Seconda parte

6

Osservando la città che tornava alla vita di tutti i giorni, Redpath ritrovò fiducia nell’esistenza della normalità; ma fu un’esperienza dolceamara. Fra lui e le altre persone si era creata una barriera estremamente solida. Si sentiva un estraneo, spinto da motivi artificiali, come un giornalista televisivo che cercasse di assorbire l’atmosfera di Calbridge per un documentario. Trascorse ore a passeggiare in centro, a bere caffè nei bar semibui; scrutò le facce di un migliaio di persone, e capì che nessuno aveva mai pugnalato un altro essere umano, che tutti sapevano operare distinzioni nette fra realtà e illusione, che non si erano mai permessi di credere che una vecchia casa fosse viva e malvagia. Era completamente solo, tagliato fuori.

Quando si sentì pronto ad affrontare la polizia, guardò l’orologio. Erano esattamente le nove. Chissà se il suo inconscio aveva aspettato l’orario in cui la polizia riprendeva l’attività normale. Da un inconscio come il suo c’era da aspettarsi di tutto. Posò l’ennesima tazza di caffè, bevuta a metà, uscì e si avviò verso il centro. Camminò per più di un chilometro verso il posto di polizia più vicino, un edificio a due piani, di mattoni rossi e blu. Sul fianco, un cancello portava al parcheggio interno per le macchine di servizio.

Stava salendo gli scalini, quando un’auto grigia spuntata dal parcheggio si fermò improvvisamente davanti al cancello. Le gomme stridettero. Il finestrino dalla parte dell’autista si abbassò. Redpath si trovò a fissare la faccia vagamente familiare, pallida, di un uomo dalla corporatura robusta. “Pardey” pensò. “Frank Pardey. Ma come faccio a conoscerlo?”

— Voi — disse freddamente Pardey, puntando l’indice come una pistola. — Venite qui!

Sorpreso di scoprire che riusciva ancora a indignarsi, Redpath si fermò un attimo, tanto per fargli capire che non accettava ordini così perentori; poi si avvicinò lentamente all’auto. — Sì?

— Siete John Redpath, vero?

— Sì. — “Adesso ricordo. Ci siamo incontrati a un party. Mi pare a casa di Vicki Simpson.”

— Cosa ci fate qui, Redpath? Cosa volete?

Perplesso dall’ostilità di Pardey, decise di affrontarlo di petto. — Conoscete Leila Mostyn?

— E allora?

— Ieri… Ieri l’ho uccisa a coltellate.

Pardey lo studiò coi suoi occhi blu. Non era sorpreso, nemmeno impressionato; solo freddo e disgustato. — Redpath — disse piano — è meglio per voi se sparite.

— Come?

— Mi avete sentito. Sparite.

— Non mi credete? — chiese Redpath, furioso perché il poliziotto non reagiva a dovere. — D’accordo, parlerò coi vostri colleghi. — Gli voltò la schiena e si incamminò verso il posto di polizia.

— Un attimo — disse Pardey, irritato. — Che razza di scherzo idiota è mai?

— Scherzo? — Redpath rise nervosamente. — Questa sì che è buona. Uno scherzo!

Pardey socchiuse gli occhi, pensieroso. — E a che ora avreste ucciso Leila?

— Verso l’una di ieri. Nel suo appartamento.

— Ne siete sicuro?

— Su cose del genere non ci si sbaglia.

— Comunque io ho visto Leila ieri sera alle sei, e stava perfettamente bene. — Pardey era molto sicuro di sé, lo scrutava con occhi attenti. — Cosa mi rispondete?

La bocca di Redpath era secca. Si sentiva pizzicare la fronte, le guance. — Ma…

— Adesso ve lo dico io cosa avete fatto ieri all’una. Siete entrato nell’appartamento di Leila mentre lei non c’era e avete sventrato uno dei suoi cuscini con un coltello da cucina. Vi siete ferito alla mano, ma nient’altro.

Redpath rivolse un sorriso idiota al poliziotto, poi si voltò, afferrò la cancellata metallica. Restò immobile per un attimo, cercando di frenare i conati che gli scuotevano lo stomaco, poi vomitò il caffè che aveva appena bevuto.

— Salite in macchina. — La voce di Pardey era lontana. Si sentì afferrare, percepì il profumo di bucce d’arancia e l’odore della cenere di sigaretta che permeavano l’auto. Vide confusamente le strade che ruotavano attorno a loro, mentre la macchina partiva. Un autobus, un ammasso incoerente di metallo color zafferano e cartelloni pubblicitari, riempì per un attimo la sua visuale, scomparve quando Pardey lo sorpassò.

— Sono finito — mormorò Redpath. — La realtà… si sta sciogliendo.

Pardey gli lanciò un’occhiata di traverso. — Come mai, Redpath? Droga?

— Penso di sì.

— Pensate di sì?

Redpath concentrò tutte le sue forze nel tentativo di dare una forma logica alle parole. — Lavoro all’Istituto Jeavons. Hanno fatto esperimenti su di me, con nuove droghe. Dev’essere successo qualcosa. Sentite, finché non vedo Leila coi miei occhi non crederò che sia ancora viva.

— Lavora anche lei lì, vero?

— Credo di sì, ma non è detto che le mie opinioni siano…

— Dovrebbe esserci già? Sono quasi le nove e mezzo.

— Dovrebbe esserci. — Redpath cercava di scacciare la visione di un corpo morto, orribilmente sfigurato dai colpi di coltello. — Mi piacerebbe vederla.

Pardey annuì senza entusiasmo. — Mi raccomando, niente colpi di testa. Se Leila non fosse un’amica vi avrei già sbattuto dentro. Ad ogni modo dovrete fornirmi prove molto solide, se no… — Guardò di nuovo Redpath, strinse le labbra, si concentrò sulla guida. Sembrava una molla troppo compressa, sul punto di esplodere.

Redpath capì che era meglio restarsene in silenzio. Chiuse gli occhi e si lasciò cullare dal movimento dell’auto. Deglutì diverse volte, per scacciare il sapore amaro di bile che aveva in bocca e in gola.


Dopo la morte di suo padre, Redpath era stato tormentato per mesi da sogni in cui suo padre era ancora vivo. Si era sempre risvegliato triste, inquieto, in preda a sensi di colpa; ma in quei sogni così veri aveva conosciuto momenti di felicità rara. Trovarsi ancora con una persona cara gli aveva procurato gioia, piacere, sollievo; provare sensazioni diverse avrebbe significato rovinarsi la vita.

Adesso, mentre guardava Leila seduta dall’altra parte della scrivania nell’ufficio di Nevison, provava le stesse emozioni. Leila era miracolosamente e meravigliosamente viva, calda, vera, vestita come sempre, col suo camice bianco, la camicetta trasparente e la gonna di tweed. Redpath non si fidava più dei propri sensi; però gli sembrò che mentre raccontava tutto, lei si preoccupasse davvero per lui, che senza accorgersene stesse arrivando a quel tipo di relazione esclusiva, speciale, totale, che lui desiderava. Per un risultato del genere. era pronto a rivivere all’infinito le ultime ventiquattro ore.

Nevison gli aveva chiesto di badare, nel suo racconto, sia ai fatti reali sia a quelli immaginari, senza distinzione; e lui riferì tutti i particolari che ricordava delle allucinazioni, dei sogni e degli incubi. Parlò per quasi un’ora. Pardey e Nevison di tanto in tanto prendevano appunti, anche se era in funzione il registratore. Quando raccontò di lei, particolarmente durante la scena dell’omicidio, Leila arrossì e restò a fissarsi le mani posate sul tavolo. Sembrava pensierosa, a disagio. Redpath si scusò con lei mentre Nevison cambiava il nastro del registratore.

— I sogni dovrebbero essere proprietà privata — le disse. — Ci scommetto che il contratto con l’istituto non prevede cose del genere.

Lei gli sorrise debolmente. — Non avevo capito cosa ti stava succedendo.

— Non l’avevo capito nemmeno io. — Anche lui cercò di sorridere. — E sai qual è la cosa peggiore? Mi è venuto in mente adesso. Devono avermi fregato la pompa della bicicletta!

— Ma tu scherzi sempre?

— Non è uno scherzo — le rispose, fingendosi serio. Il fatto di poterle parlare, di vederla viva, gli sollevava lo spirito. — La pompa era nuova di zecca. Probabilmente l’hanno riverniciata e spedita in Europa. Ho sentito dire che c’è un mercato enorme per le…

— Secondo nastro — intervenne Nevison. — Riprendi dal punto in cui ti eri interrotto, John.

Redpath annuì, ricominciò il racconto. Si fermava di tanto in tanto a chiarire qualche particolare, su richiesta di Nevison. Narrò l’attacco epilettico, la fuga all’alba dalla casa di Raby Street. Adesso che era lì, nell’ufficio di Nevison con le pareti coperte di libri, così tranquillo, gli venne la tentazione di non parlare della spedizione in cantina, di non ammettere che si era lasciato spaventare solo da un rumore insolito. Ma il registratore era lì a ricordargli che aveva promesso di confessare tutto, per amore della scienza. Quindi raccontò tutto, scrutando con una certa vergogna le facce degli altri, e concluse con l’incontro con Pardey al posto di polizia. Quando smise di parlare, il silenzio nella stanza era così intenso che il ronzio del registratore sembrava assordante, mostruoso, gelido. Nevison lo spense. All’interno del registratore, per un attimo, si accese una luce intensissima.

— Credo proprio di dovere le mie scuse a John — disse Frank Pardey, alzando gli occhi dal blocco per appunti. — Non avevo idea degli esperimenti che fate qui. Non credevo che usaste droghe. Naturalmente sono qui soprattutto nella veste di amico di Leila, però penso che se iniettate roba del genere ai vostri soggetti dovreste tenerli sotto controllo finché l’effetto non cessa.

Nevison scosse la testa. — I composti chimici che usiamo non sono allucinogeni.

— Però fanno vedere cose che non esistono — disse Redpath, sarcastico. Scoprire che Nevison rifiutava ogni responsabilità per quello che gli era successo lo sorprendeva e lo irritava.

— Questa è telepatia — ribatté Nevison. — Se sei telepatico, vedi cose che non hai sotto il naso.

— Un’altra cosa sorprendente… La telepatia! — Pardey si agitò sulla poltrona, guardò gli altri con un sorriso perplesso. — Credevo di sapere tutto quello che succede in città… Ma gli esperimenti di telepatia! E proprio al Jeavons, poi!

— Il concetto di telepatia è accettato dappertutto.

— Non dalle nostre parti — disse Pardey, calcando la voce. — Qui c’è ancora gente che ha i suoi dubbi sul telefono.

Redpath guardò Pardey, leggermente sorpreso, quasi convinto che il poliziotto avesse detto qualcosa d’importante. Adesso che ci pensava, l’Istituto Jeavons (tradizionalista, conservatore, provinciale, non certo un tempio del sapere, semmai un serbatoio di conoscenze tecnologiche utili all’industria locale) gli sembrava il posto meno adatto per un investimento di tempo e denaro in ricerche parapsicologiche. E lui, dato che lavorava lì, non ci aveva mai pensato…

— La cosa che mi lascia davvero sbalordito — disse tranquillamente Nevison, abbandonando un discorso che per lui doveva essere marginale — è il grado di funzionalità dei diversi livelli di coscienza di John, la capacità di scegliere alcuni elementi percettivi e inserirli in un contesto globale a sfondo extrasensoriale o comunque soggettivo. — Si tese in avanti, a scrutare la faccia di Redpath.

— John, ti è ben chiaro che ieri non sono andato a casa di Leila? Le ho solo prestato la macchina per una decina di minuti.

— Sì, adesso lo so.

— Quando Leila è ripartita, non l’hai vista al volante?

— No. I finestrini riflettevano troppa luce. Mi hanno abbagliato.

— E tutto il resto era normale?

— Be’, la vista mi tremolava un po’. Ricordo che ho pensato al distacco delle retine.

— In altre parole, hai avuto l’impressione di vedere un’immagine proiettata su uno…

— Scusatemi, dottor Nevison — intervenne Pardey. — Io non sono dell’ambiente, e voglio togliermi dai piedi il più presto possibile. Ma ho bisogno di fare qualche domanda a John.

Sulla faccia grigia di Nevison apparve una smorfia di disappunto, ma le sue mani rivolsero un cenno d’invito al poliziotto. — Sono sicuro che a John non dispiace.

— Grazie. — Pardey consultò gli appunti, prima di guardare Redpath. — Questa vecchietta con la stanza piena di roba… Avete idea del cognome?

— No. — Redpath si accorse all’improvviso di essere tornato nel mondo normale, dove ogni persona ha le proprie preoccupazioni. — Per me era solo la signorina Connie.

— E questo Albert?

— Era solo Albert.

— Capisco. Avete idea di cosa faccia questa gente per vivere?

— Assolutamente no. Sono rimasto in quella casa per poche ore, e non se n’è mai parlato. Secondo me, Albert faceva l’operaio, tempo fa. — Per la seconda volta in due minuti Redpath capì che Pardey, col suo senso pratico, aveva toccato un punto cruciale. Il giorno prima era martedì, giornata lavorativa, ma nella casa di Raby Street nessuno era andato al lavoro. Come facevano a mantenersi?

— Mi pare un po’… — Pardey fece scorrere la penna contro la spirale di plastica del blocchetto, e quel rumore sembrò quasi frastornante. Gli occhi blu del poliziotto erano meditabondi. — C’è un telefono? Vorrei chiamare l’ufficio.

— Sul pianerottolo, seconda porta a destra — disse Nevison. Aspettò che Pardey se ne fosse andato, poi rivolse a Redpath un sorriso stranamente comprensivo. Redpath si girò a guardare la finestra. Non voleva arrendersi così in fretta.

— John, ti prego, non pensare che vogliamo abbandonarti a te stesso — disse Nevison. — Hai passato un’esperienza molto brutta, e come direttore del reparto me ne sento responsabile. Nessuno aveva previsto esattamente gli effetti del Composto Centottantatré sulle tue percezioni, e…

— Però tu hai detto che il Composto non c’entrava niente — ribatté Redpath. — E hai detto che sono io a essere uscito di testa.

Nevison sorrise di nuovo. — Io ho solo detto che il Composto Centottantatré non ti ha dato allucinazioni. Sono sempre convinto che tu stia ricevendo emanazioni telepatiche di cui ignoriamo la fonte, e che tu non sia ancora in grado di interpretarle correttamente.

— Ma che interpretazione e interpretazione! Se vedi una cosa, la vedi.

— Non è così semplice, John, credimi. Se prendi la fotografia di un televisore e la mostri a un aborigeno che in vita sua non ha mai visto un televisore o una fotografia, non avrà la più pallida idea di cosa sia. Vedrà solo un foglio di carta pieno di macchie colorate. Per estendere l’esempio, il diagramma dei circuiti elettronici di quello stesso televisore a te non direbbe niente, mentre per un tecnico sarebbe una miniera d’informazioni chiarissime. Capisci?

— Io ti capisco, ma sei tu che non capisci me.

— Andiamo un po’ oltre. — Nevison ostentava una pazienza estrema. — Quando hai sognato di trovarti negli Stati Uniti, come si chiamava la città?

— Gilpinston.

— E lo stato qual era?

— Credo l’Illinois. — Redpath era restio a rispondere. Sapeva che Nevison gli stava preparando una trappola.

— Bene. Per quanto tu ne sappia, hai mai sentito parlare di Gilpinston, nell’Illinois?

— No, ma non capisco cosa…

— Guarda, tiro a indovinare — disse Nevison, poi si alzò e si avvicinò a uno scaffale della libreria — ma è solo per una buona causa. — Prese un atlante, lo aprì all’indice e lo mise davanti a Redpath. — Forza, John, cerca Gilpinston.

Redpath ubbidì, lasciò scorrere il dito sulla pagina, poi si fermò di colpo, irrequieto. Aveva trovato le parole “Gilpinston, Ill., U.S.A.”, seguite dal numero della pagina e dalle coordinate della mappa.

— Cosa vorresti dimostrare? — chiese, fissando Nevison con una smorfia. — Come facevi a sapere che la città esiste davvero?

Prima di rispondere, Nevison tornò a sedere dietro la scrivania. — Non lo sapevo. Non ho mai sentito nominare Gilpinston prima di stamattina.

Leila si alzò, andò a sedersi sulla poltrona accanto a quella di Redpath, gli mise una mano sulla spalla, guardò l’atlante. — Secondo te, questa sarebbe la prova che si è trattato di un fenomeno telepatico?

— Non è così semplice. — Nevison era pensoso. — Potrebbe essere telepatia, o il ricordo inconscio di una località. A John cercavo solo di dimostrare che il rapporto fra la sua coscienza e la sua mente è più complesso di quanto lui non creda. Ti farò un altro esempio utilizzando lo stesso sogno… John, sei mai stato in America?

— Mai. — Redpath rispose automaticamente. La cosa che gli interessava di più era che Leila fosse rimasta al suo fianco. Sentiva il profumo che lei usava sempre.

— Come pensavo… Eppure, quando hai descritto quella cantina, hai detto che l’interruttore era abbassato, e che per accendere la luce hai dovuto alzarlo.

Redpath scrollò le spalle. — E allora?

— In America gli interruttori sono fatti così. Per accendere la luce bisogna tirarli su.

— Ma non è possibile. È logico che la luce si accenda abbassando la mano. Insomma… — Redpath, sempre più incerto, si interruppe. Cominciava a capire che lui e Nevison, fin dall’inizio, stavano discutendo su due livelli diversi.

— Anche questo potrebbe essere un dato assimilato dall’inconscio — disse Leila. — John ha visto un sacco di film americani, e forse ha notato la cosa senza rendersene conto.

— Hai perfettamente ragione. — Nevison era salomonico. — Vorrei solo far capire a John che i panorami mentali fra cui si è messo, non importa se derivati da fattori interni o esterni, non sono la stessa cosa di un disegno animato. Forse il problema maggiore della comunicazione telepatica sta nell’incompatibilità fra il soggetto che trasmette e il soggetto che riceve. Forse all’inizio sarà molto difficile interpretare i messaggi.

Leila tirò un gran sospiro, che a Redpath parve d’impazienza. — Non dovresti preoccuparti un po’ di più degli effetti clinici delle tue droghe? Lo so che non sono faccende di mia competenza, però praticamente John ha perso un giorno di vita, e se non sbaglio ieri poteva succedergli di tutto.

— Stamattina gli farò un check-up completo, prima di riprendere con gli esperimenti.

Redpath tossì teatralmente. — Volevo solo ricordarti che ci sono anch’io. Non hai nemmeno intenzione di chiedere la mia opinione?

— Certo. Però pensavo che volessi procedere con gli esperimenti, visto che ti trovi in condizioni eccezionali — rispose Nevison. — Adesso come ti senti?

— Bene, immagino. — Redpath si fece un veloce esame fisico e mentale. Scoprì di essere in perfetta forma, tranquillo, dato che Leila era viva e l’incubo era finito. — Anzi, mi sento benissimo. Mi sembra quasi che l’attacco di ieri notte abbia sistemato… — S’interruppe all’aprirsi della porta.

— Scusate se ci ho messo tanto — disse Pardey, ed entrò sollevando il ginocchio per aria come una majorette, il che non sembrava per niente adatto a un uomo del suo fisico. Si mise a sedere e controllò qualcosa sul blocchetto degli appunti, poi si rivolse a Redpath.

— Il vostro amico Tennent pare vivo e vegeto — disse. — Mi piacerebbe fare quattro chiacchiere con lui.

— Cos’ha fatto?

— Probabilmente vive di scommesse. Ha ridotto sul lastrico gli allibratori di quattro diverse zone del paese.

— E non se lo possono permettere? — A Redpath tornò in mente l’amicizia gioviale di Tennent, che era forse l’unico ricordo non indegno del giorno prima. Non gli andava affatto l’idea di dover guidare la polizia sulle sue tracce.

— Oserei dire che nessuno può permettersi di finire sul lastrico, ma c’è un’altra cosa. — Pardey aveva un tono molto pratico. — È ricercato in rapporto alla scomparsa di un certo Reginald Adams Selvidge, altrimenti noto come Prince Reginald, un artista ambulante che leggeva il pensiero e che e sparito otto anni fa circa.

— Leggeva il pensiero? — Redpath guardò gli altri, sorpreso. — È strano.

Pardey annuì. — È venuto in mente anche a me. Ieri non lo avete incontrato, per caso?

— E perché dovrei averlo incontrato?

— Dicevo così per dire. Scherzavo.

“Bello scherzo” pensò Redpath, seguendo i pensieri del poliziotto. “Bello scherzo, molto significativo. Quella casa di Raby Street è una specie di ricovero per mostri in pensione, e io sono stato accolto a braccia aperte…”

Pardey chiuse il taccuino, se lo mise in tasca e si alzò. — Okay, John, andiamo a recuperare la bicicletta.

Redpath strizzò gli occhi. — E dov’è?

— Spero che sia dove mi avete detto. Al numero centotrentuno di Raby Street.

— Non voglio tornarci subito — ribatté Redpath.

— Perché?

— Sarebbe imbarazzante. Ieri pensavano tutti che mi sarei trasferito lì…

— Strano — intervenne inaspettatamente Nevison — ma l’indirizzo mi sembra quasi familiare.

— Volete riprendervi la bicicletta, no? — chiese Pardey, fissando John con interesse divertito.

— Posso mandare qualcuno.

— Se non mi sbaglio — continuò Nevison — una volta lì c’era un dottore, o un dentista.

A quell’ultima parola, Redpath fiutò l’aroma debole, ma inconfondibile, dei chiodi di garofano; e improvvisamente ricordò che da bambino era andato in quella casa di Raby Street, forse una volta sola, dal dentista. L’aroma sinestetico dei chiodi di garofano (allora si usava l’essenza di chiodi di garofano per ripulire la bocca) si era presentato automaticamente ai suoi sensi, entrando nell’atrio con Betty York.

“C’ero già stato, maledizione!”

Quella rivelazione, forte e improvvisa come un raggio di sole, cambiò immediatamente l’atteggiamento di Redpath nei confronti della casa, anche se in modo non del tutto razionale. Adesso era convinto che il senso d’inquietudine che lo aveva oppresso derivasse dall’agitarsi di ricordi sepolti che cercavano di riemergere. Da bambino aveva un sacro terrore dei dentisti; era certo che fosse bastata quella paura (repressa, negata) a intorbidare le acque delle sue reazioni emotive di fronte alla casa. Sì, restavano da spiegare molte cose, però…

— Alla bicicletta potrei pensarci anch’io — disse Pardey — ma se non venite voi a riprendervela le cose diventerebbero molto complesse.

— Probabilmente è meglio che vi segua, per dare un taglio a tutta questa storia. — Redpath si alzò, si trovò vicino a Leila, e impulsivamente le prese una mano. — Leila, per te non dev’essere stato molto divertente… Tutti quei miei incubi… Mi dispiace che sia andata così.

Lei gli rivolse uno sguardo caldo, diretto. — Non preoccuparti. Sono contenta che tu stia bene.

— Non quanto io sono contento che stia bene tu. — Redpath voltò gli occhi verso il cielo, come un santo di El Greco, e Leila sorrise, e il fatto di vederla sorridere, di essere stato lui a farla sorridere, gli diede una soddisfazione immensa.

— Voglio che tu torni entro le due, per una serie di test psicometrici — disse Nevison, togliendo il nastro dal registratore. — Dovresti avere il tempo di fare un salto a casa e darti una rinfrescata.

— Capito — rispose Redpath, toccandosi il mento ispido di barba. Uscì con Pardey fra chiacchiere e saluti, ormai sicuro che la vita era meravigliosa, che di tanto in tanto vale la pena di traversare un tunnel buio per apprezzare come si deve il sole che splende all’altro capo del tunnel. Era talmente euforico che per un attimo si chiese se non si trattasse di un altro preludio psicotropico, della dolcezza ingannevole che precedeva un attacco; ma decise, pensandoci, che quella sensazione era autentica e giustificata. Era un uomo normale, con tutti i difetti e i problemi di un uomo normale, ma niente di più. A metà scala si fermò a studiare il pavimento verde-crema dell’atrio, che non subì la minima metamorfosi.

— Cosa farete a Tennent? — chiese a Pardey quando furono in macchina, diretti verso il centro. — Dovete arrestarlo?

— Niente paura. — Pardey gli lanciò un’occhiata interrogativa. — Siete anche voi uno di quelli che non vogliono essere coinvolti in faccende del genere?

— Lo ammetto, non mi va di essere coinvolto.

— Be’, fino a un certo punto lo siete già, comunque se ci riesco vi tirerò fuori. È per questo che vi ho fatto venire con me a recuperare la bicicletta. A quella gente dovete dire soltanto che sono un amico che vi ha dato un passaggio. Se la fortuna ci assiste, potrò studiarmi per bene quel Tennent in via ufficiosa.

— E poi?

— Poi torno in ufficio, controllo le foto segnaletiche e mi accerto che sia lo stesso uomo. Dopo tutto, Tennent è un cognome piuttosto comune. E se non riesco a vederlo, voglio che più tardi facciate un salto da me a guardare qualche fotografia. Okay?

— Va bene — disse Redpath, sollevato. — Per così poco non ho problemi.

— In mancanza di aiuto attivo, accontentiamoci di un po’ d’assistenza — mormorò Pardey.

— Oh, non è niente. Basta che sulla medaglia scrivano il mio nome correttamente.

Redpath ammutolì. Non riusciva a decidere se era il caso o no di diventare più espansivo con Pardey. Il poliziotto, essendo amico di Leila, gli aveva già risparmiato un confronto lungo e difficile con la polizia. Era da sciocchi e da ingrati, decise, continuare a tenere i rapporti su un piano che poteva scatenare inimicizie. Restò tranquillo finché non arrivarono a Woodstock Road, poi diede a Pardey le istruzioni per raggiungere Raby Street.

— Che nome buffo per una strada — commentò Pardey. — Non fa venire in mente immagini piacevoli. Sembra quasi una malattia: Raby, rabbia.

— Penso proprio di sì. — Redpath identificò la casa numero 131 nella fila alla sua sinistra, continuò a guardarla finché la macchina non si fermò davanti all’ingresso. Ora gli sembrava ancora più tetra di quanto ricordasse. C’era qualcosa di buio, di definitivo, nelle finestre, come se la luce che entrava non potesse più uscirne. Lingue verdi di muschio che si insinuavano fra i mattoni divoravano l’intera superficie della casa. Redpath, gli occhi fissi sull’edificio, ebbe una sensazione di presagio del tutto indipendente da quello che era successo lì.

— Cerchiamo di sbrigarci — disse Pardey, e scese dall’auto. Redpath lo raggiunse alla porta d’ingresso. La cassetta della posta era parzialmente aperta, e ne sporgeva un volantino pubblicitario spiegazzato. Pardey afferrò il battente di ferro e picchiò vigorosamente sulla porta. Il suono riecheggiò all’interno della casa, fortissimo.

— Aprite, signora — disse il poliziotto a Redpath, sorridendo. — Sono di “Case e Giardino”. Vogliamo fare un servizio fotografico per il numero di Natale.

Redpath annuì, gli restituì il sorriso, La casa sembrava deserta. Andò fino al bovindo, che aveva le tendine dischiuse, appoggiò la fronte al vetro e guardò nella stanza dove, la sera prima, era rimasto per ore coi quattro membri della sua nuova “famiglia”. Nella stanza non c’era nemmeno un mobile. Era completamente vuota. Lui cominciò a sentirsi male.

— Su, coraggio, signora — disse Pardey, e bussò più forte di prima, così forte che i vetri di una finestra vibrarono. Il poliziotto si girò a fissare Redpath, sembrò leggere qualcosa nei suoi occhi; poi, improvvisamente, si inginocchiò a scrutare attraverso la cassetta delle lettere.

Redpath gli si avvicinò. — Dev’essere successo qualcosa di strano…

Pardey si tirò su. La sua faccia era rossa per la collera. — Chiudete il becco, Redpath. Non dite niente!

“Tolse di tasca quello che sembrava un regolo di plastica, si guardò attorno nella via deserta, e inserì l’arnese nel telaio della porta, appena sotto la serratura. Bestemmiò, diede alcuni colpi di polso, e finalmente la porta si aprì. La porta interna, spalancata, immetteva nell’atrio spoglio di una casa disabitata. Il vento scompigliò il mucchio di lettere e volantini pubblicitari disseminati sul pavimento.

Redpath si portò una mano alla fronte, lottò per controllare gli spasimi delle labbra. — Ieri sera ero qui. Ve lo giuro su Dio, ero…

— Ma guardate la polvere, amico! — Pardey avanzò di qualche passo, tirò un calcio a una busta rigonfia. La busta arrivò in mezzo all’atrio, lasciando una scia nello strato di polvere che copriva tutto il pavimento.

— Questa casa è disabitata da settimane — stabilì Pardey, sicuro.

Redpath si guardò attorno, sbalordito, gli indicò il giglio istoriato sui vetri della porta interna. — Ecco il giglio di cui parlavo.

— Ci sarà una porcheria del genere in ogni casa di questa strada. Aspettate qui.

Pardey raggiunse le scale, le salì facendo il massimo rumore possibile, e scomparve ai piani superiori. I suoi passaggi di stanza in stanza erano sottolineati dallo sbattere di porte. Redpath restò immobile per un attimo, la mano premuta sulla fronte, poi si avviò automaticamente verso la cucina. Aprì la porta e scrutò la stanza lunga, nuda. A sinistra, nel punto che ricordava, c’era un lavandino di porcellana, vecchio e crepato. Si girò a destra, guardò dietro la porta. Nell’angolo c’era un’altra porta, verniciata di rosso scarlatto. Afferrò la maniglia, aprì. Sotto si stendeva un pozzo di buio. Come intrappolato in un sogno, Redpath avanzò sul primo scalino di pietra e mise avanti il piede per tastare il secondo.

— Ci mancherebbe altro che vi rompeste l’osso del collo qui — disse Pardey, alle sue spalle. — Dov’è l’interruttore?

Ci fu uno scatto e si accese la luce. Redpath non aveva notato l’interruttore perché, stranamente, si trovava sulla porta, in alto. La cantina fu invasa da una luminosità giallastra. Il pavimento in fondo era di cemento. Pardey oltrepassò Redpath, scese gli scalini, esaminò la cantina. Redpath lo seguì quasi sino in fondo, guardando le pareti cementate.

“Com’è in ordine. Proprio come quella che ho sognato, quella della casa in America. Mancano solo un po’ di piccioni scorticati.”

— È la parte migliore della casa — commentò Pardey. — Sembra quasi un rifugio antiatomico. — Risalì gli scalini, con Redpath che lo precedeva, spense la luce e chiuse la porta della cantina. Senza aggiungere altro guidò Redpath nell’atrio buio, sulla strada, poi chiuse la porta d’ingresso. La casa era sigillata come un sepolcro. La realtà della strada e del cielo, così luminosa, così accecante, travolse Redpath da ogni lato: una serie di onde d’urto concentriche, fortissime, che parvero fargli esplodere il cervello.

— Ma cosa fate? — gemette, oltrepassando Pardey, gettandosi a peso morto contro la porta. — Non possono farmi una cosa del genere! La casa è questa, giuro! Sono tutti lì dentro!

Pardey lo scostò dalla porta con una rudezza da professionista. — Vi faccio un ultimo favore, signor mio. Vi lascio libero di andarvene, e farò finta di non avervi mai visto. Per di più vi consiglio di mettervi a letto e di fare un buon sonno, se no quella roba vi spappola il cervello.

— È un trucco — disse Redpath, piano, muovendo appena le labbra. — Vi dico che ieri sera ero qui.

— Amico, voi non siete qui nemmeno adesso. — Pardey diede un colpetto con le dita sul petto di Redpath con aria sprezzante, poi si avviò verso l’auto. Prima di partire si girò a lanciargli l’ultima frecciata. — E dite a Lady Leila che chiami i samaritani, la prossima volta che ha bisogno d’aiuto.

Salì in macchina, mise in moto e scomparve dietro l’angolo in pochi secondi. Redpath si trovò solo, abbandonato al centro di un universo sconosciuto.

7

Leicester Road era al centro di un quartiere molto rispettabile, dove predominavano alberi, siepi rigogliose e giardini ben tenuti, e dove era estremamente raro incontrare un pedone che non portasse a spasso il cane. Redpath, per quanto vestito di nuovo e ben rasato, si sentiva leggermente imbarazzato a stare lì di guardia nelle vicinanze della casa di Leila. Aveva deciso di andarle incontro quando tornava dal lavoro; e, visto quello che era successo ieri, voleva fare un’apparizione estremamente regolare. Quindi non si sarebbe nascosto dietro una siepe, non sarebbe uscito improvvisamente dall’ombra, non avrebbe fatto niente che potesse spaventarla.

All’imbrunire, il traffico era aumentato parecchio. Le persone al volante lo scrutavano automaticamente, diffidenti; ma lui restò in attesa finché la mini rossa di Leila non si staccò dalla fila di macchine che avanzavano. Lei lo vide e cominciò a salutarlo con la mano mentre l’auto imboccava il cancello del parcheggio. Redpath arrivò davanti al cancello, ma non lo oltrepassò. Leila scese dall’auto, chiuse la portiera, si avviò verso di lui, scrollò i capelli con un movimento molto fluido, molto regolare, che a Redpath sembrò estremamente aristocratico e che fece crescere il desiderio di stare con lei.

“Lady Leila” pensò. “Pardey aveva ragione, senza saperlo. Lady Leila! Se mi sposi imparo a giocare a tennis e a ordinare il gin-tonic…”

— John Redpath! — La faccia di Leila aveva un’espressione fra l’esasperato e il preoccupato. — Dove sei stato tutto il santo giorno?

Lui sorrise. — Tutti mi cercano, tutti mi vogliono.

— Perché non sei tornato dopo pranzo? Henry era preoccupatissimo.

— Lo immagino — commentò Redpath, secco.

— Ha telefonato a Frank Pardey. — Lo sguardo di Leila era deciso, infrangeva le barriere della sua falsa indifferenza.

— Per cui sai che la casa è vuota. — Abbassò gli occhi, prese a calci un ciuffo d’erbaccia che cresceva in una crepa del cemento, fino a ridurlo a un ammasso informe che non si lasciò sradicare. — Quindi io dovrei aver perso un’intera giornata. Sono un po’ distratto, eh?

— Per te è terribile, lo so, ma per lo meno adesso Henry è convinto che il Composto Centottantatré sia troppo pericoloso per continuare a usarlo nella formula attuale.

— Henry è in ritardo coi tempi. — Redpath scosse la testa, continuò ossessivamente a martoriare col piede quello che restava dell’erbaccia. — Ormai non è più questione di droghe o di allucinazioni o di effetti collaterali. Insomma, io so che tutte le cose che ho raccontato sono successe sul serio. Non ho dubbi, non ho problemi. So che sono successe.

Leila mise un sandalo sull’erbaccia, costringendolo a guardarla negli occhi. — Devi ammettere l’evidenza, John. Per il tuo stesso bene.

— Evidenza? Vuoi dire la camicia e i pantaloni nuovi che ieri mattina non avevo?

— Potresti averli comperati.

— Avevo in tasca solo tre sterline, e le ho ancora quasi tutte.

— Non è questo che intendevo per evidenza — disse Leila, un po’ triste ma decisa. — Potresti semplicemente averli rubati, o forse li avevi già.

— E così tutto il mio passato va a farsi benedire, eh? Forse io non ho nemmeno un passato. Forse mi hanno allevato in provetta e mi hanno fornito di ricordi falsi.

— John, ti prego. — Leila gli mise una mano sul braccio. — Ti fa piacere sapere che oggi pomeriggio Henry e io siamo andati alla casa di Raby Street, a controllare coi nostri occhi? Non ci siamo limitati ad accettare la parola di Pardey.

— Davvero? E cosa avete scoperto?

— Una casa deserta e polverosa, dove nessuno vive più da secoli.

— Oh, mi fa un piacere immenso saperlo — disse Redpath, amareggiato. — Grazie infinite.

Leila cambiò argomento. Si guardò attorno con aria divertita. — Come mai te ne stai qui tutto solo?

— Ho pensato che fosse meglio così. Dopo quello che è successo, non volevo…

— Non fare lo sciocco. Vieni su a bere un caffè?

— Sì, grazie. — Redpath, contento, salì le scale con lei. Leila aprì la porta con una chiave che tolse dalla borsetta. Vedere quel soggiorno familiare dove appena ieri, stando ai suoi ricordi, aveva commesso l’atto più osceno dell’universo diede a Redpath una sensazione di freddo, come se un’ala invisibile avesse mosso l’aria. Andò direttamente in cucina e riempì d’acqua il bricco elettrico.

— Va bene il caffè istantaneo? — chiese a Leila, che si era fermata a guardare la posta.

— Non perdi tempo a metterti a tuo agio, eh?

— Oggi è tutto istantaneo. — Redpath accese il bricco, tirò fuori due tazzine e andò in soggiorno. Il semplice fatto della presenza di Leila, della sua presenza viva, gli fece provare di nuovo la gioia che aveva sentito quel mattino; e contemporaneamente si accorse che le sue idee sugli ultimi “avvenimenti” erano di un’ambiguità estrema. L’unico modo di affrontare quei ricordi era accettarli per quello che sembravano, cioè ricordi di gente vera e di fatti veri; eppure, solo poche ore prima “ricordava” di aver assassinato Leila. Per giustificare i suoi processi mentali bisognava cadere nella metafisica, attribuire un’energia vitale intrinseca agli incubi che si affollavano nella sua memoria, operando una distinzione fra incubi e ricordi meno significativi.

“Che razza di logica è questa, eh? Sarebbe a dire che il mio cervello ha messo su una fabbrica di incubi che è ben lieta di creare scene dell’orrore, e che in compenso si rifiuta di sprecare tempo coi fatti e con la gente di tutti i giorni? È una cosa richiesta per legge? E poi cosa ci sarebbe di normale in persone come Albert e…?”

— Mi è venuta in mente una cosa — disse. — Quando Henry ha telefonato al tuo poliziotto, hanno parlato molto?

— Parecchio. Frank non riesce a decidere se l’ho preso più in giro io, o tu, o tutti quanti.

— Hanno parlato del fatto che Wilbur Tennent, fantastico parto della mia immaginazione, è una persona vera, ricercata dalla polizia?

— Penso che la conversazione fosse troppo frivola per argomenti del genere — rispose Leila. — Comunque Tennent è un cognome molto comune. Sai già cosa direbbe Henry.

Redpath annuì. — Accumulo inconscio di dati. E se andassi alla polizia e guardassi tutte le loro foto e riconoscessi…? Non farebbe differenza, vero?

— Accumulo inconscio di dati — disse Leila. — E se vuoi sapere un’altra cosa inutile, oggi pomeriggio il tuo cavallo è arrivato primo.

— Quale cavallo?

— Parsnip Bridge. Riascoltando le registrazioni Henry è rimasto colpito dal nome, e ha voluto controllare se oggi quel cavallo correva davvero. Ha vinto a sette contro uno.

— Wilbur lo sapeva già — mormorò Redpath, mentre un brivido freddo gli sfiorava gli angoli bui della mente. — Wilbur vede nel futuro. Viene ad aprirti la porta prima che tu bussi.

— Non arricchire troppo queste fantasie, John.

— Quali fantasie? Io so tutto delle corse di cavalli, eppure non riuscirei mai ad azzeccare una vincita. Non sapevo nemmeno che esistesse un cavallo di nome…

— Accumulo inconscio di dati.

— È un nome maledettamente strano per un cavallo. — Redpath scosse la testa per la disperazione.

— Povero John — disse Leila, scrutando ansiosa la sua espressione. — Ne stai passando di tutti i colori, e io non posso fare niente per aiutarti.

— Il semplice fatto che tu sia qui mi aiuta — l’assicurò. — Leila, quando credevo che tu fossi morta, avrei voluto… — Travolto dal pianto improvviso, si girò per tornare in cucina, ma Leila gli sbarrò il cammino, lo guardò con una comprensione che la rendeva ancora più bella.

— Non preoccuparti, John. — I suoi occhi sembravano luminosi. — Piangere fa bene.

— Bel titolo per una canzone. — Redpath cercò di rifugiarsi nel suo cinismo scherzoso, ma sull’ultima parola gli si serrò la gola, dolorosamente. La guardò, vergognoso, distrutto all’idea di mettersi a singhiozzare come un bambino.

— Vieni. — Lei lo prese per mano, lo portò in camera da letto. Redpath restò immobile accanto al letto, felice e stranamente rincuorato dal proprio ruolo passivo. Intanto Leila chiudeva la porta e sistemava le tendine, e la luce della stanza si ridusse a un baluginio come di candele. Ferma dall’altra parte del letto, lei indicò con un cenno il suo giubbotto e cominciò a togliersi il cardigan. Si spogliarono in silenzio, all’unisono, e restarono nudi nello stesso istante. E quando si sdraiarono sul letto, il mondo esterno svanì dalla coscienza di Redpath come una stella moribonda.


“Potrei cancellare ieri, far finta che non sia mai successo. Sarà poi così orribile perdere un solo giorno di un’intera esistenza? Ray Milland ha perso un intero week-end, e non gli è successo niente. Anzi, era un tipo sempre in forma.”

Redpath, nudo sul letto, guardava Leila che si muoveva nella stanza. Aveva le braccia incrociate dietro la testa, quattro cuscini morbidissimi sotto la schiena, e i suoi pensieri vagavano tranquillamente, perché il corpo era rilassato. Si sentiva tranquillo, sicuro. A tratti accettava l’idea che la sua mente fosse un illusionista dai poteri insospettati; altre volte si chiedeva quale tipo di lavoro avrebbe potuto trovare, oppure se Leila lo avrebbe lasciato restare per un po’. Leila aveva fatto il bagno e adesso, vestita solo della biancheria intima, riassettava la stanza. Guardandola, a Redpath era facile immaginare che si fossero appena sposati, che la vita sarebbe sempre stata come gli appariva in quel momento, una luna di miele eterna, un continuo correre tra i fiori di maggio.

“Non voglio nient’altro. Solo e sempre questo. Non chiedo poi troppo.”

— In questo giubbotto sembra che tu ci abbia dormito dentro — disse Leila, afferrando il giubbotto di pelle scamosciata. — Non sarebbe ora di farlo lavare?

Lui respinse l’idea con una mossa del piede. — Far lavare la pelle scamosciata costa una fortuna. Dovevano avvisarmi, quando l’ho comperato.

— E poi ti riempi le tasche di porcherie.

— Porcherie? Porcherie? — Redpath guardò le tasche rigonfie del giubbotto e ricordò che per la seconda volta aveva lasciato passare quasi un giorno intero senza prendere la solita dose di anti-convulsivi. — Vuoi guardare nella tasca destra e vedere se c’è un boccettino di capsule?

Leila infilò la mano nella tasca, tirò fuori un boccettino di medicinali, un tagliaunghie, il lucchetto e la catena della bicicletta di Redpath che era scomparsa, un pennarello, un distributore di filo interdentale, e un pezzo di carta triangolare che sembrava strappato da un giornale.

— Adesso chiedi scusa per la battuta sulle porcherie — disse Redpath, magnanimo. Stava scendendo dal letto per prendere l’Epanutin, quando si accorse che Leila stava fissando il pezzo di giornale a occhi spalancati. Aveva un’espressione pensierosa, e lui si sentì balzare il cuore in petto.

— John? — La voce di Leila era debole, incerta. — Dove l’hai preso?

— Cos’è? — Si alzò, le tolse di mano il pezzo di carta. Era l’angolo di una pagina di giornale, come immaginava; ma i caratteri tipografici era strani, distorti. Non gli sembrava di averli mai visti. La testata del giornale diceva: “Gilpinston Bugle, martedì 26 agosto 1980”.

Nell’attimo di silenzio che seguì, Redpath sentì il sangue che gli martellava implacabile nelle orecchie.

— Te l’ho già detto dove l’ho preso. — Ricadde a sedere sul letto, incapace di distogliere gli occhi da quelle righe di stampa. — A Gilpinston, nell’Illinois. Ci sono stato ieri. Ho cercato di afferrare il giornale, e quel pezzo dev’essermi rimasto in mano.

— John, ti prego, non…

— Come lo spieghi, Leila? Sei capace di spiegarlo?

Lei si sedette al suo fianco, gli mise le mani sulle braccia, lo strinse forte come per dargli sostegno. — John, ti prego, non ricominciare. Henry non aveva detto che Gilpinston esiste sul serio? Non ha detto che devi aver visto quel nome da qualche parte e aver assorbito l’informazione? Quindi…

— Ma guarda la data, per amor di Dio! — Redpath le mise sotto gli occhi il pezzo di carta. — È la data di ieri! Non capisci?

— In Inghilterra arrivano i giornali americani. Viaggiano per via aerea…

Redpath l’interruppe, trionfante, quasi urlando. — Da una piccola città dell’Illinois a un posto come Calbridge! In un giorno!

Leila tolse le mani dalle sue braccia. — C’è qualcosa che non quadra.

— È quello che ti ho sempre detto. — Redpath scattò in piedi e cominciò a passeggiare su e giù per la stanza, spinto dalla forza delle idee formate a metà che gli volteggiavano in testa. — Sai cosa significa, non è vero? Basta accettare un paio di idee nuove, poi diventa semplicissimo. Significa che Albert, il caro Albert, riesce a spostarsi con la sola forza del pensiero. In un istante può andare dove vuole. L’ha fatto al parco la prima volta che l’ho visto, e io non me ne sono accorto. Non se ne accorge nessuno, perché se ne va in giro con quella vecchia tuta marrone, e se te lo vedi spuntare davanti all’improvviso automaticamente pensi che ci fosse già, che eri troppo preso dai tuoi pensieri per accorgerti di lui. E ti dirò di più: può portarsi dietro altra gente! Ecco come ho fatto ad andare e tornare da Gilpinston, ieri. E stato Albert. Credo di non piacergli. Voleva spaventarmi a morte, e c’è riuscito. Dio, se c’è riuscito!

Le parole gli uscivano di bocca sempre più in fretta, le frasi diventavano sempre più brevi, perché c’era così poco tempo, perché le idee erano moltissime. Capì che il suo autocontrollo era saltato, che l’istinto galoppava più forte della ragione, ma non poteva farci niente. I suoi movimenti divennero frenetici, inconsulti.

— Stammi a sentire, Leila. Henry Nevison perde il suo tempo, all’istituto. Dovrebbe andare a Raby Street, se vuole studiare la parapsicologia. Quella casa! Stamattina ho pensato che fosse un ricovero per mostri in pensione, ma non sapevo di essere tanto vicino alla verità… Hanno tutti dei poteri. Poteri strani. Albert è capace di teleportare le persone. E Wilbur Tennent è chiaroveggente. Precognizione. La signorina Connie è un po’ come Albert, solo che trasporta oggetti. Si chiama psicocinesi, o telecinesi… E poi c’è Betty York. Non capisco cosa… Sì, lo so! E la componente fisica dell’insieme. È quello che Henry definirebbe il soma. Si prende cura degli altri, bada che mangino e via dicendo. E ha anche altri compiti. Ieri al parco non l’ho incontrata per caso. Era venuta a cercarmi. A cercarmi! Anch’io sono un mostro. Sono telepatico, e alla casa mancava un telepate. Forse è morto. Ci scommetto che quel Prince Reginald, quel tale per cui la polizia vuole interrogare Wilbur, abitava lì, e ci scommetto che è morto, e ci scommetto che io dovevo sostituirlo… Le capsule, Leila! Dammi le capsule! — Leila era pallida, preoccupata. Redpath la guardò, scosso. Prese dalle sue mani il flacone di Epanutin, e all’improvviso la carica nervosa che si era impossessata di lui sembrò svanire. Sorridendo debolmente, sedette accanto a lei sul letto, aprì il flacone con dita tremanti. Si sentiva malissimo, aveva freddo. — Sto bene — disse. Poi si infilò una capsula in bocca e l’inghiottì. — Non avere paura.

— Non ho paura.

— Questo attacco di follia mi passerà presto.

Lei gli sorrise, poco convinta. — È già passato.

— Leila — disse Redpath, dolcemente, lentamente — io credo ogni parola di quello che ti ho detto. Non capisco tutto, però ci credo. In uno degli incubi ho sognato che la casa era viva, e che la cantina era il suo stomaco… È ridicolo, certo, però l’analogia funziona. La casa e quelle persone sono una specie di essere multiplo, e vogliono che io entri a far parte della famiglia. Adesso penso che siano stati loro a farmi credere di averti assassinata, per costringermi a correre da loro, anche se non so come abbiano fatto. Forse esiste un membro della famiglia che non ho ancora incontrato, ma il punto è che rientrava tutto in un piano. Non capisci?

— Non voglio che tu resti sconvolto. — Leila era triste.

— Non sono sconvolto. Adesso che comincio a capire cos’è successo, mi sento molto meglio. A pensarci bene, è una storia sensata. Un gruppo come quello, dotato di quei poteri, può difendersi alla perfezione. Ecco perché oggi la casa era vuota. Wilbur sapeva che saremmo arrivati noi, capisci. Ha dato l’allarme, Albert ha trasportato via le persone, e la signorina Connie i mobili e l’altra roba. E per un tipo come lei non è stato difficile coprire tutto di polvere, dare l’impressione che la casa fosse disabitata da anni.

Leila tentò di alzarsi, ma Redpath l’afferrò per il polso e continuò a parlare con tono monotono, distaccato. — Ci scommetto che adesso sono tutti in America, nell’altra casa quasi identica a quella di Raby Street… Ma perché succedono tutte queste cose? Come mai si sono messi assieme, e cosa vogliono da me? Perché si nascondono?

“Hanno mai scorticato qualcuno?”

— John, devi calmarti, metterti un po’ tranquillo — disse Leila. — Perché non ti fai un pisolino? Devi essere stanchissimo.

Redpath meditò sulla proposta. — Direi che posso dormire sicuro. Se sono lontani migliaia di chilometri, probabilmente non riescono a raggiungermi con quegli incubi.

— Dormire ti farebbe bene. — Leila si alzò, sistemò i cuscini, lo spinse dolcemente disteso sul letto. Lui la guardò tutto contento, e quando lei si chinò a coprirlo col lenzuolo le diede un pizzicotto al rotolino di grasso che s’era formato sotto il suo ombelico. Leila scostò la sua marco, andò all’armadio, scelse un vestito verde acceso che metteva in risalto il colore dei capelli. Quando si fu infilata i sandali e cominciò a cercare la borsetta, Redpath capì all’improvviso che si stava preparando a uscire. L’idea gli parve stranamente odiosa.

— Cosa fai, Leila? — Si rizzò su un gomito. — Non vorrai uscire, per caso.

— Devo comprare un po’ di burro e un altro paio di cose. Non aspettavo ospiti.

Lui guardò l’orologio. — Ma sono quasi le otto.

— I negozi di Botanic Avenue sono ancora aperti.

— Non voglio che tu esca a comperare cibo per me.

— Ma non è un disturbo. Sarò di ritorno fra…

— Non voglio che tu esca, Leila. — Redpath si era seduto. Si accorse di aver usato un tono troppo duro, e cercò di rimediare. — Lo so che è da egoista, ma…

— D’accordo, caro — disse lei immediatamente. — Mi arrangerò lo stesso, basta che non ti dia fastidio la margarina sui toast.

Redpath annuì, soddisfatto. — Non mi (là fastidio.

— Comunque, dovrebbe essere meglio per la salute. — Leila lo disse a bassa voce. Sedette al tavolo da toeletta e cominciò a limarsi le unghie.

Incapace di scacciare l’impressione che qualcosa fosse andato storto, Redpath ricapitolò mentalmente gli avvenimenti degli ultimi dieci minuti, come un cacciatore che tornasse indietro in cerca della pista perduta. L’atmosfera era rimasta armoniosa finché lui non aveva in parte dedotto e in parte indovinato la verità sulla casa di Raby Street e sul suo impatto con la sua vita, però dopo…

— Leila — disse, serissimo — mi è appena venuto in mente… Ce l’hai messa proprio tutta, vero?

Lei abbassò la testa, concentrandosi sulle unghie. — Non capisco.

— Sto parlando di quello che ti ho raccontato sulla casa di Raby Street. Erano cose sorprendenti, anzi, molto sorprendenti… Però non ti vedo sorpresa.

— Ecco… Forse non ho capito bene.

Lui soppesò quella risposta per diversi secondi. — Non credi a niente, vero? Pensi che io sia matto. Cercavi solo di calmarmi.

Le spalle di Leila sussultarono, poi lei si girò a guardarlo con occhi spiritati. — John, hai solo un pezzo di giornale, e nient’altro. Solo un pezzo di giornale!

— Un giornale americano.

— In Inghilterra potrebbe esserci una mezza dozzina di Gilpinston, e anche se è americano, cosa vuol dire? Hai pensato che potrebbe essere uri settimanale, stampato con giorni d’anticipo sulla data d’uscita?

Redpath non aveva pensato a quella possibilità, ma la giudicò irrilevante. — Quello che importa è che sono riuscito a trovare una prova concreta di fatti che dovrebbero essere successi solo nella mia immaginazione. Non capisci cosa significa per me”?

— Capisco l’effetto che ti ha fatto.

— Che commento carino. — Chissà perché, si sentiva stranamente eccitato dalla sfida implicita nelle parole di Leila. — Tu sei una persona razionale, e siccome non hai vissuto personalmente quello che ho vissuto io ieri, vuoi altre prove. Il che è giustissimo, giustissimo. — Parlava con aria accomodante, quasi imitando le più dolci maniere professionali di Henry Nevison. — Che altre prove posso offrirti per sostenere la mia tesi? È un problemino interessante.

Tutt’altro che divertita, Leila lo guardò quasi disperata. — John, capisci cosa stai dicendo? Ti ricordi che stamattina ci hai raccontato di aver trovato due cadaveri anneriti in quella vasca? Vuoi cercare di dimostrare che è successo anche questo?

La sicurezza di Redpath vacillò. — Non faceva parte dell’incubo? Sta diventando difficile capire cos’era vero e cos’era… — Si guardò attorno a occhi socchiusi, mentre un ronzio gli nasceva in testa, e il suo sguardo si posò sul telefono vicino al letto. Gli era venuta un’idea, strana, un’idea che in quel contesto gli sembrava tanto più strana in quanto era esclusivamente pratica. Prese il telefono, fece il numero del centralino, chiese che gli passassero l’informazione elenco abbonati internazionale.

Leila mise giù la lima. — Cosa fai?

— Non preoccuparti — le rispose, eccitato e trionfante. — La telefonata la pago io. Dammi una penna, spicciati! — Prese il pennarello che lei gli tese, restò in ascolto. In poco meno di un minuto aveva scritto il numero del “Gilpinston Bugle” sulla pelle del ginocchio destro.

— Ecco qua — disse, indicando la serie di numeri. — Volevi delle prove, e le avrai.

Leila gli si avvicinò. — Ti ho chiesto cosa stai facendo.

— Stammi a sentire. L’Illinois è indietro di cinque o sei ore rispetto a noi, per cui lì dovrebbe essere pomeriggio. — Formò il prefisso internazionale per gli Stati Uniti, seguito dal numero del giornale. Gli risposero quasi subito. — Mi chiamo John Redpath e chiamo dall’Inghilterra — disse, in tono sbrigativo. — Ditemi, per favore, il “Bugle” è un quotidiano?

— Sissignore. Usciamo sei volte la settimana. — La voce della ragazza suonava chiarissima. — Vi serve qualcosa?

— Non c’era bisogno di una telefonata intercontinentale per una prova del genere — sussurrò Leila, furiosa. — Potevamo benissimo informarci anche da…

Redpath si portò un dito alle labbra e ricominciò a parlare. — Ho una storia interessante per il vostro giornale. Volete passarmi un cronista? — Durante la breve attesa sorrise a Leila, pienamente sicuro delle proprie risorse.

— Cronaca. Parla Dave Knight. — La voce era un po’ diffidente. — Avete detto che chiamate dall’Inghilterra, signor Redpath?

— Sì, infatti. Io lavoro all’Istituto Jeavons di Calbridge, che è il centro sperimentale dell’University College del Sud Haverside. Il mio reparto conduce ricerche su alcuni aspetti dell’ESP, ed è successo qualcosa che, vi prego di credermi, è in diretto rapporto con la città di Gilpinston.

— Avete detto ESP? — Adesso la voce era attenta.

Redpath strizzò l’occhio a Leila. — Precisamente.

— C’è qualcuno di Gilpinston che lavora con voi?

— È una cosa più interessante, Dave, e credo che ne converrete anche voi. Il motivo per cui vi ho chiamato è che uno dei nostri soggetti sostiene di aver proiettato la propria coscienza in una casa di Gilpinston. Dice di averla visitata ieri senza spostarsi da qui, se rendo l’idea.

— State parlando del corpo astrale”?

— Qualcosa del genere, anche se noi non useremmo quel termine. Il punto è che il soggetto ci ha dato una descrizione precisa della casa e della strada in cui si trova. Qui non abbiamo modo di controllare fino a che punto c’entri la sua immaginazione, ma se il suo racconto coincidesse con la realtà avreste fra le mani una storia piuttosto interessante. Che ne dite?

Ci fu una pausa. — Sarebbe una storia interessante se fossi sicuro che non si tratta di uno scherzo, signor Redpath. Non voglio insinuare niente, ma…

— No, no! Fate benissimo a dimostrarvi scettico. Lo sono anch’io. Vi lascerò il mio numero di telefono in modo che possiate richiamarmi, e vi lascerò anche il numero del professor Nevison all’istituto. Potrete parlare con lui domani e avere conferma di tutto prima di andare in stampa. Naturalmente, se preferite che mi rivolga a un altro giornale…

— No, assolutamente no, signor Redpath. Sono lieto che abbiate chiamato noi. Avete detto che vi ha dato un indirizzo preciso?

— La strada è la tredicesima Avenue S.E… e il numero della casa è due-due-due-quattro. Vi sembra possibile? — Ricevuta conferma, Redpath descrisse la casa, disse che forse il proprietario si chiamava Rodgers, e raccontò tutti i dettagli che ricordava: la porta blu pallido, i numeri di metallo disposti in diagonale, l’idrante appena fuori, il “Gruber’s Delicatessen” all’angolo, il bar “Pete’s Palace”… Concluse dandogli il numero di telefono di Leila e dicendo che aspettava una chiamata di conferma.

— Okay, non mi ci vuole molto ad arrivare alla tredicesima Avenue e controllare — rispose Knight. — C’è altro?

— Ecco… — Redpath esitò. Forse si stava spingendo troppo in là, forse correva un pericolo; ma quello che gli aveva detto Leila gli aveva instillato dei dubbi sui confini tra realtà e incubo. — Per il momento non voglio darvi il nome del soggetto, però deve aver visto qualcosa nella stanza da bagno, qualcosa di spaventoso di cui non ha voluto parlarci. Non so nemmeno perché ve lo dico… Voi non entrerete in casa, vero?

— Dipende. — Nella voce di Knight si sentiva di nuovo una nota di dubbio. — Queste cose si improvvisano sul momento.

— Allora aspetto di risentirvi. — Redpath mise giù il telefono e si girò a guardare Leila, che se ne stava con le mani sui fianchi. Sembrava la caricatura dello sdegno. Redpath non si sentiva più così eccitato, però aveva la certezza confortante di aver fatto una mossa utile, anche se piccolissima, contro le forze del caos e dell’assurdo. Era la prima volta che gli si presentava l’occasione di restituire un colpo.

— Non avevi nessun diritto di fare una cosa del genere, John Redpath — disse Leila. I suoi occhi mandavano lampi di collera. — Cosa dirà Henry se la storia arriva ai giornali? Capisci in che posizione potrebbe trovarsi?

— Credi che io mi diverta? — Redpath afferrò la camicia, cominciò a vestirsi. — Credi che mi piaccia?

— Forse no, ma…

— Forse no! Leila, io sto cercando di rientrare nella razza umana. E una battaglia che devo combattere da solo, ma se quel giornalista richiama e dice che i particolari sono esatti… Be’, qualcuno dovrà starmi a sentire. E tutto.

— E se succede il contrario? — chiese Leila. — Se quella casa non esiste?

Redpath sorrise, stanco. — Allora saprò che ieri sono rimasto tutto il giorno fuori di me. Dovrò accettare l’idea.

— Promesso?

— Non c’è bisogno di promettere. Non arriverei a negare i fatti.

— In questo caso, col pollo vuoi insalata verde o insalata di patate? — disse Leila, cambiando umore.

Redpath capì che lei si aspettava una risposta negativa da Dave Knight, e che nel frattempo preferiva non affrontare più l’argomento. L’idea di una tregua, di un ritorno alla normalità, per quanto momentaneo, era indubbiamente attraente. Si prestò subito al gioco.

— Insalata verde — disse — però voglio prepararla col mio condimento speciale all’italiana. Fa miracoli. Non si limita a stimolare le papille gustative;le fa marciare su e giù per la lingua a branchi agguerriti che chiedono cibo, cibo.

Leila si avviò alla porta. — Perché esageri sempre?

— Non hai mai visto un’armata di papille gustative inferocite? — le disse, seguendola in cucina. — È uno spettacolo spaventoso.

Aiutò Leila a preparare una cena semplice. Mentre mangiavano scoprì che la televisione dava uno dei suoi film preferiti, un thriller comico con Jack Haley, “Scared Stiff”. Leila accettò di guardarlo; e mentre se ne stavano seduti assieme in quel buio invitante, ridendo delle stesse cose di cui altra gente aveva riso in altri tempi e in altri posti, sentendosi vicini, lui desiderò che il telefono non squillasse. Voleva un po’ di calma. Era stanco di discutere e di sentirsi spaventato, di lottare per assimilare concetti estranei a quelli su cui si era basato fin da bambino, e poi tutto sembrava così magico, così tranquillo, lì su quel divano, accanto alla donna che amava, mentre le tenebre scendevano dal cielo e niente gli impediva di lasciarsi risucchiare nel minuscolo universo meraviglioso del tubo catodico, dove la faccia di Jack Haley fluttuava periodicamente come una cometa… una cometa comica… una cometa comica che gli faceva venir sonno…

Redpath si addormentò tranquillamente, pacificamente.

A qualche chilometro di distanza, sull’altro lato della città, i lampioni blu e bianchi si erano accesi lungo il canyon di mattoni rossi di Woodstock Road, proiettando ombre innaturali, producendo strane metamorfosi nel colore dei vestiti e delle macchine. Gli autobus correvano ancora, costellazioni mobili e solidissime di stelle gialle; e le luci dei negozi scavavano alti zampillii nel buio, luci color miele nel caso dei negozi di confezioni, delle tabaccherie, delle tavole calde, dei locali pubblici vecchio stile; e luci fredde, immobili, bianche, nel caso di agenzie immobiliari, imprese edili e negozi di lusso che lasciavano le vetrine accese tutta la notte, per incoraggiare i passanti e scoraggiare i ladri. Anche i semafori aggiungevano la loro luminosità di rubino, topazio e smeraldo, e non si sarebbero mai fermati per tutta la notte, dirigendo pazientemente i flussi e contro-flussi di veicoli che esistevano solo nelle protomenti delle loro scatole automatiche di controllo.

Quindi, Woodstock Road non si trovava mai completamente al buio; ma già da un po’ la notte si era impossessata delle stradine trasversali della zona. Lì i lampioni mandavano una luce più debole, ed erano molto meno numerosi. Alcuni poi non funzionavano più, e i tecnici comunali non se ne erano mai accorti; altri erano stati rotti, o per il piacere del vandalismo o per loschi interessi. Bastava allontanarsi di poche centinaia di metri dalla via principale, svoltare un paio di angoli, per entrare in una regione buia dove i passanti erano rari. Chi si avventurava fuori la notte di solito camminava in fretta, a testa bassa, e si faceva i fatti suoi.

E in Raby Street non c’era proprio nessuno, nessuno che potesse accorgersi che all’improvviso si erano accese le luci dietro le finestre della casa contrassegnata dal numero centotrentuno.


Per un attimo Redpath si trovò a guardare il pavimento verde-crema; ebbe paura che l’incubo ricominciasse, ma il tono del sogno era diverso. Riuscì a identificare subito il pavimento luminoso, capì senza il minimo dubbio che le mattonelle luminose facevano parte di una grande macchina. Automaticamente paragonò quella struttura al pannello di un computer, al quadro comandi di un aereo; ma i principi tecnici usati per costruire quella cosa erano lontanissimi dalle conoscenze della razza umana. Sentiva fluire in sé informazioni di cui non comprendeva né la forma né il contenuto. Al di sotto di alcune di quelle lastre trasparenti s’intuivano movimenti continui, furtivi. Redpath sapeva che a muoversi non erano pezzi meccanici o elettronici: la macchina incorporava in sé componenti organici, vivi, anche se la loro funzione gli era incomprensibile.

Quell’immagine complessa era perfettamente stabile davanti ai suoi occhi. Non era un ricordo, non era un’illusione, non era un sogno.

“Questa è una realtà. Non è la mia realtà, però è una realtà, e io la sto vivendo.”

Come già era accaduto, sulle lastre avanzò una massa scura, simile a sangue coagulato. Nei punti in cui veniva trafitta dalla luce che saliva dal basso, una luce rossa come il vino, la massa rivelava una struttura interna filamentosa. Sul fronte della massa c’era un brulicare costante di pseudopodi, che saggiavano le condizioni del pavimento prima di essere sommersi da fluidi neri e venire riassorbiti. Ma Redpath non sentiva né paura né repulsione.

“C’è una parte del mio corpo in questa realtà. Io sono un nato-Tre-Volte, in questa realtà, e ho viaggiato a lungo per inseguire un nato-Una-Volta, un orrore che ha tentato di infrangere il ciclo eterno di ingestione, purificazione e rinascita. Ha commesso il delitto estremo contro la mia razza, il delitto di permettere che il suo bioplasma degenerasse col trascorrere del tempo. Questo morbo, perché ormai quell’essere è divenuto un morbo, dev’essere stroncato. Permettere a un simile abominio di esistere sarebbe un delitto altrettanto enorme.

“In questa realtà, durante gli ultimi anni di inseguimento ho sondato i suoi sensi con ‘cura estrema, e so che è ferito, o forse che il processo di degenerazione è in fase molto avanzata, perché in tutto questo tempo non ha fatto uso dei suoi poteri più forti. Quindi deve trovarsi vicino alla sua nave. Sarà sufficiente localizzare la nave…

Come già era successo, quattro lastre trasparenti al centro della struttura colorata divennero scure, si trasformarono in un quadrato unico, assumendo l’aspetto di un coperchio trasparente che chiudesse un pozzo di tenebre. Ma le tenebre erano tutt’altro che totali. Erano solo lo sfondo su cui si muoveva il disco brillante di un pianeta, che era senz’altro la Terra. Il pianeta si avvicinava.

“Sarà sufficiente localizzare la nave, e poi…”

A Redpath era successo qualcosa.

Ebbe la sensazione di perdere contatto. La geometria di luci oscillò. L’immagine si distorse, con colori e proporzioni alterate; e improvvisamente si trovò staccato da quella realtà, e i pensieri che aveva condiviso (freddi, ascetici, disumani) vennero travolti da un vortice di emozioni oscure. La paura si mischiò all’odio, alla collera e al disprezzo, ma la paura era predominante, lo scagliava in un buio furioso, agitato, traversato a tratti da frammenti di memoria, immagini parziali, brandelli di un’esistenza aliena, inconcepibile. Per un attimo, quella vita aliena fu la vita di Redpath.

Poi cominciò a urlare.

“No! No! No! No! No!”


Redpath correva in un corridoio distorto. Gli angoli erano spigolosi, impossibili da superare a piena velocità; e gli era ancora più difficile proseguire perché il corridoio era costruito in modo da ricordare una serie di stanze comunicanti, come se ne trovano in ogni casa. C’erano un atrio, una cucina e un soggiorno, ripetuti all’infinito; e in soggiorno c’era un televisore che splendeva nelle tenebre, come una finestra in miniatura. Vicino al televisore c’era una ragazza seduta sul divano, che si dondolava terrorizzata avanti e indietro, che si copriva la faccia con le mani. L’udì gemere sottovoce; poi, di colpo, la riconobbe, e si sentì colpevole, responsabile.

— Leila? — Redpath si aggrappò alla porta della cucina, non per sostenersi ma per scacciare gli ultimi residui di quell’impulso cieco alla fuga. — Non piangere, Leila. Adesso so tutto. Tutto.

Lei era sempre terrorizzata, cercava di farsi piccola piccola.

Redpath attraversò la stanza, spense il televisore, s’inginocchiò davanti a lei. — Non piangere, Leila. Dobbiamo darci da fare tutt’e due e c’è pochissimo tempo. Ti prego, guardami.

Lei alzò lentamente la testa. La sua faccia era distrutta, imbruttita, e lui capì subito che il primo passo del suo piano era calmarla, ridarle fiducia. Da un certo punto di vista, il compito che attendeva Leila Mostyn era anche più gravoso del suo, e per poterlo eseguire lei doveva sapere tutto, avere fiducia.

— Non aver paura di me — sussurrò. — È stato un colpo terribile, ma adesso sto bene. Dobbiamo parlare. Vuoi starmi ad ascoltare per un po’ e cercare di capire quello che dico, per quanto ti sembri fantastico? Vuoi?

— Cosa c’è, John? — Le sue labbra sembravano paralizzate, quasi immobili.

Lui respirò profondamente. — Oggi ho raccontato cose incredibili, e nessuno ha voluto credermi, però poi ho trovato una prova concreta. Tienilo a mente e abbi fede in me. Vedi, il progetto di ricerca sulla telepatia è andato meglio di quanto non avessimo mai pensato. Insomma, io mi sono trovato in contatto telepatico con esseri di un altro pianeta. Ti sembra troppo fantastico?

— Non se lo dici tu.

— Bene! Stiamo facendo progressi. Adesso devi cercare di capire che questi esseri sono completamente al di fuori della nostra esperienza. Non hanno il nostro aspetto e non pensano come noi. I loro corpi sono molli, quasi completamente liquidi. Scivolano in avanti come masse informi, come gelatina non ancora rappresa, però sono intelligenti e posseggono una struttura sociale. Mi segui? Il contatto con quella mente non è durato a lungo, ma è stato chiaro, fin troppo chiaro. Adesso so che la loro società si basa su una forma di cannibalismo. Quando un individuo raggiunge una certa età si lascia mangiare o assorbire da un essere più giovane, però sopravvive, rinasce, si reincarna. Anche se forse non sopravvive sul serio. Forse per loro è solo una questione di fede, una religione, e probabilmente è da questo che sono nati i guai. Credo che anch’io vorrei scappare, se arrivasse il mio momento. Forse dovrei essere più comprensivo con la cosa di Raby Street.

Leila fece per girare la faccia, ma Redpath le mise una mano sotto il mento, la costrinse a guardarlo.

— Quell’essere è fuggito, Leila. E parecchio tempo fa, venti o trent’anni fa, forse durante la guerra, è arrivato sulla Terra, probabilmente per caso. Più o meno so dove dev’essere atterrato. Dietro Raby Street mancano un paio di case, e direi che la sua astronave è finita lì. Il danno era attribuibile a una bomba, magari a un’esplosione di gas, per cui nessuno ha mai avuto sospetti, non si è mai scavato sottoterra… È cominciata così. Per capire tutto, però, devi sapere di più sul conto di questi alieni. Hanno poteri parapsicologici, Leila. I loro corpi servono a ben poco dal punto di vista materiale, ma in compenso hanno sviluppato tutta una serie di capacità formidabili: telepatia, psicocinesi, precognizione, e ancora altre doti che noi non immaginiamo neppure. Ad esempio il controllo mentale sugli animali, che probabilmente serve a procurare loro il cibo. Si potrebbe definire teleipnosi, per quanto io dubiti che…

— John, possiamo bere un po’ di tè? — chiese Leila, tesissima. — È tutto così… Vorrei un po’ di tè.

— Buona idea. — Redpath usò un tono di voce caldo, incoraggiante, per dimostrarle che era perfettamente in sé, che non sragionava, per rendere più convincenti le sue parole. Alle porte della sua mente bussava una sensazione di estrema urgenza, ma non poteva fare niente finché Leila non si fosse pienamente convinta. Si tirò indietro, la lasciò alzare, la seguì in cucina. Leila riempì il bricco elettrico. Sembrava stanchissima, distrutta. Redpath decise di procedere con cautela ancora maggiore.

— Il controllo mentale è una delle cose che mi spaventano di più, perché è terribilmente insidioso. Impossibile sapere fino a che punto ha agito, e da quanti anni; però sappiamo che questo alieno è intelligente e ribelle, e che progetta piani da molto tempo. In quella casa di Raby Street, una volta c’era un dentista… Ha scelto il posto per caso, solo perché gli andava bene e il quartiere era ancora fiorente? Oppure perché nello studio di un dentista passa moltissima gente, e quella cosa voleva entrare in contatto col maggior numero possibile di menti? Da bambino io sono stato in quella casa. È per questo che ho sviluppato doti telepatiche latenti? Che mi sono offerto volontario per i primi esperimenti al Jeavons? Hai sentito anche tu che Henry Nevison ricordava lo studio del dentista: è perché è stato lì che oggi si interessa di parapsicologia? E quanti ostacoli non saranno stati aggirati per mettere in piedi il progetto di ricerca al Jeavons, che è un istituto terribilmente tradizionalista? E la gente che vive nei dintorni? Avrà smorzato la loro curiosità naturale, per far passare sotto silenzio le cose più strane?

Leila preparò tazze e piattini, poi aprì un contenitore e tirò fuori un dolce rettangolare. Si guardò attorno, stranamente esitante, prese un coltello da cucina e cominciò a tagliare il dolce a pezzettini, con meticolosità estrema.

— Quest’ultima parte non la capisco. — La sua voce era quasi normale. — A cosa dovrebbero servire tutti quei controlli mentali, quelle manipolazioni?

— Semplicissimo. Si tratta di vita o di morte. Il nostro alieno è inseguito da un altro membro della sua razza, un killer dotato di poteri che tu e io non possiamo nemmeno immaginare; per cui deve restarsene tranquillo. In un caso del genere, un uomo non dovrebbe muoversi o fare rumore. Per il mostro di cui stiamo parlando, questa situazione significa non poter usare molte delle sue doti naturali. Il fatto è che non poteva sopravvivere senza quelle doti, per cui cos’ha fatto? Come ha superato il problema?

Leila smise di tagliare il dolce. — Ha usato dei surrogati.

— Esatto. — Redpath si sentì incoraggiato. Da un po’ di minuti le sue stesse parole gli sembravano incredibili. Si stava chiedendo se un’altra persona potesse accettare una storia così stravagante. All’inizio aveva deciso di calmare Leila, di costringerla a credergli; poi gli era parso che tutta quella calma fosse controproducente, che forse la cosa migliore era lasciare libero sfogo all’istinto, urlare al mondo che lui sapeva, che la megamorte stava per abbattersi sul pianeta, e che il tempo a disposizione era pochissimo. Però Leila reagiva meglio di quanto non avesse previsto. Forse sarebbe riuscito a convincerla.

— Esatto — ripeté. — Ecco cosa sono le persone che vivono in quella casa: surrogati, schiavi, protesi. È questo il fattore comune che cercavo. Capisci, agiscono in gruppo. Ognuno mette a disposizione le proprie doti, e il… grande burattinaio se ne sta nascosto. L’alieno che dà la caccia al mostro di Raby Street non nutre il minimo interesse per la razza umana. Non tiene in nessun conto le nostre attività, nemmeno le rare attività paranormali. E quella cosa vive sotto la casa di Raby Street da anni, da decenni. [la sempre usato gli esseri umani come animali da macello. Quando diventavano inutili, se ne liberava.

— E non se n’è mai accorto nessuno?

— Fa di tutto per non farsi notare, e c’è riuscito benissimo, visto come stanno le cose. Il concetto di famiglia dev’essergli completamente estraneo, però ha cercato di ricrearlo per tenere in piedi la commedia. Ogni sera quella gente si mette a cantare, e sembrano felici e contenti, e la signorina Connie lavora a maglia come tutte le vecchie di questo mondo, anche se non fa niente di preciso. Sferruzza, e basta. Io ho trascorso lì una sola sera, Leila, ma qualcun altro l’ha fatto per anni e anni, sera dopo sera, giorno dopo giorno…

Redpath s’interruppe, pensieroso. — Hai mai pensato che l’inferno possa essere una vecchia stanza semibuia, con poltrone imbottite e vassoi di panini, dove è proibito urlare per non attirare l’attenzione dei vicini?

Leila guardò il coltello, pensosa. — È difficile credere che qualcuno possa controllare a questo modo degli esseri umani, forzando la loro volontà.

— Ma è vero, Leila. Comunque ho il sospetto che all’inizio il controllo non sia così totale o immediato. Credo che per i primi tempi si debba restare nel raggio d’azione del mostro. È, per questo che Betty York è venuta a cercarmi e ha usato tutte le sue risorse per portarmi in quella casa. Probabilmente Albert è l’unico che di tanto in tanto disobbedisce. Sono quasi sicuro che quando gli viene voglia “fa un salto” in America solo per comprarsi le sigarette. Forse è l’elemento più difficile da controllare perché può spostarsi a suo piacimento. Sì, ha trasportato anche me nella casa di Gilpinston. Ci scommetto che quello scherzo me l’ha combinato lui. Voleva…

Redpath esitò di nuovo. — Per i cadaveri nella vasca da bagno avevi ragione tu, Leila. Non facevano parte dell’incubo, credo. Devo averli visti sul serio. Ma perché mai qualcuno dovrebbe scorticare due cadaveri? Dev’esserci ancora qualcosa che non… — Smise di parlare. Una sensazione familiare, ma ugualmente orribile, stava nascendo dietro i suoi occhi. Il suo cervello era invaso dal gelo. Nella sua testa c’era un serpente gigantesco che cominciava ad agitarsi.

— Non capisco una cosa. — Leila si girò a guardarlo, stringendo il coltello con aria noncurante. — Se tu ti sei trovato in quella casa, sotto il controllo del mostro, come hai fatto a sfuggirgli?

Redpath si portò le mani alle tempie, le rivolse un sorriso forzato, imbarazzato. — Non ci sei arrivata? Credevo che fosse ovvio. — Oscillò leggermente. La pressione sul suo cervello diventava più forte. Adesso la sua voce era stridula, innaturale. — Ho perso tempo… Credevo di essere al sicuro… [la bisogno di me, capisci… Vuole che io dia l’allarme prima che scoppi la bomba… Il nato-Tre-Volte bombarderà l’astronave, e userà una bomba molto potente, un’arma terribile… L’Inghilterra non esisterà più, Leila… Forse non resterà niente dell’Europa…

Redpath sospirò all’improvviso, fissò Leila come se la vedesse per la prima volta, cercò di controllare il tremito spasmodico dei muscoli della bocca. — Ti dirò cosa devi fare, Leila. La casa di Gilpinston è il suo rifugio, e per questo è così lontana. Pochi secondi prima che esploda la bomba… Appena prima dell’esplosione… La cosa, il grande burattinaio, si farà trasportare lì da Albert. Dopo l’esplosione ci sarà silenzio completo. Silenzio ESP, voglio dire. Il nato-Tre-Volte aspetterà un po’, resterà in ascolto, ma non percepirà niente e ripartirà, soddisfatto. Probabilmente morirò anch’io, perché il grande burattinaio non vuole correre il rischio che io sveli la sua presenza, ma tu puoi impedire tutto questo. Noi due possiamo impedirlo, se lavoriamo di comune accordo. Basta uccidere il grande burattinaio prima che cada la bomba. Il nato-Tre-Volte saprà cos’è accaduto. Scruterà la Terra coi suoi sensi e non farà cadere la bomba. O almeno lo credo. Tu mi aiuterai, vero, Leila? Dimmi che mi aiuterai, per amor di Dio!

Redpath afferrò Leila per le spalle, serrò le dita sulla sua carne tenera. Lei indietreggiò, mosse le labbra, e affondò il coltello nel corpo di Redpath. Il dolore fu assoluto, tremendo; una sintesi di tutti i dolori che avesse mai provato. Allentò la presa sulle spalle di Leila e guardò il coltello. Gli aveva trafitto la camicia, era penetrato in maniera superficiale nell’accumulo di grasso sottocutaneo quasi all’altezza della vita, e lì si era fermato. Leila, irrigidita, tremante, stringeva ancora l’impugnatura.

— Non volevi farlo — le disse, dolce, quasi paterno; poi le tolse il coltello di mano, lo ripulì dal sangue. — Ti ho spaventata e tu hai reagito perché eri impaurita, però non permetteremo che un incidente banale come questo modifichi i nostri piani, vero”?

— No, John. — La voce di Leila era debolissima. Le lacrime le scendevano copiose lungo le guance. — Scusami se…

— Non preoccuparti. — Redpath mise il coltello sul tavolo, strappò un po’ di carta dal distributore appeso al muro, l’infilò sotto la camicia per tamponare la ferita. Il sangue era già sceso, aveva formato una macchia sui calzoni, appena sotto la cintura. Stringendo la carta con la sinistra, Redpath concentrò tutta la sua attenzione su Leila. Il dolore improvviso gli aveva schiarito leggermente le idee, ma quelle pressioni intangibili erano cresciute in maniera enorme. Nel suo cervello si era scatenata una forza che adesso lottava, impaziente, selvaggia, per prendere il sopravvento.

— Non riuscirò a parlare per molto — sussurrò, preso dal panico. — Quel mostro mi sta ascoltando. Non perdere tempo a fare le valigie, Leila. Prendi il passaporto e le carte di credito e tutti i soldi che hai. Se parti subito puoi raggiungere l’aeroporto di Londra appena dopo mezzanotte. Con un po’ di fortuna puoi partire per Chicago prima dell’alba. Appena sarai arrivata prendi…

— Chicago! — Leila scosse la testa, indietreggiò. — Non posso!

— Non discutere! — La voce di Redpath era fortissima, nello spazio angusto della cucina. Il suo sguardo vagava follemente dalla faccia di Leila al coltello sul tavolo. — Perché stai a discutere? Puttana! Cosa vorresti fare?

— John, io… — Leila lo fissò per un attimo a occhi spalancati, poi corse in soggiorno.

Redpath bestemmiò, impazzito, furioso; poi prese il coltello e l’inseguì.

8

Il motore della mini, alimentato dalla batteria nuova, si accese subito, pronto a scattare. L’auto vibrò, tremò, ma dopo un attimo il motore si spense. Leila Mostyn continuò a far girare il motorino e a premere l’acceleratore, finché non si rese conto di aver ingolfato il motore. Smise coi tentativi di accensione, cercò di calmare l’affanno, si girò a guardare la casa. La luce delle scale esterne era accesa. Da un momento all’altro poteva comparire quell’apparizione incredibile, mostruosa, curva, con gli occhi spenti, che un tempo era John Redpath. Se l’avesse visto, probabilmente avrebbe perso ogni autocontrollo. Leila si morse le labbra, contò lentamente fino a sessanta, girò la chiave. Il motore partì.

Accese i fari, uscì dal parcheggio, infilò Leicester Road, diretta in centro. Aveva in mente di andare subito al posto di polizia; ma quando si trovò a qualche centinaio di metri dalla casa, protetta da quell’involucro di metallo che le permetteva di sfuggire a tutto, la paura diminuì gradualmente. Ricominciò a pensare nei termini consueti. Conosceva bene John Redpath. A prescindere da quello che gli era successo o da quello che qualcuno gli aveva fatto, l’idea di consegnarlo alla polizia, di vederlo chiuso in prigione, tranquillizzato a furia di calmanti, vivisezionato cerebralmente, le sembrava un tradimento mostruoso. Era pazzo, oscenamente pazzo, tanto che la paura l’aveva quasi spinta a ucciderlo a coltellate; ma doveva trattarsi di una follia passeggera, scatenata dalle droghe che gli avevano iniettato all’istituto.

Decise di consultare Henry Nevison. Henry le avrebbe dato ottimi consigli, sottolineati da frasi roboanti, tranquillizzanti. “Se fosse dimostrato che il Composto Centottantatré ha proprietà psicosomimetiche…” Eccetera eccetera.

All’idea di poter trasferire il fardello delle responsabilità sulle spalle di Nevison, che in effetti era l’unico colpevole, Leila diminuì la velocità. Subito le vennero in mente altre riflessioni. Se avesse interpellato la polizia, sarebbe scoppiato uno scandalo. I giornalisti si sarebbero gettati come avvoltoi su quella storia di strani esperimenti alla Boris Karloff, follia, dischi volanti, fatti di sangue in un nido d’amore. Ne avrebbero risentito tutti, protagonisti e comparse. Ne avrebbero sentito parlare persino i suoi genitori, a Pangbourne.

Prese una decisione. Al primo incrocio svoltò a sinistra, e poi di nuovo a sinistra. Stava tornando indietro, su una via parallela a Leicester Road. All’incrocio successivo girò di muovo a sinistra, arrivò in fondo alla strada, si fermò quasi all’angolo. Da lì riusciva a vedere l’ingresso del suo appartamento. Spense le luci, ma lasciò acceso il motore. Se John usciva e la vedeva, voleva essere in grado di ripartire subito, perché le era impossibile prevedere cosa potesse succedere. Le sue esplosioni di furia degli ultimi minuti erano già terrificanti; ma Leila capiva che non erano niente a paragone di quello che avrebbe fatto se avesse saputo che lei non stava correndo all’aeroporto di Londra, per raggiungere Gilpinston via Chicago.

Leila rabbrividì involontariamente, si strinse nella giacca. L’assalì il ricordo degli ultimi minuti con John: era piombato nell’irrazionalità più completa, l’aveva rincorsa brandendo il coltello mentre lei cercava il passaporto, si era messo a borbottare frasi incoerenti…

“Ricorda l’indirizzo, Leila… Io posso sconfiggere il grande burattinaio, ma lui non lo sa… Vai subito a Gilpinston… Il nato-Tre-Volte è troppo vicino… Noleggia un’auto, se è necessario… Riempi le bottiglie di benzina e tappale con degli stracci… Io riesco a sfuggire al suo controllo, ma il nato-Una-Volta non lo sa… Le due case devono esplodere contemporaneamente… Possiamo ucciderlo, Leila… Domani a mezzanotte, cioè alle sette dell’Illinois… Non temere, le bottiglie non ti esploderanno in mano… Abbi fede, abbi fede in me… Dài fuoco agli stracci e lancia le bottiglie dalla finestra… Il nato-Tre-Volte saprà cos’è successo…”

E poi, come ultimo tocco di follia, c’era stata la storia del televisore, assurda, incomprensibile. John aveva maneggiato i comandi sul retro dell’apparecchio, aveva trovato il dispositivo di regolazione verticale del quadro, glielo aveva indicato, l’aveva costretta a inginocchiarsi davanti al televisore e a prendere in mano il comando. Aveva acceso l’apparecchio, si era voltato di schiena coprendosi la faccia con le mani, e le aveva ordinato di girare il comando sul massimo, in modo che l’immagine rotolasse di continuo, così in fretta che non si capisse più cosa stavano trasmettendo.

— L’immagine gira? — le aveva chiesto timidamente. — lo non oso guardare.

In quel momento, e solo per un momento, la compassione per lui aveva quasi sopraffatto il senso di paura che urlava nei corridoi molecolari del suo sistema nervoso. Lui le era parso indeciso e vulnerabile come un bambino, e lei sapeva che questo gli succedeva quando si trovava di fronte a ostacoli imprevisti, e aveva osato sperare che quell’ombra oscura lo lasciasse. Ma, appena spento il televisore, l’aveva trascinata alla porta d’ingresso e gettata sul pianerottolo. La sua faccia era stravolta, inumana.

“Corri, Leila! Per amor di Dio… Per amor di tutti… Corri!”

Guardando la strada immersa nella tranquillità della notte, la fila di cancellate, gli alberi che alla luce dei lampioni sembravano possedere foglie di plastica, Leila cominciò a chiedersi se non fosse meglio andare subito da Henry Nevison. Aveva visto John infilarsi il giubbotto e aveva concluso che stesse per uscire; ma erano possibili deduzioni logiche, nel suo caso? Erano passati già diversi minuti, e a quanto pareva lui era ancora in casa. Strinse le mani sul volante, diede un colpo all’acceleratore; e in quell’istante ci fu un movimento sul lato opposto della via.

John Redpath apparve sotto il lampione e si incamminò verso il centro. Camminava piano, come un vecchio, e teneva il braccio sinistro premuto contro il fianco. Con la destra reggeva un oggetto che lei dovette guardare due volte per riconoscere: il suo televisore portatile. A testa bassa, con le spalle chine, apparentemente ignaro di tutto quello che lo circondava, Redpath scivolò di lampione in lampione. Leila sentì di nuovo la stessa compassione, e fu come un dolore fisico. Lo guardò scomparire lungo il tunnel della prospettiva, poi ripartì e parcheggiò davanti a casa.

Arrivata sul pianerottolo, scoprì che John aveva lasciato la porta aperta e le luci accese. Chiuse a chiave, prese il telefono, formò il numero di Nevison. Le rispose subito, e lei cominciò a parlare; poi si accorse che si trattava solo della segreteria automatica. Lasciò il suo nome, pregò Nevison di richiamarla subito, e rimase lì vicino al telefono per un altro minuto. Stava disperatamente cercando di pensare a qualcuno che potesse aiutarla. Probabilmente a quell’ora Frank Pardey non era in ufficio; e se anche ci fosse stato, come poteva dirgli che John era impazzito, l’aveva sbattuta fuori di casa e le aveva rubato il televisore, però non voleva denunciarlo?

Tesa, nervosa, si tolse la giacca, la ripose sull’attaccapanni; poi, tanto per fare qualcosa, sparecchiò la tavola e lavò i piatti. Quando ebbe finito era in preda a una tristezza profondissima, che permeava ogni suo pensiero e minacciava di travolgerla se solo rifletteva sulla calamità incredibile che aveva colpito Redpath. In due giorni, da quel “flâneur” normalissimo e simpatico che era, con un suo fascino disperato, con l’unico grande difetto di essere terribilmente possessivo, era diventato uno sconosciuto imprevedibile, convinto delle idee più pazzesche su alieni e dischi volanti.

Uno degli aspetti più inquietanti della metamorfosi era quell’aria di convinzione estrema, fanatica, che permeava le sue fantasie. A Pangbourne, Leila conosceva un ragazzo che aveva perso la ragione. A volte si metteva a parlare per ore intere degli emissari del Regno d’Orione che un giorno sarebbero giunti dal cielo a rapirlo, ma nei suoi occhi era sempre dipinto lo stupore. Lo stupore nasceva dal fatto che il ragazzo era ancora, almeno parzialmente, in contatto con la realtà, e lottava per conciliare due visioni del mondo in conflitto fra loro. John, invece, era mortalmente sicuro, era assolutamente convinto. Leila sapeva poco di patologia psicologica, ma aveva il sospetto che un’allucinazione così completa e intensa dovesse avere effetti prolungati. Forse il Composto Centottantatré non era semplicemente una droga psicosomimetica, forse aveva scatenato una follia irreversibile.

L’idea che il vecchio John Redpath fosse scomparso per sempre le fece capire che aveva cominciato, inconsciamente, a considerarlo parte integrante della propria esistenza. Sbalordita di scoprire che quella parte di sé che gli scrittori romantici chiamano cuore, e che lei pensava di avere sotto controllo assoluto, era un organo dotato di volontà propria, capace di creare situazioni impreviste, Leila bevve un po’ di caffè e si ritirò in soggiorno ad aspettare la telefonata di Nevison. A mezzanotte pensò di andare a letto, poi rinunciò: forse Nevison sarebbe corso subito da lei. Si accomodò sul divano, lesse i primi due capitoli di un romanzo senza riuscire a entrare nella storia, e chiuse gli occhi.

Qualche minuto dopo l’una la svegliò il trillo insistente del telefono. Si alzò, gelata, apprensiva, corse nell’atrio, sollevò il ricevitore.

— Grazie, grazie di aver chiamato, Henry — disse. — Stavo aspettando che…

— Chiedo scusa. — A interromperla era stata una voce sconosciuta. — Non è il numero del signor Redpath?

Leila riconobbe l’accento americano, e il suo senso d’apprensione crebbe. — Il numero è giusto, ma al momento John non è in casa.

— Oh! Quando posso trovarlo?

— Non tornerà per un po’ — rispose lei, poi obbedì a un impulso incomprensibile. — È dovuto uscire per una questione urgente, ma mi ha pregata di rispondere alla vostra telefonata. Io sono Leila Mostyn, lavoro con John all’istituto. Naturalmente so perché vi ha chiamato.

— Speravo proprio di parlare col signor Redpath.

— Non siete il signor Knight del “Gilpinston Bugle”?

— Sì, certo. — Rassicurato dal fatto che Leila conoscesse il suo nome. Il giornalista si animò. — Sono stato alla tredicesima Avenue, signora… Signorina…

— Leila.

— Grazie, Leila. Come dicevo, sono stato alla casa, ed è tutto vero! I particolari corrispondono perfettamente, anche il nome dei proprietari. Si tratta del signore e della signora T.E. Rodgers, e mi hanno raccontato che da un po’ non si vedono più. Ho pensato che il signor Redpath volesse essere informato subito.

— Siete stato gentile a chiamare — disse piano Leila. Esitò un attimo. Non riusciva a trovare la spiegazione più logica, più ovvia, per dimostrare che anche quella era una prova falsa, che John Redpath era sempre e comunque impazzito.

— Vorrei pubblicare questa storia sul numero di domani, ma il signor Redpath non mi ha dato il numero del… ehm… professor Nevison — continuò Knight. — Voi per caso non…?

— Il professor Nevison è fuori città — rispose subito Leila, quasi automaticamente. — Debbo avvisarvi che è molto scettico su questa faccenda. In tutta onestà, vi dirò che sarà alquanto seccato se viene a sapere che John ha parlato con voi senza la sua autorizzazione. Secondo lui, il nostro soggetto potrebbe aver ricavato tutte le informazioni da elenchi telefonici o lettere o conversazioni.

— L’ho pensato anch’io… Però c’è il particolare del bagno.

— Il bagno? — All’improvviso Leila si accorse delle tenebre che si addensavano alle finestre. — Cosa c’entra il bagno?

— A quanto pare, ieri mattina c’è stata parecchia confusione da quelle parti. La casa è disabitata da un po’, ma un ragazzo ha notato che la porta era aperta e ha deciso di entrare. Probabilmente sperava di trovare qualche soldo per terra. Sapete come sono i ragazzi. Ad ogni modo è tornato fuori a razzo, e sua madre lo ha trovato nascosto sotto il letto. Le ci è voluto un’ora per farlo parlare, ma il ragazzo ha giurato di essere entrato in bagno per fare un bisogno e di aver trovato due cadaveri nella vasca.

— Mostruoso — disse Leila, con voce distante.

— E none tutto. Il ragazzo ha detto che i cadaveri erano scorticati, ed era così sconvolto che la madre ha chiamato la polizia. Quando la polizia è arrivata la porta era chiusa dall’interno, ma una signora che vive nella casa di fronte ha detto di aver visto entrare un uomo coi capelli rossi in tuta marrone. Per cui i poliziotti hanno fatto scassinare la porta da un fabbro e sono andati a vedere in bagno.

— E allora?

— Niente di niente. Tutto a posto. La casa era completamente vuota.

Leila si sforzò di sembrare fredda, indifferente. — In altre parole, tutta questa storia non significa niente.

— Non capite — incalzò Knight. — Il signor Redpath mi ha detto che c’era qualcosa…

— Il signor Redpath ha una immaginazione molto vivida. Non credo proprio che sia il caso di proseguire questa conversazione. Addio, signor Knight. — Leila riagganciò sulle proteste del giornalista, si appoggiò alla parete, respirò profondamente. Aveva l’impressione che il mondo le stesse scivolando via da sotto i piedi.

Rimase così per più di un minuto, poi andò a prendere la giacca, appesa sulla parete di fronte. Il suo passaporto sporgeva parzialmente da una tasca. Lo guardò con occhi calmi, poi prese una decisione. Andò in camera da letto a preparare la borsa da viaggio.

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