il suo inizio, ed era diventata una insana frenesia di sterminio di massa e di distribuzione, quale può verificarsi soltanto quando sono scomparse anche le ultime tracce dell'ordine sociale. La follia fu trasmessa ai figli, ai quali veniva insegnato l'odio, e manifestazioni di furore popolare si ripeterono sporadicamente anche durante la quarta generazione dopo il Diluvio. A quei tempi, il furore era rivolto non contro i dotti, perché non ve ne erano più, ma contro coloro che sapevano semplicemente leggere e scrivere.

Isaac Edward Leibowitz, dopo un'inutile ricerca della moglie, si era rifugiato presso i Cistercensi, e lì rimase nascosto nei primi anni che seguirono il Diluvio. Dopo sei anni, era andato ancora un volta alla ricerca di Emily e della sua tomba, nel lontano sud-est. Là si era finalmente convinto che la donna era morta, poiché in quel luogo la morte trionfava incondizionatamente. Lì, nel deserto, fece silenziosamente un voto. Poi ritornò ai Cistercensi, prese il loro abito, e qualche anno dopo diventò prete. Raccolse attorno a sé alcuni compagni e fece loro alcune quiete proposte. Passò ancora qualche anno, e le proposte giunsero fino a "Roma" che non era più Roma (che, a sua volta, non era più una città) e che continuava a spostarsi, e a spostarsi ancora e ancora… in meno di due decenni, dopo essere rimasta per due millenni in un solo luogo. Dodici anni dopo la formulazione delle proposte, Padre Isaac Edward Leibowitz aveva ottenuto dalla Stanta Sede il permesso di fondare una nuova comunità di religiosi, che prese il nome da Alberto Magno, maestro di San Tommaso, e patrono degli uomini di scienza. La missione dell'Ordine, non annunciata e dapprima soltanto vagamente definita, era quella di preservare la storia umana per i pro-pro-pronipoti dei figli dei semplicioni che la volevano distruggere. Il primo abito dell'Ordine fu costituito da brandelli di tela da sacco, l'uniforme della folla dei semplicioni. I suoi membri erano "contrabbandieri di libri" o "memorizzatori", secondo il compito loro affidato. I contrabbandieri di libri portavano i libri nel deserto sudoccidentale e li seppellivano entro i barili. I memorizzatori imparavano a memoria interi volumi di storia, delle sacre scritture, della letteratura e della scienza, nel caso che qualche sfortunato contrabbandiere di libri fosse catturato, torturato, e costretto a rivelare il luogo in cui erano nascosti i barili. Nel frattempo, altri membri del nuovo Ordine scoprirono un pozzo a circa tre giorni di viaggio dal nascondiglio dei libri e cominciarono a costruirvi un monastero. Il progetto, che mirava a salvare un piccolo resto della cultura umana dal resto dell'umanità che lo voleva distrutto, era così iniziato.

Leibowitz, mentre stava compiendo il suo turno come contrabbandiere di libri, fu catturato da una folla di semplicioni; un tecnico rinnegato, che il prete si affrettò a perdonare, lo identificò non soltanto come un uomo dotto, ma come uno specialista nel campo delle armi. Incappucciato di tela da sacco, fu immediatamente martirizzato per strangolamento con un cappio da carnefice annodato in modo da non spezzare il collo, e nello stesso tempo veniva arrostito vivo… sistemando così una disputa sorta fra la folla sul metodo dell'esecuzione.

I memorizzatori erano pochi, la loro memoria limitata.

Alcuni dei barili di libri furono trovati e bruciati, e così pure molti altri contrabbandieri di libri. Lo stesso monastero fu assalito tre volte, prima che la follia si placasse.

Dal vasto mare della conoscenza umana, soltanto pochi barili di libri originali e una pietosa raccolta di testi copiati a mano, trascritti a memoria, erano rimasti in possesso dell'Ordine, quando la follia era finita.

Ora, dopo sei secoli di oscurantismo, i monaci conservavano ancora questi Memorabilia, li studiavano, li copiavano e li ricopiavano, e attendevano pazientemente. In principio, ai tempi di Leibowitz, si era sperato — e si era p'ersino ritenuto probabile — che la quarta o la quinta generazione avrebbe cominciato a desiderare di riavere la propria eredità. Ma i monaci dei primi tempi non avevano pensato alla capacità umana di ricreare un nuovo patrimonio culturale in un paio di generazioni, se un patrimonio antico è completamente distrutto, ricreandolo in virtù di legislatori e di profeti, di geni o di monaci; per merito di un Mosé o per merito di un Hitler, o di un avo ignorante ma tirannico, un patrimonio culturale poteva essere acquisito tra il crepuscolo e l'aurora, e molti sono stati acquisiti in tal modo. Ma la nuova "cultura" era un'eredità delle tenebre, dei tempi in cui "semplicione" aveva lo stesso significato di "cittadino" e di "schiavo". I monaci attendevano. A loro nulla importava che la conoscenza da loro salvata fosse inutile, che gran parte di essa non fosse più ormai, vera conoscenza, e fosse ormai imperscrutabile per i monaci, in certi casi, quanto lo sarebbe stata per un selvaggio analfabeta delle colline; quella conoscenza era priva di contenuto, le discipline di cui trattava erano scomparse da lungo tempo. Eppure, tale conoscenza aveva una struttura simbolica caratteristica, e per lo meno era possibile osservare il gioco reciproco dei simboli. Osservare il modo in cui un sistema di conoscenza costruito significa imparare un minimo di conoscenza della conoscenza; fino a che un giorno, forse fra qualche secolo, sarebbe venuto un Integratore, e tutto sarebbe tornato di nuovo a posto. Così, il tempo non aveva importanza. I Memorabilia erano là, ed era loro dovere preservarli, li avrebbero preservati, anche se le tenebre sul mondo fossero durate altri dieci secoli, o anche dieci millenni, perché i monaci, sebbene nati nella più buia delle età, erano ancora gli stessi contrabbandieri di libri e gli stessi memorizzatori del Beato Leibowitz, e quando vagavano lontano dalla loro abbazia, ciascuno dei professi dell'Ordine, dallo stalliere all'Abate, portava, come parte del loro abito, un libro, di solito un Breviario in quei tempi, legato in un specie di bisaccia.


Dopo che il rifugio fu richiuso, i documenti e le reliquie che ne erano stati asportati furono studiati, uno alla volta e in modo molto discreto, dall'abate. Non fu più possibile esaminarli, chiusi com'erano, probabilmente, nello studio di Arkos. Era come se fossero scomparsi, ai fini pratici. Tutto ciò che scompariva nello studio dell'abate era un soggetto pericoloso per una pubblica conversazione: diventava qualcosa di cui si poteva sussurrare soltanto in silenziosi corridoi. Frate Francis udiva soltanto di rado quei bisbigli. Alla fine si quietarono, per rivivere quando un messaggero venuto da Nuova Roma parlò sottovoce all'abate, una sera nel refettorio. Un frammento della loro conversazione sussurrata giunse fino alle tavole vicine. I mormoni durarono alcune settimane, dopo la partenza del messaggero, poi tornarono a quietarsi.

Frate Francis Gerard dello Utah ritornò nel deserto, l'anno seguente, e di nuovo digiunò in solitudine per tutta la Quaresima. Ancora una volta ritornò, debole ed emaciato, e ben presto fu chiamato alla presenza dell'Abate Arkos, il quale volle sapere se pretendeva di avere avuto altri colloqui con membri delle Schiere Celesti.

— Oh, no, Monsignore Abate. Di giorno ho visto soltanto lucertole.

— E di notte? — chiese sospettoso Arkos.

— Soltanto lupi — disse Francis, e aggiunse cautamente: — Penso.

Arkos preferì non approfondire quel prudente emendamento, ma si limitò ad accigliarsi. Il cipiglio dell'abate, aveva osservato frate Francis, era la sorgente di una energia radiante che viaggiava nello spazio a velocità finita e che non era ancora bene compresa, a eccezione del fatto che faceva avvizzire tutto ciò su cui si posava, poiché tale oggetto era di solito un postulante o un novizio. Francis aveva già assorbito una scarica di cinque secondi, quando gli fu rivolta la domanda seguente.

— E a proposito dello scorso anno?

Il novizio fece una pausa per inghiottire saliva. — Il… vecchio?

— Il vecchio.

— Sì, Don Arkos.

Cercando di allontanare dal suo tono ogni sfumatura di punto interrogativo, Arkos disse: — Era davvero un vecchio. Nient'altro. Adesso ne siamo sicuri.

— Anch'io penso che fosse soltanto un vecchio.

Padre Arkos tese fiaccamente la mano per impugnare il righello di quercia.

Whack!

Deo gratias!

Whack!

— Deo…

Mentre Francis ritornava alla sua cella, l'abate gli gridò dietro, nel corridoio: — Fra l'altro, volevo dire…

— Sì, Reverendo Padre?

— Niente voti, quest'anno — disse quello distrattamente, e scomparve nel suo studio.

7

Frate Francis trascorse sette anni di noviziato, sette vigilie quaresimali nel deserto, e diventò abilissimo nell'imitare i richiami dei lupi. Per divertire i confratelli, chiamava l'intero branco nelle vicinanze dell'abbazia ululando dall'alto delle mura, quando era scesa la notte. Di giorno, serviva in cucina, fregava i pavimenti di pietra e continuava il suo studio dell'antichità.

Poi un giorno arrivò all'abbazia, cavalcando un asino, un messaggero venuto da un seminario di Nuova Roma. Dopo un lungo colloquio con l'abate, il messaggero andò a cercare frate Francis. Sembrò sorpreso nel vedere che il giovane, ormai divenuto uomo, indossava ancora l'abito di novizio e puliva il pavimento della cucina.

— Abbiamo studiato i documenti che tu hai scoperto alcuni anni or sono — disse al novizio. — Alcuni di noi sono convinti della loro autenticità.

Francis abbassò il capo. — Non ho il permesso di trattare questo argomento, Padre — disse.

— Oh, già. — Il messaggero sorrise e gli porse un pezzo di carta che recava i sigillo dell'abate e lo scritto, di mano del superiore: Ecce Inquisitor Curiae. Ausculta et obsequere. Arkos AOL, Abbas.

— Va tutto bene — aggiunse, notando l'improvvisa tensione del novizio. — Non ti sto parlando ufficialmente. Qualche altro incaricato del tribunale riceverà più tardi le tue dichiarazioni. Tu sai, non è vero, che i tuoi documenti sono a Nuova Rona da qualche tempo? Io ne ho riportato qualcuno.

Frate Francis scosse il capo. Forse ne sapeva meno di chiunque altro, per ciò che riguardava le reazioni ad alto livello causate dalla scoperta delle reliquie. Notò che il messaggero portava la veste bianca dei Domenicani, e si chiese, un po' inquieto, quale fosse la natura del "tribunale" di cui aveva parlato il frate. Nella regione della Costa del Pacifico era in atto una inquisizione contro il movimento dei Catari, ma non riusciva a immaginare in che modo quel tribunale potesse occuparsi delle reliquie del Beato. Ecce Inquisitor Curiae, diceva il biglietto. Probabilmente l'abate intendeva "investigatore". Il Domenicano pareva un uomo di animo mite, e non portava con sé alcun visibile strumento di tortura.

— Prevediamo che la causa per la canonizzazione del vostro fondatore sarà presto riaperta — spiegò il messaggero. — L'Abate Arkos è un uomo molto saggio e prudente. — E ridacchiò. — Consegnando le reliquie ad un altro Ordine perché venissero esaminate, e facendo chiudere il rifugio prima che fosse completamente esplorato… Bene, tu capisci, non è vero?

— No, Padre. Avevo creduto che considerasse l'intera faccenda troppo trascurabile per sprecarvi altro tempo.

Il Frate Nero rise. — Trascurabile! Credo di no. Ma se il tuo Ordine produce prove, reliquie, miracoli o altre cose, il tribunale deve considerarne la fonte. Ogni comunità religiosa è ansiosa di vedere canonizzato il proprio fondatore. Quindi il vostro abate vi ha detto, saggiamente: "Giù le mani dal rifugio". Sono sicuro che è stata una delusione per tutti voi, ma… è stato meglio per la causa del vostro fondatore lasciare che il rifugio venisse esplorato alla presenza di altri testimoni.

— Lo riaprirete? — chiese ansioso Francis.

— No, non io. Ma quando il tribunale sarà pronto, manderà i suoi osservatori. Così, tutto ciò che verrà trovato nel rifugio e che potrà avere influenza sulla causa sarà sicuro, caso mai l'opposizione ne contestasse l'autenticità. Naturalmente, l'unica ragione per sospettare che il contenuto del rifugio possa avere influenza sulla causa è… Bene, sono le cose che tu hai trovato.

— Posso chiedere perché, Padre?

— Ecco, uno dei motivi d'imbarazzo, all'epoca della beatificazione, fu la vita precedente del Beato Leibowitz… prima che diventasse un prete. L'avvocato della parte avversa continuò a cercare di gettare un'ombra di dubbio sul periodo prediluviale. Cercava di dimostrare che Leibowitz non fece mai una ricerca scrupolosa… che sua moglie poteva essere ancora viva al tempo della sua ordinazione. Bene, non sarebbe la prima volta, naturalmente: qualche volta sono state concesse dispense… ma questo non c'entra. L'advocatus diaboli stava cercando di gettare qualche dubbio sulla figura del vostro fondatore. Cercava di suggerire che aveva accettato i Sacri Ordini e aveva preso i voti prima di essere certo che le sue responsabilità familiari erano finite. L'opposizione fu battuta, ma potrebbe ritentare. E se quei resti umani che hai trovato sono veramente… — Scrollò le spalle e sorrise.

Francis annuì. — Questo determinerebbe con precisione la data della morte della moglie.

— Esattamente all'inizio della guerra che quasi pose fine a tutto. E secondo me… ecco, la scrittura nella cassetta, o è di mano del Beato oppure è un'abilissima contraffazione.

Francis arrossì.

— Non sto affatto insinuando che tu sia implicato in una contraffazione — aggiunse in fretta il Domenicano, notando quel rossore.

Il novizio, tuttavia, si era limitato a ricordare ciò che aveva pensato di quegli scarabocchi.

— Dimmi, come è accaduto?… In che modo hai individuato quel luogo, voglio dire. Ho bisogno di un resoconto completo.

— Ecco, cominciò a causa dei lupi.

Il Domenicano si accinse a prendere appunti.

Qualche giorno dopo la partenza del messaggero, l'Abate Arkos mandò a chiamare frate Francis. — Pensi ancora che la tua vocazione sia con noi? — chiese cordialmente Arkos.

— Se Monsignore Abate vuole perdonare la mia esecrabile vanità…

— Oh, dimentichiamo la tua esecrabile vanità per un momento. Lo pensi o non lo pensi?

— Sì, Magister meus.

L'Abate si illuminò. — Bene, figlio mio. Credo che anche noi ne siamo convinti. Se sei pronto a prendere una decisione per sempre, credo che sia venuto per te il tempo di professare i voti solenni. — Si interruppe per un attimo e, osservando la faccia del novizio, sembrò deluso di non scorgervi alcun cambiamento di espressione. — Che c'è? Non sei lieto di sentirlo? Non sei…? Oh! Che succede?

Sebbene il viso di Francis fosse rimasto una maschera educatamente attenta, quella maschera perdette gradualmente il suo colore. Le ginocchia del novizio si piegarono all'improvviso.

Francis era svenuto.


Due settimane più tardi, il novizio Francis, dopo aver forse stabilito un primato di sopravvivenza nelle vigilie nel deserto, lasciò i ranghi del noviziato e, votando perpetua povertà, castità, obbedienza — oltre alle speciali promesse caratteristiche di quella comunità — ricevette le benedizioni e la bisaccia nell'abbazia, e diventò per sempre monaco professo dell'ordine Albertiano di Leibowitz, legato da catene che lui stesso aveva forgiato ai piedi della Croce e alla regola dell'Ordine. Per tre volte secondo il rito, gli fu chiesto: — Se Dio ti chiama ad essere Suo Contrabbandiere di Libri, preferiresti morire piuttosto che tradire i tuoi fratelli? — E per tre volte Francis rispose: — Sì, Signore.

— E allora alzati, Fratello Contrabbandiere di Libri e Fratello Memorizzatore e ricevi il bacio della fratellanza. Ecce quam bonum, et quam jucundum…

Frate Francis fu trasferito dalla cucina e fu assegnato a un lavoro meno umile. Divenne apprendista copista di un anziano monaco che si chiamava Horner, e, se le cose fossero andate bene, avrebbe potuto con ragione pensare a tutta una vita da trascorrere nella copisteria, dove avrebbe dedicato il resto dei suoi giorni a copiare a mano testi di algebra e a decorarne le pagine con fronde d'olivo e ridenti cherubini che circondavano le tavole dei logaritmi.

Frate Horner era un vecchio gentile, e frate Francis gli si affezionò subito.

— Molti di noi lavorano meglio sulla copia assegnata — gli disse Horner — se hanno anche un progetto personale. Molti copisti si interessano a qualche particolare lavoro dei Memorabilia ed amano spendere su di esso un po' di tempo. Per esempio, frate Sarl, laggiù… il suo lavoro non procedeva bene, e faceva degli errori. Così gli permettemmo di dedicare un'ora al giorno a un progetto che si era scelto. Quando il lavoro lo annoia tanto che comincia a commettere errori di copiatura, può metterlo da parte per un po' e lavorare sul suo progetto. Io permetto a tutti di fare lo stesso. Se finisci il lavoro assegnato prima che la giornata sia finita ma se non hai un progetto tuo, dovrai dedicare il tempo che ti resta ai nostri perenni…

— Perenni?

— Sì, e non intendo le piante perenni. C'è richiesta di perenni da parte di tutto il clero, per vari libri… Messali, Sacra Scrittura, Breviari, la Summa, enciclopedie e così via. Ne vendiamo moltissimi. Così, se non hai un progetto personale, ti assegneremo ai perenni, quando finirai presto. Hai tutto il tempo per decidere.

Il vecchio supervisore fece una pausa. — Dubito che tu lo capisca. Io no. Sembra che abbia trovato un metodo per ricostruire le parole e le frasi mancanti in alcuni dei vecchi frammenti di testi originali dei Memorabilia. Per esempio, la parte sinistra di un libro semibruciato è leggibile, ma l'orlo destro della pagina è bruciato, e in fondo a ogni riga manca qualche parola. Ha escogitato un metodo matematico per trovare le parole che mancano. Non è un metodo sicurissimo, ma funziona discretamente. È riuscito a restaurare quattro pagine intere da quando ha cominciato il tentativo.

Francis guardò frate Sarl, che era un ottuagenario quasi cieco. — Quanto tempo ha impiegato? — chiese l'apprendista.

— Quasi quarant'anni — disse frate Horner. — Naturalmente vi ha dedicato soltanto cinque ore alla settimana, e il metodo richiede considerevoli calcoli aritmetici.

Francis annuì, pensieroso. — Se potesse essere restaurata una pagina ogni decennio, forse in pochi secoli…

— Anche meno — gracchiò frate Sarl senza alzare lo sguardo dal suo lavoro. — Più si procede, più semplice diventa il resto. Finirò la prossima pagina in un paio d'anni. Poi, a Dio piacendo, forse… — La sua voce si smorzò in un mormorio. Francis notò di frequente che frate Sarl parlava fra sé, mentre lavorava.

— Accomodati — disse frate Horner. — Possiamo sempre utilizzare la tua collaborazione per i perenni, ma quando vorrai potrai dedicarti a un progetto tuo.

L'idea venne a frate Francis in un lampo inatteso. — Posso dedicare il tempo che mi avanza — balbettò — per fare una copia della blueprint di Leibowitz che ho trovato?

Frate Horner si mostrò sbalordito, per un attimo. — Ecco… non saprei, figliolo. Il nostro signor Abate è… ecco, un po' sensibile a questo argomento. E può darsi che quell'oggetto non appartenga ai Memorabilia. Per il momento è nello scaffale dei sospesi.

— Ma voi sapete che sbiadiscono, fratello. E quella è stata maneggiata alla luce. I Domenicani l'hanno tenuta a Nuova Roma per tanto tempo…

— Ecco… immagino che sarebbe un lavoro piuttosto breve. Se Padre Arkos non ha obiezioni, ma… — E scrollò la testa, dubbioso.

— Forse potrei includerla in un mazzo — si offrì frettoloso Francis. — le poche blueprint ricopiate che abbiamo sono così antiche da essere fragili… Se facessi parecchi duplicati… di alcune delle altre…

Horner sorrise maliziosamente. — Intendi dire che, se includessi nel mazzo la blueprint di Leibowitz, nessuno se ne accorgerebbe.

Francis arrossì.

— Padre Arkos non lo noterebbe neppure, eh?… se per caso vi frugasse.

Francis si agitò.

— Benissimo — disse Horner, mentre gli occhi gli scintillavano lievemente. — Puoi usare il tuo tempo libero per fare duplicati di qualsiasi disegno ricopiato che sia in cattive condizioni. Se per caso nel mucchio ci finisce anche qualcosa d'altro, cercherò di non notarlo.

Frate Francis dedicò per parecchi mesi il suo tempo libero a ricopiare alcuni dei vecchi disegni tratti dagli scaffali dei Memorabilia prima di osare toccare il disegno di Leibowitz. Se valeva la pena salvare i vecchi disegni, essi dovevano venir comunque ricopiati ogni secolo o due. Non solo gli originali sbiadivano, ma spesso anche le copie diventavano quasi illeggibili dopo un certo tempo, a causa della instabilità degli inchiostri impiegati. Non riusciva a comprendere perché gli antichi avessero tracciato linee e lettere bianche su sfondo scuro, invece del contrario. Quando ricopiò a carboncino uno dei disegni, invertendo così il rapporto dei colori, il rosso schizzo sembrò molto più realistico che in bianco-su-nero; ma gli antichi erano immensamente più saggi di Francis: se si erano presi il disturbo di mettere l'inchiostro dove di solito c'era la carta bianca e lasciavano solo lievi strisce bianche là dove una linea inchiostrata avrebbe dovuto apparire in un disegno normale, dovevano avere le loro ragioni. Francis ricopiò i documenti in modo che sembrassero simili il più possibile agli originali… anche se il compito di stendere l'inchiostro azzurro attorno alle minuscole lettere bianche era particolarmente noioso, e richiedeva un grande spreco di inchiostro, un fatto che faceva brontolare frate Horner.

Copiò un antico progetto architettonico, poi un disegno per una parte di una macchina, la cui geometria era evidente ma il cui uso era vago. Ricopiò una bizzarra astrazione, intitolata STABILIZZATORE WNDG MOD. 73-A 3-PH 6-P 1800 RPM 5-HP CL-A GABBIA DA SCOIATTOLI, che si rivelò completamente incomprensibile, e assolutamente incapace di imprigionare uno scoiattolo. Gli antichi erano spesso molto sottili; forse era necessaria una speciale serie di specchi per vedere lo scoiattolo. Francis, comunque, lo ricopiò faticosamente.

Soltanto dopo che l'abate, il quale ogni tanto passava per la copisteria, lo ebbe visto al lavoro su un altro disegno almeno tre volte (e per due volte Arkos si era fermato per dare una rapida occhiata al lavoro di Francis) riuscì a trovare il coraggio di avventurarsi fino agli scaffali dei Memorabilia per prendere la blueprint di Leibowitz, quasi un anno dopo aver cominciato il progetto cui dedicava il tempo libero.

Il documento originale era già stato sottoposto a un certo lavoro di restauro. Ad eccezione del fatto che portava il nome del Beato, era deludentemente simile a quasi tutti gli altri che aveva ricopiato.

Il disegno di Leibowitz, un'altra astrazione, non aveva riferimento a nulla, in particolare alla ragione. Lo studiò fino a che poté vederne a occhi chiusi la sbalorditiva complessità, ma non ne sapeva di più di quanto ne avesse saputo prima. Non pareva altro che una rete di linee che collegava un tracciato di segni tortuosi, di sgorbi, di segni incomprensibili e di minuscole lamelle. Le linee erano quasi tutte orizzontali e verticali, e si incrociavano tra loro o con un piccolo segno che indicava un salto o con un punto; facevano svolte ad angolo retto per girare attorno ai segni più grandi, e non si fermavano mai a metà strada ma terminavano sempre a uno sgorbio, a un segno, a una macchia incomprensibile. Era così assurdo che osservarlo per un periodo piuttosto lungo produceva un effetto ipnotico. Tuttavia, Francis cominciò a riprodurre ogni particolare, ricopiando persino una macchia centrale bruniccia che pensava potesse essere sangue del Beato Martire, ma che secondo frate Jeris era soltanto una macchia lasciata da un torsolo di mela marcio.

Frate Jeris, che era diventato copista avventizio insieme a frate Francis, sembrava divertirsi a punzecchiarlo, per quanto riguardava il suo progetto.

— Cos'è, prego — chiedeva, sbirciando al di sopra della spalla di Francis — un "Sistema di Controllo Transistorizzato per l'unità Sei-B", dotto fratello?

— È evidente: il titolo del documento — disse Francis sentendosi un po' urtato.

— È evidente. Ma che cosa significa?

— È il nome del diagramma che ti sta davanti agli occhi, Fratello Semplicione. Cosa significa "Jeris?"

— Molto poco, ne sono sicuro — disse frate Jeris con ironica umiltà. — Perdona la mia durezza di comprendonio, ti prego. Tu hai definito benissimo il nome indicando la creatura che lo porta, e che in verità è il significato del nome. Ma, ora, la creatura-diagramma in se stessa rappresenta qualcosa, non è vero? Cosa rappresenta il diagramma?

— Il sistema di controllo transistorizzato dell'Unità sei-B.

Jeris rise. — Chiarissimo! Eloquente! Se la creatura è il nome, allora il nome è la creatura. "Gli eguali possono essere sostituiti da eguali", ovvero "L'ordine di una equazione è reversibile", ma possiamo passare all'assioma seguente: allora non c'è qualche "stessa quantità" rappresentata tanto dal nome quanto dal diagramma? Oppure è un sistema chiuso?

Francis arrossì. — Penso — disse lentamente, dopo aver fatto una pausa per reprimere la sua irritazione — che il diagramma rappresenti un concetto astratto, piuttosto che una cosa concreta. Forse gli antichi avevano un metodo sistematico per dipingere un pensiero puro. È chiaro che non è un'immagine riconoscibile di un oggetto.

— Sì, è chiaramente irriconoscibile! — ammise frate Jeris con un risolino.

— D'altronde, forse è l'immagine di un oggetto, ma soltanto in un modo stilistico molto formale… così che sarebbe necessaria una speciale preparazione o…

— Una vista speciale?

— Secondo la mia opinione, è un'altissima astrazione di valore forse trascendentale che esprime un pensiero del Beato Leibowitz.

— Bravo! E allora, a cosa stava pensando?

— Ecco… al Disegno del Circuito — disse Francis, scegliendo quella definizione dalle scritte nell'angolo inferiore destro.

— Uhmmmm, a che disciplina appartiene questa arte, fratello? Quali sono i suoi generi, specie, proprietà e differenza? O forse è soltanto un "accidente?"

Jeris stava diventando pretenzioso nel suo sarcasmo, pensò Francis, e decise di rispondere sommessamente. — Bene, osserva questa colonna di numeri, e il suo titolo: "Numerazione delle Parti Elettroniche". C'era un tempo un'arte o una scienza chiamata Elettronica, che poteva appartenere tanto all'Arte quanto alla Scienza.

— Uh-uh! Questa regola il problema del "genere" e della "specie". E in quanto alla "differenza", se posso continuare su questa linea, qual era l'argomento dell'Elettronica?

— Anche questo è scritto — disse Francis, che aveva frugato i Memorabilia da cima a fondo nel tentativo di trovare qualche indizio che potesse rendere la blueprint un po' più comprensibile… ma con scarso risultato. — L'argomento dell'Elettronica era l'elettrone — spiegò.

— Così è scritto, in verità. Ne sono impressionato. So così poco di queste cose. Cos'era, prego, l'elettrone?

— Ecco, c'è una fonte frammentaria che allude ad esso come a una "Torsione Negativa del Nulla".

— Come! Come potevano negare un nulla? Questo non l'avrebbe reso un qualche cosa?

— Forse la negazione si applica a "torsione".

— Ah! Allora noi avremmo un "Nulla Non Distorto", eh? Hai scoperto come si fa a non distorcere un nulla?

— Non ancora — ammise Francis.

— Attieniti a questo, fratello! Quanto devono essere stati abili gli antichi… sapevano in che modo non distorcere il nulla. Attieniti a questo e potrai imparare come si fa. E allora avremo l'elettrone in mezzo a noi, no? E che cosa ce ne faremo? Lo metteremo sull'altare?

— Bene allora — sospirò Francis. — Non so. Ma sono sicuro che l'elettrone esistesse un tempo, anche se non so come fosse costruito o per cosa potesse venire usato.

— Commovente! — ridacchiò l'iconoclasta, e ritornò al suo lavoro.

Le sporadiche punzecchiature di frate Jeris rattristarono Francis, ma non diminuirono la sua devozione al progetto.

L'esatta duplicazione di ogni segno, macchia o chiazza si rivelò impossibile, ma l'accuratezza del facsimile si rivelò sufficiente per ingannare l'occhio a due passi di distanza, e di conseguenza adeguato perché la copia potesse venir messa in mostra, e l'originale sigillato e riposto. Dopo aver completato il facsimile, frate Francis scoprì di sentirsi deluso, il disegno era troppo spoglio. Non c'era nulla, in esso, che suggerisse a prima vista che si trattava di una sacra reliquia. Lo stile era nitido e privo di pretese… e questo si addiceva, forse, al Beato, eppure…

Una copia di quella reliquia non era sufficiente. I santi erano persone umili che glorificavano non se stessi ma Dio, e toccava agli altri ritrarre la gloria interiore della santità per mezzo di segni esteriori e visibili. Quella copia così nuda non era abbastanza: era fredda e priva di immaginazione, e non commemorava le qualità sante del Beato in alcun modo visibile.

Glorificemus, pensò Francis, mentre lavorava sui perenni. Stava copiando alcune pagine dei Salmi, in quel momento, per rilegarle più tardi. Si interruppe per ritrovare il segno nel testo, e per notare il significato delle parole… perché, dopo ore di copiatura, aveva smesso di leggere, e si limitava a permettere alla sua mano di ritracciare le lettere che i suoi occhi incontravano. Notò che stava copiando la preghiera di David per invocare perdono, il quarto salmo penitenziale. "Miserere mei, Deus… perché io conosco la mia iniquità, e il mio peccato è sempre dinanzi a me". Era una preghiera umile, ma la pagina davanti ai suoi occhi non era scritta in modo altrettanto umile. La M di Miserere era impressa in foglia d'oro. Un fiorente arabesco di filamenti dorati e purpurei intrecciati insieme riempiva i margini e formavano nidi che attorniavano le splendide maiuscole, all'inizio di ogni versetto. Per quanto la preghiera in se stessa fosse umile, la pagina era magnifica. Frate Francis stava copiando soltanto il corpo del testo, lasciando spazi liberi per le splendide maiuscole e margini larghi quanto le linee del testo. Altri amanuensi avrebbero riempito con orge di colori la sua copia scritta in semplice inchiostro e avrebbero costruito le maiuscole pittoriche. Francis stava imparando ad alluminare, ma non era ancora abbastanza abile da poter miniare i perenni.

Glorificemus. Stava pensando di nuovo alla blueprint.

Senza rivelare a nessuno la sua idea, frate Francis cominciò a fare ì suoi piani. Trovò la più bella cartapecora disponibile e dedicò per parecchie settimane tutto il tempo libero a curarla e a stenderla e a pareggiarla a colpi di pietra fino a ottenere una superficie perfetta, che alla fine decolorò fino a una bianchezza nivea; poi la ripose con molta cura. Poi, per mesi interi, dedicò ogni minuto del suo tempo libero a consultare i Memorabilia, cercando ancora qualche indicazione sul significato del disegno di Leibowitz. Non trovò nulla che somigliasse alle linee ramificate del disegno, né altre cose che l'aiutassero a interpretarne il significato, ma dopo molto tempo si imbatté in un frammento di un libro che conteneva una pagina, parzialmente distrutta, che si riferiva proprio alla preparazione delle blueprint. Sembrava un brano di una enciclopedia. Il riferimento era breve e parte del brano mancava, ma dopo averlo letto parecchie volte, cominciò a sospettare che lui stesso, e molti altri copisti che l'avevano preceduto, avessero sprecato tempo e inchiostro. L'effetto bianco-su-nero non pareva essere stata una caratteristica particolarmente desiderabile, ma risultante dalle peculiarità di un certo processo di riproduzione a buon mercato. Il disegno originale dal quale era stata tratta una blueprint era nero su bianco. Francis dovette resistere all'impulso improvviso di battere la testa sul pavimento. Tutto quell'inchiostro e quella fatica per copiare una riproduzione incidentale! Ecco, forse non era necessario dirlo a frate Horner. Sarebbe stata opera di carità non parlargliene, poiché frate Horner era malato di cuore.

La consapevolezza che lo schema dei colori di una blueprint era una caratteristica incidentale di quegli antichi disegni aggiunse nuovo impulso al suo piano. Una copia glorificata del disegno di Leibowitz poteva essere realizzata senza incorporarvi la caratteristica accidentale. Invertendo lo schema del colore, nessuno avrebbe riconosciuto il disegno a prima vista. Certe altre caratteristiche potevano essere ovviamente modificate. Non osò cambiare nulla di ciò che non comprendeva, ma senza dubbio le tavole delle parti e le informazioni in stampatello potevano essere sparse simmetricamente tutto attorno al diagramma su rotoli e scudi. Poiché il significato del diagramma in sé era oscuro, non osò alterarne minimamente la forma o la disposizione; ma poiché la disposizione dei colori non era importante, poteva farne una cosa bellissima. Pensò a inserti d'oro per alcuni segni, ma altri sgorbi incomprensibili erano troppo complicati per la lavorazione in oro, e una chiarezza d'oro a forme di cicca sarebbe stata una ostentazione. I punti dovevano essere neri, ma questo significava che le linee dovevano essere più nere ancora, per fare spiccare i punti. Mentre il disegno asimmetrico doveva rimanere com'era, non riusciva a capire perché il suo significato dovesse risultarne alterato se l'avesse usato come sostegno per una vite rampicante, i cui rami (che avrebbero attentamente evitato i punti) potevano essere disegnati in modo da dare un'impressione di simmetria o a rendere naturale l'asimmetria. Quando frate Horner illuminava una M maiuscola, trasformandola in una meravigliosa giungla di foglie, bacche, rami e forse addirittura in un serpente, purnondimeno rimaneva leggibile come una M. Frate Francis non vedeva una ragione per supporre che lo stesso non potesse applicarsi al diagramma.

La forma generale, soprattutto, con un bordo a svolazzi, poteva diventare quella di uno scudo, invece di rimanere lo spoglio rettangolo che nell'originale racchiudeva il disegno. Fece dozzine di schizzi preliminari. In cima alla pergamena vi sarebbe stata una immagine della Trinità, e in fondo… le armi dell'Ordine Albertiano con l'immagine del Beato.

Ma non c'era alcuna effige fedele del Beato, per quanto ne sapeva Francis. V'erano parecchie immagini di fantasia, ma nessuna risaliva all'epoca della Semplificazione. Non v'era ancora neppure una rappresentazione convenzionale, sebbene la tradizione affermasse che Leibowitz era stato alto e un po' curvo. Ma forse, quando il rifugio fosse stato riaperto…

Il lavoro preliminare di frate Francis fu interrotto un pomeriggio dalla improvvisa certezza che la presenza che incombeva dietro di lui e che gettava un'ombra sul suo tavolo da copista era quella di… quella di… "No! Ti prego! Beate Leibowitz, audi me! Misericordia, o Signore! Fai che sia chiunque ma non…".

— Bene, cosa abbiamo qui? — rombò l'abate, guardando i disegni.

— Un disegno, Monsignor Abate.

— Me ne sono accorto. Ma che cos'è?

— La blueprint di Leibowitz.

— Quella che hai trovato tu? Come? Non sembra più la stessa. Perché quei cambiamenti?

— Dovrà essere…

— Parla più forte!

— Una copia alluminata — strillò involontariamente frate Francis.

— Oh.

L'Abate Arkos scrollò le spalle e si allontanò.

Frate Horner, pochi secondi più tardi, mentre passava accanto allo scrittoio dell'apprendista fu sorpreso di vedere che Francis era svenuto.

8

Con grande sbalordimento di frate Francis, l'Abate Arkos non aveva più fatto obiezioni contro l'interesse del monaco verso le reliquie. Poiché i Domenicani avevano accettato di esaminare la faccenda, l'abate si era tranquillizzato; e poiché la causa per la canonizzazione aveva fatto qualche progresso a Nuova Roma, qualche volta sembrava dimenticare completamente che qualcosa di speciale era accaduto durante la vigilia vocazionale di Francis Gerard, AOL, già dello Utah, attualmente adibito alla copisteria. L'incidente era ormai vecchio di undici anni. Gli assurdi mormorii dei novizi sull'identità del pellegrino si erano spenti da molto tempo. Il più giovane dei nuovi arrivati non aveva mai sentito parlare della faccenda.

La faccenda era costata a frate Francis sette vigilie quaresimali nel deserto in mezzo ai lupi, in ogni caso, e quindi non osava mai considerare sicuro quell'argomento. Ogni volta che ne parlava, la notte seguente sognava i lupi e Arkos; nel sogno, Arkos continuava a gettare della carne ai lupi, e quella carne era Francis.

Tuttavia, il monaco aveva scoperto che poteva continuare il suo progetto senza essere molestato, tranne che da frate Jeris, il quale continuava a punzecchiarlo. Francis cominciò la vera e propria alluminazione della cartapecora. Gli svolazzi intricati e la tremenda delicatezza dell'inserzione delle foglie d'oro ne avrebbero fatto, naturalmente, un lavoro che avrebbe richiesto molti anni, tenendo conto della limitatezza del suo tempo libero: ma in un buio mare di secoli, in cui nulla sembrava scorrere, un vita intera era soltanto una breve marea, anche per l'uomo che la viveva. C'era il tedio dei giorni che si ripetevano e delle stagioni che si ripetevano: poi c'erano sofferenze e dolori, finalmente l'Estrema Unzione, e un attimo di tenebre alla fine… o piuttosto al principio. Perché allora la piccola anima tremante che aveva sopportato il tedio, bene o male, si sarebbe trovata in un luogo di luce, assorta nel bagliore ardente di occhi infinitamente compassionevoli, mentre si presentava davanti al Giusto. E poi il Re avrebbe detto "Vieni", o il Re avrebbe detto "Vai" e il tedio di anni interi era esistito solo per quel momento. Sarebbe stato difficile credere diversamente, in un'epoca come quella in cui viveva Francis.

Frate Sarl finì la quinta pagina del suo restauro matematico, crollò sulla scrivania, e morì poche ore dopo. Non importava. Le sue note erano intatte. Fra un secolo o due, sarebbe venuto qualcuno che le avrebbe giudicate interessanti, e forse avrebbe completato il suo lavoro. Nel frattempo, le preghiere salivano al cielo per l'anima di Sarl.

Poi c'era frate Fingo e la sua scultura in legno. Un anno o due prima era stato rimandato nella carpenteria, e aveva ottenuto il permesso di scolpire e di levigare, di tanto in tanto, la sua immagine semifinita del Martire. Come Francis, Fingo poteva dedicare solo un'ora ogni tanto al compito che si era scelto; la scultura progrediva con un velocità che era quasi impercettibile, a meno che non la si guardasse soltanto a intervalli di parecchi mesi. Francis la vedeva troppo di frequente per notare i progressi. Scoprì di essersi lasciato affascinare dalla esuberanza di Fingo, anche quando comprendeva che Fingo aveva adottato quelle maniere affabili per compensare la propria bruttezza, e gli piaceva trascorrere i minuti di ozio — quando gli capitava di averne — osservando Fingo al lavoro.

Il laboratorio di carpenteria era saturo dell'odore del pino, del cedro, della segatura, del sudore umano. Non era facile procurarsi il legno, all'abbazia. Salvo gli alberi di fico e un paio di pioppi vicini al pozzo, la regione era priva d'alberi. Occorreva un viaggio di tre giorni per raggiungere la più vicina rivendita di arbusti atrofici che passavano per legname, e spesso i monaci che andavano a procurare il legno si assentavano dall'abbazia per un settimana, prima di ritornare con qualche asinelio carico di rami che servivano a fare pioli, raggi per ruote o al massimo una gamba di sedia. Qualche volta trascinavano dietro di sé un tronco o due per sostituire una trave rotta. Ma con un rifornimento di legname così scarso, i carpentieri erano necessariamente anche scultori e incisori in legno.

Qualche volta, mentre osservava Fingo al lavoro, Francis sedeva su una panca in un angolo del laboratorio e disegnava, cercando di immaginare i particolari della scultura che erano ancora soltanto rozzamente incisi nel legno. C'erano i lineamenti del viso, vaghi e ancora mascherati da schegge e da segni dello scalpello. Con i suoi disegni, frate Francis cercava di anticipare quei lineamenti prima che emergessero dalla grana del legno. Fingo lanciava occhiate ai suoi disegni e rideva. Ma, via via che il lavoro progrediva, Francis non poteva respingere l'impressione che il viso della scultura sorridesse di un sorriso familiare. Schizzò anche quello, e l'impressione di familiarità aumentò. Eppure, non riusciva a individuare quel viso, o a ricordare chi gli avesse sorriso in quel modo ironico.

— Non è male, in verità. Non è affatto male — diceva Fingo dei suoi disegni.

Il copista alzava le spalle. — Non riesco a liberarmi dell'impressione di averlo già visto.

— Non da queste parti, fratello. Non ai miei tempi.


Francis si ammalò durante l'Avvento, e passarono parecchi mesi prima che ritornasse a fare visita alla carpenteria.

— La faccia è quasi finita, Francisco — disse lo scultore. — Ti piace, adesso?

— Ma io lo conosco! — boccheggiò Francis, fissando gli occhi grinzosi, gai e tristi, l'accenno di un sorriso ironico agli angoli della bocca… qualcosa che era quasi troppo familiare.

— Davvero? E chi è, allora? — domandò Fingo.

— È… bene, non sono sicuro. Mi pare di conoscerlo. Ma…

Fingo rise. — Stai riconoscendo i tuoi stessi disegni — disse, come spiegazione.

Francis non ne era altrettanto sicuro. Eppure, non riusciva a ricordare quel viso.

Hmmm-hnnn! sembrava dire quel sorriso ironico.

Tuttavia, l'abate giudicò irritante quel sorriso. Sebbene permettesse che l'opera venisse completata, dichiarò che non avrebbe mai consentito che la si usasse per lo scopo cui era stata destinata in origine… come immagine da porsi nella chiesa se la canonizzazione del Beato fosse stata compiuta. Molti anni dopo, quando la statua fu completata, Arkos la fece collocare nel corridoio della foresteria, ma più tardi la trasferì nel suo studio, quando l'immagine ebbe scandalizzato un visitatore proveniente da Nuova Roma.


Lentamente, faticosamente, frate Francis stava facendo della cartapecora un fulgore di bellezza. La voce del suo progetto si sparse oltre la cerchia della copisteria, e spesso i monaci si raccoglievano attorno alla sua tavola per osservare il lavoro e per mormorare la loro ammirazione.

— È ispirato — sussurrava qualcuno. — È una prova sicura. Può darsi che abbia veramente incontrato il Beato, là fuori…

— Non capisco perché non dedichi il tuo tempo a qualcosa di utile — brontolava frate Jeris, il cui spirito sarcastico era stato esaurito da molti anni di pazienti risposte da parte di frate Francis. Lo scettico aveva usato il proprio tempo libero per fabbricare paralumi per le lampade della chiesa, guadagnandosi così l'attenzione dell'abate, che ben presto lo incaricò di occuparsi dei perenni. E, come i libri dei conti cominciarono ben presto a testimoniare, la promozione di frate Jeris era giustificata.

Frate Horner, il vecchio maestro amanuense, si ammalò. Dopo qualche settimana, fu chiaro che il monaco benvoluto da tutti era sul letto di morte. La Messa funebre fu cantata nei primi tempi dell'Avvento. I resti del vecchio maestro, che aveva vissuto santamente, furono resi alla terra da cui avevano avuto origine. Mentre la comunità esprimeva con la preghiera il suo dolore, Arkos nominò tranquillamente frate Jeris maestro della copisteria.

Il giorno dopo essere stato insignito di quell'incarico, frate Jeris informò frate Francis che considerava giusto che mettesse in disparte i lavori da bambino e cominciasse a fare un lavoro da uomo. Obbediente, il monaco avvolse nella pergamena il suo prezioso progetto, lo protesse con pesanti tavole, lo ripose in uno scaffale, e cominciò a fare paralumi, durante il suo tempo libero. Non mormorò proteste, ma si accontentò di pensare che un giorno o l'altro l'anima del caro fratello Jeris sarebbe partita per la stessa strada dell'anima di frate Horner, per cominciare quella vita di cui il mondo era soltanto un anticipo… l'avrebbe cominciata in età piuttosto giovanile, a giudicare dal modo in cui si irritava e si comportava; e poi, a Dio piacendo, Francis avrebbe potuto ottenere il permesso di completare il suo prediletto documento.

Tuttavia la Provvidenza si incaricò di affrettare i tempi, senza chiamare l'anima di frate Jeris al suo Creatore. Durante l'estate che seguì la sua nomina, un protonotario apostolico e il suo seguito di chierici vennero da Nuova Roma, con una carovana di asini, fino all'abbazia. Il protonotario si presentò come Monsignor Manfredo Aguerra, postulante per il Beato Leibowitz nella causa di canonizzazione. Con lui erano parecchi Domenicani. Era venuto per assistere alla riapertura del rifugio e all'esplorazione dell'Ambiente Sigillato. Inoltre, era venuto per indagare su ogni prova che l'abbazia potesse produrre e che potesse avere qualche importanza nella causa: compresi, con grande sbigottimento dell'abate, i rapporti su una presunta apparizione del Beato che, a quanto affermavano i viaggiatori, si era presentato a un certo Francis Gerard dello Utah, AOL.

L'avvocato dei Santi fu accolto con calore dai monaci, fu ospite nelle stanze riservate ai prelati in visita, fu prodigalmente servito da sei giovani novizi che avevano ricevuto l'ordine di obbedire a ogni suo capriccio, benché risultasse chiaro ben presto che Monsignor Aguerra era un uomo di pochi capricci, con grande delusione dei dispensieri. Furono aperte bottiglie dei vini migliori; Aguerra li assaggiò educatamente, ma preferì bere latte. Il frate Cacciatore procurò quaglie grassottelle e galli selvatici per la mensa dell'ospite: ma dopo essersi informato sulle abitudini alimentari dei galli selvatici («Mangiano grano, fratello?» «No, mangiano serpenti, Monsignore») Monsignor Aguerra preferì la pappa d'avena che mangiavano i monaci in refettorio. Se si fosse informato circa la provenienza degli anonimi pezzetti di carne che galleggiavano negli stufati, avrebbe preferito, tuttavia, i galli selvatici che erano veramente succulenti. Manfredo Aguerra insistette perché la vita nell'abbazia continuasse come al solito. Nonostante questo, l'avvocato veniva intrattenuto ogni sera da concerti di violino e da una troupe di pagliacci fino a che cominciò a credere che la solita vita nell'abbazia fosse straordinariamente vivace, in confronto a quella delle altre comunità monastiche.

Il terzo giorno dopo l'arrivo di Aguerra, l'abate mandò a chiamare frate Francis. I rapporti fra il monaco e il suo superiore, sebbene non fossero stretti, erano ufficialmente amichevoli dal tempo in cui l'abate gli aveva permesso di professare i voti, e frate Francis non tremava neppure mentre bussava alla porta dello studio e chiedeva: — Mi avete mandato a chiamare, Reverendo Padre?

— Sì — disse Arkos, poi chiese tranquillamente. — Dimmi, hai pensato spesso alla morte?

— Di frequente, Monsignor Abate.

— Preghi San Giuseppe perché la tua morte non sia infelice?

— Uhm… spesso, Reverendo Padre.

— Allora immagino che non ti importi se morirai all'improvviso? Se qualcuno userà le tue budella per farne corde di un violino? Se verrai dato in pasto ai porci? Se le tue ossa saranno sepolte in terra non consacrata? Eh?

— Nnnn-no, Magister meus.

— Pensavo il contrario, quindi stai attento a quel che dirai a Monsignor Aguerra.

— Io…?

— Tu. — Arkos si soffregò il mento e sembrò perdersi in una melanconica meditazione. — Lo immagino con molta chiarezza. La causa di Leibowitz viene accantonata. Un povero fratello viene colpito da un mattone. E giace là, implorando fra i gemiti l'assoluzione. In mezzo a noi, pensa. E noi siamo lì, lo guardiamo con molta pietà… lo guardiamo mentre esala il suo ultimo respiro, senza neppure un'ultima benedizione. Dannato. Non benedetto. Proprio sotto il nostro naso. Che peccato, eh?

Monsignore? - squittì Francis.

— Oh, non rimproverare me. Sarò troppo occupato a impedire ai tuoi confratelli di sfogare l'impulso di finirti a calci.

— Quando?

— Mai, speriamo. Perché tu sarai prudente, non è vero… quando parlerai con Monsignore? Altrimenti potrebbe darsi che ti lasciassi uccidere a calci.

— Sì, ma…

— Il postulante ti vuole vedere immediatamente. Ti prego di reprimere la tua immaginazione e di badare bene a ciò che dirai. Ti prego di non cercare di pensare.

— Bene, penso che ci riuscirò.

— Fuori, figliolo, fuori.


Francis era spaventato quando bussò alla porta di Aguerra, ma comprese subito che la sua paura era infondata. Il protonotario era un uomo anziano, dolce e diplomatico che sembrava molto interessato alla vita del piccolo monaco.

Dopo parecchi minuti di cordiali preliminari, abbordò l'argomento cruciale: — Ora, circa il tuo incontro con la persona che poteva essere il Beato Fondatore del…

— Oh, ma io non ho mai detto che fosse il nostro Beato Leibo…

— Naturalmente non lo hai mai detto, figlio mio. Naturalmente. Ora, io ho qui una versione dell'avvenimento, raccolta da fonti non sicure, naturalmente… e vorrei che tu la leggessi, e la confermassi o la correggessi. — Si interruppe per prendere dal baule un rotolo che porse a frate Francis. — Questa versione è basata sui racconti dei viaggiatori — aggiunse. — Soltanto tu puoi descrivere ciò che è avvenuto… quindi io voglio che tu la controlli con estremo scrupolo.

— Certamente, Monsignore. Ma ciò che è accaduto è veramente molto semplice…

— Leggi, leggi! Poi ne parleremo, eh?

La grossezza del rotolo era sufficiente a spiegare che la versione elaborata sulla base delle dicerie non era "molto semplice". Frate Francis la lesse con crescente apprensione. L'apprensione assunse presto le proporzioni dell'orrore.

— Sei pallido, figliolo — disse il postulante. — C'è qualcosa che ti turba?

— Monsignore, questo… non è andata affatto così!

— No? Ma, almeno indirettamente, tu devi essere stato l'autore di questa versione. Come potrebbe essere altrimenti? Non eri tu, il solo testimone?

Frate Francis chiuse gli occhi e si soffregò la fronte. Aveva detto ai suoi compagni di noviziato la semplice verità. Gli altri novizi avevano sussurrato fra loro. Avevano raccontato la storia ai viaggiatori. I viaggiatori l'avevano riferita ad altri viaggiatori. Fino a che… questo! Non c'era di che stupirsi se l'abate Arkos si era intromesso nella discussione. Se almeno non avesse mai parlato del pellegrino!

— Mi disse solo poche parole. Lo vidi quella volta soltanto. Mi inseguì con un bastone, mi chiese la strada per l'abbazia, e fece dei segni sulla pietra, dove poi io trovai la cripta. Poi non lo rividi mai più.

— Niente aureola?

— No, Monsignore.

— Niente cori angelici?

No!

— E il tappeto di rose che spuntò dove posava i piedi?

— No, no niente di tutto questo, Monsignore! — boccheggiò il monaco.

— Non scrisse il suo nome sulla pietra?

— Così come Dio è il mio giudice, Monsignore, si limitò a tracciare quei due segni. Non sapevo che cosa significassero.

— Ah, bene — sospirò il postulante. — Le storie dei viaggiatori sono sempre esagerate. Ma mi domando come sono cominciate. Adesso raccontami cosa accadde, in realtà.

Frate Francis glielo raccontò, brevemente. Aguerra sembrò rattristato. Dopo un silenzio meditabondo, prese il grosso rotolo, gli diede un colpetto di commiato e lo lasciò cadere nel cesto dei rifiuti.

— E così finisce il miracolo numero sette! — brontolò.

Francis si affrettò a scusarsi.

L'avvocato l'interruppe con un gesto. — Non pensarci più. Abbiamo già prove sufficienti. Vi sono parecchie guarigioni spontanee, parecchi casi di guarigioni istantanee da malattie, dovute all'intercessione del Beato. Sono semplici, chiare, ben documentate. Le canonizzazioni sono fondate proprio su casi come questi. Naturalmente, non hanno la poesia di questa storia, ma sono quasi contento che sia infondata… contento per te. L'avvocato del diavolo ti avrebbe messo in croce, lo sai.

— Non ho mai detto niente di…

— Capisco, capisco! Tutto è cominciato a causa del rifugio. L'abbiamo riaperto oggi, fra l'altro.

Francis si illuminò. — Avete… avete trovato qualche altra reliquia di San Leibowitz?

Beato Leibowitz, prego! — corresse il monsignore. — No, non ancora. Abbiamo aperto la camera interna. È occorso molto tempo per dissigillarla. A quanto pare la donna… era una donna, fra parentesi… di cui trovasti i resti fu ammessa nella stanza esterna, ma quella interna era già piena. Probabilmente questo le avrebbe garantito una certa protezione, se un muro non fosse crollato, provocando una frana. Le povere anime che erano nell'interno furono intrappolate dalle pietre che bloccarono l'ingresso. Sa il cielo perché la porta non fu progettata per aprirsi verso l'interno.

— E la donna nell'anticamera era Emily Leibowitz?

Aguerra sorrise. — Possiamo provarlo? Non lo so ancora. Io credo che lo fosse, sì, lo credo, ma forse la mia speranza eccede la ragione. Vedremo cosa potremo scoprire, ancora, vedremo. L'altra parte ha un testimone presente. Non posso balzare alle conclusioni.

Nonostante la sua delusione per la versione data da Francis sul suo incontro con il pellegrino, Aguerra si mantenne amichevole. Trascorse dieci giorni nella zona archeologica prima di ritornare a Nuova Roma e lasciò due dei suoi assistenti perché sovraintendessero ai futuri scavi. Il giorno della partenza, andò a visitare frate Francis nella copisteria.

— Mi dicono che stai lavorando su un documento per commemorare le reliquie da te ritrovate — disse il postulante. — A giudicare dalle descrizioni che ne ho udito, credo che mi piacerebbe molto vederlo.

Il monaco protestò che era in realtà una cosa da nulla, ma andò immediatamente a prenderlo, con tanta impazienza che le mani gli tremarono mentre svolgeva la cartapecora. Osservò con gioia che frate Jeris stava osservando con un cipiglio proccupato.

Il Monsignore guardò la cartapecora per molti secondi. — Bella! — esplose finalmente. — Che spendidi colori! È superba, superba. Finiscila… Fratello, finiscila!

Frate Francis levò lo sguardo verso frate Jeris con un sorriso interrogativo.

Il maestro della copisteria gli voltò in fretta le spalle. La nuca gli diventò rossa. Il giorno seguente, Francis tirò fuori i colori e le foglie d'oro e riprese il suo lavoro sul diagramma alluminato.

9

Pochi mesi dopo la partenza di Monsignor Aguerra, venne all'abbazia, da Nuova Roma, una seconda carovana di asinelli, con una scorta completa di religiosi e di guardie armate contro il pericolo dei briganti, dei mutanti pazzi e dei favoleggiati dragoni. Questa volta la spedizione era capeggiata da un monsignore con minuscole corna e zanne appuntite, il quale annunciò che aveva avuto l'incarico di opporsi alla canonizzazione del Beato Leibowitz, e che era venuto per indagare — e anche per stabilire certe responsabilità, fece capire — a proposito di alcune dicerie incredibili e isteriche che erano filtrate dall'abbazia e che avevano purtroppo raggiunto perfino le porte di Nuova Roma. Fece capire che non avrebbe tollerato alcuna romantica sciocchezza, come forse aveva fatto un certo visitatore che l'aveva preceduto.

L'abate lo accolse gentilmente e gli offrì una branda di ferro in una cella esposta a sud, dopo essersi scusato perché l'appartamento degli ospiti era stato recentemente teatro di qualche caso di vaiolo. Il monsignore era servito dalla sua scorta, e mangiava muschio ed erbe con i monaci nel refettorio, poiché le quaglie e i galli selvatici erano incredibilmente scarsi in quella stagione.

Questa volta, l'abate non ritenne necessario mettere in guardia Francis contro un liberale esercizio della sua immaginazione. Provasse a esercitarla, se ne aveva il coraggio. C'era ben poco rischio che l'advocatus diaboli desse immediatamente credito alla verità, senza prima averla fatta a pezzi e senza aver cacciato le dita nelle piaghe.

— So che sei incline agli svenimenti — disse Monsignor Flaught quando fu solo davanti a frate Francis e lo ebbe fissato con uno sguardo che al monaco sembrò maligno. — Dimmi, c'è stato qualche caso di epilessia nella tua famiglia? Qualche caso di pazzia? Qualche caso di mutazioni neurali?

— Nessuno, Eccellenza.

— Io non sono "Eccellenza" — insorse il prete. — Ora, vediamo di ottenere la verità da te. — Andrebbe bene un piccolo intervento diretto di chirurgia, sembrava sottintendere, visto che è necessaria soltanto una amputazione trascurabile.

— Sai che i documenti possono essere invecchiati artificialmente? — domandò.

Frate Francis non lo sapeva.

— Ti rendi conto che il nome Emily non appare nei documenti che hai trovato?

— Oh, ma… — Francis si interruppe, improvvisamente incerto.

— Il nome che vi figura è Em, non è vero? Che potrebbe essere un diminutivo di Emily?

— Io… io credo che sia così, Monsignore.

— Ma potrebbe essere anche un diminutivo di Emma, non è vero? E nella cassetta appariva il nome Emma!

Francis tacque.

— Ebbene?

— Qual era la domanda, Monsignore?

— Non ci pensare! Ho solo inteso dirti che l'evidenza suggerisce che "Em" sta per Emma, ed Emma non è un diminutivo di Emily. Cosa ne dici?

— Non avevo un'opinione su questo argomento, Monsignore, ma…

— Ma cosa?

— Forse che marito e moglie spesso non badano molto al nome con cui si chiamano?

— Stai cercando di fare dell'ironia con me?

— No, Monsignore.

— Allora, di' la verità! Come hai scoperto il rifugio, e cos'è questa favola fantastica sull'apparizione?

Frate Francis tentò di spiegare. L'advocatus diaboli l'interruppe con sbuffi e domande sarcastiche, e quando ebbe finito il suo racconto, l'avvocato passò l'intera storia con un rastrello semantico, fino a che lo stesso frate Francis cominciò a chiedersi se aveva veramente veduto il vecchio oppure se aveva immaginato l'episodio.

La tecnica del controinterrogatorio era spietata, ma Francis giudicò quell'esperienza meno spaventosa di un colloquio con l'abate. L'avvocato del diavolo non poteva fare di peggio che farlo a pezzi un'unica volta, e la certezza che l'operazione sarebbe finita presto aiutò il paziente a sopportare il dolore. Quando era di fronte all'abate, invece, Francis si rendeva sempre conto che uno sbaglio poteva essere punito molte volte, poiché Arkos era il suo superiore a vita e l'inquisitore perpetuo della sua anima.

E Monsignor Flaught sembrò giudicare la versione del monaco troppo ingenua per meritare un attacco in piena regola, dopo aver osservato la reazione di frate Francis all'aggressione iniziale.

— Bene, fratello, se questa è la tua versione e tu la sostieni, non credo che ti disturberemo. Anche se è vera… il che non ammetto… è così trascurabile da essere sciocca. Te ne rendi conto?

— È quello che ho sempre pensato, Monsignore — sospirò frate Francis, che da molti anni, ormai, cercava di sminuire l'importanza che gli altri avevano dato al pellegrino.

— Ebbene, è ora che tu lo dica! — scattò Flaught.

— Ho sempre detto che mi pareva che fosse probabilmente soltanto un vecchio.

Monsignor Flaught si coprì gli occhi con la mano e sospirò pesantemente. La sua esperienza con i testimoni incerti lo indusse a non dire altro.


Prima di lasciare l'abbazia, l'advocatus diaboli, come aveva fatto prima di lui l'avvocato dei Santi, si fermò nella copisteria e chiese di vedere la copia alluminata della blueprint di Leibowitz («quella spaventosa incomprensibilità» come la definì Flaught). Questa volta le mani del monaco tremavano non di impazienza ma di paura, perché era possibile che fosse costretto ad abbandonare di nuovo il suo progetto. Monsignor Flaught osservò in silenzio la cartapecora. Deglutì tre volte. Alla fine si costrinse ad annuire.

— La tua immaginazione è vivida — ammise. — Ma questo lo sapevamo tutti, no? — Fece una pausa. — È da molto tempo che vi stai lavorando?

— Da sei anni, Monsignore… a intermittenza.

— Sì, bene, sembra che occorrano ancora altrettanti anni per finirlo.

Le corna di Monsignor Flaught si accorciarono immediatamente di un paio di centimetri, e le sue zanne scomparvero completamente. La stessa sera se ne partì dal convento per tornare a Nuova Roma.

Gli anni passarono tranquillamente, segnando di rughe i visi dei giovani e aggiungendo capelli grigi alle loro tempie. Il lavoro perpetuo dell'abbazia continuò, aggredendo quotidianamente il Cielo con l'inno sempre ricorrente dell'Ufficio Divino, rifornendo quotidianamente il mondo di un lento rivolo di manoscritti copiati e ricopiati, prestando di tanto in tanto chierici e scribi all'episcopato, ai tribunali ecclesiastici, e alle poche potenze secolari che potevano permetterselo. Frate Jeris manifestò l'ambizione di costruire un torchio da stampa, ma Arkos respinse il progetto non appena ne udì parlare. Non c'era né carta sufficiente né inchiostro adatto, e non v'era richiesta di libri poco costosi, in un mondo che si vantava del proprio analfabetismo. La copisteria continuò ad andare avanti con barattoli e pennelli.

Per la Festa dei Cinque Santi Folli, arrivò un messaggero vaticano con liete nuove per l'Ordine. Monsignor Flaught aveva ritirato tutte le obiezioni e stava facendo penitenza davanti a un'icona del Beato Leibowitz. La causa di Monsignor Aguerra era vinta: il Papa aveva dato istruzioni perché venisse emesso un decreto che raccomandava la canonizzazione. La data per la proclamazione ufficiale era fissata per il prossimo Anno Santo, e doveva coincidere con la convocazione del Concilio Generale della Chiesa allo scopo di fare una prudente riformulazione della dottrina a proposito delle limitazioni del magisterium a materie di fede e di morale; era un problema che sembrava essere stato risolto molte volte, nel corso della storia, ma sembrava ripresentarsi sotto nuova forma durante ogni secolo, specie in quei periodi bui in cui la conoscenza umana del vento, delle stelle e della pioggia era in realtà soltanto una semplice credenza. Durante il tempo del concilio, il fondatore dell'Ordine Albertiano sarebbe stato incluso nel Calendario dei Santi.

L'annuncio fu seguito da un periodo di allegrezza, nell'abbazia. Don Arkos, ormai raggrinzito dall'età e prossimo al rimbambimento, chiamò alla sua presenza frate Francis e gemette: — Sua Santità ci invita a Nuova Roma per la canonizzazione. Preparati a partire.

Io, Monsignore?

— Tu solo. Il fratello farmacista mi proibisce di mettermi in viaggio, e non sarebbe bene che il Padre Priore si allontanasse, mentre io sono ammalato. E adesso non svenirmi di nuovo — aggiunse Don Arkos in tono querulo. — Probabilmente stai acquistando più credito di quanto meriti, perché il tribunale ha accettato la data di morte di Emily Leibowitz come provata in modo conclusivo. Ma Sua Santità il Papa ti invita comunque. Il consiglio che ti posso dare è di ringraziare Dio e di non pretendere merito.

Frate Francis vacillò. — Sua Santità…?

— Sì. Ora, noi manderemo al Vaticano la blueprint originale di Leibowitz. Cosa ne dici di prendere con te la copia alluminata come dono personale per il Santo Padre?

— Uh — disse Francis.

L'abate lo rincuorò, lo benedisse, lo definì un buon semplicione e lo mandò a preparare la bisaccia.

10

Il viaggio a Nuova Roma avrebbe richiesto almeno tre mesi, forse di più, poiché la sua durata dipendeva in parte dalla distanza che Francis sarebbe riuscito a coprire prima che l'inevitabile banda di predoni gli togliesse l'asino. Avrebbe dovuto viaggiare solo e disarmato, portando soltanto la sua bisaccia e la ciotola delle elemosine, oltre alla reliquia e alla sua copia alluminata. Pregava che i predoni ignoranti giudicassero inutile quest'ultima; perché, invero, fra i banditi della strada vi erano alcuni ladri di animo gentile che rubavano soltanto gli oggetti di valore, e permettevano alle vittime di conservare la vita, la carcassa e gli effetti personali. Altri erano meno rispettosi.

Per precauzione, Francis portava una benda nera sull'occhio destro. I contadini erano superstiziosi e spesso potevano essere messi in fuga anche dal semplice sospetto del malocchio. Così equipaggiato, partì, per obbedire alla chiamata del Sacerdos Magnus, il Santo Sovrano, Leone Papa XXI.

Quasi due mesi dopo aver lasciato l'abbazia, il monaco incontrò il suo ladrone sul sentiero di una montagna coperta di boschi, lontano da ogni abitato umano, ad eccezione della Valle dei Malnati, che giaceva a poche miglia al di là di un picco, verso ovest, dove una colonia di pochi esseri geneticamente mostruosi vivevano come lebbrosi, isolati dal mondo. Alcune colonie di quel tipo venivano visitate dagli Ospitalieri della Santa Chiesa, ma la Valle dei Malnati non era tra queste.

Gli anormali che erano sfuggiti alla morte per mano dei membri delle tribù delle foreste vi si erano raccolti, parecchi secoli prima. I loro ranghi erano continuamente riempiti da esseri deformi e striscianti che cercavano rifugio dal mondo, ma fra loro qualcuno era fertile e generava nuove creature. Spesso quei figli ereditavano le mostruosità dei genitori. Spesso nascevano morti o non raggiungevano mai la maturità. Ma di tanto in tanto i tratti mostruosi erano recessivi, e dall'unione di due anormali nasceva un figlio apparentemente normale. Qualche volta, tuttavia, le creature superficialmente "normali" erano oberate da qualche invisibile deformità di cuore o di mente, che le orbava, a quanto pareva, dell'essenza di umanità, mentre ne lasciava loro l'aspetto. Anche nella Chiesa, qualcuno aveva osato sostenere la convinzione che tali creature erano state in verità private della Dei imago fin dalla concezione, che le loro anime erano soltanto anime di bestie, e che potevano essere impunemente distrutte, secondo la Legge Naturale, come animali e non come uomini, che Dio aveva mandato nascite animali fra la specie umana come punizione per i peccati che avevano quasi distrutto l'umanità. Pochi teologi che la credenza nell'Inferno non abbandonava mai preferivano affermare che Dio non avrebbe mai fatto ricorso ad alcuna forma di punizione temporale, ma per gli uomini assumersi il diritto di giudicare una creatura nata di donna come priva della divina immagine era un'usurpazione dei privilegi del Cielo. Persino l'idiota che pareva meno dotato di un maiale o di una capra deve, se nato da donna, essere chiamato anima immortale, tuonava il magisterium, e continuava a tuonare. Dopo che parecchi di questi pronunciamenti, miranti a reprimere l'infanticidio, furono emessi da Nuova Roma, gli infelici malnati erano chiamati "nipoti del Papa" o "figli del Papa", da qualcun altro.

«Lasciate che colui che è nato vivo da genitori umani rimanga vivo» aveva detto il precedente Leone «secondo la Legge Naturale e la Divina Legge dell'Amore: sia esso allevato come Figlio e nutrito, qualunque sia la sua forma e il suo comportamento, perché è un fatto evidente alla ragione naturale, senza necessità di appoggio da parte della Divina Rivelazione, che fra i Diritti Naturali dell'Uomo, il diritto all'assistenza da parte dei genitori nel tentativo di sopravvivere ha la precedenza su qualsiasi altro diritto, e non può essere modificato legittimamente dalla Società o dallo Stato, ad eccezione dei casi in cui i Prìncipi hanno il potere di rafforzare tale diritto. Neppure le bestie, sulla Terra, agiscono altrimenti.»


Il ladrone che accostò frate Francis non era in modo evidente una creatura deforme, ma fu evidente che proveniva dalla Valle dei Malnati quando due figure incappucciate si levarono dietro un groviglio di arbusti sul pendio che incombeva sul sentiero e lanciarono grida ironiche al monaco, mentre lo prendevano di mira con gli archi tesi. Da quella distanza, Francis non ebbe la certezza che fosse esatta la sua prima impressione, e cioè che una delle mani strette su un arco aveva sei dita o un pollice in più: ma non v'era alcun dubbio che una delle figure portasse una tonaca con due cappucci, sebbene non riuscisse a distinguere i visi e non potesse stabilire se il cappuccio in più contenesse o no una testa in più.

Il ladrone era ritto sul sentiero, davanti a Francis. Era basso, ma forte e massiccio come un toro, con una calvizie lucente e una mascella simile a un pezzo di granito. Stava ritto con le gambe divaricate e con le braccia massicce conserte sul petto, mentre osservava l'appressarsi della minuscola figura a cavalcioni dell'asino. Il ladrone, per quanto poteva vedere frate Francis, era armato soltanto dei suoi muscoli e di un coltello che non si prese il disturbo di togliere dalla cintura. Fece cenno a Francis di avanzare. Quando il monaco si fermò a cinquanta metri da lui, uno dei figli del Papa scagliò una freccia che si piantò nel sentiero dietro l'asino, facendo sobbalzare l'animale.

— Scendi — ordinò il ladrone.

L'asino si fermò sul sentiero. Frate Francis gettò indietro il cappuccio per mostrare la benda sull'occhio e alzò un dito tremante fino a toccarla. Cominciò a sollevare lentamente la benda sull'occhio.

Il ladrone rovesciò la testa e rise d'una risata che avrebbe potuto sgorgare, pensò Francis, dalla gola di Satana: il monaco mormorò un esorcismo, ma il ladrone non ne sembrò toccato.

— Questo trucco di voi buffoni vestiti di nero è logoro ormai da anni — disse. — Adesso scendi.

Frate Francis sorrise, alzò le spalle e smontò senza ulteriori proteste. Il ladrone esaminò l'asino, gli batté sui fianchi, gli osservò i denti.

— Mangiare? Mangiare? — gridò una delle figure incappucciate dalla collina.

— Questa volta no — abbaiò il ladrone. — Troppo magro.

Frate Francis non era completamente sicuro che stessero parlando dell'asino.

— Buon giorno a voi, signore — disse cordialmente il monaco.

— Potete prendere l'asino. Camminare migliorerà la mia salute, credo. — Sorrise di nuovo e fece per avviarsi di nuovo.

Una freccia saettò sul sentiero, si infisse ai suoi piedi.

— Finiscila! — ululò il ladrone, e poi, rivolto a Francis: — Adesso spogliati. E vediamo cosa c'è nel rotolo e nella bisaccia.

Frate Francis toccò la ciotola delle elemosine e fece un gesto impotente, che provocò soltanto un'altra risata sarcastica del ladrone.

— Ho già visto anche questo trucco — disse. — L'ultimo uomo con la ciotola che ho visto aveva un heklo d'oro nascosto nello stivale. E adesso spogliati.

Frate Francis, che non portava stivali, mostrò speranzoso i suoi sandali, ma il ladrone fece un gesto impaziente. Il monaco slegò la bisaccia, ne sparse il contenuto, e cominciò a svestirsi. Il ladrone gli frugò gli abiti, non trovò nulla, e ributtò l'abito al suo proprietario, che mormorò la sua gratitudine; aveva previsto di essere lasciato nudo sul sentiero.

— Adesso vediamo cosa c'è dentro l'altro involto.

— Contiene soltanto documenti, signore — protestò il monaco — che non hanno alcun valore se non per il loro proprietario.

— Apri.

In silenzio, frate Francis slegò l'involto e ne tolse la blueprint e la copia alluminata. Gli intarsi in foglia d'oro e il disegno colorato lampeggiarono vivacemente nella luce del sole che filtrava attraverso il fogliame. Il ladrone spalancò la bocca e zufolò sommessamente.

— Che bello! Alla donna piacerebbe, per appenderlo alla parete della baracca!

Francis si sentì male.

— Oro! — gridò il ladrone ai suoi complici incappucciati che erano rimasti sulla collina.

— Mangiare? Mangiare? — venne la risposta gorgogliante.

— Mangeremo, non abbiate paura! — gridò il ladrone, poi spiegò a Francis, in tono discorsivo: — Hanno fame, dopo essere stati lì seduti per due giorni. Gli affari vanno male. Il traffico è scarso, in questi tempi.

Francis annuì. Il ladrone riprese ad ammirare la copia alluminata.

"Signore, se Tu lo hai mandato per mettermi alla prova, allora aiutami a morire da uomo, fa' che possa prenderla soltanto sopra il cadavere del Tuo servo. Beato Leibowitz, guardami e prega per me…"

— Cos'è? — chiese il ladrone. — Un incantesimo? — Studiò i due documenti, uno accanto all'altro, per qualche minuto. — Oh! Uno è il fantasma dell'altro. Che magia è questa? — Fissò frate Francis con i sospettosi occhi grigi. — Come si chiama?

— Oh… Sistema di Controllo Transistorizzato per l'Unità Sei-B — balbettò il monaco.

Il ladrone, che aveva osservato i documenti a rovescio, aveva egualmente compreso che un diagramma comportava l'inversione fondo-disegno rispetto all'altro… un effetto che sembrava sbalordirlo quanto la foglia d'oro. Seguì le somiglianze tra i due documenti con un dito tozzo e sudicio, lasciando una lieve traccia sulla cartapecora alluminata. Francis ricacciò le lacrime.

Vi prego! - ansimò il monaco. — L'oro è così sottile, non vale niente, in pratica. Soppesatelo nella mano. Pesa ben poco più della carta. Non vi servirà a nulla. Vi prego, signore, prendete il mio abito, invece. Prendete l'asino, invece, prendete la mia bisaccia. Prendete quello che volete, ma lasciatemi questi. Per voi non significano nulla.

Lo sguardo grigio del ladrone era meditabondo. Osservò l'agitazione del monaco e si soffregò il mento. — Ti permetterò di tenere gli abiti e l'asino e tutto, tranne questi! — offrì. — Prenderò soltanto gli incantesimi.

— Per l'amore di Dio, signore, allora uccidetemi! — gemette frate Francis. Il ladrone rise cinicamente.

— Vedremo. Dimmi a che cosa servono.

— A niente. Uno è il ricordo di un uomo morto da molto tempo. Un antico. L'altro è soltanto una copia.

— E a te a che cosa servono?

Francis chiuse gli occhi per un attimo e cercò di pensare a una spiegazione. — Conoscete le tribù della foresta? Sapete come vivono i loro antenati?

Gli occhi grigi del ladrone lampeggiarono d'ira, per un momento. — Noi disprezziamo i nostri antenati — latrò. — Maledetti siano coloro che ci hanno generati!

— Maledetti, maledetti! — fece eco uno dei due arcieri sulla collina.

— Sai chi siamo? Sai da dove veniamo?

Francis annuì. — Non intendevo offendervi. L'antico cui appartiene questa reliquia… non è un nostro antenato. Era il nostro maestro. Noi veneriamo la sua memoria. Questa è soltanto un ricordo, nient'altro.

— E la copia?

— L'ho fatta io stesso. Vi prego, signore, vi ho impiegato quindici anni. Per voi non significa nulla. Vi prego… non vorrete togliere quindici anni di vita a un uomo… senza una ragione?

Quindici anni? - Il ladrone rovesciò la testa e ululò una risata. — Hai dedicato quindici anni a fare questo?

— Oh, ma… — Francis si interruppe all'improvviso. I suoi occhi puntarono verso il tozzo dito del ladrone. Il dito stava battendo sulla blueprint originale.

Questo ti ha preso quindici anni? È quasi brutto, vicino all'altro. — Si batté una mano sulla pancia e tra le risate continuò a indicare la reliquia. — Ah! Quindici anni! Dunque è questo che fate, laggiù! Perché? A cosa serve questa immagine fantasma? Quindici anni per farla! Oh, oh! Che lavoro da donna!

Francis lo osservava in un silenzio stordito. Il fatto che il ladrone avesse scambiato la sacra reliquia per la sua copia lo aveva scosso troppo profondamente perché potesse rispondere.

Continuando a ridere, il ladrone prese in mano entrambi i documenti e fece il gesto di strapparli a metà.

— Gesù, Maria, Giuseppe! — gridò il monaco, inginocchiandosi sul sentiero. — Per l'amor di Dio, signore!

Il ladrone buttò in terra i fogli. — Mi batterò con te per questi — offrì, sportivamente. — Questi contro il mio coltello.

— Ci sto — disse impulsivamente Francis, pensando che una lotta avrebbe per lo meno offerto al Cielo una possibiltà di intervenire in modo discreto. "O Dio. Tu che desti forza a Giacobbe perché vincesse l'angelo sulla montagna…"

Si misero in posizione. Frate Francis si fece il segno della Croce. Il ladrone si tolse il coltello dalla cintura e lo buttò sui documenti. Girarono uno attorno all'altro.

Tre secondi dopo, il monaco era riverso al suolo, sotto una piccola montagna di muscoli. Un sasso aguzzo sembrava spezzargli la spina dorsale.

— Eh-er — disse il ladrone, e si alzò per riprendere il coltello e per arrotolare i documenti.

Con le mani giunte in preghiera, frate Francis lo seguì in ginocchio, supplicando con tutto il fiato che aveva nei polmoni. — Vi prego, allora prendetene soltanto uno, non tutti e due! Vi prego!

— Adesso dovrai ricomprarlo — ridacchiò il ladrone. — Li ho vinti in lotta leale.

— Ma io non ho nulla. Io sono povero!

— E va bene, se li desideri tanto, devi pagare in oro. Due heklos d'oro è il prezzo del riscatto. Portali qui quando vorrai. Io nasconderò questa roba nella mia tana. Se li rivuoi, porta l'oro.

— Ascoltate, sono importanti per la gente, non per me. Io li stavo portando al Papa. Forse vi pagheranno per il documento più importante. Ma lasciatemi l'altro, per mostrarlo. Non ha nessuna importanza, quello.

Il ladrone si voltò, ridendo. — Credo che mi baceresti gli stivali, per riaverlo.

Frate Francis lo prese in parola e gli baciò con fervore lo stivale.

Questo fu troppo anche per un tipo come il ladrone. Respinse il monaco con un piede, separò i due fogli, ne scagliò uno in faccia a Francis con una maledizione. Salì in groppa all'asinello e lo spronò su per il pendìo. Frate Francis afferrò il prezioso documento e strisciò dietro al ladrone, ringraziandolo a profusione e benedicendolo ripetutamente mentre l'altro guidava l'asino verso gli arcieri.

— Quindici anni! — sbuffò il ladrone, e respinse di nuovo Francis con il piede. — Vattene! — E agitò alto nel sole quello splendore alluminato. — Ricordati… due heklos d'oro riscatteranno il tuo documento. E di' al tuo Papa che l'ho vinto lealmente.

Francis smise di arrampicarsi. Tracciò un benedicente segno della Croce dietro il bandito che si allontanava e lodò quietamente Dio per l'esistenza di ladroni tanto altruisti, che potevano commettere simili errori di ignoranza. Si vezzeggiò la blueprint originale, teneramente, mentre percorreva il sentiero. Il ladrone stava mostrando orgogliosamente la bellissima copia ai suoi compagni mutanti, sulla collina.

— Mangiare! Mangiare! — disse uno di loro, accarezzando l'asino.

— Cavalcare, cavalcare — corresse il ladrone. — Mangiare, dopo.


Ma quando frate Francis li ebbe lasciati indietro, una grande amarezza lo travolse, gradualmente. La voce sarcastica gli risuonava ancora nelle orecchie. «Quindici anni! Dunque è questo che fate, laggiù! Quindici anni! che lavoro da donna! Oh oh oh oh…»

Il ladrone aveva commesso un errore. Ma quei quindici anni erano perduti in ogni caso, e con essi tutto l'amore e il tormento che aveva dedicato alla copia alluminata.

Abituato a vivere nel chiostro, Francis si era disabituato alle vie del mondo esterno, alle sue rudi abitudini e ai suoi modi bruschi. Si accorse che il suo cuore era profondamente turbato dal sarcasmo del ladrone. Pensò al più gentile sarcasmo di frate Jeris, nei primi anni. Forse frate Jeris aveva avuto ragione.

Teneva il capo chino sotto il cappuccio, mentre proseguiva lentamente il suo cammino.

Per lo meno, aveva la reliquia originale. Per lo meno.

11

L'ora era giunta.

Frate Francis, nel suo semplice abito da monaco, non si era mai sentito meno importante che in quel momento, mentre si inginocchiava nella maestosa basilica, prima che iniziasse la cerimonia. I movimenti solenni, i vividi vortici di colore, i suoni che accompagnavano i cerimoniosi preparativi della cerimonia sembravano già liturgici, in ispirito, e rendevano difficile pensare che per il momento non stava accadendo ancora qualcosa di importante. Vescovi, monsignori, cardinali, preti e funzionari laici in abiti eleganti e antiquati andavano qua e là nella grande chiesa, ma il loro andirivieni era un aggraziato movimento a orologeria che non si fermava, non incespicava, non cambiava mai direzione per dirigersi altrove. Un sampetrius entrò nella basilica: era così grandioso che Francis, dapprima, scambiò l'operaio della cattedrale per un prelato. Il sampetrius reggeva uno sgabello poggiapiedi. Lo portava con tale distratta pomposità che il monaco, se non fosse già stato inginocchiato, si sarebbe genuflesso mentre l'oggetto gli passava davanti. Il sampetrius posò un ginocchio al suolo, davanti all'altare, poi si avviò verso il trono papale dove mise lo sgabello al posto di un altro, che sembrava avesse una gamba allentata; poi si allontanò, facendo lo stesso percorso per cui era venuto. Frate Francis si meravigliò della studiata eleganza di movimenti che accompagnavano persino i gesti più insignificanti. Nessuno aveva fretta. Nessuno si muoveva a casaccio. Non si compiva alcun movimento che non contribuisse quietamente alla dignità e alla bellezza sopraffacente di questo luogo antico, come vi contribuivano le statue immote e i dipinti. Persino il fruscio dei respiri sembrava echeggiare debolmente nelle absidi lontane.

Terribilis est locus iste: hic domus Dei est, et porta coeli: questo è un luogo terribile, la Casa di Dio e la Porta del Cielo!

Alcune delle statue erano vive, notò Francis dopo qualche tempo. Una armatura stava contro una parete, a sinistra, a pochi metri da lui. Il suo pugno serrato in un guanto di maglia di ferro reggeva l'impugnatura di una splendente alabarda. Neppure la piuma sull'elmo si era agitata, durante il tempo che frate Francis aveva trascorso lì, in ginocchio. Una dozzina di armature identiche era piazzata, a intervalli, lungo le pareti. Soltanto dopo aver visto una mosca cavallina che strisciava attraverso la visiera della "statua" alla sua sinistra, cominciò a sospettare che l'armatura contenesse un occupante. Il suo sguardo non riusciva a distinguere alcun movimento, ma l'armatura emise alcuni cigolii metallici, mentre ospitava la mosca. Quelle, dunque, dovevano essere le guardie pontificie, così favolose per le loro cavalieresche battaglie; il piccolo esercito privato del Vicario di Cristo.

Un capitano delle guardie stava ispezionando maestosamente i suoi uomini. Per la prima volta, la statua si mosse. Alsò la visiera in atto di saluto. Il capitano si fermò, pensieroso, poi si servì del fazzoletto per togliere la mosca dalla fronte di quel viso inespressivo chiuso nell'elmo, prima di passare oltre. La statua riabbassò la visiera e ritornò immobile.

Il maestoso scenario della basilica fu brevemente guastato dall'ingresso delle folle di pellegrini. Quei gruppi erano bene organizzati e guidati con efficienza, ma era chiaro che non conoscevano la basilica. Quasi tutti parevano dirigersi in punta di piedi verso i rispettivi posti, badando a non fare rumore e a muoversi il meno possibile, a differenza dei sampetrii e del clero di Nuova Roma che rendevano eloquente ogni suono e ogni gesto. Qua e là, tra i pellegrini, qualcuno tossiva o incespicava.

Improvvisamente la basilica assunse un aspetto guerresco, quando la guardia venne rafforzata. Un nuovo drappello di guardie in giachi di maglia entrò nel santuario; gli uomini posarono al suolo un ginocchio, inclinarono le alabarde, salutando l'altare prima di prendere posto. Due di essi si misero a fianco del trono papale. Un terzo cadde in ginocchio alla destra del trono; e rimase lì, sorreggendo la Spada di Pietro sulle palme levate. Il quadro ritornò immobile, ad eccezione di qualche guizzo delle fiamme delle candele accese sull'altare. Sul silenzio profondo esplose improvvisamente uno squillo di trombe.

L'intensità del suono crebbe fino a che il pulsante Ta-ra Ta-ra Ta-ra batté sul volto dei presenti e diventò doloroso alle orecchie. La voce delle trombe non era musicale, ma annunciatoria. Le prime note cominciarono a metà della scala, poi salirono lentamente di intensità, di tono e di imperiosità, fino a che il monaco si sentì accapponare la pelle del cranio, fino a che sembrò che non vi fosse altro, nella basilica, a eccezione dell'esplosione delle trombe.

Poi, un silenzio mortale… seguito dal grido di un tenore.


PRIMO CANTORE:

Appropinquat agnis pastor et ovibus pascendis.

SECONDO CANTORE:

Genua nunc flectantur omnia.

PRIMO CANTORE:

Jussit olirti Jesus Petrum

pascere gregem Domini.

SECONDO CANTORE:

Ecce Petrus Pontifex Maximus.

PRIMO CANTORE:

Gaudeat igitur populus Christi,

et gratias agat Domino.

SECONDO CANTORE:

Nam docebimur a Spiritu Sancto.

CORO:

Alleluia, alleluia…


La folla si levò e poi si inginocchiò, in una lenta ondata che seguiva il movimento della sedia gestatoria su cui sedeva un fragile vecchio vestito di bianco, che impartiva le sue benedizioni alla folla mentre la processione dorata, nera, purpurea e rossa lo portava lentamente verso il trono. Il respiro continuava a mozzarsi nella gola del piccolo monaco venuto da una lontana abbazia nel deserto lontano. Era impossibile vedere tutto ciò che avveniva, tanto era soverchiante l'ondata della musica e del movimento, che annegava i sensi e sospingeva la mente verso ciò che stava accadendo.

La cerimonia fu breve. La sua intensità sarebbe diventata insopportabile, se fosse durata più a lungo. Un monsignore — Manfredo Aguerra, l'avvocato del Santo, notò frate Francis — si avvicinò al trono e si inginocchiò. Dopo un breve silenzio, levò la sua supplica in una calma cantilena. — Sancte Pater, a Sapientia summa petimus ut ille Beatus Leibowìtz, cuius miraculis, mirati sunt multi…

L'invocazione chiedeva a Leone di illuminare il popolo dei fedeli con una definizione solenne, relativa alla pia credenza che il Beato Leibowitz fosse in verità un santo, degno della dulia della Chiesa come della venerazione dei fedeli.

Gratissima nobis causa, fili - cantò in risposta la voce del vecchio vestito di bianco, il quale spiegò che era suo ardente desiderio annunciare con proclamazione solenne che il Martire benedetto era fra i Santi, ma anche che solamente per guida divina, sub ducatu Sancti Spiritus, poteva esaudire la richiesta di Aguerra. E chiese a tutti i suoi fedeli di pregare per impetrare tale guida.

Di nuovo il tuono del coro riempì la basilica con le Litanie dei Santi:

— Padre Celeste, Dio, abbi misericordia di noi. Figlio, Salvatore del Mondo, Dio, abbi misericordia di noi. Spirito Santissimo, Dio, abbi misericordia di noi. O Santissima Trinità, Dio Uno e Trino, miserere nobis! Santa Maria, prega per noi. Sancta Dei genitrix, ora pro nobis. Sancta Virgo virginum, ora pro nobis…

Il tuono della litania continuò. Francis levò lo sguardo verso una immagine del Beato Leibowitz, appena scoperta. L'affresco era di proporzioni gigantesche. Rappresentava il processo del Beato davanti alla folla, ma il suo volto non sorrideva ironicamente come sorrideva nella scultura di Fingo. Tuttavia era maestoso, pensò Francis, e degno del resto della Basilica.

Omnes Sancti Martyres, orate pro nobis…


Quando la litania fu finita, Monsignor Manfredo Aguerra rivolse nuovamente la sua supplica al Papa, chiedendo che il nome di Isaac Edward Leibowitz fosse ufficialmente iscritto nel Calendario dei Santi. Di nuovo fu invocata la guida dello Spirito Santo, mentre il Papa intonava il Veni, Creator Spiritus.

E per la terza volta Manfredo Aguerra chiese la proclamazione. — Surgat ergo Petrus ipse…

E giunse il momento. Leone XXI intonò la decisione della Chiesa, presa sotto la guida dello Spirito Santo, proclamando il fatto che un antico e oscuro tecnico, di nome Leibowitz, era veramente un Santo in Cielo, e che la sua potente intercessione poteva, e legittimamente doveva, essere reverentemente implorata. Fu stabilito un giorno per una Messa in suo onore.

San Leibowitz, intercedi per noi - mormorò frate Francis, insieme agli altri.

Dopo una breve preghiera, il coro esplose nel Te Deum. Dopo una Messa in onore del nuovo Santo, tutto fu finito.

Scortato da due sediari dalle livree scarlatte, il piccolo gruppo di pellegrini passò per una sequenza di corridoi e di anticamere in apparenza interminabile, fermandosi di tanto in tanto davanti all'ornato tavolo di qualche funzionario che esaminava le credenziali e apponeva la firma su un licet adire perché uno dei sediari lo consegnasse al funzionario seguente, il cui titolo diventava progressivamente più lungo e meno pronunciabile man mano che il corteo procedeva.

Frate Francis tremava. Fra i pellegrini c'erano due vescovi, un uomo vestito di ermellino e d'oro, il capo di un clan della gente della foresta, convertito, che tuttavia indossava ancora la tunica di pelle di pantera e il copricapo di pantera del suo totem tribale, un semplicione vestito di cuoio che portava sul polso un falco pellegrino incappucciato — evidentemente un dono per il Santo Padre — e parecchie donne, che sembravano tutte mogli o concubine — da quanto Francis poteva giudicare dal loro contegno — del capo "convertito" del clan degli uomini-pantera; o forse erano ex-concubine messe in disparte secondo il canone ma non secondo le usanze tribali.

Dopo aver salito la scala coelestis, i pellegrini furono accolti da un cameralis gestor che indossava vesti funeree, e ammessi nella piccola anticamera della grande sala concistoriale.

— Il Santo Padre li riceverà qui — disse sottovoce il lacchè di alto rango al sediario che portava le credenziali. Guardò i pellegrini con aria di disapprovazione, pensò Francis, poi sussurrò qualcosa al sediario. Il sediario arrossì e sussurrò qualcosa al capo del clan. Il capo del clan si accigliò, si tolse dal capo l'ornamento zannuto e ringhiante, e lo lasciò penzolare dalle spalle. Vi fu una breve discussione sulle precedenze, mentre Sua Suprema Untuosità, il lacchè, in toni così sommessi che sembravano di rimprovero, sistemava i suoi pezzi degli scacchi nella stanza, secondo qualche arcano protocollo apparentemente comprensibile soltanto ai sediari.

Il Papa non tardò molto. Il piccolo uomo vestito di bianco, circondato dal seguito, entrò nella sala delle udienze con passo spedito. Frate Francis si sentì colto dalle vertigini. Ricordò che Don Arkos aveva minacciato di scuoiarlo vivo se fosse svenuto durante l'udienza, e cercò di farsi animo.

La fila di pellegrini si inginocchiò. Il vecchio vestito di bianco li fece alzare, con dolcezza. Finalmente frate Francis trovò il coraggio di mettere a fuoco lo sguardo. Nella basilica, il Papa era stato soltanto un radiante punto bianco in un mare di colore. Gradualmente, qui nella sala delle udienze, frate Francis osservò, a distanza ravvicinata, che il Papa non era, come i favolosi nomadi, alto tre metri. Con grande sorpresa del monaco, il fragile vecchio, Padre dei Prìncipi e dei Re, Costruttore del Ponte sul Mondo, Vicario terreno di Cristo, sembrava molto meno terribile di Don Arkos, Abbas.

Il Papa avanzò lentamente lungo la fila dei pellegrini, salutandoli uno per uno, abbracciando uno dei vescovi, conversando con ognuno nel suo dialetto o attraverso un interprete, ridendo dell'espressione del monsignore al quale diede l'incarico di portare il rapace portato dal falconiere, e rivolgendosi al capo-clan con un peculiare gesto della mano e una parola che pareva un grugnito, tolta dal dialetto della foresta, che ispirò al capo vestito da pantera un improvviso sogghigno di piacere. Il Papa notò il copricapo pendente sulle spalle dell'uomo e si fermò per riaggiustarglielo sulla testa. Il petto del capo si gonfiò d'orgoglio; lanciò uno sguardo fiammeggiante attraverso la stanza, per guardare Sua Suprema Untuosità il lacchè, ma il funzionario sembrava scomparso nei pannelli di legno.

Il Papa si avvicinò a frate Francis.

Ecce Petrus Pontifex… Ecco Pietro, il pontefice. Leone XXI in persona, "che, solo Dio fece Principe su tutti i paesi e i regni, con la facoltà di sradicare, di abbattere, di distruggere, di annientare, di fondare e di costruire, affinché possa preservare un popolo di fedeli…".

Eppure sul viso di Leone il monaco vide una gentile mitezza che indicava come lui fosse degno del titolo, molto più sommesso di quello concesso a ogni principe o re, per cui lui era chiamato "servo dei servi di Dio".

Francis si inginocchiò prontamente per baciare l'Anello del Pescatore. Mentre si rialzava, si accorse di stringere dietro di sé la reliquia del Santo, come se si vergognasse di mostrarla. Gli occhi ambrati del Pontefice lo esortavano, gentilmente. Leone parlava sommessamente, secondo il tono curiale; una affettazione che gli pareva sgradita, ma che praticava per amore della tradizione mentre parlava con visitatori meno selvaggi del capo-pantera.

— Il nostro cuore è stato profondamente afflitto quando abbiamo udito della vostra sfortuna, diletto figlio. Un resoconto del vostro viaggio è giunto alle nostre orecchie. Per nostra richiesta voi veniste sin qui, ma mentre eravate in cammino foste aggredito dai ladroni. Non è vero?

— Sì, Santo Padre. Ma non è stata una cosa importante. Voglio dire… era importante, ma… — balbettò Francis.

Il vecchio vestito di bianco sorrise gentilmente. — Sappiamo che ci avevate portato un dono, e che vi fu rubato durante il viaggio. Non siate turbato per questo. La vostra presenza è un dono sufficiente per noi. Per lungo tempo abbiamo nutrito la speranza di incontrare in persona lo scopritore dei resti di Emily Leibowitz. Noi sappiamo anche del vostro lavoro all'abbazia. Per i Fratelli di San Leibowitz noi abbiamo sempre provato un ferventissimo affetto. Senza il vostro lavoro, l'amnesia del mondo sarebbe completa. Poiché la Chiesa, Mysticum Christi Corpus, è un Corpo, così il vostro Ordine è servito come un organo della memoria in quel Corpo. Noi dobbiamo molto al vostro santo Patrono e Fondatore. Le età future, forse, gli dovranno anche di più. Possiamo udire altri particolari del vostro viaggio, diletto figlio?

Frate Francis mostrò la blueprint. - Il ladrone fu abbastanza gentile da lasciarmi questo, Santo Padre. Lui… lui la scambiò per una copia del foglio alluminato che io intendevo portarvi in dono.

— E voi non correggeste il suo errore?

Frate Francis arrossì. — Mi vergogno di ammettere, Santo Padre…

— Dunque questa è la reliquia originale che trovaste nella cripta?

— Sì…

Il sorriso del Papa divenne arguto. — Quindi, allora… il bandito pensò che il tesoro fosse la vostra opera? Ah… persino un ladrone può avere un buon occhio per le opere d'arte, no? Monsignor Aguerra ci parlò della bellezza della vostra copia alluminata. È un peccato che sia stata rubata.

— Non era nulla, Santo Padre. Mi dispiace soltanto di avere sprecato quindici anni.

Sprecato? Perché "sprecato"? Se il ladrone non fosse stato ingannato dalla bellezza della vostra copia avrebbe potuto prendere questa, non è vero?

Frate Francis ammise quella possibilità.

Leone XXI prese tra le mani avvizzite l'antica blueprint e la srotolò, cautamente. Studiò il disegno in silenzio per un certo tempo, poi: — Diteci, comprendete i simboli usati da Leibowitz? Il significato del… ehm… della cosa rappresentata?

— No, Santo Padre, la mia ignoranza è completa.

Il Papa si piegò verso di lui per sussurrare: — Anche la nostra. — Rise sommessamente, posò le labbra sulla reliquia come se baciasse un altare, poi tornò ad arrotolarla e la porse a un assistente. — Vi ringraziamo dal profondo del cuore per quei quindici anni, diletto figlio — aggiunse, rivolto a frate Francis. — Quegli anni furono spesi per salvare l'originale. Non pensate mai di averli sprecati. Offriteli a Dio. Un giorno il significato dell'originale potrà essere scoperto, e potrà rivelarsi importante. — Il vecchio batté le palpebre… o ammiccò? Francis era quasi convinto che il Papa gli avesse strizzato l'occhio. — E dovremo ringraziare voi, di questo.

La strizzata d'occhio, o quel battito di ciglia, sembrò mettere più chiaramente a fuoco lo sguardo del monaco. Per la prima volta, notò che nella veste del Papa c'era un buco fatto da una tarma. La veste era quasi lisa. Il tappeto nella sala delle udienze era logoro in molti punti; e in molti punti l'intonaco era caduto dal soffitto. Ma la dignità riusciva ad adombrare la povertà. Solo per un attimo, dopo la strizzata d'occhio, frate Francis notò quei segni di povertà. La distrazione fu passeggera.

— Per vostro mezzo, noi desideriamo mandare i nostri più calorosi complimenti a tutti i membri della vostra comunità e al vostro abate — stava dicendo Leone. — A loro, come a voi, noi desideriamo estendere la nostra apostolica benedizione. Vi daremo una lettera per loro annunciante la benedizione. — Fece una pausa, poi batté le palpebre — o strizzò l'occhio — di nuovo. — Incidentalmente, la lettera sarà salvaguardata. Vi faremo affliggere il Noli molestare, scomunicando chiunque molesti il latore.

Frate Francis mormorò il suo ringraziamento per quella garanzia contro i banditi; non gli parve opportuno aggiungere che il ladrone poteva essere incapace di leggere o di comprendere l'avvertimento.

— Farò del mio meglio per consegnarla, Santo Padre.

Di nuovo, Leone si piegò verso di lui per sussurrare: — E a voi, noi daremo uno speciale pegno del nostro affetto. Prima di partire, fate visita a Monsignor Aguerra. Preferiremmo consegnarvelo con le nostre mani, ma questo non è il momento opportuno. Il Monsignore ve lo darà per conto nostro. Fatene ciò che volete.

— Vi ringrazio profondamente, Santo Padre.

— E adesso addio, mio diletto figlio.

Il Pontefice proseguì, parlando a tutti i pellegrini della fila, e quando ebbe finito, impartì la benedizione solenne. L'udienza era conclusa.


Monsignor Aguerra toccò il braccio di frate Francis mentre il gruppo dei pellegrini varcava il portale. Abbracciò il monaco con affetto. Il postulatore della causa del Santo era tanto invecchiato che Francis lo riconobbe con difficoltà. Ma anche Francis si era fatto grigio alle tempie, e gli erano venute le rughe attorno agli occhi, poiché li aveva tenuti socchiusi per aguzzare la vista, al tavolo della copisteria.

Il monsignore gli porse un pacchetto e una lettera, mentre scendevano la scala coelestis.

Francis guardò l'indirizzo della lettera e annuì. Sul pacchetto, che portava il sigillo diplomatico, c'era scritto il suo nome. — Per me, Monsignore?

— Sì, è un dono personale del Santo Padre. È meglio non aprirlo qui. E adesso, posso fare qualcosa per te, prima che tu lasci Nuova Roma? Sarò lieto di mostrarti ciò che può esserti sfuggito.

Frate Francis rifletté brevemente. Era già stata una visita faticosa.

— Mi piacerebbe rivedere ancora una volta la basilica, Monsignore — disse finalmente.

— Sì, naturalmente. Ma questo è tutto?

Frate Francis fece un'altra pausa. Erano ormai rimasti indietro, rispetto agli altri pellegrini che se ne andavano. — Vorrei confessarmi — aggiunse, sottovoce.

— Niente di più facile — disse Aguerra, aggiungendo con un risolino: — Sei nella città più adatta, sai. Ecco, puoi ottenere l'assoluzione da tutto ciò che ti preoccupa. C'è qualche peccato mortale che possa richiedere l'attenzione del Papa?

Francis arrossì e scosse il capo.

— E il Penitenziere Maggiore, allora? Non soltanto ti assolverà, se sei pentito, ma ti toccherà anche la testa con la verga.

— Volevo dire… lo stavo chiedendo a voi, Monsignore — balbettò il monaco.

Io? Perché io? Non sono una persona importante. Sei in una città piena di berretti rossi, e vuoi confessarti a Manfredo Aguerra!

— Perché… perché voi siete stato l'avvocato del nostro Patrono — spiegò il monaco.

— Oh, capisco. Naturalmente, ascolterò la tua confessione. Ma non posso assolverti in nome del tuo Patrono, sai. Dovrà essere come al solito in nome della Santissima Trinità. Ti andrà bene?


Francis aveva poco da confessare, ma il suo cuore era turbato da lungo tempo — a causa di ciò che gli aveva detto Don Arkos — dalla paura che la sua scoperta del rifugio avesse intralciato la causa del Santo. Il postulatore di Leibowitz lo ascoltò, lo consigliò, e l'assolse nella basilica, poi gli fece da guida nell'antica chiesa. Durante la cerimonia della canonizzazione e la Messa che ne era seguita, frate Francis aveva osservato soltanto lo splendore maestoso dell'edificio. Ora, il vecchio monsignore gli indicava i muri screpolati, i punti che avevano bisogno di restauro, e le condizioni vergognose di alcuni affreschi. Di nuovo vide uno spettacolo di povertà velato dalla dignità. La Chiesa non era ricca, in quei tempi.

Finalmente, Francis fu libero di aprire il pacchetto: conteneva una borsa. Nella borsa c'erano due heklos d'oro. Guardò Manfredo Aguerra. Il monsignore sorrise.

— Avevi detto che il ladrone ti aveva vinto la copia alluminata in una lotta, non è vero? — chiese Aguerra.

— Sì, Monsignore.

— Bene, allora, anche se vi sei stato costretto, hai scelto di batterti con lui per quella copia, non è così? Hai accettato la sua sfida?

Il monaco annuì.

— E allora non credo che faresti male se gliela ricomprassi. — Batté una mano sulla spalla del monaco e lo benedisse. Poi venne il momento di partire.

Il piccolo custode della fiamma della conoscenza si avviò a piedi verso l'abbazia. L'attendevano giorni e settimane di cammino, ma il suo cuore cantava mentre si avvicinava alla postazione del ladrone. Fatene ciò che volete, aveva detto dell'oro Papa Leone. Non solo questo, pensava ora il monaco; in aggiunta alla borsa, c'era una risposta alla domanda sarcastica del ladrone. Pensava ai libri nella sala delle udienze, che attendevano il risveglio.

Il ladrone, tuttavia, non era in attesa alla sua postazione come aveva sperato frate Francis. In quel punto c'erano alcune orme fresche, ma le orme andavano nella direzione opposta e non c'era traccia del ladrone. Il sole filtrava fra gli alberi, coprendo il suolo con l'ombra del fogliame. La foresta non era fitta, ma offriva molta ombra. Sedette accanto al sentiero, ad aspettare.

Una civetta ululò a mezzogiorno, dalla oscurità relativa del letto prosciugato di un fiume lontano. Le poiane tracciavano un cerchio azzurro, al di sopra delle cime degli alberi. Tutto sembrava pacifico, quel giorno, nella foresta. Mentre ascoltava assonnato i passeri che svolazzavano negli arbusti vicini, si accorse che non gli importava molto se il ladrone fosse giunto quel giorno o il giorno seguente. Il suo viaggio era così lungo, che non gli sarebbe dispiaciuto godere un giorno di riposo mentre aspettava. Rimase seduto, a osservare le poiane. Ogni tanto riabbassava lo sguardo sul sentiero che conduceva verso la sua casa lontana, nel deserto. Il ladrone aveva scelto un luogo eccellente per i suoi agguati. Da quel punto, si poteva scorgere più di un miglio di sentiero in ognuna delle due direzioni, pur rimanendo inosservati nel folto della foresta.

Qualcosa si mosse in lontananza sul sentiero.

Frate Francis si schermò gli occhi e studiò quel movimento lontano. C'era un'area soleggiata, lungo la strada, dove un incendio aveva spazzato via parecchi acri di terra attorno al sentiero che portava verso sud-ovest.

Non poteva vedere chiaramente a causa del riverbero splendente, ma in mezzo a quel calore c'era un movimento. Era una tremante iota nera. Qualche volta sembrava che avesse una testa. Qualche volta era completamente oscurata nel riverbero del calore, ma nonostante tutto riuscì a stabilire che si stava avvicinando gradualmente. Una volta, quando l'orlo di una nuvola passò sul sole, il formicolio lucente del calore si quietò per pochi secondi; i suoi stanchi occhi di miope stabilirono che la iota tremolante era veramente un uomo, ma era troppo lontano per poterlo riconoscere. Rabbrividì. Qualcosa, in quella iota, era troppo familiare.

Ma no, non poteva essere lo stesso.

Il monaco si segnò e cominciò a recitare il rosario mentre i suoi occhi rimanevano fissi sulla cosa lontana, in mezzo al riverbero del calore.

Mentre era rimasto lì ad attendere il ladrone, c'era stata una discussione, più in alto, sul fianco della collina. La discussione era stata condotta in monosillabi appena sussurrati, ed era durata quasi un'ora. Ora era finita, Due-Teste aveva dato ragione a Una-Testa. Insieme i figli del Papa si allontanarono quietamente e cominciarono a strisciare, giù lungo il fianco della collina. Giunsero a dieci metri da Francis prima che un ciottolo rotolasse, rumoreggiando. Il monaco stava mormorando la terza Ave del quarto Mistero Glorioso del rosario quando si voltò, per caso.

La freccia lo centrò in mezzo agli occhi.

— Mangiare! Mangiare! Mangiare! — gridò il figlio del Papa.


Sul sentiero, a sud-ovest, il vecchio vagabondo sedette su un tronco e chiuse gli occhi per riposarli dal sole. Si sventolò con un cappellaccio sciupato e masticò una foglia aromatica. Aveva vagato per molto tempo. La sua ricerca sembrava interminabile, ma c'era sempre la promessa di trovare ciò che cercava al di là del prossimo dosso o della prossima curva del sentiero. Quando ebbe finito di sventolarsi, si rimise in testa il cappello e si grattò la barba irsuta, mentre si volgeva intorno a guardare il paesaggio, battendo le palpebre. C'era una striscia di foresta, indenne dal fuoco, ma il vagabondo rimase lì, a osservare le poiane curiose. Si erano riunite, e volavano piuttosto basse sulla fascia boschiva. Uno dei rapaci si azzardò a scendere fra gli alberi, ma svolazzò di nuovo in alto, volò di forza fino a che non trovò una colonna d'aria ascendente, poi si lanciò in una ripida salita. La cupa schiera di becchini sembrava dedicare una quantità di energia superiore al normale per sbattere le ali. Di solito planavano, risparmiando le forze. Adesso sfrecciavano nell'aria, sulla collina, come se fossero impazienti di atterrare.

Fino a che le poiane si mostrarono interessate ma riluttanti, il vagabondo rimase dov'era. C'erano molti puma, su quelle colline. Al di là del picco c'erano cose peggiori dei puma, e qualche volta si spingevano fin lì. Il vagabondo attese. Finalmente le poiane scesero fra gli alberi. Il vagabondo attese altri cinque minuti. Alla fine si alzò e si avviò verso la fascia boschiva, dividendo il suo peso tra la gamba sana e il bastone.

Dopo un po' entrò nella foresta. Le poiane erano indaffarate sui resti di un uomo. Il vagabondo scacciò gli uccelli con il bastone ed esaminò quei resti umani. Ne mancavano alcune parti. C'era una freccia infissa nel suo cranio, e spuntava dalla nuca. Il vecchio si guardò intorno innervosito. Non c'era nessuno, in vista, ma vicino al sentiero c'erano molte orme. Non era prudente rimanere lì.

Prudente o no, doveva farlo. Il vecchio vagabondo trovò un punto in cui la terra era abbastanza morbida per poterla scavare con le mani e con il bastone. Mentre scavava, le poiane incollerite volavano in cerchio, basse, sopra le cime degli alberi. Qualche volta sfrecciavano verso il suolo, ma subito risalivano di nuovo verso il cielo, sbattendo le ali. Per un'ora, poi per due, svolazzarono ansiose sulla collina boscosa.

Finalmente, una di esse atterrò. Zampettò indignata su un mucchio di terra smossa di fresco, su una estremità della quale era stata posta una pietra. Delusa, riprese il volo. Lo stormo di neri becchini abbandonò quel luogo e salì, sfruttando le correnti ascensionali, osservando famelicamente la terra.

C'era un porco morto al di là della Valle dei Malnati. Le poiane l'osservarono gaiamente e scivolarono giù, per il festino. Più tardi, su un lontano passo di montagna, un puma finì di leccare i frammenti di carne e lasciò la sua preda. Le poiane sembrarono grate per la possibilità di finire il suo pasto.

Le poiane deposero le uova, nella giusta stagione, e sfamarono amorosamente i piccini: un serpente morto, pezzi di cane selvatico. La generazione più giovane crebbe forte, volò alta e lontana sulle ali nere, attendendo che la fruttifera terra cedesse loro la sua misericordiosa carogna. Qualche volta, il pasto era soltanto un rospo. Una volta era un messaggero proveniente da Nuova Roma.

Il loro volo le portò nelle pianure del Middle West. Erano felici per l'abbondanza di buone cose che i nomadi si lasciavano dietro, sulla terra, durante le loro migrazioni verso il sud.

Per un poco le prede furono buone nella regione del Fiume Rosso; ma, dalla carneficina, sorse una città-stato. Le poiane non avevano simpatia per le città-stato che sorgevano, sebbene ne approvassero la caduta finale. Fuggirono da Texarkana e spaziarono lontano, sopra la pianura a occidente. Come tutte le cose viventi, riempirono molte volte la Terra della loro specie.

Finalmente venne l'anno del Signore 3.174.

E si parlava di guerra.

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